Due passi nella fenomenologia

"L'information scolaire" di Robert Doisneau - 1956


Nel 1900 le Ricerche Logiche di Edmund Husserl ci hanno fatto conoscere due tipi di oggetti, con i quali è in relazione la coscienza come intenzionalità: le cose reali, cioè le cose della percezione sensibile esterna o interna, e gli oggetti ideali, vale a dire le specie o essenze e le formazioni logiche.
Delle cose reali si ha un'evidenza che Husserl definisce inadeguata. 
Egli introduce la nozione di orizzonte di intenzionalità, che costituisce un approfondimento del concetto di evidenza, nell'ambito della percezione sensibile.

Della cosa esterna si ha una percezione che coglie la cosa nella sua corporea presenza e, tuttavia, è una percezione adombrante. La cosa percepita è percepita solo per singoli aspetti o adombramenti. Intorno ad un nucleo centrale, effettivamente rappresentato, c'è un orizzonte di altri elementi da apprendere, dei quali è possibile un'anticipazione secondo una regola e una maniera che sono preventivamente e necessariamente tracciate.

Le diverse percezioni, in quest'orizzonte di determinabilità della cosa, si incontrano nell'unità di una percezione, in seno alla quale la perdurante continuità della cosa si rivela in aspetti e lati sempre nuovi.

Edmund Husserl


Da ciò consegue che la percezione della cosa reale sia sempre, essenzialmente, inadeguata. In Husserl si hanno quindi due specie di evidenza, o intuizione, la prima che consiste nella visione di una individualità empiricamente determinata, la seconda che si identifica con la visione intellettuale di una essenza o di un rapporto di essenze.

In Husserl il divario incolmabile tra la cosa percepita e la cosa percepibile si risolve nella conseguenza che al di là della cosa percepita vi è sempre una cosa percepibile, un'unica e medesima determinabile x, la cui compiuta determinazione non può mai essere raggiunta.
Il significato della trascendenza della cosa naturale è in questo "al di là" del percepito e del determinato. Ma in che senso si parla qui di trascendenza della cosa naturale? L'oggetto, qualsiasi oggetto, è soltanto un fenomeno all'interno della relazione intenzionale.

Che relazione ci sarà fra l'oggetto come fenomeno, semplice correlato dell'atto intenzionale della coscienza, e la cosa naturale intesa come una realtà trascendente nel senso tradizionale del termine?

La peculiarità della riduzione fenomenologica (epoché) consiste proprio nel sospendere e nel neutralizzare questo problema, cioè nel mettere tra parentesi l'atteggiamento naturale, cioè la persuasione dell'esistenza di un mondo spazio-temporale che sia indipendente da noi, dalla nostra coscienza.

"Il ginocchio di Claire" di Eric Rohmer - 1970


La riduzione fenomenologica ha come presupposto l'io, la coscienza, ma non un io psicologico, il cui vissuto sia nel mondo al pari degli altri oggetti naturali. Il suo principio non può essere altro che un io puro che non è nel mondo ma è il fondamento assoluto, nella sfera dell'intenzionalità, del senso di qualsiasi fenomeno e, perciò, anche del mondo.

Questo potrebbe far pensare a una tesi idealistica berkeleyana, in cui il mondo è trasformato in "apparenza soggettiva". Ma di fatto, afferma Husserl, nella riduzione fenomenologica, la realtà effettiva non è stata snaturata, negata. La tesi naturale, di pensare un mondo esistente al di fuori della nostra coscienza, non è assurda in se stessa, ma solo a condizione che ci si accorga che il mondo stesso ha il suo essere, in un certo "senso", che presuppone la coscienza assoluta, l'io puro, come sfera di conferimento di quel "senso".

La difficoltà d’interpretazione sta tutta nella necessità di dare un significato definito e non equivoco a questo "conferimento del senso" da parte della coscienza.

Husserl scarta l'interpretazione dettata dall'idealismo soggettivo, per cui l'oggetto o la realtà non sarebbero nulla all'infuori del senso che viene loro conferito dal soggetto, la quale comporterebbe la negazione della tesi naturale. Rifiuta però anche l'interpretazione dettata dal trascendentalismo kantiano, perché la sua posizione non è altro che una radicale affermazione della tesi naturale. L'analisi fenomenologica si limita invece a parlare soltanto del fenomeno, che s’identifica con l'oggetto intenzionale.

surrealismi digitali di Igor Morski


Per Husserl l'oggetto intenzionale, come unità di senso, implica atti costitutivi della coscienza che conferisce il senso, ma non viene dissolto nella realtà assoluta del soggetto (come nell'idealismo berkeleyano).


L'oggetto, il mondo, è semplicemente ciò che ha un senso in virtù dell'attività costitutiva dell'io, ovvero, un noema in rapporto alla noesi, cioè all'insieme degli atti della coscienza che in virtù della struttura e della forma dei suoi atti, condiziona la struttura e la maniera in cui è dato il correlato della coscienza.

Appunti sul delirio

"Io ti salverò" di Alfred Hitchcock - 1945 (scenografie di Salvador Dalì)


Considerando che la personalità umana mai è unificata, ma variamente non integrata e lacerata da processi di scissione, tre possono essere i quesiti teoretici incontrati nell’approccio clinico alla schizofrenia:

- Come si forma il sistema delirante?
- Come possono parti, o una parte, della personalità arrivare al punto di  vivere in questo mondo del “nessun luogo”?
- Quali sono i fattori che determinano l’accesso alla coscienza dello stato mentale di tale parte o parti deliranti?

Il sistema delirante presenta delle analogie con la costruzione dell’immagine del mondo nel senso di Money-Kyrle, qualcosa che viene eretto a poco a poco attraverso l’apprendere dall’esperienza, nel senso di Bion, ed è fabbricato a poco a poco parallelamente alla costruzione del mondo della realtà psichica.

Ma, proprio come questo viene costruito attraverso un processo di formazione simbolica riuscito attraverso l’introiezione di simboli ricevuti, il sistema delirante è fabbricato per mezzo di un processo di formazione di simboli che ha fallito, quello che Bion ha chiamato “elementi beta con tracce di Io e Super-Io”, che sono le macerie della “funzione alfa rovesciata”.

In risposta al terzo quesito sull’accesso alla coscienza di materiale delirante, bisogna chiarire che il termine coscienza è utilizzato nel senso di organo per la percezione di qualità psichiche (Freud), e perciò di attenzione (Bion) oppure di percezione di fenomeni (Platone).

Dal momento che la frammentazione del sé è, in maggiore o minore misura, un attributo universale dell’apparato mentale, “l’organo dell’attenzione” è altamente valutato e conteso dalle varie parti del sé a causa del suo diretto accesso alla motilità (Freud), sebbene non detenga in alcun modo il monopolio al riguardo.

"Pi greco - Il teorema del delirio" di Darren Aronofsky - 1998


Come accade che una parte o parti della personalità arrivino ad abitare in questo mondo del “nessun luogo”? Dobbiamo dedicare attenzione alla quarta area della realtà psichica, cioè l’interno degli oggetti interni, il mondo claustrofobico degli stati psicotici borderline.

L’ingresso nell’identificazione proiettiva è un fenomeno onnipresente nella prima infanzia, stabilitosi soprattutto durante i conflitti intorno ai processi escretori e aggravato dalle fantasie di attività masturbatorie intrusive, specie nella masturbazione anale.

Mentre il perseverare di una parte infantile che vive in uno stato d’identificazione proiettiva con un oggetto interno, di solito la madre e di solito a livello parziale, fa soprattutto emergere solo sintomi claustrofobici o agorafobici e tendenze maniacali o depressive, quando tale parte nascosta della personalità abbia guadagnato il controllo dell’organo della coscienza, avvengono dei marcati cambiamenti generali.

Prima di tutto l’esperienza del mondo esterno diventa dominata dall’atmosfera claustrofobica, il che significa che la persona, in qualunque situazione si trovi, si sente intrappolata. Ovunque c’è un’atmosfera di catastrofe imminente e “porte chiuse” (Sartre).

In secondo luogo, in risposta a questa sensazione sospesa di catastrofe imminente, l’immagine del mondo diventa compartimentalizzata e stratificata. I compartimenti, che hanno un forte connotato filogenetico o storico, si avvicinano nel loro significato alla suddivisione in Inferno, Purgatorio e Paradiso: nel retto, nei genitali o all’interno del seno o testa della madre primitiva.

Ogni organizzazione è vista come stratificata, gerarchica e perciò, in un certo senso, politica, sia che si tratti della famiglia, famiglia estesa, posto di lavoro, o che sia socialmente concreta come un’istituzione oppure astratta come una classe o un’occupazione.

"Paura e delirio a Las Vegas" di Terry Gilliam - 1988


La qualità claustrofobica della mente, generando irrequietezza, spinge a cambiare area geografica e mobilita l’ambizione a salire una qualche scala sociale, esistente o meno, verso un’immaginaria salvezza verso l’alto” (Meltzer D., Claustrum, 1993)


Due parole sul tacere

"Qualcuno volò sul nido del cuculo" di Milos Forman - 1975


Il porta-parola è colui che nel gruppo, a un determinato momento, dice qualcosa, enuncia qualcosa e questo qualcosa è il segno di un processo gruppale che fino a quel momento è rimasto latente o implicito, come nascosto nella totalità del gruppo. Come segno, ciò che denuncia il porta-parola va decodificato, ossia va spogliato del suo aspetto implicito. In questo modo viene decodificato dal gruppo ciò che segnala il significato di questo aspetto. Il porta-parola non ha coscienza di enunciare qualcosa della significazione gruppale che ha luogo in quel momento, ma solo di enunciare o di fare qualcosa che vive come proprio” (Pichon-Riviére, 1978). 
      
La parola diviene il contenitore dell'esperienza, sostituendo la pelle nelle sue funzioni di confine e contatto. L'esperienza si attua sul confine di contatto, come afferma Goodman (1951), e nel gruppo, ma anche nell'individuo, l'identità (dal latino identitate, da idem, “proprio quello stesso”; uguaglianza completa e assoluta), ha esperienza sul suo confine che è la parola. 

Nella concezione di porta-parola di Piera Aulagnier, l'identità è devoluta al discorso della madre nella strutturazione della psiche del bambino. Per un'uguaglianza completa e assoluta dell'esperienza la parola discorsiva della madre accompagna, commenta e anticipa le attività e i supposti pensieri del figlio. 

"Il grande silenzio" di Philip Groning - 2005


Silenzio, da latino silentium, siléretacere”, di origine indoeuropea. Tacere, di etimologia incerta; tacito, che tace, mantiene il silenzio, che non è espresso apertamente ma si può facilmente intuire, aspettare tacitamente. 

Nel vissuto che la nostra cultura ha del silenzio c'è una condizione di attesa e rivelazione. Attesa che qualcosa si riveli, in un silenzio che è ascolto e nel quale emerge la possibilità di un'intuizione, di una nuova comprensione dell'esperienza. Questa comprensione ha di nuovo l'identità tra l'esperienza e l'esperiente, senza nessun bisogno di ricorrere ad una comprensione successiva che utilizzi la riflessione. 

Come nel silenzio, anche nel racconto efficace, il gruppo viene narrato a se stesso, attraverso un linguaggio che Bion chiama dell'effettività e che ha la stessa immediatezza e forza dell'azione. 

Il luogo di contatto e comunicazione che la parola “incarna” nel dialogo collettivo, diventa il luogo dell'identità di gruppo e la forma parlante dei suoi bisogni, messa in evidenza su uno sfondo confuso, ed esterno, di verbalizzazioni. 

Nelle situazioni di contatto il sé è la volontà che forma l'interesse nel campo delle interazioni, il sé è il processo dell'individuazione nel campo della situazione di contatto. Il senso di questo processo formativo, cioè  il rapporto dinamico tra interesse e campo (Perls questo rapporto lo indica con figura/sfondo), è l'identità: sentire che nella situazione di contatto, la situazione incompiuta tende a completarsi. 

tavola di Maurits Cornelis Escher - 1953


Il sé è il confine del contatto in funzione; 
la sua attività consiste nella continua
formazione di rapporti figura/sfondo
(R. F. Hefferline)

Il sé esiste non come un'istituzione fissa, ma come un adattamento a problemi e situazioni intense e difficili (esperienza incompiuta o conflitto precocemente sedato). Quando queste situazioni e problemi si avvicinano ad un compimento o a soluzione (dal latino solutus, sciolto; liberazione, dissolvimento), il sé diminuisce.     

         

Prepariamoci a una nuova stagione di relazioni

"Magnolia" di Paul Thomas Anderson - 1999


LA MOTIVAZIONE è un impiego di energia in una direzione specifica per uno scopo specifico. 

Nel contesto dell'intelligenza emotiva significa fare uso del sistema emozionale per catalizzare l'intero processo e mantenerlo attivo. Il fatto di non essere motivati è una situazione penosa. Si può arrivare a sentirsi depressi, isolati, spaventati e ansiosi. 

Esistono quattro fonti di motivazione:

1. Tu stesso/a (auto-enunciazioni motivazionali)
2. Amici, colleghi e familiari disposti ad aiutarti
3. Una guida emozionale
4. Il tuo ambiente

Per l'auto-motivazione esistono gli esercizi del Primo Giorno di lavoro e della Migliore Giornata lavorativa. 

Esercizi 

1) Il mio Primo Giorno di Lavoro:

- E' il primo giorno del mio nuovo impiego e ho ricevuto tutte le informazioni da chi mi ha preceduto in quel posto

- Affronto i nuovi compiti con l'attenzione che una cosa nuova richiede e con il giusto entusiasmo per portarla a buon fine

- Uso il Primo Giorno come risposta condizionata


2) “La Migliore Giornata” lavorativa:

- Immagino che questa sia la mia migliore giornata lavorativa

- Immagino alcuni compiti che potrei assolvere in questa specifica giornata

- Entro in contatto con l'ottimismo, l'entusiasmo e la sicurezza che provo in questo giorno

- Uso la Migliore Giornata come risposta condizionata

"Quello che le donne vogliono" di Nancy Meyers - 2000


Muoviti!

Quando si fa attività fisica il sangue viene pompato più velocemente in modo che più sostanze nutritive vengano portate ai muscoli, agli organi e ad altre parti del corpo e il respiro si fa più frequente, in modo che una maggiore quantità di ossigeno arrivi alle cellule. 

Quando ritorni alla scrivania dopo la passeggiata, oppure qualsiasi altra attività che implica un movimento, il corpo e il cervello sono stati riforniti degli elementi nutritivi di cui hanno bisogno. 

Ciò ti impedisce di provare sonnolenza e fa funzionare meglio il cervello. Inoltre la ragione per cui ci sentiamo rinvigoriti dopo l'attività fisica è che questa stimola la produzione di endorfine (peptidi prodotti dal cervello con effetto oppiaceo; un peptide è un composto di amminoacidi legato tra loro da legami peptidici). Perciò ogni volta che senti la motivazione indebolirsi oppure l'energia calare, alzati e muoviti.

Il Mentore 

Se pensi a una persona che ti piacerebbe avere accanto nella tua vita lavorativa, un eroe che ti ispira, allora questa è la persona da scegliere come mentore emozionale. Questa persona dovrà diventare il tuo modello motivazionale, l'individuo a cui chiedere: “Che cosa faresti tu in questa circostanza? Come ti sentiresti in questa situazione?

Esercizio 

Usa al meglio il MENTORE emozionale:

1. Scegli come maestro di vita una persona che ti motivi in modo straordinario
2. Scegli un momento motivazionale nella vita di quella persona e rivivilo spesso
3. Richiama spesso alla tua mente la tua guida

Come accade con le altre risposte condizionate, alla fine non dovrai più raccontare la storia che ti motiva: il fatto di nominare semplicemente il tuo maestro di vita, oppure di fissarti la sua immagine nella mente, farà da sprone alla tua motivazione.

La tua SALUTE può esercitare un'influenza enorme sul livello di motivazione e lo stesso accade con l'ambiente. Per ambiente si intende l'aria, la luce, i suoni e gli oggetti che sono propri del luogo di lavoro. Questi elementi devono contribuire il più possibile al tuo benessere, se vuoi concentrarti in modo ottimale e produttivo. 

"Il diavolo veste Prada" di David Frankel - 2006


Per esempio l'aroma della menta piperita e del cedro aumentano la concentrazione e i livelli di energia; le ricerche della Takasago (fabbrica giapponese di fragranze) hanno dimostrato che il 54% delle persone al lavoro sui computer fa meno errori di battitura quando l'ambiente è profumato al limone, il 33% in meno col gelsomino, il 22% con la lavanda; oppure, è stato dimostrato che la musica di Mozart aumenta l'acutezza mentale. 

La musica barocca con meno di sessanta battute al minuto può aiutare a stimolare la concentrazione. Nel 1982 Al Lawly della University of Oregon ha condotto una serie di studi per dimostrare come l'illuminazione possa influire sulle motivazioni. 

Ha esaminato numerose persone depresse durante i mesi invernali, arrivando alla conclusione che la depressione era dovuta alla mancanza di raggi ultravioletti (UV) che colpiscono il lobo occipitale del cervello. Questa sindrome è attualmente nota come SAD (Disturbo Affettivo Stagionale), facilmente curabile sedendosi sotto una fonte di luce ultravioletta. 

Anche il colore è correlato alla luce e anche i colori influiscono sulla motivazione. Il rosso fa aumentare i battiti cardiaci, il verde e il blu calmano, il giallo facilita la creatività e l'energia.

Circondati di oggetti che ti siano di supporto motivazionale.

Un'immagine che riproduce il tuo mentore emozionale, oppure una frase ispiratrice, possono attivare la tua motivazione.

Come gestire un ostacolo e creare un rilancio

"Ma come fa a fare tutto?" di Douglas McGrath - 2011


L'intelligenza emotiva ti fornisce una “cassetta porta-utensili” che ti permette di valutare un ostacolo (setback) e avviare un rilancio (comeback):

- Sintonizzati sui sentimenti e sulle interpretazioni
- Usa dichiarazioni motivazionali rivolte a te stesso/a e dialoghi interiori costruttivi
- Mantieni il senso dell'umorismo
- Esercitati nel rilassamento
- Impegnati in attività fisiche
- Usa le tecniche per la soluzione dei problemi
- Utilizza la tua squadra di supporto (te stesso/a, il tuo mentore, ecc.)
- Rivedi i tuoi traguardi e stabilisci nuove mete.

Sebbene la velocità con cui ci si muove in una situazione di setback e il modo in cui lo si fa siano propri di ciascun individuo, le fasi attraverso cui ogni persona passa sono comuni a tutti: incredulità, rabbia, desiderio di far tornare indietro il tempo, depressione, accettazione, speranza e attività positiva.

Pensa a tutte le interazioni con altri individui in cui ti trovi coinvolto/a durante una giornata di lavoro. Queste interazioni a volte implicano delle trattative, riuscire a convincere, essere un/una leader, affrontare con risolutezza i contrasti, coordinare un lavoro di squadra. La chiave per gestire questi rapporti, affinché siano di beneficio per tutte le persone coinvolte, è l'intelligenza emotiva. 

Cinque sono le tecniche che ti garantiscono che un colloquio può concludersi in maniera positiva:

1. Auto-rivelazione: cioè dire con chiarezza all'altro ciò che pensi, che senti e che vuoi
2. Sicurezza di sé: affermare le proprie opinioni, idee, esigenze e convinzioni nel rispetto di quelle degli altri
3. Ascolto dinamico: sentire ciò che l'altro sta realmente dicendo
4. Critica: esprimere in modo costruttivo le proprie idee  e i propri sentimenti riguardo alle idee e alle azioni dell'altro
5. Comunicazione collettiva: comunicare in un contesto di gruppo

La chiave per l'uso dell'auto-rivelazione sta nell'ammettere che sono alcune precise esperienze a condurti ai tuoi pensieri, idee, sentimenti e che quindi questi sono tuoi e soltanto tuoi. Comprendendo ciò, non solo conferisci legittimità a pensieri, idee e sentimenti, riconoscendo che sono basati su qualcosa di concreto e personale, ma accetti anche che gli altri abbiano i propri pensieri, idee e sentimenti, basati sulle proprie esperienze e quindi per loro legittimi.

Sintonizzati con i tuoi sentimenti 

Comunica ciò che senti con esattezza e fai attenzione a una cosa importante:

- la gente spesso confonde le dichiarazioni “io penso” o “secondo me”, con quelle “io sento”

Esempi: “sento che questa cosa non è giusta”, “sento un carico di lavoro eccessivo” “mi sento sfruttato/a”. La confusione grammaticale indica una confusione tra i livelli dell'esperienza, il che può generare difficoltà nella comunicazione e ostacolare il raggiungimento di buoni risultati. 

Restituendo la giusta collocazione ai contenuti dell'esperienza si migliora l'auto-rivelazione e l'efficacia della comunicazione. Esempio: “Facendo due calcoli il mio lavoro è decisamente sotto-pagato, quindi penso che se ne stiano approfittando e mi stiano sfruttando, questo mi fa prima arrabbiare e poi deprimere, perché non ho soluzioni alternative”.

E' fondamentale non aspettarti che l'altro cambi il proprio atteggiamento in seguito alle tue rivelazioni. Può darsi che lo faccia, ma non puoi certo aspettartelo. Limitati ad accettarti e essere in sintonia con i tuoi sentimenti, di rivelarli in modo esatto e di usare la sensibilità. E' inutile e penoso continuare ad arrabbiarsi con gli altri che non compiono il proprio dovere. 

Usa dichiarazioni di intenzioni per far conoscere all'altro i tuoi desideri. Questo ti permette di capire meglio quali siano davvero le tue intenzioni, quali puoi dire agli altri e quali è meglio che tieni per te. Queste dichiarazioni informano gli altri del perché delle tue azioni passate, presenti o future, chiarendo la sequenza e la comprensibilità degli eventi. Nel contesto dell'intelligenza emotiva, queste dichiarazioni permettono agli altri di sapere che ti preoccupi di come recepiscono le tue azioni e dell'impatto che un'errata percezione potrebbe avere su di loro.

La sicurezza in se stessi è la capacità di affermare i propri diritti, opinioni, idee e convincimenti, rispettando nello stesso tempo quelli degli altri. Contrariamente all'aggressività, che ignora la necessità altrui e all'inerzia, che trascura quelle personali, la sicurezza è un modo emozionalmente intelligente di soddisfare le proprie esigenze.

"In the cut" di Jane Campion - 2003


Esercizio 

1. Documenta bene la tua posizione all'altro, rammentando i fatti rilevanti; qualche volta è necessario sottolineare o richiamare alla mente dell'altra persona le ragioni che determinano la tua posizione

2. Ammetti di capire la posizione dell'altro, comunichi che hai ben presenti le sue esigenze, anche se hai idee diverse su come fronteggiarle

3. Ripeti i tuoi concetti, il modo migliore per opporsi (se è necessario) è dimostrare che l'altro non può fare ciò che sta cercando di fare; ripetigli esattamente qual è la tua posizione, sii coerente e non alzare la voce

4. Usa le dichiarazioni di sentimenti e di stati d'animo

5. Documenta i motivi della tua posizione, specifica ciò che è ragionevole nella tua posizione e ciò che è irragionevole nella posizione dell'altro

6. Sforzati di trovare un compromesso, il tuo scopo dovrebbe essere una reciproca soddisfazione, raggiunta con fermezza; non stai rinunciando al tuo punto di vista, ma vuoi dare all'altro qualcosa che lo faccia sentire soddisfatto del risultato

Quando metti in pratica questi suggerimenti devi focalizzare l'attenzione su due importanti considerazioni: 1. sei consapevole dei messaggi che il tuo corpo comunica; 2. non cedi né all'aggressività né all'inerzia.

Ascolto Dinamico

E' un esercizio di intelligenza emotiva che introduce un alto grado di consapevolezza nel processo di comprensione, di riconoscimento dei pensiero dell'interlocutore e delle risposte. L'auto-consapevolezza entra in gioco quando comprendiamo che spesso permettiamo ai nostri filtri personali di mascherare, o trasformare, le informazioni che riceviamo, impedendoci di cogliere l'aspetto emotivo che si nasconde dietro le dichiarazioni di un individuo. 

- Il filtro della preferenza: in situazioni che generano ansia e rabbia, siamo propensi ad avvertire solo ciò che vogliamo. Per esempio solo le parti buone di un discorso se abbiamo bisogno di rassicurazione, solo le parti disastrose se vogliamo che la situazione collassi.

- Il filtro “chi”: ci impedisce di sentire ciò che è stato detto perché attribuiamo importanza a chi l'ha detto. Ciò che sappiamo, o crediamo di sapere, della persona che parla, fa sì che non riusciamo a percepire il vero messaggio. Il filtro “chi” funziona soprattutto in situazioni che contemplano persone con cui ci sono state esperienze negative o su cui si sono sentiti giudizi negativi. 

- Il filtro dei fatti: qualche volta riusciamo a sentire solo i fatti e ignoriamo i messaggi emozionali. Non udendo il contenuto emotivo che l'altro cerca di comunicarci, non riusciamo a dare una risposta efficace.

- Il filtro dei pensieri devianti: qualsiasi sia la ragione, una mente distratta può essere d'impedimento più di qualsiasi altro filtro. 

"Carnage" di Roman Polanski - 2011


Esercizio 

1. Riassumi le dichiarazioni di chi parla, questo ti permette di dire con parole tue quello che hai sentito e, ripetendo all'interlocutore quanto espresso da lui, gli dai la possibilità di rettificare eventuali malintesi

2. Usa frasi di riscontro come “capisco”, “davvero?”, “vorrei sentire qualcos'altro in proposito

3. Riscontra le dichiarazioni di sentimenti con affermazioni che danno all'interlocutore la certezza che capisci la sua emotività e te ne preoccupi, tipo “so che tu...”

4. Cerca di fornire segnali non verbali appropriati. Hanno lo stesso scopo delle frasi di riconoscimento, ma usano un linguaggio gestuale anziché le parole. Per mostrare all'interlocutore che ascolti e capisci benissimo, stabilisci un contatto diretto con lo sguardo, protenditi verso di lui/lei e annuisci.


Sognare è capire


"La zona morta" di David Cronenberg - 1983


"Darò per scontata la presenza nella personalità di fattori che si combinano tra loro in modo tale da determinare entità stabili che definirò col termine di funzioni della personalità" (Bion W. R., Apprendere dall'esperienza, 1972). 

La funzione alfa (alfa sono le onde cerebrali nello stato di sonno) nell'uomo permette di comprendere la realtà in modo tale che questa possa essere ricordata e utilizzata per pensare. 

Agisce sulle impressioni sensoriali e sulle emozioni, producendo elementi o ricordi che possono essere immagazzinati ed usati. 

Per apprendere dall'esperienza Bion pensa che la funzione alfa debba operare sulla consapevolezza dell'esperienza emotiva: "Dalle impressioni di tale esperienza scaturiscono elementi alfa" (Bion, 1972). 

Wilfred Ruprecht Bion


L'elemento alfa rappresenta: "Il risultato del lavoro compiuto dalla funzione alfa sulle impressioni sensoriali. Essi non sono oggetti del mondo della realtà esterna, ma prodotti del lavoro compiuto sui dati percettivi che si crede si riferiscano a dati della realtà" (Bion W. R., Gli elementi della psicoanalisi, 1979). 

La strutturazione della funzione alfa è strettamente collegata alla capacità che la madre ha avuto di fornire amore e comprensione al bambino: questa capacità è chiamata da Bion reverie (dal francese rever, sognare, fantasticare, delirare). 

La funzione alfa trasforma continuamente elementi sensoriali in elementi alfa che vengono immagazzinati e si condensano in modo tale da formare una struttura dell'apparato psichico: "Questa barriera di contatto che è in continua formazione, segna il punto di contatto e di separazione fra gli elementi consci ed inconsci e genera la distinzione tra loro" (Bion, 1972). 

L'integrazione degli elementi sensoriali endopsichici ed esopsichici permette la completezza dell'esperienza e un buon funzionamento di sintesi e percezione. 

Nell'individuo psicotico l'esperienza invece viene scissa nelle sue diverse componenti: il bambino psicotico non riesce a integrare l'esperienza dell'allattamento con sensazioni psichiche gratificanti. 

Francesco Corrao


Nel lavoro gruppale la funzione alfa è direttamente disponibile nella forma che le ha dato Francesco Corrao (1981). Egli suggerisce di chiamare funzione gamma il corrispettivo nel gruppo della funzione alfa dell'individuo. 

La funzione gamma esegue operazioni sugli elementi sensoriali ed emotivi generando elementi gamma disponibili per la formazione di pensieri gruppali onirici e mitici e per differenziare il conscio dall'inconscio. 

L'attivazione della funzione gamma implica una parziale  e reversibile destrutturazione della funzione alfa degli individui che partecipano al gruppo (Neri C., Gruppo, 1995).

Abbracciami e non lasciarmi più



Il desiderio d’intimità è vissuto come un flusso di eccitazione lungo la parte anteriore del corpo che coinvolge la bocca, le labbra e le braccia.

È il sentimento che fa protendere il neonato e il bambino verso la madre per avere contatto e nutrimento e il cui appagamento è fonte di beatitudine.

Ma se i bisogni orali del bambino non sono appagati il desiderio permane nella maturità come un dolore persistente al torace e alla gola.

Nel XIX secolo, quando l’allattamento al seno era diffuso, i bambini conoscevano questa beatitudine. Ma se venivano svezzati troppo presto la ricerca di appagamento orale, equivalente alla beatitudine, tendeva a trasformarsi nella ricerca di un amore romantico, che però non poteva realmente soddisfare il bisogno orale.

"Amore e Psiche" di Antonio Canova - 1788/1793


Per un adulto l’appagamento è possibile solo al livello realistico della sessualità come orgasmo, non al livello romantico dell’amore come beatitudine.

Nell’individuo romantico del diciannovesimo secolo, che era anche sessualmente inibito, il desiderio orale non appagato veniva contenuto nel petto, creando tensioni e sottoponendo i polmoni a uno stress che a sua volta predisponeva alla tubercolosi.

Lo stress emotivo del desiderio orale non appagato non è il solo fattore responsabile della malattia: la persona deve essere esposta al virus. Non tutte le persone esposte al virus sviluppano questa malattia, quindi altri fattori come sovraffollamento, nutrimento inadeguato, mancanza di aria fresca, di esercizio fisico e fatica contribuiscono a sottrarre energia alla persona e a renderla incapace di affrontare l’infezione. L’attitudine caratteriale è tuttavia il fattore che in larga misura determina il tipo di malattia che si svilupperà se lo stress esistenziale diventerà insopportabile.

Se la tubercolosi può essere considerata la malattia rappresentativa del XIX secolo, il morbo rappresentativo del ventesimo secolo è sicuramente il cancro.

Quale atteggiamento emotivo può avere con il cancro lo stesso rapporto che il romanticismo aveva con la tubercolosi?

"Roma città aperta" di Roberto Rossellini - 1945


Un atteggiamento tipico della seconda metà del XX secolo è la disperazione.

L’idea che malattia e cultura siano in relazione è espressa da Henry Sigerist (1985), che scrive: “In ogni epoca certe malattie sono in primo piano […] sono caratteristiche di quell’epoca e si adattano perfettamente alla sua struttura”.

Anche Wilhem Reich in “La biopatia del cancro” ha esposto la stessa idea, avanzando l’ipotesi che il terreno sul quale si sviluppa questa malattia è la rassegnazione emotiva. Ha descritto il processo del cancro come una contrazione dell’energia vitale nel corpo e le cellule tumorali come il prodotto della disintegrazione del tessuto normale.

Ma la disperazione non è la stessa cosa della rassegnazione emotiva, perché la disperazione non esiste senza la speranza: quando questa si perde, la disperazione diventa rassegnazione, che è un arrendersi alla morte. Nel malato di cancro questi atteggiamenti emotivi non sono consci: è una sua caratteristica rinnegare la propria disperazione e, più tardi, la rassegnazione emotiva nella quale sfocia.

La negazione della disperazione crea una situazione di stress per l’organismo, che lentamente esaurisce le proprie riserve di energia. Ciò è chiaro quando riscontriamo che la negazione si concretizza in un programma di attività apparentemente sensate, avvolte in una facciata di ottimismo.



Il falso ottimismo è una difesa contro la disperazione sottostante, ne impedisce lo sfogo in pianti e lamenti. Anche l’attività non porta ad alcun risultato, poiché inconsciamente è volta a negare la disperazione.

Occorre notevole energia e forza di volontà per far sì che il corpo continui a muoversi e a funzionare a dispetto del profondo desiderio di rinunciare e lasciarsi andare. Quando alla fine prevale l’esaurimento, l’organismo si rassegna alla morte e lentamente abbandona la vita: si tratta di un processo inconscio, mentre al livello conscio viene fatto ogni sforzo per mantenere la facciata dell’ottimismo e tirare avanti.


Può sembrare una contraddizione dire che se uno si arrende alla disperazione trova la vita e la gioia, eppure è vero, come spiego in 'Paura di vivere' del 1982. La disperazione deriva da esperienze dell’infanzia e rappresenta l’incapacità di conquistare l’amore dei genitori” (Lowen A., La voce del corpo, 2001)

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...