Linguaggio del volto


foto di Patrick Swirc



I volti della menzogna” (Paul Ekman, 2011) elenca tre chiavi di lettura per stabilire che un’espressione non sia genuina e sincera: asimmetria dell’espressione nei due lati del volto, scelta sbagliata dei tempi d’innesco e disinnesco della mimica facciale, errata collocazione dell’espressione nell’interazione:

1) Asimmetria.

In un’espressione facciale asimmetrica, le stesse azioni compaiono identiche nelle due metà del viso, ma sono più intense su un lato rispetto all’altro. Una spiegazione di questo fatto risiederebbe nel fatto che l’emisfero cerebrale destro sia più specializzato del sinistro nell’elaborazione delle emozioni: dato che l’emisfero destro controlla gran parte dei muscoli della metà sinistra del viso e il sinistro quelli della metà destra, le emozioni osservano con maggiore intensità sulla parte “mancina” del volto. Se al contrario, è il lato destro a mostrare un certo atteggiamento in modo più marcato, possiamo presumere che l’emozione non sia sentita davvero.

2) Tempo.

Le espressioni tirate (che durano, cioè più di 10 secondi) sono probabilmente false. La mimica che esprime emozioni autentiche non resta sul viso più di qualche secondo. Se la sorpresa è genuina, i tempi di attacco e di stacco sono brevissimi: in genere si tratta di qualche secondo.

3) Collocazione nel discorso.

Se qualcuno finge di arrabbiarsi e dice ad esempio “ti metterei le mani addosso”; per accertare che la minaccia sia vera, dobbiamo fare attenzione alla mimica: se i segni di collera nell’espressione facciale vengono dopo le parole, la persona non è poi così adirata come vorrebbe far credere.
Come regola, vale l’assunto che le espressioni del viso non sincronizzate con i movimenti del corpo costituiscono probabili indizi di falso.

Il primo che ha posto l’accento sul valore emotivo delle espressioni facciali è stato Charles Darwin, l’ideatore della teoria dell’evoluzione.


Egli sosteneva che molte delle espressioni facciali fossero state selezionate per ragioni di adattamento all’ambiente, cioè servissero a comunicare lo stato interno che, senza bisogno di parole, trasmette agli altri come si sente in quel momento: triste, felice, timoroso; tutto ciò ha un valore sul piano personale e sociale; ad esempio la paura è un’emozione che segnala in genere un pericolo e quindi è utile comunicarla ad altri membri della stessa specie.


In tempi attuali le osservazioni di Darwin sono state approfondite e sviluppate dallo psicologo americano Paul Ekman. Egli ha esaminato migliaia di espressioni facciali e ha elaborato un modello scientifico per la loro interpretazione. Atteggiamenti del volto in culture molto diverse.


Il ricercatore ha dimostrato che in un gruppo della Nuova Guinea di cultura primitiva, le espressioni facciali che gli individui esibiscono sono identiche a quelle mostrate da chi vive nel mondo occidentale evoluto. Egli ha verificato che la mimica di emozioni fondamentali come la rabbia, il disgusto, la felicità, la tristezza, la paura e la sorpresa sono praticamente identiche nel corredo genetico di tutti gli essere umani.


Probabilmente, puntualizza Ekman, si tratta di comportamenti che hanno radici biologiche e che quindi non hanno bisogno di essere appresi per manifestarsi.


Grazie agli studi sulle espressioni facciali è stato possibile arrivare a una descrizione particolareggiata di questa mimica, accorgendoci che può essere estremamente complessa e raffinata; alle volte, nel giro di pochi secondi, possono “affacciarsi” sul volto delle “pose” di cui, normalmente, ci si accorge a malapena dato che sono estremamente brevi.


In altri casi, le emozioni possono dare luogo a delle espressioni soffocate; in cui, l’atteggiamento della faccia viene inibito e quindi si osserva solo un brandello della mimica.


Le espressioni del volto sono spesso complesse e ambigue; questo accade soprattutto perché provengono da un sistema duplice, volontario e involontario, capace di mentire e di dire la verità, a volte, contemporaneamente.


Le espressioni vere, sentite, attivano il movimento spontaneo di alcune regioni muscolari del volto; è possibile simularle ma non risultano molto convincenti.


Quelle false invece sono intenzionali e comportano l’innesco volontario di una maschera: servono, in questo caso, a nascondere ciò che si prova veramente o a mostrare qualcosa che non si sente.


In linea di massima è più facile fingere emozioni positive che negative: la maggior parte delle persone trova molto complicato imparare a muovere volontariamente i muscoli che sono necessari per fingere realisticamente dolore e paura; mentre è più facile assumere l’atteggiamento della rabbia e del disgusto.









Verba Volant


Sir Lawrence Alma-Tadema



La postura umana è una funzione derivante dalla comunicazione verbale e non verbale.

La raffinatissima vocalizzazione umana è permessa da strutture che si sono adeguate a un’evoluzione di carattere anti-gravitario: l'osso ioide.

Rispetto a tutti gli altri animali e anche agli stessi mammiferi, l’osso ioide nell’uomo passa da una posizione più craniale (come si rivela negli scimpanzé e nei neonati degli essere umani dove è necessario potersi alimentare e respirare contemporaneamente) a una posizione più caudale (dell’adulto), dilatando la faringe a beneficio di un’emissione vocale più fine e complessa.

L’osso ioide segue un’evoluzione strutturale e morfologica parallela all’allontanamento del baricentro corporeo dalla base di appoggio.

Permette a strutture anatomiche di evolvere strutturalmente e morfologicamente per arrivare a una comunicazione fonetica complessa e ha il compito di preservare la laringe da compressioni nei movimenti di torsione, di flesso-estensione o d’inclinazione laterale del capo, in rapporto al cingolo scapolare.

L’osso ioide è un ripartitore di forze vettoriali pluri-direzionali e funziona come un centro frenico densificato.


“Che senso avrebbe una struttura ossea in una zona a predominanza organo-viscerale, se non quella di concentrare e ripartire tensioni mio-fasciali e pressorie indotte e di elevata potenza rispetto al volume?” (Macrì G.; Macrì P.; Panero A., 2014)

Il corpo e la mente di una persona sono modellate dalle forze che influenzano la dinamica dei suoi movimenti.

Queste forze si dividono in esogene (traumi esterni) ed endogene (atteggiamenti di compenso antalgici, strutturali, disfunzionali della fisiologia dei sistemi sensoriali, ecc.).

Tutti gli apparati sono necessari al fine di permettere il mantenimento della posizione eretta, della deambulazione o dei passaggi posturali; ma vi è sicuramente una predominanza o specificità della funzione.

Come in biologia, dove ogni tipo di funzione è presente nella cellula, ma la sua appartenenza a un tessuto ne fa risaltare la funzione dominante (funzione contrattile, di conduzione, di trasporto, ecc.) in rapporto al compito che il tessuto deve svolgere all’interno dell’organo.

Un esempio sono gli automatismi neurologici di origine sottocorticale (quindi inconsci) che sono alla base degli atti volontari (consci) nel compimento di qualsiasi movimento: senza questi automatismi strutturati durante la nostra ontogenesi, le nostre abilità manuali fini, la capacità di fuga o anche il semplice camminare non sarebbero realizzabili.

Quello che percepiamo del movimento è solo la parte emersa e il risultato finale di una grande quantità di meccanismi chimico-fisici interni al corpo, a partenza cellulare.

Questo sistema ha bisogno di un equilibrio nella massima economia metabolica possibile: è una legge di sopravvivenza biologica che riguarda tutto il mondo animale.

Ma l’uomo forse è l’unico ad avere una possibilità in più per la propria sopravvivenza, costituita dalla capacità di comunicare con i propri simili a un livello superiore, cioè metacomunicare.






Topograficamente lo ioide è posizionato supero-anteriormente alla cartilagine tiroidea della laringe e infero-lateralmente alla mandibola. È collegato, attraverso connessioni muscolari, legamentose e membranose, a molte strutture mobili del corpo.

Sull’osso ioide c’è lo spazio per 24 inserzioni muscolari pari e simmetriche e a 9 inserzioni membranose-legamentose. Ciò dà allo ioide un ruolo fondamentale nel bilanciamento delle dinamiche posturali e funzionali.

La somma algebrica vettoriale delle tensioni dei muscoli, dei legamenti e delle fasce che s’insertano sull’osso ioide, lo rendono un punto di snodo centrale per la masticazione, la deglutizione e la fonazione.






Storie che curano

"Roma" di Alfonso Cuaròn



Abbiamo bisogno l’uno dell’altro e delle storie per scoprire noi stessi, regolare le emozioni e guarire da ferite traumatiche. Le persone sono come circuiti neurali che possiamo usare per aiutarci reciprocamente a unire reti dissociate, a procurarci nuove idee e attivare sentimenti a cui non siamo in grado di accedere” (Cozolino, 2002).

Il cervello umano si è evoluto insieme a una complessità sociale crescente, all’emergere del linguaggio e all’espansione della cultura.

La capacità di narrare storie emerge da un cervello di grandi dimensioni e da un linguaggio sofisticato.

La narrazione ci trasmette gli insegnamenti della cultura, è un mezzo di omeostasi e integrazione del funzionamento cerebrale.

Man mano che il cervello è diventato più complesso e si sono sviluppate reti modulari dedicate alle funzioni motorie, cognitive e sociali, si è presentato anche il compito di organizzare e integrare questi sistemi.

Benché solitamente assumiamo che queste funzioni integrative siano necessariamente collocate nelle strutture cerebrali frontali (esecutive), che si sviluppano più tardi, anche le relazioni sociali e le narrative personali partecipano a questi processi di regolazione.

Le narrative (strutturazione di un racconto sulla sequenza degli eventi) devono essere comprese come un tutto. Mettere insieme un’elaborazione lineare e formale richiede la partecipazione congiunta degli emisferi destro e sinistro (Shumake et al., 2004; Tucker, Luu, Pribram, 1995).

Le narrative sono diventate una strategia per l’integrazione neurale contenuta all’interno della mente (linguaggio e cultura) che ha permesso l’ulteriore crescita della dimensione e della complessità del cervello.

Il ruolo saliente delle narrative nell’integrazione cerebrale può essere la ragione per cui troviamo una forte correlazione fra salute mentale, regolazione emozionale e coerenza delle narrative riguardanti noi stessi e la nostra storia relazionale (Beeghly, Cicchetti, 1994; Cozolino, 2002; Fonagy et al., 1996; Main et al., 1985).

Dati empirici dimostrano che le narrative promuovono la sicurezza emozionale mentre mimetizzano il bisogno di elaborare delle difese psicologiche (Fonagy, Steele, Moran, Higgit, 1991).

Poiché richiedono la partecipazione di strutture molteplici in tutto il cervello, le narrative ci costringono a combinare in un ricordo cosciente conoscenze, sensazioni, sentimenti e comportamenti.

Accordando insieme funzioni molteplici di differenti reti neurali, le narrative forniscono al cervello uno strumento per l’integrazione sia emotiva che neurale (Rossi, 1993).

In tutte le storie sono presenti delle difficoltà ed è in questo che è insito il loro essenziale valore evolutivo.

Le narrative, proprio come il nostro sistema nervoso autonomo a un livello più primitivo, sono state modellate intorno allo sfuggire o al resistere a una difficoltà. Senza conflitti e soluzioni, buone o cattive, una storia sembra priva di senso.

Una storia ben raccontata, che contiene conflitti e risoluzioni e pensieri densi di sentimenti, unisce le persone e integra le reti neurali.

Una struttura narrativa inclusiva offre al cervello esecutivo il modello e la strategia migliore per tutelare e coordinare le funzioni della mente.

Le narrative permettono di esercitarci a fronteggiare (nella nostra immaginazione) esperienze difficili, mentre il nostro cervello impara a far fronte alle emozioni che queste esperienze stimolano.

L’attivazione simultanea di narrative e di esperienze emozionali costituisce una connessione neurale e una coerenza tra reti affettive e cognitive, facilmente dissociabili.

Percorrere la storia insieme al protagonista costituisce un viaggio esperienziale che serve a costruire il cervello, a regolare le emozioni e a mettere alla prova abilità e talenti.


Configurazione di Massima Energia Potenziale







Il corpo umano eretto è sempre pronto per movimenti di traslazione (spostamento senza rotazione) e una libertà a 360° sull'asse verticale. 

E' un principio della vita che tutti i meccanismi cui è richiesto di agire con preavviso minimo, e la cui prontezza di risposta è essenziale, siano normalmente mantenuti a una configurazione di massima energia potenziale.  

Paragonato a quello degli altri animali il corpo umano è dotato di una postura dinamica, un continuo aggiustamento della configurazione ideale dell'equilibrio instabile. 

Il portamento eretto è assicurato non dalla stabilità statica, ma dalla facilità di aggiustamento dinamico alla posizione di massima energia potenziale. Quando la postura è al meglio, questi adattamenti richiedono un dispendio di energia minimo e la rotazione attorno all'asse verticale è rapida e facile. Tutte le direzioni sono perciò normalmente accessibili all'esperienza umana e l'attività è uniformemente distribuita su tutto l'angolo che insiste sull'asse verticale. 

L'equilibrio instabile è uno stato dinamico a cui l'intero sistema ritorna continuamente per compiere ogni nuovo movimento e attraverso il quale ritorna ogni volta. Un centro da cui passa per prendere le proprie coordinate e in cui riaggiusta tutti gli strumenti sensibili alla gravità, allo scopo di migliorare la sua relazione con lo spazio e affinare la concatenazione temporale del movimento.

Nel procedere del proprio sviluppo, l'individuo si trova immerso in relazioni dalle quali dipende la sua sopravvivenza, soprattutto quelle con le figure di accudimento. 

Il bambino agisce in queste relazioni attraverso il corpo e reagisce ad esse attraverso una strutturazione personalizzata delle funzioni vitali (scheletriche, muscolari, vegetative, cognitive). 

Il processo di attunement nella coppia madre-bambino consiste in una sintonizzazione nella quale la madre coglie dei segni del bambino (lallazione, pianto, movimenti, ecc.) e li riproduce trans-modalmente

Il termine trans-modale mette in luce come una modalità sensoriale, ad esempio quella sonoro-uditiva del bambino (lallazione, pianto, vocalismi, ecc.), venga riprodotta, ad esempio, nel registro sensoriale motorio della madre.

Il bambino vede un giocattolo e sforzandosi di raggiungerlo emette dei suoni. La madre lo guarda e a sua volta guardata, muove il proprio corpo in estensione (registro sensoriale motorio) con un'intensità, tempo e ritmo analoghi alle vocalizzazioni (registro sonoro-uditivo) del bambino. Analogamente una motricità del bambino può essere trasposta in un suono emesso dalla madre. In questo modo si stabilisce un dialogo tra madre e bambino” (Stern D., 1987).   

Il procedere delle relazioni coincide con l'avanzare delle rappresentazioni mentali, dei simboli che le organizzano e dello sviluppo scheletrico-muscolare-vegetativo.

Minore sarà l'influsso e il condizionamento sul naturale sviluppo delle funzioni vitali, più ampio sarà il senso di realtà che l'individuo riuscirà a ottenere da esse. 

La progressiva stabilità nella stazione eretta del bambino, gli permette una maggiore motilità in virtù della diminuzione del momento di inerzia. Gli consente inoltre la liberazione degli arti superiori dalla loro subordinazione alle funzioni di supporto e locomozione (nella posizione carponi).

La differenziazione della struttura corporea in termini di carica e scarica è estesa agli arti. Tutta la metà superiore può essere ora destinata alla funzione di carica dell'energia. La scarica energetica diventa ancor più specializzata quale funzione della metà inferiore del corpo, poiché questa metà assumerà l'importante funzione del movimento dell'organismo nello spazio. Questo sviluppo del principio della realtà è esso stesso il prodotto di un nuovo e più alto livello della funzione energetica. Si arriva infatti ad affermare che il rapporto libera energia/massa è così grande nell'organismo umano da consentire a tutta l'estremità frontale dell'organismo di sollevarsi dal suolo, e da rendere possibili le differenziazioni, le specializzazioni e il controllo che identifichiamo con l'essere umano” (Lowen A., 1978).


Commento su due paure






La paura di abbandonarsi all’intensità della vita e alle più intime sensazioni viscerali, difendendosi con un eccesso di controllo è una pratica molto diffusa.

La mente decodifica questa paura separandola in due tipi di paure ben distinte: quella di impazzire e quella di morire.

La paura della pazzia deriva da una consapevolezza subliminale che un eccesso di sentimenti potrebbe sopraffare il controllo dell’Io e sfociare nella pazzia.

Questa consapevolezza è collegata con l’esperienza infantile che le vessazioni, l’ostilità, la confusione e le manipolazioni subite in quell’età, hanno portato quasi alla follia il bambino.

La paura della morte è connessa con un’esperienza molto precoce, nella quale il bambino percepisce di poter morire per abbandono e incuria.

Questa esperienza è così sconvolgente per l’organismo da paralizzarlo nel terrore.

La morte non avviene, il bambino recupera, ma la memoria corporea non può essere cancellata, anche se viene rimossa dalla coscienza nell’interesse della sopravvivenza.

La memoria corporea permane in uno stato di tensione o di allarme nei tessuti e negli organi, soprattutto nella muscolatura.

Avendo vissuto l’esperienza di una minaccia contro la propria vita, l’organismo non può ignorare il pericolo, dato che la sua sopravvivenza dipende dal fatto di riconoscere la minaccia.

Per individuare il grado di reale pericolo deve rimanere in uno stato di attenzione o di tensione che si manifesta nell’atteggiamento del corpo.

Osservando il corpo di una persona si può percepire il grado di paura.

Se il corpo è molto rigido si può dire che la persona ha una paura matta e non è semplicemente una metafora, è l’espressione letterale del corpo.

Se la rigidità o la tensione sono associate a una mancanza di vitalità nel corpo, si può dire che la persona è spaventata a morte.

In alcuni individui la tensione è evidente nell’area del torace, eccessivamente gonfio, che segnala un panico rimosso dalla coscienza.

Molti individui non percepiscono in che misura sono spaventati, a meno che non siano minacciati dalla perdita dell’amore o della sicurezza.

Ma la paura è sempre lì, sotto la superficie, a inibire il sentimento e la vitalità del corpo.
L’individuo vive in una nevrosi percepita come trappola o mancanza di senso, oppure come una stagnazione dalla quale non riesce a uscire nonostante gli intensi sforzi.

Queste persone sono dei sopravvissuti che attraversano uno stretto passaggio tra l’eccesso di sentimento, associato alla paura della pazzia e la scarsità di sentimento, associato alla paura della morte.

Ho riscontrato la paura della morte in tutti i miei pazienti che mostrano una profonda e inconscia resistenza ad approfondire la respirazione” (Lowen A., 1994).








Linguaggio del volto

foto di Patrick Swirc “ I volti della menzogna ” (Paul Ekman, 2011) elenca tre chiavi di lettura per stabilire che un’espression...