La relazione terapeutica


"In Treatment" serie HBO - 2008/2012



"Prenditi cura di me
con quella nobile tenerezza
che solo in te ho trovato"
(Mary Wollstonecraft Godwin)




Per tutta la vita cerchiamo di avere un ruolo nei confronti degli altri o soddisfare le loro aspettative. La paura di non riuscire in tutto questo ci fa elaborare numerosi espedienti, fino ad arrivare all'inganno pur di avere la sensazione di essere riusciti a raggiungere un obiettivo. La debolezza personale o la sensazione d'incapacità vengono segregate.

Alla lunga riusciamo a ingannare anche noi stessi e alcuni sentimenti ed emozioni sono repressi nel profondo, non riuscendo più a partecipare alla parte liberamente funzionante dei nostri comportamenti.

Se abbiamo costruito e rafforzato queste difese di autoinganno per lunghi anni di sforzi intensivi, queste resisteranno a ogni sforzo fatto per eliminarle, soprattutto se questo sforzo proviene da qualcun altro.

Questa resistenza opera in ogni caso, per quanto genuino sia il desiderio di cambiare.

Come può la psicoterapia aiutare una persona se questa continua a difendersi e a resistere?

La risposta è nel non cercare di portar via le difese ma offrire una relazione in cui non si abbia più bisogno di difese.

Dove le altre relazioni sono state piene di timori di essere rifiutati, criticati, puniti, controllati, giudicati o ridicolizzati, la relazione terapeutica è priva di queste caratteristiche.

Dove gli altri hanno frainteso e rifiutato, il terapeuta comprende e accoglie.

Dove gli altri si lasciavano manovrare, adulare, sedurre, trascinare o ridurre alla condiscendenza, il terapeuta mantiene nella relazione una posizione ferma e costante.

Dove gli altri hanno cercato di controllare, guidare e dirigere, il terapeuta, con un atto di fiducia nel cliente, per coerenza se ne astiene.

Dove gli altri si lasciano prendere dal panico quando il cliente presenta deviazioni di comportamento abnormi e pericolose, il terapeuta mantiene la fiducia nelle capacità del cliente di poter riprendere la padronanza di sé.

Dove le altre relazioni sono state superficiali, false, di scarso affidamento e temporanee, il terapeuta è sincero, genuino, fidato e disponibile, fino a quando il cliente ne ha bisogno.

Offrire una relazione di questo tipo è difficile, naturalmente, e nessun terapeuta potrà essere perfetto in questo senso. Egli dovrà essere aperto e onesto con se stesso e riconoscere quale debbano essere i limiti della sua disponibilità nella relazione terapeutica.

Il terapeuta deve avere chiaro quanto vuole e può dare di sé al cliente.

In questa disponibilità le misure da verificare sono quelle dell’accettazione, della confidenzialità e del gradimento personale. La manovra successiva è quella di rassicurare il cliente che, il contributo a una buona crescita della relazione terapeutica, è autentico e che egli ci può fare affidamento.

Tutto questo non avviene esplicitamente ma attraverso le tante caratteristiche del setting terapeutico e nelle dimensioni di calore e accoglienza che si riescono a produrre nel corso del primo periodo della psicoterapia.


Quando il cliente sentirà di potersi muovere liberamente nella relazione terapeutica abbandonerà le sue cautele, farà cadere le difese e comincerà a essere più se stesso. Quando questa libertà si manifesta ne derivano molti interessanti sviluppi” (Fitts W., L’esperienza della psicoterapia, 1965).






Ciò che mi piace è mio!

"The Cell" di Tarsem Singh - 2000


Il narcisista si tiene in piedi grazie a una sopravvalutazione di sé, fondata sull’idealizzazione di sé, preservata da identificazioni onnipotenti, introiettive e proiettive, con gli oggetti ideali e le loro qualità.

Tutto ciò che un individuo possiede o acquisisce, ogni residuo del primitivo sentimento di onnipotenza che l’esperienza corrobora in lui, contribuisce a esaltare il suo sentimento di sé” (Freud S., Introduzione al narcisismo, 1914).

Nell’aspetto distruttivo del narcisismo l’autoidealizzazione ha un ruolo centrale e le parti distruttive onnipotenti di sé sono idealizzate e dirette contro qualsiasi relazione oggettuale libidica positiva e contro qualsiasi parte libidica di sé, che sperimenti il bisogno di un oggetto e il desiderio di dipendere da esso.

Le parti distruttive onnipotenti di sé spesso rimangono occultate oppure possono essere scisse e mute, il che ne oscura l’esistenza, dando l’impressione che esse non abbiano alcun rapporto col mondo esterno.

In realtà hanno un effetto molto potente nell’impedire l’instaurarsi di relazioni oggettuali dipendenti e nel mantenere gli oggetti esterni permanentemente svalutati, il che spiega l’evidente indifferenza dell’individuo narcisista verso gli oggetti esterni e il mondo.

Lo stato narcisistico svolge una funzione primaria nel nascondere ogni consapevolezza d’invidia e distruttività.

L’individuo narcisista non percepisce le relazioni come una fusione o una sua appartenenza a un oggetto esterno carico di libido, ma le vive in termini di possesso.

Egli rimane bloccato nella rigidità delle strutture difensive erette contro il sentimento d’invidia quindi seduce (porta a sé) e s’impossessa dell’altro.

Nella relazione sentimentale il narcisista, dal momento in cui ha acquisito l’altro come fosse una proprietà, che è stata riconosciuta come sua per le qualità idealizzate e onnipotenti che possiede, non può più separarsene.

Il narcisismo dell’individuo si alimenta della presenza dell’oggetto idealizzato e la possibilità di una separazione potrebbe smascherare i sentimenti d’invidia e distruttività, oltre che un crollo del sé grandioso del narcisista. Allora il possesso diventa paranoico e feroce e l’onnipotenza del narcisista si mostra in tutta la sua qualità disumana e distruttiva.

Il narcisista cerca continuamente oggetti/persone/esperienze che alimentino il suo sé grandioso. Il desiderio di trovarlo è così grande che quando li incontra li riconosce come propri, da sempre: familiari e bellissimi.

L’eventuale separazione viene vissuta come una vera e propria ingiustizia, come separare una madre dal figlio, egli quindi tenderà a fare giustizia evitando questa separazione, in ogni modo, perché la sua regola è l’onnipotenza.



L'oggetto perduto del narcisista


"Oreste perseguitato dalle Erinni" di William-Adolphe Bouguereau - 1862




"Le ferite di una persona 
che medita vendetta
sanguineranno sempre"
(Sir Francis Bacon)





La fissazione fondamentale del deviante sociale e del narcisista antisociale, ricade sull’imago parentale idealizzata e sulla tendenza di traslazione patologica che corrisponde a questa particolare costellazione affettiva, la tendenza cioè a stabilire una traslazione idealizzante.

Intorno a questo desiderio nucleare di un oggetto idealizzato si dispongono però quegli strati della personalità deviante che non solo negano il desiderio di un oggetto idealizzato e di un Super-Io idealizzato, ma lo portano addirittura a dichiarare il suo disprezzo per tutti i valori e gli ideali.

In altre parole, per il deviante così come il narcisista tout court, esiste un iperinvestimento difensivo del Sé grandioso acquisito originariamente dopo una dolorosa delusione nei confronti di un oggetto idealizzato o dopo la perdita di esso.

L’ostentazione di attività onnipotenti e senza limiti e l’orgoglio del deviante per la sua capacità di manipolare spietatamente il proprio ambiente, servono a sostenere le sue difese contro la presa di coscienza del suo desiderio di un oggetto-Sé idealizzato perduto, e contro il vuoto e la mancanza di autostima che sopraggiungerebbero se dovessero interrompersi le parole e le azioni del Sé grandioso deviante.

Se lo psicoterapeuta volesse offrirsi a un deviante, ma anche semplicemente a una personalità narcisistica con tratti antisociali, come figura ideale portatrice di un mondo di valori, non potrebbe essere accettato.

August Aichhorn (1936) fu un abile psicoanalista che con la sua particolare comprensione dei pazienti devianti, riuscì a offrirsi in un primo momento dell’analisi come un’immagine speculare del Sé grandioso, per poi procedere in una velata mobilitazione degli investimenti idealizzati verso un oggetto-Sé idealizzato, senza disturbare la necessaria protezione del Sé grandioso creato in funzione difensiva.


Una volta che si sia stabilito un legame tra paziente narcisista e psicoterapeuta e che si siano mobilitati gli investimenti idealizzanti, diventa possibile iniziare un processo di elaborazione e si può realizzare uno spostamento graduale dall’onnipotenza e dall’invulnerabilità del Sé grandioso all’onnipotenza e all’invulnerabilità di un oggetto idealizzato e alla necessaria dipendenza terapeutica da esso” (Kohut H., Narcisismo e analisi del Sé, 1971).






Penso sempre a quella vita che non è mai cominciata

"L'assenzio" di Edgar Degas - 1875



"L'unico dispiacere della mia vita
è che non sono qualcun altro"
(Woody Allen)



L’alienazione è indifferenza e scissione: mancanza di potere personale e assenza di relazione nei confronti di se stessi. E' fare esperienza di un mondo percepito come indifferente ed estraneo.

L’alienazione è l’incapacità di porsi in relazione con altri esseri umani, cose, istituzioni e anche con se stessi” (Jaeggi R., 2015).

Un mondo alienato si presenta all’individuo privo di senso e di significato, come un mondo irrigidito e impoverito, che non è il proprio, in cui non si è a casa in nessun luogo o sul quale non si può esercitare nessun influsso.

Il soggetto alienato diventa estraneo a se stesso, si percepisce non più come un soggetto attivo ed effettivo, ma come un oggetto passivo, succube di forze sconosciute. 

L’alienazione è laddove gli individui non si ritrovano nelle proprie azioni e dove non possiamo essere padroni dei poteri che noi stessi siamo” (Heidegger).

Per Carl Marx l’alienazione consiste nell’estraniazione da ciò che il sé ha fatto, sono le nostre azioni e i nostri prodotti, le istituzioni sociali e i rapporti che noi stessi abbiamo realizzato a essere diventati potenze estranee.

L’essere umano produce se stesso e il suo mondo nello stesso atto. Egli si riconosce (riconosce la sua volontà e la sua capacità) nelle sue attività e nei suoi prodotti e trova se stesso attraverso il rapporto con essi. Egli si realizza in una relazione di appropriazione con il mondo come prodotto delle sue attività.

Una relazione riuscita con sé e con il mondo è un processo di esteriorizzazione, di oggettivazione delle proprie forze essenziali e l’alienazione è un fallimento di questo processo, è l’impedimento del ritorno a sé da questa esteriorizzazione. Ciò che fallisce è un movimento di ripresa che deve riconsegnare ciò che è stato esteriorizzato.

Chi produce lavoro o relazioni si esteriorizza al mondo, oggettiva se stesso o le sue forze essenziali in esso, e dopo se ne riappropria, in termini mediati, attraverso il prodotto. L’alienazione è la riappropriazione impedita delle proprie forze essenziali esteriorizzate e l’incapacità di potersi riconoscere nei loro prodotti. Quest’impedimento tende a formare una distorsione dell’immagine del soggetto.

Nella teoria dell’alienazione il rapporto con il mondo e il rapporto con se stessi sono co-originari. Il danneggiamento del rapporto con sé, il non poter disporre di se stessi dev’essere compreso come un danneggiamento del rapporto con il mondo.

Che si tratti dell’appropriazione della storia della propria vita, del compito di divenire se stessi attraverso le proprie azioni (Heidegger) o nell’appropriazione delle proprie attività (Marx), ci si riferisce sempre all’appropriazione del mondo e con essa all’appropriazione dei presupposti del proprio agire. In questo senso “è alienato chi non può rapportarsi a se stesso e ai suoi presupposti e non può farli propri” (Jaeggi R., 2015)






Arte, sintomo del tempo

"Bird on Money" di Jean-Michel Basquiat - 1981



"Credo di sapere cosa si prova 
ad essere Dio"
(Pablo Picasso)




Per Freud, la formazione del simbolo riguarda i sogni, intesi come realizzazione simbolica dei desideri repressi che, attraverso i meccanismi di condensazione, proiezione, identificazione, esprimono i desideri per mezzo di un procedimento di censura. Per Freud il simbolo non è mai univoco ma ambivalente, a causa della censura a cui è sottoposto.

Per Jung invece il simbolo si situa in una presa di coscienza delle realtà ancestrali contenute nell’anima umana (archetipi dell’inconscio collettivo).

Una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali” (Jung C. G., Psicologia e patologia dei fenomeni occulti, 1902).

Anche secondo Jung l’uomo, in maniera inconscia e spontanea, produce simboli durante il sogno, tanto che quest’ultimo è da lui considerato come la fonte più frequente e universalmente accessibile per lo studio delle capacità di simbolizzazione dell’uomo: Jung però sottolinea che l’analisi del sogno non deve esser portata avanti con la tecnica delle libere associazioni introdotta da Freud, ma concentrandosi sul sogno stesso, utilizzando solo il materiale che è chiaramente e visibilmente disponibile.

Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, hanno guardato all’espressione artistica nel corso dei secoli e investigato le produzioni e le biografie degli stessi autori dell’opera d’arte per cercare riscontro alle loro osservazioni cliniche psicologiche e psicopatologiche. Entrambi riconoscevano che le espressioni creative artistiche contengono comunicazioni in modalità intuitiva, metaforica e simbolica simili al sogno, e ciò indipendentemente dal grado di cultura o di intelligenza o di professionalità artistica.

Freud, collezionista di reperti archeologici di arte primitiva, guardava all’espressione artistica popolare, indipendentemente dai valori estetici, per ritrovarvi espressioni dei conflitti inconsci narrati con metafore plastiche o poetiche.

Jung, allievo e contemporaneo di Freud, propose una lettura psicologica e psicoanalitica dei fenomeni artistici prevalentemente organizzata intorno all’ipotesi dell’inconscio collettivo e dei nuclei cosiddetti mitopoietici, detti archetipi nelle loro rappresentazioni essenziali.

Egli approfondì l’esame delle opere artistiche oltrepassando l’assunto teorico fondante la psicoanalisi, cioè il conflitto inconscio individuale, e riconoscendo alle opere d’arte l’espressione di un inconscio collettivo, narrato con elementi primordiali ai quali attingono la cultura popolare e religiosa: miti e iconografie ricorrono trasversalmente in tutte le culture e in tutti i tempi indipendentemente da memorie tramandate o contatti.

Apprendiamo da Jung che gli archetipi sono quelle nozioni universali e primigenie, innate e predeterminate che ognuno possiede e conserva dentro di sé.

Ci troviamo davanti a tipi arcaici o ancora meglio primigeni, cioè immagini comuni presenti fin dai tempi remoti” (Jung C. G., Libido, simboli e trasformazione, 1912).

Nella nostra psiche esistono forme determinate presenti da sempre, contraddistinte da un carattere di universalità e atemporalità. Gli archetipi sono il contenuto dell’inconscio collettivo.

Un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo inconscio personale. Esso poggia però sopra uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, e che è innato. Questo strato più profondo è il cosiddetto inconscio collettivo” (Jung C. G., Importanza dell’inconscio in psicopatologia, 1914).

L’espressione archetipo, così com’è stata definita da Jung, era stata utilizzata già da vari studiosi e si potrebbe paragonare al concetto di représentations collectives che Lévy-Bruhl usò per indicare le figure simboliche delle primitive visioni del mondo.

Prima della psicoanalisi, alcuni psichiatri fenomenologici avevano aperto un capitolo d’indagine sull’espressione figurativa dei pazienti e le possibili analogie con le opere d’arte. 

Emil Kraepelin raccolse oggetti, disegni e scritti dei pazienti psichiatrici e parlò di “arte patologica” intendendo che, nell’opera creativa di un folle, si può procedere a un analisi dei sintomi manifesti. 
Una realtà che poi ha avuto sviluppo con la tecnica dei test proiettivi nella pratica diagnostica. Karl Jaspers, che già guardava con interesse alle novità presentate dalla psicoanalisi, introdusse l’ipotesi che nell’opera creativa si può cogliere “l’unità dell’espressione umana”. In questo senso l'arte, la follia e la formazione del sintomo nevrotico, svelano l'universalità dell'accadere psichico individuale e il suo potente valore disvelativo.









Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...