La legge è uguale per tutti voi

"Shining" di Stanley Kubrick - 1980


Un atto non conforme alla legge può sembrare necessario o opportuno ad una persona che abitualmente rispetta le norme. Allorché un'azione è intrapresa per soddisfare interessi legittimi, l'atto deviante diventa, se non proprio corretto, almeno non proprio sbagliato. 

Ma non siamo tanto interessati alla persona che eccezionalmente commette un atto deviante quanto alla persona che mantiene un modello di devianza per un lungo periodo, che fa della devianza un modo di vivere e che organizza la propria identità intorno ad un modello di comportamento deviante. 

Uno dei meccanismi che dall'esperienza casuale porta a un modello più consolidato di attività deviante sta nello sviluppo di motivi ed interessi devianti. Molti tipi di attività deviante derivano da motivazioni apprese socialmente. 

Prima di praticare l'attività su base regolare, la persona non ha idea dei piaceri che da essa derivano; li conosce nel corso dell'interazione con devianti con più esperienza. Impara a prendere coscienza di nuovi tipi di esperienze e pensarle come piacevoli. 

Quello che poteva essere un impulso qualsiasi a provare qualcosa di nuovo diventa un gusto definito per qualcosa di già sperimentato e conosciuto. I linguaggi coi quali le persone esprimono motivazioni devianti rivelano che i loro utilizzatori li acquisiscono nell'interazione con altri devianti. L'individuo impara a prendere parte ad una sottocultura organizzata attorno ad una determinata attività deviante.

Le motivazioni devianti hanno un carattere sociale anche quando gran parte dell'attività viene portata avanti in maniera privata, segreta e solitaria. Ad esempio molta dell'attività dei pedofili si sviluppa utilizzando come sistema di comunicazione internet, che assicura due fattori di massima importanza: 

1) una piattaforma di codici di comunicazione e di riconoscimento;
2) un alto livello di riservatezza.

illustrazioni da "L'uomo delinquente" di Cesare Lombroso


Uno dei passi decisivi nel processo di costruzione di un modello stabile di comportamento deviante è rappresentato dall'esperienza di essere preso ed etichettato pubblicamente come deviante. Che una persona compia o meno questo passo, non dipende tanto dalla propria azione, quanto dalla volontà degli altri di fare rispettare o meno le regole. 

Può capitare che, sebbene nessun altro scopra l'atto non conforme ne faccia applicare le norme previste, il violatore agisca come impositore, definendosi come deviante e punendosi, in un modo o nell'altro, per il suo comportamento. Oppure, come descrivono alcuni psicoanalisti, l'individuo desidera essere scoperto e compie il suo atto deviante in modo da avere la quasi certezza di esserlo. 

In ogni caso, il fatto di essere preso e definito come deviante implica conseguenze importanti per la successiva partecipazione sociale e per l'immagine di sé di una persona. La conseguenza più importante sta nel cambiamento drastico nell'identità pubblica dell'individuo. Il fatto di commettere l'atto improprio e quello di essere pubblicamente sorpreso a farlo lo pongono in un nuovo status: si è rivelato come un tipo di persona differente da quello che si supponeva fosse. Sarà etichettato come drogato, delinquente, pericoloso e trattato di conseguenza. 

Nell'analizzare le conseguenze dell'assunzione di un'identità deviante utilizziamo la definizione di Hughes (1945) tra le caratteristiche principali ed accessorie di uno status. Hughes nota che la maggior parte degli status sociali hanno una caratteristica chiave che serve a distinguere quelli che ne fanno parte dagli altri. 

L'autore analizza questo fenomeno riferendosi a status sociali tenuti in buona considerazione, desiderati e desiderabili (libere professioni, lavori di responsabilità), ed evidenzia come una persona possa presentare le qualifiche formali per entrare in un determinato status sociale (appartenere alla classe sociale giusta, caratteristiche culturali adeguate), ma l'accesso le vanga negato per via di una carenza delle caratteristiche accessorie inerenti (propensione professionale specifica). Lo stesso processo avviene nel caso di status devianti. 

Lil Wayne


Il possedere una caratteristica deviante può costituire un valore simbolico generale, per cui la gente è automaticamente portata a pensare che il portatore di tale tratto possegga le altre caratteristiche indesiderabili necessariamente associate ad esso. 

Per essere etichettato come criminale, è sufficiente aver commesso un solo crimine: formalmente il termine non implica altro. Tuttavia il termine contiene alcune connotazioni implicite che attribuiscono a chiunque ne porti l'etichetta tratti ausiliari caratteristici. Un uomo che è stato dichiarato colpevole per un furto in casa e perciò etichettato come criminale, viene considerato come probabile autore di altri furti dello stesso tipo; questa è la premessa che adottano le Forze dell'Ordine quando esaminano dei pregiudicati durante l'inchiesta per un reato. 

Inoltre, quest'uomo è ritenuto potenziale autore di altri tipi di reato, perché ha dimostrato di essere una persona senza rispetto per la legge. Di conseguenza l'arresto per un solo atto deviante espone una persona al rischio di venir considerata deviante o indesiderabile sotto altri aspetti.

Nell'analisi di Hughes c'è un altro elemento che può essere utilizzato: la distinzione tra lo status principale e quello subordinato. Lo status di deviante rappresenta lo status principale che viene conferito a chi ha trasgredito una norma, e tale identificazione  dimostra di essere più importante di tante altre. 

L'identificare un individuo come deviante precede le altre identificazioni. Trattare una persona deviante per un aspetto come se lo fosse per tutti gli altri produce una profezia che si auto-determina. Questo mette in moto alcuni meccanismi che contribuiscono a far conformare la persona con l'immagine che ne hanno gli altri. 

In primo luogo, una persona, dopo essere stata identificata come deviante, tende ad essere esclusa dalla partecipazione a gruppi più convenzionali, anche se le connotazioni specifiche di questa particolare devianza potrebbero non essere causa di isolamento. 

Ad esempio l'uso di oppiacei non incide necessariamente sulla capacità lavorativa, ma l'essere riconosciuto come tossicomane può provocare la perdita del posto di lavoro. In questo caso, è difficile per l'individuo conformarsi alle altre norme che non aveva intenzione ne desiderio di infrangere, e si ritrova necessariamente deviante anche in queste aree. Quando il deviante viene preso, viene trattato secondo la diagnosi di senso comune che spiega “perché è così”, ed il trattamento stesso può contribuire ad ampliare la sua devianza. 



Più in generale si può affermare che il trattamento dei devianti tende a negare loro i mezzi ordinari per proseguire con le consuetudini della vita quotidiana come le altre persone. Causa questo diniego, il deviante deve necessariamente sviluppare delle consuetudini illegittime. L'influenza della reazione degli altri può essere diretta o indiretta, quest'ultima come conseguenza del carattere integrato della società nella quale il deviante vive. 

Le società sono integrate nel senso che le stratificazioni della vita sociale in una determinata sfera di attività s'intrecciano ad altre attività in sfere diverse con particolari modalità, e dipendono dall'esistenza di queste altre stratificazioni. Per esempio alcune carriere professionali dipendono da certi tipi di vita familiare o da particolari stili di vita personale. 

Molte forme di devianza creano difficoltà perché non riescono ad integrarsi alle aspettative riguardanti altri settori della vita. In organizzazioni di lavoro stabili quali alcune grandi aziende o imprese industriali, alle persone ambiziose si presentano spesso tappe per superare le quali occorrerebbe essere sposati, oppure all'opposto, è consigliabile non avere rapporti stabili e vincolanti. La de-connessione, implicita nella devianza, rende difficile l'accettazione di norme non scritte che influenzano profondamente la vita dell'individuo e tendono a regolarne ogni aspetto, anche molto privato. 

Ovviamente non tutti quelli che sono sorpresi nel compiere un atto deviante ed etichettati come tali si indirizzano inevitabilmente verso una devianza maggiore, come le osservazioni precedenti potrebbero suggerire. Allora quali sono i fattori che tendono a rallentare o fermare il processo di amplificazione della devianza?

"American Gigolo" di Paul Schrader - 1980


Uno studio sulla prostituzione maschile omosessuale condotto da Reiss (1961) dimostrò come questi ragazzi, tutti minorenni, considerano gli atti omosessuali che praticano, come un mezzo per far soldi più sicuro e rapido della rapina o di altre attività illegali. Si è scoperto che le norme del loro gruppo ammettono la prostituzione omosessuale, ma vietano di ricavarne piaceri ulteriori speciali o di permettere espressioni di tenerezza da parte dell'adulto con il quale hanno relazioni. Infrazioni di queste regole vengono punite dal gruppo. 

Se l'individuo viene arrestato per la prima volta in circostanze tali che gli è ancora possibile scegliere tra linee di condotta alternative, l'arresto non condurrà necessariamente ad una amplificazione della devianza. Messo di fronte per la prima volta alle possibili irreparabili conseguenze finali, può decidere di non voler intraprendere la strada deviante e tornare indietro. La scelta giusta lo dovrebbe far ri-accettare nella comunità convenzionale, in uno stato di osservazione. 

Un passo finale nella carriera deviante è l'entrare a far parte di un gruppo deviante organizzato (o la presa di coscienza e l'accettazione del fatto di averlo già compiuto), si avrà un potente impatto sulla concezione di sé di una persona.


"Un tossicomane mi disse una volta che sentì di essere “dentro” nel momento in cui realizzò di non avere più amici non tossicodipendenti" (Becker, 1987).

Appunti sul silenzio

"The wolf of Wall Street" di Martin Scorsese


Sottratto alla parola il suo potere evocativo riguardo alla scena subvocale e il suo carattere fluido, il verbalizzatore la utilizza come struttura e oggetto di identificazione: egli è ciò che dice, non potendo dire ciò che egli è

Nella condizione gruppale l'identificazione del porta-parola con ciò che dice è un segnale di un discorso incompiuto subvocale del gruppo, così ne parla Lévy-Bruhl: “Il metodo universalmente usato per proteggersi dalla disgrazia annunciata è quello di sopprimere lo stesso annunciatore” (1910). 

Una versione perversa è il godimento ottenuto nel far ripetere all'altro ciò che uno rigetta personalmente. Nella maggioranza dei casi nei quali il porta-parola è e rimane l'enunciatore del discorso subvocale del gruppo, la sua figura è vicina a quella del poeta: articola il processo intrapsichico individuale con il processo intersoggettivo, dà voce a un'entità circolante e sfida il pericolo di arrivare alla tregua precoce del conflitto individuale e gruppale, per scioglierla. 

Scrive Pichon-Rivière: “Il porta-parola è colui che nel gruppo, a un determinato momento, dice qualcosa, enuncia qualcosa e questo qualcosa è il segno di un processo gruppale che fino a quel momento è rimasto latente o implicito, come nascosto nella totalità del gruppo. Come segno, ciò che denuncia il porta-parola va decodificato, ossia va spogliato del suo aspetto implicito. In questo modo viene decodificato dal gruppo ciò che segnala il significato di questo aspetto. Il porta-parola non ha coscienza di enunciare qualcosa della significazione gruppale che ha luogo in quel momento, ma solo di enunciare o di fare qualcosa che vive come proprio” (1978). 



La parola diviene il contenitore dell'esperienza, sostituendo la pelle nelle sue funzioni di confine e contatto. L'esperienza si attua sul confine di contatto, come afferma Goodman (1951), e nel gruppo, ma anche nell'individuo, l'identità (dal latino identitate, da idem, “proprio quello stesso”; uguaglianza completa e assoluta), ha esperienza sul suo confine che è la parola. 

Nella concezione di porta-parola di Piera Aulagnier, l'identità è devoluta al discorso della madre nella strutturazione della psiche del bambino. Per un'uguaglianza completa e assoluta dell'esperienza, la parola discorsiva della madre accompagna, commenta e anticipa le attività e i supposti pensieri del figlio. 

Silenzio, da latino silentium, siléretacere”, di origine indoeuropea. Tacere, di etimologia incerta; tacito, che tace, mantiene il silenzio, che non è espresso apertamente ma si può facilmente intuire, aspettare tacitamente. 

Nel vissuto che la nostra cultura ha del silenzio c'è una condizione di attesa e rivelazione. Attesa che qualcosa si riveli, in un silenzio che è ascolto e nel quale emerge la possibilità di un'intuizione, di una nuova comprensione dell'esperienza. 

Questa comprensione ha di nuovo l'identità tra l'esperienza e l'esperiente, senza nessun bisogno di ricorrere ad una comprensione successiva che utilizzi la riflessione. Come nel silenzio, anche nel racconto efficace, il gruppo viene narrato a se stesso, attraverso un linguaggio che Bion chiama dell'effettività e che ha la stessa immediatezza e forza dell'azione. 

"L'attesa" di Felice Casorati - 1918


Il luogo di contatto e comunicazione che la parola “incarna” nel dialogo collettivo, diventa il luogo dell'identità di gruppo e la forma parlante dei suoi bisogni, messa in evidenza su uno sfondo confuso, ed esterno, di verbalizzazioni. 

Il Sé è il confine del contatto in funzione; 
la sua attività consiste nella continua
formazione di rapporti figura/sfondo
(R.F. Hefferline)

      Nelle situazioni di contatto il Sé è la volontà che forma l'interesse nel campo delle interazioni, il Sé è il processo dell'individuazione nel campo della situazione di contatto. Il senso di questo processo formativo, cioè  il rapporto dinamico tra interesse e campo (Perls questo rapporto lo indica con figura/sfondo), è l'identità: sentire che nella situazione di contatto, la situazione incompiuta tende a completarsi. 

Il Sé esiste non come un'istituzione fissa, ma come un adattamento a problemi e situazioni intense e difficili (esperienza incompiuta o conflitto precocemente sedato). Quando queste situazioni e problemi si avvicinano ad un compimento o a soluzione (dal latino solutus, sciolto; liberazione, dissolvimento), il Sé diminuisce.     

         

Fatti di dolore



La radicalità dell'esperienza del dolore è dovuta al fatto che essa dispone in una diversa circolarità l'esperienza e la conoscenza, in modo da far acquisire una visione e un modo del tutto diversi di considerare il mondo e l'accadere. 

Ogni conoscenza è contenuto dell'esperienza e il dolore inaugura un'esperienza cruciale, poiché sottopone a una tensione che quando non diventa distruzione, accresce la percezione. Il dolore, qualunque sia la sua origine ed in qualunque modo sia vissuto, interrompe il ritmo abituale dell'esistenza e produce un avvicinamento a se stessi. 

E' veicolo di conoscenza per immedesimazione e non per astrazione, evento che permette l'incontro e il dialogo

“Il dolore è fatto personale, ma è anche evento cosmico: questo intreccio di singolare e di universale permette, all'esperienza del dolore, di farsi linguaggio” (Natoli S., L’esperienza del dolore, 1986)

Salvatore Natoli


Il dolore crea degli intransitabili confini, per cui si erge un muro di silenzio tra chi soffre e chi non soffre. Il patimento del terapeuta risparmia al paziente l'impotenza della consolazione e la vanità delle parole che pretendono di portare sollievo, senza aver conosciuto il dolore. 

Lo scenario intra-psichico del controtransfert diventa il luogo dove il conflitto precocemente pacificato del terapeuta viene risvegliato dalla vicinanza coi conflitti del paziente. La tregua che da tempo garantisce una precaria stabilità al corpo del terapeuta, vacilla sotto la pressione della realtà del dolore del paziente. 

E' qui il valore dell'esperienza controtransferale: il terapeuta può imparare dal paziente e dal suo dolore il modo di scartare l'inganno della precoce pacificazione dei conflitti e portarli ad una reale risoluzione. Primo da sciogliere, tra tutti i conflitti, il non voler accettare se stesso e il proprio corpo per quello che sono, arrendersi all'oggettività del corpo, ai segni fisici della sua spazialità ed estensione, al suo cambiamento secondo una temporalità, evoluzione e decorso. 

Di questa oggettività partecipa il dolore e in tal caso sia ha a che fare sia con l'accesso di dolore, che con la sua sparizione. Si ha a che fare con il disturbo che caratterizza il dolore specifico e lo stato di malessere nel suo complesso. Questo insieme di segni, espressivo della sofferenza, si tramuta in sintomo di un'entità definita come malattia. 

In quest'aspetto il dolore, come percezione del proprio malessere e perciò delle ridotte possibilità di percepire e agire, si traduce nella malattia del terapeuta, quale espediente oggettivo-razionale per definire il dolore del paziente. Questo vale sia per una clinica del dolore in senso fisico sia per l'interiorizzazione del dolore fisico in sofferenza spirituale e morale. 



Si può parlare di somato-psicosi o di psico-somatosi a seconda di come si succedono i nessi di causalità, all'interno dell'oggettività del dolore che è del tutto corrispondente all'oggettività del corpo. Il rapporto con questa oggettività permette al terapeuta di dialogare con il suo corpo e contattare la sua realtà di base.        

La sintassi che permette questo dialogo, si delinea secondo i rapporti che il terapeuta stabilisce con le fasi successive dell'espressione corporea. Procedere nell'attualizzazione dei vissuti dolorosi, implica un disvelamento delle forme più verbalizzate del proprio linguaggio e i relativi mascheramenti espressivi. 

Il processo si configura come una generale semplificazione sia nel linguaggio che nei movimenti del corpo. L'abbandono degli schemi espressivi che garantivano l'immunità dai conflitti e dal relativo dolore, avviene in favore di un'aderenza sempre maggiore alla realtà del corpo che è invariabilmente anche la realtà della relazione terapeutica.

La scelta iniziale che il terapeuta si trova a fare, e che sarà sia il centro intorno al quale ci concentreranno i rapporti successivi col paziente sia il senso racchiuso nei gesti delle tecniche utilizzate nella terapia, è accettare o meno l'evento-paziente

La difesa da questo evento può assumere forme straordinarie. Si può sviluppare una cultura simbolica della relazione terapeutica, priva di contatto e affetto, di soddisfazione e invenzione spontanea. In questo caso si ripete un disturbo della relazione attraverso una tregua prematura dei conflitti, che se affrontati avrebbero potuto costituire l'elemento terapeutico, l'assunzione di norme aliene e la scelta di personalità verbalizzanti, capaci di un linguaggio insensibile, prive di affetto, rigide nella sintassi e senza significato. 

"Vecchio disperato" di Vincent Van Gogh - 1890


Il terapeuta può monitorare il proprio linguaggio per sapere se ha veramente accettato il paziente a cui sta parlando o ha deciso soltanto di tenerlo.  


Non difendersi dall'evento-paziente comporta l'assunzione di rischi e l'attraversamento di ansie personali che vengono risvegliate dal contatto col paziente. Essergli vicino, in un percorso di miglioramento dello stato di benessere, implica la mobilitazione di aree dell'esperienza del terapeuta che possano ricostruire scenari psichici nei quali il paziente possa riconoscersi, poter depositare i propri vissuti e trovare accoglienza. 

Il setting, che il terapeuta ripropone ogni volta al proprio paziente, prevede anche questo paesaggio immaginario, disegnato dal linguaggio che usa e dall’espressione delle sue esperienze. Le conformazioni principali di questo scenario meta-relazionale appartengono a quella sfera dell'esperienza del terapeuta che è in contatto con la sua paura corporea principale, che è poi la paura di tutti, cioè cadere.

Il linguaggio non s'impara


Noam Chomsky, linguista, filosofo, cognitivista e politologo è considerato da molti un iconoclasta. 

Professore al Mit per oltre cinquant’anni, il più citato autore vivente tra gli anni 1980 e 1992, e il più famoso intellettuale pubblico secondo un sondaggio del quotidiano inglese «The Guardian» del 2005, torna in Italia a Pavia e poi a Trieste. 
In vista della sua imminente visita, lo vado a trovare a Wellfleet, tranquillissima cittadina di Cape Cod, degna di una cartolina, sua residenza estiva. Decidiamo di centrare l’intervista sulle sue frasi più famose, note a molti anche al di fuori degli ambienti accademici. Note, ma anche detestate da molti, linguisti compresi, in vari Paesi.
Inizio con la seguente, una delle sue più classiche: "Acquisire la propria lingua materna non è qualcosa che il bimbo fa, è qualcosa che gli succede"
Il suo commento odierno è: “Proprio così. Il neonato immediatamente seleziona, nel mondo che lo circonda, ciò che appartiene al linguaggio. Nessun’altra specie biologica fa questo, nemmeno gli animali che hanno un sistema uditivo assai simile al nostro. Pochi mesi dopo, il bimbo già padroneggia il complesso degli accenti tonici, della prosodia elementare e della tonalità della lingua materna. Pochi mesi dopo ancora, padroneggia la struttura di base dei suoni della lingua materna, e ve ne sono molte e diverse tra di loro, nel mondo. Nel frattempo, acquisisce anche padronanza delle strutture sintattiche e del significato delle parole. Questo va ben oltre quello che il bimbo può manifestare all’esterno. Lo si è visto con ingegnosi esperimenti. Tutto ciò supera largamente la quantità e la qualità dei dati linguistici che il bimbo riceve dall’ambiente che lo circonda. Questo processo poi si estende molto al di là di queste basi, fino a raggiungere presto strutture di straordinaria complessità, strutture che ogni parlante usa e interpreta senza alcuna difficoltà. Tutto ciò avviene senza consapevolezza e senza sforzo. Né il bimbo né noi adulti ne abbiamo consapevolezza. È come lo sviluppo delle gambe e delle braccia o il raggiungimento della pubertà”.
Un’altra espressione spesso usata da Chomsky è che il linguaggio cresce nel bimbo, non è qualcosa che si impara. Infatti, un’altra sua frase famosa è: “Il valore scientifico (si noti bene scientifico) dell’espressione il bimbo impara la lingua materna è lo stesso di quello dell’espressione il sole sorge e tramonta, cioè zero». 

Noam Chomsky


Lo incalzo su questo punto. Risponde: «Le ragioni sono quelle appena riportate qui sopra. Se questo è un apprendimento allora ogni crescita di organi biologici sarebbe un apprendimento. Certo, vi sono alcuni aspetti del tutto marginali del linguaggio che vengono letteralmente insegnati e imparati, talvolta a fatica, ma lo stesso vale per insegnare e imparare a mangiare usando forchetta e coltello”.

Un’espressione famosissima, introdotta da Chomsky molti anni fa, è la seguente: “Verdi idee incolori dormono furiosamente (Colorless green ideas sleep furiously)". Ovviamente è sintatticamente perfetta e altrettanto ovviamente priva di senso. Da contrapporre all’espressione ovviamente sgrammaticata "verdi incolori furiosamente idee dormono"

Ecco il suo commento su questo esempio: "Era uno tra molti altri esempi che illustrano come il concetto di frase grammaticale non possa essere spiegato da alcuna delle ipotesi allora correnti. Non in termini di buon significato, né di approssimazione statistica della probabilità che una parola ne segua un’altra, né di schemi canonici di frasi".

Infatti, aggiungo per chiarezza, prendendo milioni di frasi dell’italiano, per esempio il corpus di cinquant’anni di frasi pubblicate sul «Corriere della Sera», la probabilità che la parola «verdi» segua la parola «incolori» o che la parola «furiosamente» segua la parola «dorma» è esattamente zero.
Chomsky prosegue: "Questa frase in particolare ha il vantaggio di essere molto semplice e di confutare le ipotesi allora correnti. Subito, duole dirlo, l’esempio venne frainteso in ogni modo possibile (e questo succede in ogni scienza, pensiamo al caso di termini come relatività o selezione naturale). Venne detto che la frase può essere usata in una poesia, ma allora in una poesia si potrebbe usare la frase con un ordine differente delle parole. Altri esempi, più complessi, e altrettanto validi, non sono mai diventati noti come questo".

Spesso Chomsky ha detto: "Se uno scienziato marziano esaminasse senza preconcetti tutte le lingue parlate sulla Terra, concluderebbe che parliamo tutti la stessa lingua". 
"Torre di Babele" di Pieter Bruegel - 1563

Gli chiedo un commento: "Cinquant’anni addietro era comunemente dato per scontato, dai linguisti di professione e dalla gente comune, che le lingue possono differire illimitatamente una dall’altra e che bisogna studiarle separatamente una per una. Avrebbe dovuto apparire ovvia, sulla base di questo assunto, l’impossibilità di ogni bimbo di acquisire la propria lingua materna. Negli ultimi cinquant’anni molto abbiamo capito su ogni componente del linguaggio ed è apparso sempre più chiaramente che tutte le lingue sono, alla base, modellate sullo stesso calco. Molto probabilmente le radici comuni delle lingue non possono essere alterate, perché sono parte della nostra natura cognitiva intrinseca".
Incalzo, ricordandogli che ha anche applicato questa riflessione al mondo della biologia. Meglio, ad altri rami della biologia, oltre a quello del linguaggio. Alla luce delle ultime scoperte genetico-evoluzionistiche e della fusione tra studio dello sviluppo e studio dell’evoluzione («evo-devo» in gergo), a detta di Chomsky, "fondamentalmente, esiste solo un tipo di animale".
Il suo commento: “Anche in biologia, non molti anni addietro, alcuni insigni biologi sostenevano che le specie possono differire tra di loro senza alcun limite (cita ad esempio, uno tra tanti, il genetista Gunther Stent, recentemente deceduto). Oggi sappiamo che non è vero. Le molte scoperte recenti hanno perfino suggerito ad alcuni biologi che esista un genoma universale per tutti gli organismi complessi, sviluppatosi fino dall’esplosione evoluzionistica del Cambriano, circa 500 milioni di anni or sono. Le differenze tra le specie risultano oggi essere il prodotto di diversità nei tempi di attivazione e regolazione dei geni, e nella distribuzione in organi diversi di processi comuni. Le radici del processo di sviluppo organico sembrano essere sempre le stesse. Questo è un percorso normale nella scienza. Inizialmente capiamo poco e il processo ci appare estremamente complesso e variabile. Poi cominciamo a capire meglio e le cose si mettono al loro posto, spesso in modi del tutto inattesi e allora una profonda semplicità emerge, con gradevoli conseguenze anche di tipo estetico”.

Chomsky è stato da molti anni, ed è tuttora, assai critico verso i tentativi di accomunare il linguaggio ai vari sistemi di comunicazione animale. Una delle differenze fondamentali consiste nella capacità di connettere segni e segnali a entità del mondo circostante. Tale connessione è diretta nel mondo animale, ma molto indiretta per le nostre parole. 

Gli chiedo di spiegarlo: “Lo studio della comunicazione animale rivela che ogni segnale, grido o gesto, si abbina a un oggetto o un evento particolare nel mondo circostante e che un osservatore esterno coglie questo abbinamento. Una scimmia può segnalare a un’altra scimmia qualcosa come Ho fame, un suo stato fisiologico, oppure Un predatore si avvicina. In contrasto netto, perfino le nostre parole più semplici come acqua, fiume, albero, persona e simili hanno caratteristiche molto diverse. Presuppongono sempre il punto di vista di chi le produce. La parola Londra per esempio, fa riferimento a entità tra loro molto disparate”.

Londra


In passato Chomsky ha fatto l’esempio di espressioni come “Londra è carissima, inquinata, brulicante di folla e per lo più vittoriana”.
Quindi, facciamo d’un solo tratto riferimento a un insieme di edifici, una bolla di aria intorno a un territorio, alle attività economiche che vi si svolgono e molto altro. Nessun singolo ente fisico può avere tutte queste proprietà. Ora aggiunge: “Supponiamo che Londra venga rasa al suolo da un incendio e venga ricostruita sul Tamigi alcune miglia più lontano, con differenti materiali, differenti stili architettonici e una diversa organizzazione. Diremo sempre che è Londra, ma nessuna entità fisica nel mondo può combinare tutte queste proprietà, alcune concrete, alcune assai astratte. Eppure le parole delle nostre lingue, anche le più naturali, hanno questa caratteristica, probabilmente universale. Questo pone seri problemi per l’acquisizione e l’evoluzione del linguaggio. Molti studi hanno affrontato questo problema, presupponendo che le parole abbiano sempre un referente esterno, qualcosa che, in linea di principio, la fisica può identificare. Questo è vero per la comunicazione animale, ma falso per il linguaggio”.
Una sola domanda di natura non linguistica. Ben ricordo, anni fa, la risposta che Chomsky dette in una conferenza, in una chiesa sconsacrata vicino ad Harvard, a un tizio che difendeva la persecuzione di Salman Rushdie, in quanto (a sua detta) i Versi Satanici contengono falsità su Maometto. Chomsky rispose "La libertà è libertà di dire bugie!"

La sua risposta oggi è questa: “Se una qualche autorità si attribuisce il potere di determinare che cosa dobbiamo prendere come Vero e che cosa come Falso e di punire ogni deviazione dai suoi editti, allora vivremmo in un sistema al cui confronto fascismo e stalinismo appaiono moderati. Chiunque, compreso Hitler e Stalin, è lieto di tollerare l’espressione di opinioni che condivide e ama. Coloro che credono nella libertà danno per scontato l’insegnamento dell’Illuminismo: io posso detestare quello che dici, ma difendo il tuo diritto di dirlo. È penoso constatare quanto la cosiddetta, auto-nominatasi, società civile si sia culturalmente deteriorata dopo l’Illuminismo”.
In quasi quarant’anni di frequentazione, collaborazione e amicizia con Noam, mai l’ho visto esitare nell’esprimere ciò che considera vero, con una schiettezza che, agli occhi di alcuni, appare perfino brutalità. Riflesso della sua mentalità illuministica.
(intervista di Massimo Piattelli-Palmarini - Corriere della Sera)


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