Il romanzo di un'analisi

"Gran Bretagna" di Gianni Berengo Gardin - 1977


Il non fare mi aveva portato questo presente sovrano: poter dare al tempo la durata del mio desiderio.

Seguendo l’umore, creavo tempi vegetali in cui mi trasformavo in albero, tempi animali in cui ero un cane, tempi terrestri che mi mutavano in nuvola, tempi cosmici per la metamorfosi di una vibrazione e tempi minerali in cui finalmente diventavo pietra.

La posta in gioco dava accesso diretto all’Io senza che il Tu, il Voi, il Loro fossero destinati a rimanerci per sempre proibiti.  E la legge non scritta che impone alle nostre esistenze la sua colorazione: durata e intensità si elidono. La sbarra che le separa segna la frontiera fra piacere e godimento – per raggiungere il godimento, è necessario morire al piacere; per accedere all’intensità, evadere dalla durata che riduce il piacere in quanto lo limita. Il godimento lo annienta, tempo senza durata, tempo fuori dal tempo dei poeti e del loro famoso istante d’eternità che solo la paura, la morte, la vittoria e l’amore possono donare.

Anche la noia era divenuta per me godimento, soprattutto la noia, che mi aveva insegnato questa verità: “L’uomo è ciò che fa” per lo sguardo dell’Altro, ma per il proprio, “L’uomo è ciò che gode”.

Mentre gli altri scrivevano sul tempo, la sua storia, l’origine della clessidra, il funzionamento dell’orologio, l’idea geniale della meridiana, l’invenzione del calendario o su come suddividerlo, organizzarlo e così via, io perdevo il mio con voluttà, vegliando gelosamente a che nessuno me ne sottraesse il minimo frammento.

"La persistenza della memoria" di Salvador Dalì - 1931


Il mio corpo o l’estro mi servivano da orologio. Mangiavo quando avevo fame, mi addormentavo quando avevo sonno e mi svegliavo quando aprivo gli occhi. Vedevo sorgere il sole, tracciare la sua ellisse, scomparire nell’oceano ed ero quasi turbato da quel movimento che alterava il silenzio scandendo ore di cui possedevo il senso, benché ne avessi perduto la cifra.

Talvolta provavo il desiderio di creare. Nella mia mente erravano alcune note musicali, tre linee di un testo, la scansione compositiva di un quadro, l’apertura vaga di una poesia, la proiezione di uno schizzo. Ma non raggiungevo mai la chitarra, la penna o il foglio di carta e svanivano, dissolte dalla forza delle cose con la stessa brutale rapidità con cui si erano presentate.

Stavo troppo bene per creare. Il godimento è uno stato di pienezza che basta a se stesso.

Perciò non se ne può dire nulla, se lo si vive. In caso contrario, si supplisce con il discorso.
Meno si gode, più si spiega. Meno si capisce, più si afferma. In questo senso, i saggi sulla creazione sono stravaganti quanto gli studi sul tempo. […]

La creazione non scaturisce mai da una felicità. Deriva da una mancanza.

Contrappeso di un’angoscia, s’inscrive nel vuoto da colmare di un desiderio da cui si attende godimento e deriva dal fallimento della sua realizzazione. Può nascere cioè solo da un insuccesso, la mancanza-a-godere.

"Au Saint Yves" di Robert Doisneau - 1948


Ero giunto persino a dedurre che, dalle origini dei tempi, ogni creazione era contenuta nei dieci centimetri che separano la mano di un uomo dal culo di una donna. L’uomo arde dal desiderio di posare la sua mano su quel culo. Se riesce a compiere il gesto e la donna lo accetta, si ritrovano in un letto e fanno l’amore. Vi è godimento: nulla viene creato. Se l’uomo non osa, folle di frustrazione, rientra da solo, compone La Nona Sinfonia, dipinge L’Homme au casque d’or, scrive La Divina Commedia, o si aggrappa al Penseur.

Avevo semplicemente dimenticato che la creazione è altrove, ovunque si manifesti la mancanza – in quanto essa è strutturale e ci condiziona, dovunque, sempre. E che quella mano, se mai si fosse posata su quel culo, non vi avrebbe mai trovato ciò che si illudeva di trovarvi. Non più di quanto quel culo, ammettendo che i culi pensino, avrebbe tratto dal contatto di quella mano l’atteso senso di pienezza.
Perché, in quanto sfugge al sensuale, il godimento non potrebbe consistere nell’atto stesso del creare?




Tratto da “Sul lettino di Lacan” di Pierre Rey - 1991

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...