Questo posto sono io

"Hairdressers in the Sun" di Robert Doisneau - 1966




Ogni gruppo attende una comunicazione, esplicativa di accadimenti esterni, che introduca nel suo perimetro strutture, regole e una fisionomia delle sue appartenenze.

L'individuo contribuisce alla collettività gruppale e l'espressione della somma dei contributi definisce nuove qualità. L'insieme dei contributi ritorna al singolo come forma amplificata dell'attitudine a partecipare e condividere.

Nel gruppo questi atteggiamenti raggiungono la soglia della percezione per effetto della proliferazione dei processi di auto-rappresentazione dell'individuo. Il membro del gruppo processa la sua esperienza tante volte quanti sono gli altri membri del gruppo, più uno: l'entità costituita dal nuovo insieme è il processo primario, iniziale e imprescindibile che consente il confronto e il dibattimento inter-soggettivo.

Nello scenario gruppale, l'intra-soggettivo (con il quale non intendo esclusivamente l'intra-psichico, ma anche e soprattutto l'intra-corporeo, riconoscendo al gruppo la capacità di attivare condizioni fisiche e fisiologiche, oltre a stati psichici connotati, che rendono il vissuto particolarmente riconoscibile) assume valore di luogo. La definizione, che accoglie il pensiero che il soggetto possa diventare contenitore non del gruppo ma della gruppalità, esprime l'idea che il volume dell'intra-soggettivo funga da spazio-parlante. 

Nell'etimologia incerta della parola luogo (forse dal latino locu) e dalla stessa incertezza sul termine latino locutus, che è la radice etimologica di locuzione, deriva il significato di un luogo che l'intra-soggettivo occupa nel gruppo e una sua identità locutiva: quella di produrre enunciati dotati di senso.

Il locutore (il parlante) è il luogo della gruppalità e il locus è la posizione fissa che occupa nel gruppo (locus, da locu, indica la posizione fissa che un determinato gene occupa sul cromosoma). La sequenza dei locus, la con-catenazione degli eventi verbali e la definizione del ritmo in un tempo del gruppo, introduce la narrazione e il dialogo, intra-soggetto e inter-soggetto.

Il legame associativo attraverso il quale si forma il gruppo si basa su due processi combinati: un processo di cooperazione nella realizzazione di un'intenzionalità collettiva; un processo di fissazione e di stabilizzazione dei contenuti di pensiero delle persone impegnate nell'azione collettiva, che crea un grado di sapere reciproco necessario al processo precedente” (Trognon, 1991).

Gruppo da gropponodo, derivati dal latino cruppa: insieme di cose o persone riunite, accostate una all'altra.
     
La partecipazione alla vita di gruppo degrada l'individuo, rende i suoi processi mentali simili a quelli della folla, la cui brutalità, inconsistenza  e irragionevole impulsività sono state il tema di tanti scrittori; tuttavia, soltanto con la partecipazione alla vita di gruppo l'uomo può diventare completamente umano, soltanto così può sollevarsi al di sopra del livello del selvaggio” (McDougall, 1920).





L'individuo paradossale

"L'uomo che non c'era" di Joel e Ethan Coen - 2001




Il barbiere deve radere, sempre e solo, quelli che non si radono da soli e mai chi si rade da sé. Se egli rade se stesso, non può; se non rade se stesso, deve farlo. Il barbiere non può esistere. Questo è il paradosso di Russell.

Il comportamento del bambino entra nel paradosso e non riesce a uscirne, perché si trova nel campo affettivo della relazione con la madre, che gli impone di confrontarsi con le ingiunzioni affettive paradossali e non poterle evadere.

Se il bambino diventa se stesso e autonomo, non può; se non lo fa, deve.
Il campo affettivo ambivalente e la condizione psichica paradossale sono particolarmente evidenti nella primissima età scolare. Le potenti angosce che il bambino vive segnalano il dramma soffocante del paradosso autonomia/dipendenza nel quale si trova.

Si potrebbe uscire dal paradosso del barbiere lasciando crescere la barba, ma il paradosso persisterebbe e inchioderebbe il barbiere alla sua identità contraddittoria se egli fosse un soldato e l’ordine gli fosse dato dal suo comandante. L’ordine non si può ne discutere ne interpretare.

La condizione fondamentale per incastrare l’identità autonoma di un individuo è la qualità affettiva del campo relazionale nel quale le comunicazioni hanno luogo. Minore è il grado di creatività concesso, maggiore è la possibilità che l’ingiunzione paradossale abbia successo.

Una madre regala al figlio due magliette, il figlio ne indossa una, la madre dispiaciuta gli dice: “Che peccato, l’altra non ti piace?!”

In un campo affettivo costruito con queste caratteristiche, nessuna scelta è possibile perché ogni scelta è un errore e provoca senso di colpa. Il figlio per evitare questa frustrazione non sceglie e rinuncia alla propria autonomia.

L’individuo è incastrato nel paradosso affettivo come il barbiere dall’ordine del suo comandante. In queste condizioni l’individuo non può esistere. Egli è se stesso se e solo se egli non è se stesso.

Ma siamo ancora alle derivazioni esistenziali del paradosso di Russell nella sua prima formulazione, quella del 1901.

Una seconda formulazione, risalente al 1918, viene estesa agli insiemi e comporta interessanti implicazioni culturali. A questo punto il paradosso diventa un’antinomia e si esprime così:
L’insieme di tutti gli insiemi che non appartengono a se stessi appartiene a se stesso se e solo se non appartiene a se stesso”.

Le derivazioni di questo pensiero riguardano l’identità e la qualità specifica dell’individuo, inteso come insieme complesso, fisiologico e culturale.
Essere se stessi se e solo se non si è se stessi.
Sembra una follia eppure i concetti di resa della bioenergetica e di trascendenza di alcuni culti esprimono lo stesso significato.

È un livello ultra-raffinato di esistenza nel quale si fa evolvere l’esperienza del controllo fino alla sua negazione paradossale, cioè la condizione del dominio.
E’ la dominium ex iure Quiritium codificata dai romani dell’era imperiale per regolare il rapporto tra l’individuo e la proprietà.

E’ necessario un controllo volontario quando una cosa, una funzione, un processo non appartengono completamente all’individuo. La graduale confidenza e padronanza permettono una dominazione degli eventi tale che, le procedure e la relazione, possono passare a un livello più profondo e inconscio dell’attività psicofisica dell’individuo.

Una volta stabilita questa particolare forma di relazione, nella quale i processi seguono un corso fluido e naturale, reinserire modalità di controllo più cosciente può risultare d’intralcio e disfunzionale.

Ormai la relazione ha una sua fisionomia specifica derivante dall’incontro delle qualità in campo e il soggetto, per essere completamente pieno nella sua esperienza di contatto con la realtà, deve rinunciare a essere “solamente” se stesso e abbandonarsi al campo al quale ormai appartiene.


Ciò è valido nella guida di un’automobile, nel funzionamento di una relazione ma anche in alcuni processi di evoluzione che si attraversano in un percorso psicoterapeutico.







Piccole Bugie, Innocenti Mai

"The Sacrament" serie fotografica di Oleg Oprisco - 2016


Le piccole bugie quotidiane creano una separazione tra il mondo privato e quello pubblico.

Sono leggere distorsioni della realtà che si riverberano, quasi impercettibilmente, sull’autenticità nel contatto che il soggetto ha con la realtà e si producono sotto l’effetto di una sua esigenza di controllo.

La verità, l’asserzione percepita come corretta e affidabile sugli accadimenti della propria realtà corporea, è un flusso che funziona per osmosi e capillarità: una verità chiama l’altra in un dispiegamento descrittivo che delinea l’ambiente, i fatti e colloca l’individuo al centro di questo dinamismo.

La bugia, per quanto piccola e mai innocente, interrompe il flusso dinamico della verità. 

Interrompe lo scambio e il baratto delle opinioni, che ne incarnano la natura più mondana.

Posta a ostacolo oltre il quale non è consentito vedere, la menzogna protegge chi la pronuncia, esclude l’interlocutore e gli sottrae la partecipazione alla verità, l’essenza reale della relazione.
Con la bugia l’individuo compie il gesto paradossale di affermare di non essere, inconsciamente affermando, forse, la più grande realtà attuale sulle sue percezioni: non vuole essere ciò che sa di essere.

La menzogna permette di appartenere a ciò che è percepito come altro da sé, negando e rifiutando le qualità specifiche del Sé.

Aleksandr Isaevic Solzenicyn, autore di “Una giornata di Ivan Denisovic” e di “Arcipelago Gulag”, Nobel per la letteratura nel 1970, scrisse che la bugia è sempre inestricabilmente legata alla violenza e si riferiva alle bugie di Stato, alle deportazioni, alla dittatura comunista nell'Unione Sovietica.

Il binomio bugia/violenza compare anche sul piano relazionale: la bugia squarta il velo contenitivo della relazione e scaraventa il fruitore della menzogna lontano dalla realtà del bugiardo.

Tuttavia maggior interesse, anche perché minore è stata la letteratura prodotta a riguardo, è lo scenario intrapsichico. 

Il binomio tra bugia e violenza che trama tesse dentro al bugiardo?

Cosa racconta la violenza intima di chi si nasconde dietro alle sue bugie?

Da dove nasce la violenza che genera la bugia? 

Quale verità essa racconta del rapporto che il soggetto ha con se stesso?

La verità non è la lotta tra l’asserzione vera e quella falsa, ma l’apertura all’universo del senso ambivalente della realtà corporea, che sta prima di ogni significato e dopo ogni conclusione” (Galimberti U., Il Corpo)






Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...