Una confusione pericolosa

"Il Giudizio Universale" di Hieronymus Bosch - 1504/1508








È più frequente di quanto non si creda l’esistenza di persone che oscillano tra due funzionamenti psichici: la melanconia e l’ossessione.

Ancora più frequente è che queste persone non sono coscienti che, la presenza di queste modalità nel loro comportamento, deriva dal senso di colpa.

Nell’ossessione l’individuo cerca sempre di mettere qualcosa al posto giusto. Persevera in questo gesto perché non arriva mai a una soddisfazione che lo possa placare.

L’impossibilità di placarsi deriva da una sensazione costante e pervasiva che la confusione è ovunque e bisogna assolutamente e continuamente controllarla.
C’è confusione fuori e dentro il soggetto e tra due sue emozioni che hanno a che fare con l’odio e l’amore: l’invidia e la gratitudine.

La persona melanconica compie degli sforzi per organizzare la sua depressione e può starsene anche per lunghi periodi di tempo in una condizione di inattività, durante la quale stila lunghi elenchi mentali delle cose che non vanno, quelle che non sono andate, i rimpianti e i rimorsi.

La melanconia è il risultato di un’intrusione eccessiva del Super-Io nelle vicende infantili dell’individuo, soprattutto quelle riguardanti le fantasie sessuali edipiche.

Il risultato è che l’individuo non riesce a elaborare i contenuti incestuosi di quelle fantasie e liberarsene, arrivando a provare un maturo senso di responsabilità rispetto al primario senso di colpa, ma rimane fissato emotivamente nella confusione tra odio e amore, invidia e gratitudine, contenuta nel desiderio incestuoso.

La confusione dei sentimenti che dovrebbero guidare le persone nei loro comportamenti è la causa di numerosi crimini interpersonali: gelosia distruttiva, manipolazione, sfruttamento, attacchi sadici, ecc.

Qualche volta collegato a un Super-Io particolarmente violento, altre volte a cure materne stitiche e inaffidabili, l’impasto confuso tra amore e odio, invidia e gratitudine è fonte d’intensa sofferenza per chi ne è portatore e nucleo di potenziali pericoli per che vi si avvicina.

Se l’individuo non può separare le sue emozioni egli non può nemmeno scegliere quale vivere e agire.

Se non può scegliere, è costretto a obbedire. Se deve obbedire ascolterà gli ordini dell’istanza intrapsichica più potente, quella che ha la voce più forte e sovrasta quelle delle altre istanze interne.

Ascolterà il Super-Io dittatore e intollerante, sadico e incestuoso, distruttivo e onnipotente. Quando eseguirà i suoi ordini l’individuo assumerà su di sé le caratteristiche di quel Super-Io e per un po’ avrà la sensazione che tutto è più chiaro e che la confusione, che sentiva prima, si è dissolta. 

L’impasto confuso tra odio e amore è risolto dall’onnipotenza.




Invidia e altre paure


Sophia Loren e Jayne Mansfield

"L'invidia è magra e pallida 
perché morde ma non mangia"
(Francisco de Quevedo)




“Voglio essere ammirato”
“Tengo alla mia importanza”
“Penso all’amore ideale”
“Sento di essere speciale”
“Gli altri m’invidiano”

Questi tratti di personalità indicano un funzionamento narcisistico.

L’invidia del narcisista è spesso proiettata negli altri.

L’idealizzazione è una difesa contro le angosce paranoiche e l’invidia è il segnale di un Io instabile e privo di un oggetto interno affettivo buono.

Le persone invidiose e idealiste mancano di una percezione chiara della separazione tra ciò che è buono e ciò che è cattivo per loro, per cui devono ricorrere spesso e rigidamente all’idealizzazione per affermare, soprattutto a se stessi, questa separazione.

Per la persona invidiosa non è possibile mitigare l’odio attraverso il perdono o la gratitudine perché è assente l’esperienza della bontà e la possibilità di un affidamento del controllo.

La condizione affettiva profonda della persona invidiosa è la confusione.

Di tutti i vizi capitali l’invidia è il peggiore. Mentre gli altri attaccano una sola delle virtù cardinali, l’invidia le attacca tutte” (Chaucer).

La confusione che produce l’invidia nelle relazioni si traduce in un comportamento borderline. L’altro prima viene idealizzato e riempito di cose buone, poi è invidiato per quelle stesse cose. Ne segue un attacco massiccio che lo fa diventare un oggetto deturpato, svalutato e abbandonato. Dopo l’abbandono iniziano le fantasie paranoiche dell’invidioso che immagina che l’altro tornerà per vendicarsi, ormai ridotto a un mostro distruttivo e persecutore.

Questo circuito vizioso aiuta l’invidioso nell’autorappresentazione del vissuto di paranoia che è l’origine lontana della sua invidia e della sua idealizzazione narcisista.

La paranoia deriva da esperienze precoci di una figura di accudimento non affidabile che produceva alimenti tossici o era assente nel momento del bisogno.

L’inaffidabilità produce uno stato relazionale primitivo fondato sul sospetto e sulla sensazione di non essere mai pieni di cose buone che l’altro non ha donato e ha tenuto per sé.

Nel lavoro clinico la comparsa di vissuti d’invidia è una prima apertura nella corazza difensiva del narcisista. L’invidia testimonia l’esperienza di mancanza in soggetti che apparentemente sembrano non mancare di nulla.

Il lavoro sull’invidia apre ulteriori possibilità di un superamento di questi stati difensivi attraverso l’accesso al vissuto della gelosia, che riporta a lontane esperienze infantili nel rapporto con le figure genitoriali vissute come coppia.




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