La gabbia toracica, il cuore e l'amore sentimentale

"Vancouver Riot Kiss" di Richard Lamm - 2011


Il cuore è il centro idraulico del sistema circolatorio e un centro energetico.

Il tipo di energia che passa attraverso il cuore alimenta i nostri legami e l’amore sentimentale verso le persone importanti della nostra vita.

Attraverso questo centro amiamo le persone e godiamo della loro presenza. Lo scambio energetico porta all’equilibrio dinamico che ci dà quel senso di profondo piacere al momento dell’incontro, perché con l’incontro l’energia si eccita e si moltiplica dando un senso di sicurezza e protezione.

In questo centro s’incontra l’energia proveniente dal cielo (colore bianco) con l’energia proveniente dalla terra (colore rosso) che, amalgamate nel cuore, creano il colore rosa, simbolo dell’amore.

Quando questo centro è aperto e disponibile, accettiamo gli altri così come sono e gli diamo, attraverso il flusso energetico, un amore incondizionato, senza aspettarci niente in cambio perché riusciamo a sentire la luce positiva al loro interno e guardiamo al loro lato negativo con una prospettiva umana e giustificativa.

Quando da bambini abbiamo sentito l’abbandono, il pianto era un tentativo di ristabilire il contatto amoroso; se questo non veniva ristabilito, potevamo arrivare a percepire una sensazione di asfissia causata dal pianto esagerato o avvertivamo un senso di paura che bloccava il pianto fermando la respirazione e chiudendo il centro energetico del cuore (questo è un meccanismo di difesa per conservare le energie del cuore). In futuro ogni abbandono provoca la stessa reazione favorendo l’insorgenza di asma bronchiale.



Durante l’adolescenza il desiderio di non stare in famiglia può essere condizionato dalla sensazione di non aver ricevuto amore a sufficienza. Sensazione legata non tanto al reale amore donato dai genitori, quanto alla chiusura o al blocco del centro energetico che l’adolescente può aver inconsciamente operato per difendersi dal dolore della separazione.

Questo tipo di adolescente avrà difficoltà a stabilire un contatto amoroso con un’altra persona e difficilmente riuscirà a innamorarsi e a dare amore.

Se invece riuscirà ad amare qualcuno sarà terrorizzato dalla prospettiva di un abbandono; in questo caso la persona sarà aperta per ricevere amore, ma non disposta a ricambiarlo.

Se la paura dell’amore è intensa potrebbe causare un’inversione del flusso energetico dall’interno verso l’esterno, provocando un bisogno di scappare ogni volta che esiste il pericolo di essere coinvolto in un rapporto amoroso, e creando un vuoto interno con contrazione dei muscoli della cassa toracica che tenderà a colmare e liberare fumando o mangiando in eccesso.

La paura di essere colpiti al cuore (trauma) tende a causare patologie al pericardio (pericardite), implicato in quella che viene chiamata la “paura dell’amore”.


Tenendo conto che il corpo ha una polarità femminile nella parte sinistra e una polarità maschile nella parte destra, con la presenza di un conflitto, l’energia che viene consumata sarà corrispondente al sesso con cui si ha il conflitto. Un conflitto col femminile potrebbe portare a patologie della parte sinistra del busto con coinvolgimento dell’area toracica e dolore intercostale” (Butto N., Il settimo senso, 1998).

Appunti su deregolazione e slegamento patologico di un'istituzione sociale

"Grey's Anatomy"


Le istituzioni del settore sociale, e in particolare le istituzioni medico sociali, sono poste a confronto con tensioni massicce, generate dalla loro particolare posizione sociale e dalla natura del loro compito primario. 

Le istituzioni di cura o recupero presentano caratteristiche specifiche, di aspetto paradossale, che aumentano la loro fragilità. Per la loro missione sociale, ad esse si assegna una posizione transizionale tra la patologia-devianza e l'ordine sociale. 

Esse devono gestire e trattare ciò che il sociale esclude e si figurano come spazio di accoglienza del negativo (inteso come antisociale). Esse sono allo stesso tempo il luogo del riciclaggio dell'escluso, del rinnegato (reclusione del contro-modello), dell'impensabile. 

Dentro e parzialmente al di fuori del sociale, esse devono articolare due posizioni antagoniste per esercitare una funzione di tessuto connettivo (Guillaumin, 1981), e costituire due spazi di legami creativi. Questa posizione parzialmente paradossale mobilita la formazione di ideali che si enunciano in termini di tutto o niente riferendosi a un'oscillazione tra l'onnipotenza e l'impotenza (oscillazione maniaco-depressiva). Così le istituzioni costituiscono contemporaneamente un ideale garante dell'identità individuale (Enriquez, 1987) e un oggetto negativo, controinvestito, perché sempre insufficientemente buono. Si suppone che queste caratteristiche favoriscano la comparsa di fenomeni di deregolazione, di messa in crisi, persino di slegamento patologico dei legami istituzionali. 

"Scrubs"


E' utile differenziare lo slegamento patologico dei legami istituzionali dai movimenti di dissociazione normale, legati a un riflusso degli investimenti professionali, a qualche delusione o crisi circoscritta che precedono una mutazione o una riorganizzazione dell'insieme. Le deregolazioni che dipendono dall'eccesso o dalla carenza, dal sovrainvestimento o dal disinvestimento, si manifestano sotto forma di una sofferenza che attraversa le persone. E' utile ricordare che l'istituzione non soffre, soffrono solo le persone del loro legame con l'istituzione.
     
Lo slegamento dei legami istituzionali si esprime elettivamente mediante la messa in atto di procedure sacrificali, la designazione di vittime o capri espiatori, cioè il soggetto viene attaccato o distrutto a vantaggio dell'oggetto-istituzione. Il sacrificio può assumere la forma manifesta dell'esclusione, di manovre perverse che portano un operatore a dare le dimissioni, ma più spesso con la comparsa di sintomi psichici o somatici in alcune persone che diventano i porta-sintomo dell'insieme. 

Il gruppo si fa carico della dinamica istituzionale. Attraverso l'osservazione delle caratteristiche e funzioni dei suoi confini è possibile comprendere a cosa sta reagendo. Nei casi limite il porta-sintomo assume su di sé ciò che il gruppo non può elaborare ed espelle. 

Se la dinamica riguarda l'identità dell'istituzione, del gruppo, l'individuo somatizza sulla pelle. Ciò che riguarda l'identità è convertito su tutti gli aspetti di confine e contenimento. La pelle è il luogo dell'incontro, di scambio e definizione dell'identità. E' corretto osservare che gli episodi psicosomatici sono rivelatori privilegiati della sofferenza generata dal dissolversi dei legami istituzionali. Spesso le forme di questa somatizzazione prendono le vie della metabolizzazione e del contenimento: gli organi bersaglio sono il sistema digerente e la pelle del soggetto, prese a prestito dall'insieme per salvaguardare la propria funzione metabolica e contenitiva.

     
"Dr. House"


Altre modalità di slegamento utilizzano l'invidia: l'oggetto-istituzione idealizzato viene attaccato, fecalizzato, distrutto. L'attacco invidioso si sviluppa nella distruttività mediante condotte perverse e benché la perversione appartenga alla patologia di uno o alcuni soggetti, la sue espressioni più manifeste possono vedersi tollerate o sollecitate dall'insieme. 

L'attivazione dell'invidia mobilita la rivalità e un funzionamento arcaico che può essere esercitato in nome di un'ideologia o di una pseudo-teoria della cura. Si tratta di mettere in atto il dubbio e l'ambivalenza, di rinnegare i confini istituzionali e di rifiutare l'alterità: di negare le piccole differenze e quelle fondamentali sugli aspetti culturali e teorico-pratici dell'intervento. L'invidia è il sentimento elettivo della dinamica istituzionale. Prevede la presenza di tre attori: l'invidiato, l'invidioso e l'invidiante, quest'ultimo è il soggetto che dispone la scena e che avvia la procedura dell'invidia (invidiante è l'inviante del sentimento di invidia).   

Simboli e mondo interno

"Lot 62" di Cecily Brown - 1998


Considerando che la personalità umana non è mai unificata, ma variamente non integrata e lacerata da processi di scissione, tre possono essere i quesiti incontrati nell’approccio clinico alla schizofrenia:

- Come si forma il sistema delirante?
- Come possono alcune parti, o una parte, della personalità arrivare al punto di  vivere in questo mondo delirante del “nessun luogo”?
- Quali sono i fattori che determinano l’accesso alla coscienza dello stato mentale di tale parte o parti deliranti?

Il sistema delirante presenta delle analogie con la costruzione dell’immagine del mondo nel senso di Money-Kyrle, qualcosa che viene eretto a poco a poco attraverso l’apprendere dall’esperienza, nel senso di Bion, ed è fabbricato a poco a poco parallelamente alla costruzione del mondo e della realtà psichica.

Ma, proprio come la realtà psichica viene costruita attraverso un processo di formazione simbolica, conseguenza dell’introiezione di simboli ricevuti, il sistema delirante è fabbricato per mezzo di un processo di formazione di simboli che ha fallito, quello che Bion ha chiamato “elementi beta con tracce di Io e Super-Io”, che sono le macerie della “funzione alfa rovesciata”.

In risposta al terzo quesito sull’accesso alla coscienza di materiale delirante, bisogna chiarire che il termine coscienza è utilizzato nel senso di organo per la percezione di qualità psichiche (Freud), e perciò di attenzione (Bion) oppure di percezione di fenomeni (Platone).

Dal momento che la frammentazione del Sé è, in maggiore o minore misura, un attributo universale dell’apparato mentale, “l’organo dell’attenzione” è altamente valutato e conteso dalle varie parti del Sé a causa del suo diretto accesso alla motilità (Freud), sebbene non detenga in alcun modo il monopolio al riguardo.

Come accade che una parte o parti della personalità arrivino ad abitare in questo mondo del “nessun luogo”? Dobbiamo dedicare attenzione alla quarta area della realtà psichica, cioè l’interno degli oggetti interni, il mondo claustrofobico degli stati psicotici borderline.

"Trouble in paradise" di Cecily Brown - 1999


L’ingresso nell’identificazione proiettiva è un fenomeno onnipresente nella prima infanzia, stabilitosi soprattutto durante i conflitti intorno ai processi escretori e aggravato dalle fantasie di attività masturbatorie intrusive, specie nella masturbazione anale.

Mentre il perseverare di una parte infantile che vive in uno stato d’identificazione proiettiva con un oggetto interno, di solito la madre e di solito a livello parziale, fa soprattutto emergere solo sintomi claustrofobici o agorafobici e tendenze maniacali o depressive, quando tale parte nascosta della personalità abbia guadagnato il controllo dell’organo della coscienza, avvengono dei marcati cambiamenti generali.

Prima di tutto l’esperienza del mondo esterno diventa dominata dall’atmosfera claustrofobica, il che significa che la persona, in qualunque situazione si trovi, si sente intrappolata. Ovunque c’è un’atmosfera di catastrofe imminente e “porte chiuse” (Sartre).

In secondo luogo, in risposta a questa sensazione sospesa di catastrofe imminente, l’immagine del mondo diventa compartimentalizzata e stratificata. I compartimenti, che hanno un forte connotato filogenetico o storico, si avvicinano nel loro significato alla suddivisione in Inferno, Purgatorio e Paradiso: nel retto, nei genitali o all’interno del seno o nella testa della madre primitiva.

Ogni organizzazione è vista come stratificata, gerarchica e perciò politica, sia che si tratti della famiglia, famiglia estesa, posto di lavoro o che sia socialmente concreta come un’istituzione oppure astratta come una classe o un’occupazione.

La qualità claustrofobica della mente, generando irrequietezza, spinge a cambiare area geografica e mobilita l’ambizione a salire una qualche scala sociale, esistente o meno, verso un’immaginaria salvezza verso l’alto” (Meltzer D., Claustrum, 1993)


Il cammino sconnesso

Sigmund Freud e sua figlia Anna 


Abbiamo acquisito la consapevolezza della controtraslazione che insorge nel medico per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che il medico debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla” (Freud S., Le prospettive future della terapia psicoanalitica, in Freud Opere, vol. VI).

Ciò che sin dall’inizio Freud scrisse sulla controtraslazione, declinò questo particolare stato dell’analista come una condizione personale che poteva essere d’intralcio allo sviluppo del trattamento. 

Il paziente, dall’eccessivo coinvolgimento emotivo dell’analista, avrebbe tratto per Freud solo svantaggi: lo scadimento qualitativo della figura dell’analista agli occhi del paziente, l’abbandono di una posizione di superiorità, che consentisse all’analista di osservare in modo distaccato le proiezioni di cui era bersaglio, le quali a loro volta, frutto di una psiche bisognosa di aiuto, avrebbero dovuto costituire il materiale delle interpretazioni, furono calcolati dall’autore come gli unici, nefasti effetti del controtransfert. 

Le interpretazioni, concepite come unico strumento conoscitivo di cui dovesse avvalersi l’analista, dovevano trovare il proprio luogo di elaborazione esclusivamente accanto alle nozioni medico-psicoanalitiche che l’analista, con la propria preparazione tecnica, aveva saputo accumulare:

Sigmund Freud


Da quando è aumentato il numero delle persone che esercitano la psicoanalisi e si comunicano reciprocamente le proprie esperienze, abbiamo notato che ogni psicoanalista procede esattamente fin dove glielo consentono i suoi complessi e le sue resistenze interne e pretendiamo quindi che egli inizi la sua attività con un’autoanalisi e la approfondisca continuamente mentre compie le sue esperienze sui malati. Chi non riesce a concludere nulla in siffatta autoanalisi, può senz’altro abbandonare l’idea di essere capace di interpretare un trattamento analitico sui malati.” (Freud S., ibidem).

In seguito Freud si rese conto che l’autoanalisi era insufficiente a comprendere e a isolare i conflitti dell’analista, per cui propose ai terapeuti di sottoporsi ad un’analisi prima personale poi didattica.” (Galimberti U., Dizionario di psicologia, 1992).

In ogni caso, fu ampiamente riconosciuto che, si tratti di un’autoanalisi, di un’analisi personale o di un’analisi didattica, l’analista dovesse sottoporsi comunque ad un addestramento che lo educasse al controllo dei propri vissuti che, condizionati dal rapporto con il paziente, potevano distorcere e annullare il valore terapeutico del trattamento.

Oggi, l’insegnamento dell’analisi didattica, deve soprattutto preparare l’analista a saper fronteggiare il desiderio d’instaurare una connivenza con il paziente, assecondandone desideri e coinvolgendosi nelle sue fantasie. 

"A Dangerous Method" di David Cronenberg - 2011


Un caso particolare di condizione traslativa, che per Freud costituì uno dei più grandi problemi per l’integrità del trattamento, fu l’innamoramento della paziente donna per l’analista uomo. Le parole dell’autore danno un’idea di come la controtraslazione costituisse una tentazione da allontanare:

Lo psicoanalista deve combattere una battaglia su tre fronti: in se stesso, contro le forze che tenderebbero ad abbassarlo dal piano dell’analisi; fuori dell’analisi, contro gli avversari che gli contestano l’importanza delle forze motrici sessuali e gli interdicono di avvalersene nella sua tecnica scientifica; e nella analisi stessa, contro le sue pazienti le quali da principio si comportano allo stesso modo degli avversari, ma in seguito manifestano chiaramente la sopravvalutazione della vita sessuale di cui sono preda, e vogliono rendere il medico prigioniero della loro passionalità socialmente incontrollata” (Freud S., Osservazioni sull’amore di traslazione, in Freud Opere, vol. VII).


Il sadismo prima e dopo Sade





Sawney Bean (1370-1435) crebbe in campagna, a circa quindici chilometri da Edimburgo, e per un breve periodo intraprese il lavoro del padre, sterratore e costruttore di siepi. Non gli piaceva lavorare, così decise di andare a vivere in una caverna di Galloway sulla riva del mare, insieme a una donna che, come lui, aveva inclinazioni sadiche.

Bean e la sua compagna rimasero in quella grotta per 25 anni senza mai recarsi in nessun altro posto e, attraverso una serie di incesti, la famiglia arrivò a comprendere otto figli, sei figlie, diciotto nipoti maschi e quattordici nipoti femmine. 

La famiglia Bean viveva assaltando i passanti e mangiando i cadaveri delle vittime conservati in salamoia nell’acqua di mare. Nella zona, si registrava ogni anno un’elevata percentuale di persone scomparse ma, visto che nessuno si salvava per raccontare quello che succedeva, la famiglia Bean riuscì a operare indisturbata per molti anni. 

Il modus operandi era sempre lo stesso: quando un gruppo di viaggiatori doveva essere attaccato (mai più di sei persone a piedi o due a cavallo), i membri del clan Bean circondavano le loro vittime per essere sicuri di non lasciarsi sfuggire nessuno. Le provviste di carne umana erano così abbondanti che gli arti in eccedenza venivano gettati in mare, provocando stupore e spavento tutte le volte che la marea li faceva ricomparire su qualche spiaggia.



La famiglia Bean venne catturata nel 1435. Avevano attaccato una coppia di viaggiatori ed erano riusciti a tagliare la gola alla donna “incominciando a succhiarle il sangue con così grande diletto che si sarebbe potuto credere fosse vino; fatto questo le avevano squarciato il ventre tirandole fuori tutte le budella”. 

Mentre l’uomo si difendeva strenuamente dagli assalitori, arrivarono altri sei viaggiatori e la famiglia Bean fuggì via, così ci fu finalmente un sopravvissuto in grado di raccontare ai magistrati di Glasgow (che informarono direttamente il re) quello che succedeva nella contea di Galloway.

Un esercito di 400 uomini accompagnati da cani si recò alla caverna, catturando Sawney e gli altri 47 membri della famiglia Bean. Vennero portati a Edimburgo e rinchiusi nella prigione di Leith, fino a quando furono giustiziati senza processo: agli uomini furono tagliate mani e gambe e i corpi mutilati vennero lasciati a dissanguare, le donne furono bruciate vive in tre roghi separati. Sia Sawney che i suoi familiari morirono senza il minimo segno di pentimento e continuando a bestemmiare a inveire contro tutti. 


H. W. Mudgett


Hermann Webster Mudgett (1860-1896). Le notizie biografiche sulla sua infanzia sono frammentarie e si sa poco delle sue origini. Nasce il 16 maggio del 1860 a Gilmanton (New Hampshire) e il padre è l’ufficiale postale del paese. Terminate le scuole, diventa maestro elementare e studia medicina senza riuscire a laurearsi (per un breve periodo, eserciterà a New York la professione di “medico”). A 18 anni si sposa con una ragazza del posto e ha un figlio ma, nel 1886, abbandona la moglie e il figlio e si trasferisce a Chicago dove, l’anno seguente, sposa una donna ricca, commettendo il reato di bigamia.

Mudgett arriva a Chicago senza denaro, ma con un obiettivo ben preciso in mente: diventare ricco in poco tempo. Vuole sfruttare a pieno le prospettive che sorgeranno nella città che si prepara ad accogliere l’Esposizione Universale del 1893. 

Pubblicamente, Mudgett si presenta come “il dottor H. H. Holmes” ed esibisce un certificato di laurea in medicina che sembrerebbe rilasciato dalla scuola medica di Ann Arbor in Michigan, mentre in realtà si tratta solo di un falso. Mudgett ha un’aria affascinante, rispettabile, ha molto successo con le donne e riesce a farsi ben volere da tutti.

A Chicago Mudgett trova un lavoro di facciata come commesso in una drogheria di proprietà di una vedova che, come altre donne, lo trova molto attraente. Dopo pochi mesi, la donna e la figlia scompaiono Mudgett afferma che si sono trasferite in California e gli hanno permesso di rilevare il negozio. 

Gli affari prosperano e la sua nomea di “dottore” competente e affidabile cresce costantemente, permettendogli di inventare “pozioni miracolose” che riesce a vendere con successo incrementando la sua fortuna. 

"Il castello" del dottor Holmes


Abile speculatore e venditore, Mudgett riesce ad acquistare un esteso appezzamento di terreno all’incrocio di due strade molto trafficate di Chicago e vi fa costruire uno sfarzoso palazzo di tre piani pieno di passaggi segreti, labirinti, corridoi lunghi e scuri, trappole girevoli e contenente un centinaio di stanze di varia metratura: costruzione che passerà alla storia come “il castello Holmes”. Nel 1888, l’edificio è completato e Mudgett vi si trasferisce, iniziando poi a viaggiare per tutti gli Stati Uniti.

Negli anni seguenti, Holmes attira molte giovani ragazze nel suo “castello” con offerte di lavoro fittizie e le fa scomparire nel nulla. Durante l’Esposizione del 1893, trasforma una parte dell’edificio in un albergo e ospita facoltosi viaggiatori giunti a Chicago per visitare la fiera e mai più ripartiti. Tutte le stanze dell’edificio erano attrezzate con valvole del gas nascoste che lui poteva azionare a distanza per avvelenare gli ospiti che dormivano ignari. 



Nel suo ufficio, c’era un gigantesco forno nel quale cremava i cadaveri per non lasciare alcuna traccia. Durante le perquisizioni minuziose effettuate dalla polizia quando Mudgett venne arrestato, furono trovati numerosi barattoli di acido, un tavolo chirurgico e una nutrita collezione di coltelli e bisturi: alcune ragazze venivano bruciate con l’acido e le ossa poi vendute per la ricerca medica. 

In un livello sotterraneo, c’era una “camera di tortura” di stampo medievale dove Mudgett conduceva i suoi “esperimenti”, per dimostrare come fosse possibile allungare il corpo umano il doppio rispetto al normale. Alcune stanze erano senza finestre, altre avevano muri insonorizzati, altre ancora avevano botole nascoste che si aprivano all’improvviso per far precipitare l’ospite nella cantina attraverso dei rapidi scivoli e alcune stanze avevano le pareti foderate d’amianto per poter essere trasformate in forni crematori.

Una stima esatta delle sue vittime è impossibile. Al processo, venne dichiarato colpevole di 27 omicidi che aveva confessato (più 6 tentati omicidi), ma la polizia era sicura che avesse ucciso almeno 150 persone e anche più. Tra le sue vittime non ci furono solo gli ospiti del castello, ma anche due delle tre mogli che aveva ucciso dopo averle torturate. In carcere, scrisse un memoriale in cui raccontava i suoi omicidi e lo vendette a un giornale, salvo poi sostenere che l’intera confessione era un trucco utile  a spillare un po’ di soldi.

La mattina del 7 maggio 1896, Hermann Webster Mudgett (o “il dottor H. H. Holmes”, come preferiva essere chiamato anche poco prima di morire) venne impiccato.


"In termini dinamici non è chiaro se il sadismo, come fusione di pulsioni libidiche e aggressive, sia una manifestazione di tendenze innate aggressive o la reazione a frustrazioni e umiliazioni. Analogamente non è chiaro se il piacere che deriva dall’attività sadica risieda nella vista del dolore altrui o nel senso di potenza che deriva dall’essere in grado di infliggere dolore" (Galimberti U., Dizionario di psicologia, 1992).

Linguaggio del volto

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