Riscuoterò dal tuo corpo

"Hostel" di Eli Roth - 2005


I disturbi della personalità o le sindromi psicotiche, in cui compaiono elementi sadici, si sviluppano in individui che hanno avuto genitori pedo-fobici, che non hanno saputo entrare in contatto con il corpo e i bisogni dei figli. 

Il bambino, durante l’allattamento, succhia il latte e riceve una stretta vigorosa che lo fa sentire al sicuro. Dopo qualche mese, nel corso di questi contatti con il genitore, egli comincia a sentire un’indefinita sensazione di piacere localizzata nella zona genitale, che comincia a guardare e toccare. 

A questo punto è il genitore che deve fare i conti con la propria sessualità. 

Potrebbe accadere che se questi conti non tornano, il genitore continua a essere disponibile per la soddisfazione dei bisogni orali, ma non accetta alcuna forma di sessualizzazione. 

Il bambino, che dipende dal genitore per la sua sopravvivenza, è costretto a negare il piacere sessuale che prova in quel contatto o trasformarlo in qualcos’altro, il più delle volte la sessualità negata diventa aggressività orale accentuata, e il bambino morde il capezzolo della madre durante l’allattamento o cerca di stringerla più che può con la sue piccole mani. 



Questa prima forma di sadismo ha la doppia funzione di scarica delle tensioni sessuali negate del bambino e una punizione che egli opera sul corpo del genitore che non ha accettato tutti i suoi bisogni.

“Diciamo che il nerbo del factum è dato dalla massima che propone la sua regola al godimento, insolita nel suo porsi in termini di diritto alla moda di Kant, dato che si pone come regola universale. Enunciamo la massima: ho il diritto di godere del tuo corpo e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni che io possa avere il gusto di appagare. Ecco la regola cui si pretende si sottomettere la volontà di tutti, per poco che una società la renda effettiva con le sue costrizioni” (Lacan J., Kant con Sade, in Scritti, vol. II, 1974)

La radice etimologica (exactus, esatto) di esazione contiene il termine riscuotere, quanto i termini imporre e gravare.

Le tendenze sadiche in alcune personalità patologiche suggerisce che, un possibile sviluppo della sovrapposizione tra nutrimento e sessualità, è rappresentato dall’esperienza piacevole dell’imposizione della propria volontà sul corpo altrui. 

Il comportamento sadico permetterebbe all’individuo di vivere l’esperienza concreta del prendere realmente qualcosa dall’altro e nutrirsene. In questo caso il prendere ha valore di nutrimento ed è primario per il soggetto.

"Il silenzio degli innocenti" di Jonathan Demme - 1991


Le ricerche criminologiche su spree killer (assassini compulsivi) e serial killer (assassini seriali), indicano la misura estrema alla quale si può attenere un individuo, la cui sopravvivenza emotiva è legata ad un contatto sadico col corpo altrui. 

In genere, questi individui hanno avuto delle separazioni precoci o genitori violenti o sadici affettivi. La normale esperienza infantile di credere che il nutrimento provenga dal corpo del genitore è stata precocemente interrotta o non è mai avvenuta. 

L’individuo può aver conservato una fame mai soddisfatta e delle fantasie cannibalesche, mai placate da soddisfacenti allucinazioni infantili, legate alla vicinanza corporea del genitore. 

Nella realtà psichica incompleta del bambino molto piccolo, alcune scene di divorazioni allucinate non sono mai avvenute. La lontananza dal corpo dei genitori non ha permesso il nutrimento e il soggetto non si è potuto rassicurare a tal punto da arrivare alla simbolizzazione di queste allucinazioni cannibalesche. 

Il bambino rimane nell’angoscia di doversi nutrire e la sessualità, che comincia a emergere, gli suggerisce nuovi modi per poterlo fare.

In psicoterapia il paziente si nutre in forma allucinatoria del corpo del terapeuta. Il cliente parla dei fatti della sua vita, del suo dolore, per soddisfare anche esigenze sadiche di imposizione e riscossione (come indicato in Lacan). 



Il paziente va in terapia per nutrirsi e rassicurarsi. L’esperienza gradevole di mangiare e sopravvivere è assicurata dalla presenza del corpo del terapeuta. La relazione terapeutica, per le sue caratteristiche (il terapeuta è un estraneo disponibile e capace) permette di cogliere, nel vissuto del paziente, alcune condizioni emotive vicine a quelle della prima infanzia. 

Le fantasie che si sviluppano in questa relazione, da parte di tutti e due, cliente e psicoterapeuta, hanno grande forza e se adeguatamente esplorate, si rivelano simili a quelle del bambino entro i primi 3 o 6 mesi di vita: oralità, sessualità, sadismo.

In alcuni disturbi di personalità, riportati nel DSM-IV, compaiono comportamenti o pensieri di natura sadica. Nel corso dello sviluppo dell’individuo, questa modalità relazionale può acquisire anche caratteristiche masochistiche:

Disturbo paranoide
- sospetta di essere sfruttato, danneggiato o ingannato
- scorge significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli

Disturbo antisociale
- disonestà per profitto o piacere personale
- irritabilità e aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti
- inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri
- mancanza di rimorso, come indicato dall’essere indifferenti o dal razionalizzare dopo aver danneggiato, maltrattato o derubato un altro

Disturbo borderline
- Un quadro di relazioni instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione
- impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate
- ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante
- rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici)

Disturbo narcisistico
- ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative
- sfruttamento interpersonale
- manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri
- mostra atteggiamenti arroganti e presuntuosi 



Oltre al comportamento sadico puro, esistono varie forme compensate, come quella masochistica, che si osserva nei paranoidi o nei borderline. Una modalità masochistica potrebbe sorgere nel momento in cui il corpo dell’altro è vissuto come particolarmente assente. 

Il bambino, nell’urgenza di nutrirsi, rivolge attenzione al suo corpo. Le esazioni, che dovrebbero essere rivolte al corpo del genitore, diventano sadomasochistiche e autolesive e svolgono il doppio ruolo di prendere nutrimento e, attraverso il dolore percepito, placare l’ansia del distacco dal corpo del genitore (soprattutto nei borderline). 

Il paranoide immagina che gli altri potrebbero volere da lui quello che egli non ha ottenuto dal corpo dei genitori e che desidera ardentemente.

Altre forme compensate possono essere la dipendenza e l’ossessività, che nel caso della compulsione, acquista caratteristiche masochistiche. In questo caso è il Super-Io del soggetto ad essere particolarmente sadico.

Datemi una maschera e vi dirò la verità

"Amleto" di William Shakespeare - 1600


Se ammettessimo che le bugie sono una versione distorta della realtà esterna all’individuo, ma aderente a una realtà più intima e indicibile, sarebbe possibile utilizzarle per conoscere l’individuo che ne fa uso. 

Il contenuto di una bugia può non essere completamene casuale. Come nei sogni, il contenuto manifesto ha attinenza con il contenuto latente. Tornerebbe utile a questo scopo, cercare di decodificare la maschera che, come nel sogno, la parola ha dovuto indossare per ingannare la dogana della coscienza e poter uscire allo scoperto. 

Paradossalmente, la bugia potrebbe essere un tentativo di ricerca della realtà. In seduta, prima di procedere in questa operazione, il terapeuta deve istituire in sé un regime di legalità: 

Chi una volta ha proclamato la violenza con i propri metodi, è costretto a scegliere la menzogna come proprio principio. Un uomo semplice e coraggioso deve compiere solo un passo, non partecipare alla menzogna” (A. Solgenitsyn, intervista riportata su La Repubblica).

Penso che in ciascuno, anche nello psicoterapeuta, la violenza della bugia potrebbe essere il racconto di una condizione interna di disagio momentaneo. Attraverso la violenza che la bugia rappresenta, ciascuno tenta di raccontare ciò che vive dentro di sé in quel momento: un regime violento e tirannico, forse determinato dal proprio narcisismo onnipotente, che sequestra la spontaneità e la creatività, costringendo l’individuo, in quel momento, a essere distante dal piacere del contatto con la realtà. 

In seduta, questa condizione narcisistica, può opporsi alle capacità di accoglienza, ascolto e trasformazione di cui il terapeuta deve poter disporre. All’inizio il lavoro terapeutico si muove all’interno di una relazione che può avere caratteristiche super-egoiche e narcisistiche, che confluiscono nel transfert che il cliente produce sul terapeuta. 

L’assetto iniziale della terapia può, in più di un’occasione, ricalcare la forma della banda mafiosa interna, che sacrifica qualche verità per la conquista del piacere edonistico. Un piacere, per esempio, legato al sentirsi parte di una coppia speciale e potente nelle sue capacità intellettuali. Sarà uno dei compiti del controtransfert del terapeuta esplorare i vissuti connessi a questa condizione iniziale.



La notte seguente un lavoro con una paziente con difficoltà di gestione della propria aggressività, che stava idealizzando la coppia terapeutica, feci un sogno:
     
"Mi trovavo sul molo di un porto, insieme alla mia cliente e intorno a noi c’erano dei suoi amici (la gang mafiosa), che percepivo come potente e che apprezzavo per la sua estetica (era composta da ragazzi e ragazze molto belli). Allo stesso tempo provavo un forte timore rispetto a quella potenza, anche se in quel momento soddisfaceva i piaceri: si festeggiava qualcosa e tutti ridevano. Ero eccitato e avevo paura. Noto che alcuni membri della banda portano via una testa umana, racchiusa in un casco stretto e scuro. Lo caricano su una barca che salpa per il mare aperto. Mi sento incastrato e penso che non abbiamo nessuna possibilità di sottrarci alla banda. Arriva un ragazzo, che so essere un ex fidanzato della mia cliente. Lui cerca di parlare con lei, per una riconciliazione, ma alcuni membri della gang non lo lasciano avvicinare. Difendono la loro amica. L’ex è arrabbiato e spaventato. L’atmosfera è tesa, eppure c’è gente che ride e si diverte. Sento che tutto è pervaso dal terrore delle ritorsioni terrificanti che la gang potrebbe fare nei confronti di chi non si allinea e si sottomette al suo potere criminale. Io e la mia cliente siamo nelle loro mani. Soddisfano i miei piaceri con belle ragazze disponibili e eccitanti, che tra l’altro riconosco come familiari, ma provo un costante terrore, sento che potremmo venir uccisi da un momento all’altro. Il risveglio è carico di angoscia".

L’esperienza di questo sogno fu per me illuminante, circa alcune dinamiche che stavo vivendo nel controtransfert con la mia cliente. Io avevo accettato il suo assetto narcisistico onnipotente distruttivo e contribuivo ad alimentarlo con la mia collusione silenziosa. 

Vivevamo nella coppia terapeutica la riproposizione di un piacere che nulla aveva a che fare con il contatto, ma si nutriva delle idealizzazioni narcisistiche reciproche. Eravamo relativamente chiusi l’uno rispetto all’altra e le bugie cortesi e idealizzanti che la cliente mi raccontava, erano i sintomi di una sofferenza che da quella idealizzazione prendeva origine. 

I nostri incontri scorrevano piacevoli e stimolanti e alla fine conservavo un gradevole ricordo della persona. Questa connivenza mi ha permesso di contattare la mia banda interna e rivivere il terrore e l’eccitazione ad essa legate. L’esplorazione degli assetti narcisistici onnipotenti mi ha dato la misura di ciò che forse la mia cliente si trovava a vivere da tempo: una terrificante sensazione di non potersi ne muovere liberamente ne raccontare la verità. Il suo corpo era teso e seducente, e la sua vita centrata su un matrimonio con un uomo che non amava e dal quale non riusciva a separarsi.

Tendenzialmente il nevrotico entra in terapia per il timore di diventare psicotico e sotto la pressione di paure di frammentazione. Cerca rassicurazione e la possibilità di poter riprendere il controllo sulla realtà. 

Quando si arriva a lavorare sugli assetti narcisistici della nevrosi, il terapeuta può venir percepito come un pericolo per l’equilibrio che il cliente ha trovato tra affettività e narcisismo. Il rischio è che il terapeuta scopra il narcisismo onnipotente distruttivo (la banda mafiosa) che alimenta questo equilibrio e smascheri le sue attività criminali. 

Queste attività sono i sacrifici in termini di libertà e creatività che l’individuo ha dovuto fare per assicurarsi la protezione della banda. Le bugie che proteggono queste attività criminose e violente, ma anche eccitanti, accompagnano il lavoro terapeutico, nel quale il cliente si trova in una condizione paradossale: farsi aiutare senza farsi conoscere dal terapeuta. 

La cortina di protezione che viene alzata può essere consistente e spesso la piacevolezza degli incontri con un tipo di cliente simile, è un espediente per coprire la confusione che questa condizione paradossale produce. L’attenzione al controtransfert, da parte del terapeuta, garantisce di non perdersi e fare il gioco degli assetti narcisistici del cliente e propri. Il pericolo è che questi possano entrare in collusione per proteggere gli strati più antichi e onnipotenti del narcisismo di entrambi e perseverare nella qualità distruttiva delle relazioni.  

Herbert A. Rosenfeld


La gang, secondo H. Rosenfeld (1971), è un assetto psichico di soddisfazione dei bisogni primari, attraverso fantasie narcisistiche onnipotenti con carattere distruttivo. Nella simbologia, ricorre l’immagine del pifferaio magico: la seduzione che finisce con l’immagine di un corpo mutilato (il ragazzo zoppo). 

La comparsa della gang nell’economia delle soddisfazioni primarie, comporta che queste non implichino necessariamente una dipendenza. In questo caso l’onnipotenza dell’assetto narcisistico distruttivo, garantisce autonomia e potenza nel processo di soddisfazione dei bisogni narcisistici, negando ogni legame e relazione.

Questa ricerca di autonomia, a costo anche della propria libertà, sembra essere la conseguenza di una ferita narcisistica. Le separazioni ripetute che l’individuo deve necessariamente affrontare e fronteggiare, segnano il senso di potenza personale, che ne viene invariabilmente ridotto. I bisogni rimangono intatti nella loro potente necessità, ma le forze di soddisfazione sembrano non essere più all’altezza, visto che l’individuo si percepisce solo e scarico. 

La paura di un secondo rifiuto, non permette di ritornare all’oggetto da cui si è stati obbligati a separarsi. Bisogna allearsi con qualche oggetto nuovo e molto potente, capace di soddisfare i bisogni in modo adeguato, senza che nessuna richiesta venga in realtà formulata, evitando la possibilità di un altro rifiuto. Questa alleanza comporta il “sacrificio” di una verità. 



La realtà dei bisogni di relazione del soggetto viene negata. Il soggetto si ritrova in un vortice di soddisfazioni gratuite, potenti e terrifiche, ma di fatto non incontra persone, ma solo oggetti pronti a soddisfarlo. Nessuno parla, nessuno chiede nulla. Tutto ciò che accade è un continuo gesto eccitante e pericoloso, che inchioda il soggetto alle sue azioni. Egli non può muoversi liberamente, dubitare o parlare. Il controllo su ciò che accade è costante e pressante. Ogni cosa fuori dal previsto potrebbe essere un tentativo di liberazione e fuga, che la parte narcisistica onnipotente distruttiva potrebbe punire con la morte violenta o la mutilazione.

L’atmosfera di tensione è la forma di ricatto che la parte onnipotente (la parte dell’individuo che nega le relazioni e i contatti) applica alla parte bisognosa (la parte che deve raggiungere una soddisfazione) affinché questa non parli ne si allontani e il regime criminale possa continuare a prevalere. Nonostante i bisogni si siano alleati onnipotentemente con il narcisismo, rimane sempre il pericolo che questo inganno della negazione delle relazioni, possa venir smascherato.

E’ possibile che questo sistema perverso nasca nel periodo autistico dell’autoaccudimento, che ogni bambino si trova ad attraversare immediatamente dopo le micro-separazioni dalla madre. Una serie di eventi come un autoaccudimento particolarmente efficace o bisogni rimasti insoddisfatti dal contatto con la madre, oppure ancora, separazioni particolarmente violente e non attenuate da parziali riavvicinamenti, possono determinare un contratto silente tra i bisogni primari e il narcisismo onnipotente del bambino. 

In favore di questa alleanza, ciascuna parte sacrifica qualcosa, assicurandosi dei vantaggi. L’onnipotenza dell’individuo, servendo i bisogni, si assicura la legittimità ad esistere e una certa integrazione con la realtà dell’individuo, evitando una tirannia manifesta e una dissociazione onnipotente e distruttiva con la realtà. L’affettività e i bisogni dell’individuo, utilizzando la grande carica e potenza del narcisismo onnipotente, si assicurano autonomia nel processo di soddisfazione. Rinunciando alla genuinità affettiva e al contatto con l’altro.


Provate a fermarmi

"I pugni in tasca" di Marco Bellocchio - 1965


La classificazione delle condotte socialmente inadeguate ad esordio infantile e adolescenziale rientra all'interno della categoria di “Disturbi da Deficit di Attenzione e da Comportamento Dirompente” che fa riferimento a quei quadri caratterizzati da una persistente interazione disturbata tra il giovane e il contesto sociale. 

Vi rientrano in particolare: Il “Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività”, il “Disturbo della Condotta”, il “Disturbo Oppositivo-Provocatorio”. 

La prima di queste condizioni conosciuta anche come “ipercinetica” include una serie di manifestazioni che esordiscono in genere prima dei 7 anni e si presentano nelle situazioni di gruppo più frequentemente rispetto alla maggioranza dei coetanei: irrequietezza vissuta o agita, volubilità attentiva, inadeguata finalizzazione del comportamento, invasione nell'attività altrui, difficoltà a rispettare il proprio turno nella relazione o nel gioco strutturato. 

Diverse ricerche hanno cercato di mettere a fuoco la correlazione tra le osservazioni relative al comportamento iperattivo e a quello antisociale, al fine di precisare la possibilità di un'evoluzione a distanza dell'instabilità verso un vero e proprio disturbo di personalità antisociale.

Le controversie sorte sembrano aver suggerito al DSM-IV una cautela maggiore rispetto alla precedente edizione (DSM-III-R) secondo cui il decorso della sindrome era destinato a complicarsi in un numero di casi ritenuto significativo. 

Come rilevato da uno studio longitudinale (Mannuzza, G. Klein, H. Konig, Giampino, 1989), su una popolazione di bambini diagnosticati come iperattivi, solo un quarto del campione prescelto ha mostrato una relativa stabilità e coerenza delle manifestazioni dissociali nel corso del successivo sviluppo. 

Per il DSM-IV, nel caso dell'adolescente, l'iperattività motoria precocemente diagnosticata tenderebbe in genere ad attenuarsi o a scomparire, lasciando il posto ad una irrequietezza spesso confinata alla sfera del vissuto e a una difficoltà nel controllo degli impulsi che possono sfociare in una “infrazione delle regole familiari, interpersonali e scolastiche”. 

"Fightclub" di David Fincher - 1999


Nel tentativo di indicare un esito possibile del disturbo, tale descrizione situa su uno stesso livello di analisi fenomeni di ordine diverso, sovrapponendo il complesso processo di interazioni simboliche, sociali e normative all'instabilità iniziale.

La costante preoccupazione prognostica che il disturbo costituisca una condizione “a rischio” e tenda a persistere o a complicarsi con l'età, affrontata dagli autori del DSM in termini di frequenza casistica, porta come inevitabile conseguenza quella di evitare di prendere in considerazione il rapporto tra contesti (affettivi, normativi, sociali) e processi di sviluppo all'interno del quale la condotta si definisce e acquista significato interpersonale. 

Solo attraverso un mutamento di prospettiva che dia maggior rilievo a quegli aspetti di apertura evolutiva che rimangono trascurati nella metodologia di indagine del DSM-IV è possibile spostare l'accento sui processi e sugli scambi comunicativi del disturbo mettendo tra parentesi il problema eziologico, e considerando che i comportamenti irruenti si alimentino piuttosto all'interno di un ambiente con scarse competenze comunicative il più delle volte poco tollerante o rifiutante per l'instabile.

L'idea di una limitazione di base dello sviluppo e delle possibilità adattive che l'instabilità sembra aver prodotto acquista ulteriore evidenza e consistenza nella categoria diagnostica di “Disturbi della Condotta”. Vi rientrano quadri comportamentali che trovano la loro specificità nel conflitto sociale: ripetute e persistenti aggressioni, menzogne, disobbedienze, furti che si accompagnano a fenomeni di vandalismo, drop-out scolastico o professionale, fughe da casa, precocità sessuale, abuso di alcolici e droghe. 

Il significato della cattiva condotta può variare in realtà sensibilmente sia in relazione agli ambiti sociali entro cui insorge, che alle diverse età nelle quali cambia la cognizione degli effetti prodotti. Tuttavia il suo mostrarsi attraverso forme riconosciute di aggressione o violazione è sufficiente a configurare la diagnosi: un comportamento simile a quelli già descritti, che duri per un periodo di almeno sei mesi, legittima l'American Psychiatric Association ad utilizzare la categoria di Disturbo della Condotta. 

Non si tratta dunque di atti isolati o di intemperanze banali ma di forme strutturate di comportamento, diventate problema sociale, prima ancora che clinico. Tali problematiche infatti tendono ad emergere e vengono di solito segnalate più frequentemente in epoca scolare, nella fase, cioè, di sperimentazione delle appartenenze extra-familiari. 

L'assunto nosografico, che assimila tali forme ad una patologia specifica dell'età evolutiva, traduce in questo modo il conflitto sociale in problema individuale, legittimando spesso valutazioni e interventi centrati sul soggetto portatore del disturbo: modi caratteristici di problematizzare le situazioni sociali, insieme alla loro eventuale rilevanza criminosa, suggerirebbero l'esistenza di un processo psicopatologico sottostante in questi soggetti, tale da giustificare la trattazione comune in una tipologia. La gravità sociale e l'abitualità della violazione sono così tradotti in categorie diagnostiche, confondendo livelli di analisi diversi: giuridico-normativo da un lato, clinico dall'altro.

"I 400 colpi" di Francois Truffaut - 1959


Numerose ricerche sono state inoltre avviate proprio per verificare il significato predittivo dei disturbi precoci della condotta in relazione allo sviluppo di comportamenti devianti durante l'adolescenza e nell'età adulta. 

L'interesse prognostico del DSM-IV si è spostato così sull'età di esordio (fanciullezza e adolescenza) rispetto ai modi del loro manifestarsi (solitari/in gruppo) riformulando la classica suddivisione in sottotipi di questa categoria. Le manifestazioni ad esordio adolescenziale si presentano più comunemente in forme socializzate, sembrano più lievi e tendono a risolversi negli anni. Le manifestazioni precoci, invece, comparse prima del decimo anno di età, sono caratterizzate in genere dalla predominanza di un comportamento fisicamente aggressivo verso gli altri, da conseguenti difficoltà di integrazione sociale e mostrano un maggiore rischio di residuare il disturbo anche in età adulta. Questo secondo gruppo, prevede rispetto al primo, una probabilità maggiore di sviluppare un successivo “Disturbo di Personalità Antisociale”.

Questa proposta classificatoria e le sue indicazione prognostiche precisano l'orientamento interpretativo già evidenziato: se il momento dell'adolescenza sembra giustificare e temperare la gravità della condotta aggressiva insorta in questa fase, una storia puntuale di precedenti anamnestici può, all'opposto, confermarla, rendendo più sfumato il confine tra sintomo e aspetti costitutivi, legati a un'alterazione stabile della personalità. 

Scarsa tolleranza alla frustrazione, irritabilità, temperamento esplosivo, irrequietezza sono considerati tratti frequentemente associati ai disturbi della condotta. Questi, accanto ad altri tratti caratteriologici maggiormente distintivi, che delimitano più precisamente il quadro, quali mancanza di empatia, mancanza di senso di colpa o di rimorso per le sofferenze procurate agli altri, non fanno altro che indicare una linea di continuità con le costellazioni sociopatiche e riproporre nell'indagine clinica un'ipotesi di impronta costituzionalista.

Le forme ostili, negativiste, litigiose, ma che non mostrano ripetute aggressioni e violazioni delle norme, sembrano delineare rispetto alle sindromi esposte, un'area problematica meno severa, codificata dal DSM-IV come “Disturbo Oppositivo-Provocatorio”. Tipicamente queste forme assumono rilevanza clinica tra l'ottavo anno di età e la prima adolescenza. 

"Ragazze interrotte" di James Mangold - 1999


La comparsa dell'oppositività, invece nell'adolescenza vera e propria, viene riferita al bisogno di autonomia e di individuazione affettiva che caratterizza questa fase della vita ed è ascritta pertanto, dal DSM-IV, ad un ambito riconosciuto di normalità e di significato evolutivo. Anche in questo caso l'attenzione è però focalizzata sul controllo e sulla previsione. Se la relativa stabilità delle manifestazioni oppositive, la loro frequenza rispetto ai coetanei e la menomazione delle abilità sociali che ne consegue, sono le condizioni richieste per differenziare e porre questo tipo di diagnosi, proprio questi stessi elementi sembrerebbero in grado di tradurre le attribuzioni di rischio nel lavoro di prognosi. 

La perdita del controllo, la disubbidienza, i propositi vendicativi, gli atteggiamenti di sfida delle regole o delle richieste degli adulti, pur mostrando una valenza comunicativo-espressiva ben precisa all'interno di specifici campi relazionali, testimoniata dall'assenza di continuità del disturbo in contesti diversi, si rivelerebbero allo sguardo del DSM come precursori clinici del Disturbo della Condotta in una significativa porzione di casi. Una conclusione di questo tipo si allontana da un utilizzo della diagnosi come processo conoscitivo. In un movimento di indagine che procede dal generale al particolare, la rilevanza clinica di tali manifestazioni non rimanda ad altro che alla loro osservabilità e all'entità del danno sociale che ne consegue. 

Subordinato a finalità di ordine predittivo, il repertorio nosografico di queste condotte ad insorgenza precoce non lascia spazio all'imprevedibilità delle variabili biografiche che le sottendono ed all'analisi dei contesti relazionali in cui si producono. 

Il modo con cui vengono prese in considerazione alcune caratteristiche proprie del sistema familiare ne è un valido esempio: 


"Il Disturbo Oppositivo-Provocatorio ha maggiore prevalenza nelle famiglie in cui l'accudimento del bambino è turbato da un susseguirsi di diverse persone preposte all'accudimento stesso, o in famiglie in cui sono comuni pratiche educative rigide, incoerenti o distratte" (DSM-IV, 1996). 

Aggressive sensazioni

"Testa di tigre" di Antonio Ligabue - 1955


La rabbia è un’emozione che serve a conservare e proteggere l’integrità fisica e psicologica dell’organismo. 

Senza rabbia si è indifesi contro gli assalti a cui la vita ci espone. Il bambino risponderà con rabbia a ogni violazione della sua integrità o del suo spazio, che comprende anche i suoi possessi personali. 

Se la rabbia non riesce a proteggere la sua integrità, il bambino piangerà, dato che si sente indifeso contro il trauma. L’emozione della rabbia fa parte della funzione più ampia dell’aggressività, che letteralmente significa “andare verso”. 

L’aggressività è l’opposto della regressione, che significa “retrocedere”. 

In psicologia è l’opposto della passività, che denota un atteggiamento immobile e di attesa. Noi possiamo andare verso un’altra persona per amore o per rabbia. 

"Baci rubati" di Francois Truffaut - 1968


Entrambe le azioni sono aggressive ed entrambi sono positive per l’individuo. Generalmente non ci arrabbiamo con persone che non significano niente per noi e che non ci hanno fatto del male. Se sono semplicemente negative, le evitiamo. Tutti abbiamo sperimentato che, dopo un litigio con una persona che amiamo, generalmente vengono recuperati i sentimenti positivi.

In un seminario del 1945, Wilhelm Reich affermò che la personalità nevrotica si sviluppa solo quando è bloccata la capacità del bambino di esprimere rabbia nel momento in cui la personalità subisce un attacco. 

Egli sottolineò che la frustrazione di un movimento teso al piacere porta al ritiro dell’impulso, e ciò crea una perdita di integrità del corpo. Questa integrità può essere restaurata solo attraverso la mobilitazione dell’energia aggressiva e della sua espressione in forma di rabbia. 

Ciò ristabilisce i confini naturali dell’organismo e la sua capacità di proiettarsi nuovamente verso l’esterno.

Alexander Lowen



Nel mio lavoro con Reich, ero consapevole che la mia capacità di esprimere la rabbia era limitata. Avevo la tendenza a evitare ogni confronto e ritirarmi dalla lotta, a meno che fossi messo con le spalle al muro. Sentivo che in me c’era una grande paura, dalla quale potevo liberarmi solo imparando a combattere. La presenza di questa paura era responsabile della mia incapacità di conservare il sentimento di gioia che avevo sentito nella terapia con Reich". 

Wilhelm Reich


"Quando studiavo medicina all’Università di Ginevra, colpivo regolarmente il letto ogni mattina. Attribuisco a questo esercizio il merito di aver notevolmente ridotto la paura che avrei sicuramente provato affrontando lo studio e gli esami in una lingua straniera. L’esercizio ebbe anche un effetto positivo globale sulla mia salute e sul mio umore e rese piacevole la mia permanenza a Ginevra.” (Lowen A., Arrendersi al corpo, 1994)

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...