Aggressività e sue distorsioni


"Il sadismo è la tendenza a infliggere dolore agli altri per provare piacere personale"   (dizionario Lo Zingarelli).

Nella mia esperienza clinica con pazienti psichiatrici gravi (psicotici, borderline) ho verificato che gran parte dei loro genitori sono stati abbandonici, rifiutanti o assenti affettivamente. Questo sembrerebbe dimostrare che l’assenza prolungata, reale o emotiva della figura di accudimento, ha ripercussioni consistenti sull’equilibrio psichico del bambino. 

Nel caso dell’allattamento, il periodo di allucinazioni cannibalesche che il bambino vive dal quarto mese fino a svezzamento completato, potrebbe essere bruscamente interrotto da un genitore assente. Anche nel caso del sopraggiungere delle tendenze libidiche, verso il primo anno di età, la sovrapposizione di bisogni orali e sessuali del bambino può trovare un genitore impreparato a questo tipo di contatto.

Il corpo del bambino si muove in funzione dei suoi bisogni fisiologici, il corpo dell’adulto si muove in funzione anche di bisogni etici e morali. Il contatto fisico che un genitore stabilirà col proprio figlio dipenderà da come egli sarà stato capace di far convivere bisogni morali e fisiologici. Se i primi hanno prevalso il genitore tenderà alla pedo-fobia, e si troverà impacciato nel contatto col figlio. Se, al contrario, il genitore sarà rimasto molto attaccato ai suoi bisogni fisiologici, trovandosi in una condizione molto simile a quella del figlio, tenderà alla pedo-filia, e ad essere egli stesso invischiato in una sessualità perversa e polimorfa come quella del figlio.  

Tendenzialmente, i disturbi della personalità o le sindromi psicotiche, in cui compaiono elementi sadici, si sviluppano in individui che hanno avuto genitori pedo-fobici, che non hanno saputo gestire e relazionarsi con il corpo e i bisogni dei figli. 

E’ possibile che le cose siano andate così:
Il bambino, durante l’allattamento, succhia il latte e riceve una stretta vigorosa che lo fa sentire al sicuro. Dopo qualche mese che le cose vanno così, nel corso di questi contatti con il genitore, egli comincia a sentire un’indefinita sensazione di piacere localizzata nella zona genitale, che comincia a guardare e toccare. A questo punto è il genitore che deve fare i conti con la propria sessualità. 

Potrebbe accadere che se questi conti siano difficili da fare: il genitore continua a essere disponibile per la soddisfazione dei bisogni orali, ma non accetta alcuna forma di sessualizzazione del contatto. Il bambino, che dipende dal genitore per la sua sopravvivenza, è costretto a negare il piacere sessuale che prova in quel contatto o trasformarlo in qualcos’altro, il più delle volte la sessualità negata diventa aggressività orale accentuata e il bambino morde il capezzolo della madre durante l’allattamento o cerca di stringerla più che può. 

Marchese de Sade



Questa prima forma di sadismo ha la doppia funzione di scarica delle tensioni sessuali negate del bambino e una punizione che egli opera sul corpo del genitore che non ha accettato i suoi bisogni sessualizzati.

Jacques Lacan


“Diciamo che il nerbo del factum è dato dalla massima che propone la sua regola al godimento, insolita nel suo porsi in termini di diritto alla moda di Kant, dato che si pone come regola universale. Enunciamo la massima:“Ho il diritto di godere del tuo corpo e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni che io possa avere il gusto di appagare”. Ecco la regola cui si pretende si sottomettere la volontà di tutti, per poco che una società la renda effettiva con le sue costrizioni” (Lacan J., Kant con Sade, in Scritti, 1974)

La radice etimologica (excactus, esatto) di esazione contiene il termine riscuotere, quanto i termini imporre e gravare.

Le tendenze sadiche in alcune personalità patologiche suggerisce che, un possibile sviluppo della sovrapposizione tra nutrimento e sessualità, è rappresentato dall’esperienza piacevole dell’imposizione della propria volontà sul corpo altrui. 

Il comportamento sadico permetterebbe all’individuo di vivere in modo allucinatorio l’esperienza concreta del prendere realmente qualcosa dall’altro e nutrirsene. In questo caso il prendere ha valore di nutrimento ed è primario per il soggetto.

Le ricerche criminologiche su spree killer (assassini compulsivi) e serial killer (assassini seriali), indicano la misura estrema alla quale si può attenere un individuo, la cui sopravvivenza emotiva è legata ad un contatto sadico col corpo altrui. In genere, questi individui hanno avuto delle separazioni precoci o genitori violenti o sadici affettivi. 

La normale esperienza infantile di credere che il nutrimento provenga dal corpo del genitore è stata precocemente interrotta o non è mai avvenuta. L’individuo può, quindi, aver conservato una fame mai soddisfatta e delle fantasie cannibalesche, mai placate da soddisfacenti allucinazioni infantili, legate alla vicinanza corporea del genitore. 

Nella realtà psichica incompleta del bambino molto piccolo, alcune scene di divorazioni non sono mai avvenute o non si sono compiute. La lontananza dal corpo dei genitori non ha permesso il nutrimento e il soggetto non si è potuto rassicurare a tal punto da arrivare alla simbolizzazione di queste allucinazioni cannibalesche. Il bambino rimane nell’angoscia di doversi nutrire e la sessualità, che comincia a emergere, gli suggerisce nuovi modi per poterlo fare.

In psicoterapia il cliente si nutre in forma allucinatoria del corpo del terapeuta. Il cliente parla dei fatti della sua vita, del suo dolore. Il cliente va in terapia per nutrirsi e rassicurarsi. L’esperienza (allucinatoria e subconscia) di mangiare e sopravvivere è assicurata dalla presenza del corpo del terapeuta. 

La relazione terapeutica, per le sue caratteristiche (il terapeuta è un estraneo, disponibile, capace) permette di cogliere, nel vissuto del cliente, alcune condizioni emotive vicine a quelle della prima infanzia. Le fantasie che si sviluppano in questa relazione, da parte di tutti e due, cliente e psicoterapeuta, hanno grande forza e se adeguatamente esplorate, si rivelano simili a quelle del bambino entro i primi 3 o 6 mesi di vita: oralità, sessualità, sadismo.



In alcuni disturbi di personalità, riportati nel DSM (Manuale Diagnostico Statistico), compaiono comportamenti o pensieri di natura sadica. Nel corso dello sviluppo dell’individuo, questa modalità relazionale può acquisire anche caratteristiche masochistiche:

Disturbo paranoide
- sospetta di essere sfruttato, danneggiato o ingannato
- scorge significati nascosti umilianti o minacciosi in rimproveri o altri eventi benevoli

Disturbo antisociale
- disonestà per profitto o piacere personale
- irritabilità e aggressività, come indicato da scontri o assalti fisici ripetuti
- inosservanza spericolata della sicurezza propria e degli altri
- mancanza di rimorso, come indicato dall’essere indifferenti o dal razionalizzare dopo aver danneggiato, maltrattato o derubato un altro

Disturbo borderline
- Un quadro di relazioni instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione
- impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto, quali spendere, sesso, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate
- ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari, o comportamento automutilante
- rabbia immotivata e intensa o difficoltà a controllare la rabbia (frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici)

Disturbo narcisistico
- ha la sensazione che tutto gli sia dovuto, cioè, la irragionevole aspettativa di trattamenti di favore o di soddisfazione immediata delle proprie aspettative
- sfruttamento interpersonale
- manca di empatia: è incapace di riconoscere o di identificarsi con i sentimenti e le necessità degli altri
- mostra atteggiamenti arroganti e presuntuosi 

Oltre al comportamento sadico puro, esistono varie forme compensate, come quella masochistica, che si osserva nei paranoidi o nei borderline. Una modalità masochistica potrebbe sorgere nel momento in cui il corpo dell’altro è vissuto come particolarmente assente. 

Il bambino, nell’urgenza di nutrirsi, rivolge attenzione al suo corpo. Le esazioni, che dovrebbero essere rivolte al corpo del genitore, diventano sado-masochistiche e automutilanti, e svolgono il doppio ruolo di prendere nutrimento e, attraverso il dolore percepito, placare l’ansia del distacco dal corpo del genitore (soprattutto nei borderline). 

Il paranoide immagina che gli altri potrebbero volere da lui quello che egli non ha ottenuto dal corpo dei genitori e che desidera ardentemente.

Altre forme compensate possono essere la dipendenza e l’ossessività, che nel caso della compulsione, acquista caratteristiche masochistiche. In questo caso è il Super-Io del soggetto ad essere particolarmente sadico.

Il corpo del terapeuta può ricevere varie forme di attenzione da parte del cliente. Il modus operandi può variare notevolmente. 

Da un comportamento primitivo psicotico, caratterizzato da dinamiche transferali potenti (una presenza drammatica in seduta e assenze ripetute), nel quale il cliente con i suoi acting-out “divora” letteralmente l’attenzione del terapeuta, si può arrivare a un comportamento maggiormente organizzato, nevrotico e sofisticato. 

Il cliente, con un Super-Io più strutturato, che non gli permette di divorare liberamente il corpo-nutrimento del terapeuta, agisce un comportamento sadico, che si avvicina a modalità ossessive. Il suo modus operandi ha prima una forma seduttiva, che cattura l’attenzione del terapeuta e poi agisce una sessualità perversa (esibizionismo e ricatto) o una dissezione del corpo del terapeuta (che si può manifestare, per esempio, con una critica particolareggiata della sua tecnica di lavoro), al fine di ottenere nutrimento attraverso il controllo e l’imposizione sadica, sulla volontà del terapeuta.



Jacqui Lee Schiff (1975), nel suo lavoro terapeutico, opera un processo di ri-genitorizzazione con i bambini del Cathexis Institute, seguendo le teorie transazionali di Berne. 

Questo processo comporta la de-energizzazione della carica energetica dello stato dell’Io Genitore disfunzionale, originariamente incorporato, e la sostituzione con una nuova struttura genitoriale. Il lavoro che si trova a svolgere il terapeuta, in un assetto sufficientemente simbiotico, è la ricostruzione di una figura genitoriale interiorizzata più disponibile e gratificante. 

“L’assetto attuale del paziente è da considerare una struttura di adattamento del suo Bambino Libero. E questo originario adattamento ha valore di sopravvivenza, per cui si scopre che i pazienti hanno un notevole interesse a mantenere i sistemi di riferimento disfunzionali. Ciò spiega, almeno in parte, come mai i pazienti possono vivere in modo conflittuale la de-energizzazione del proprio stato dell’Io Genitore: sebbene provochi disagio, il suo passato valore di sopravvivenza può eclissare il disagio vissuto” (Schiff J. L., Analisi transazionale e cura delle psicosi, 1975)

Nella condizione di disponibilità del terapeuta, a questo bisogno di perseverare il passato del cliente, nonostante sia disfunzionale, egli si presta a impersonare il bambino masochista e a far vivere al cliente, il genitore sadico. Veicolando, nello stesso tempo, energia allo stato dell’Adulto, affinché sia testimone e arbitro del processo in atto. La rappresentazione, l’osservazione e la riflessione permettono al cliente di rafforzare quella parte del suo Io, l’Adulto, soggiogato in passato da un Genitore tirannico e sadico.


Crescita e sintonizzazione


Nel procedere dello sviluppo, il bambino si trova immerso in relazioni dalle quali dipende la sua sopravvivenza, soprattutto quelle con le figure di accudimento (care-givers). Il bambino agisce in queste relazioni attraverso il corpo e reagisce ad esse attraverso una strutturazione personalizzata delle funzioni vitali (scheletriche, muscolari, vegetative, cognitive). 

Il processo di attunement nella diade madre-bambino consiste in una sintonizzazione nella quale la madre coglie dei segni del bambino (lallazione, pianto, movimenti, ecc.) e li riproduce trans-modalmente. 

Il termine trans-modale mette in luce come una modalità sensoriale, ad esempio quella sonoro-uditiva del bambino (lallazione, pianto, vocalismi, ecc.), venga riprodotta, ad esempio, nel registro sensoriale motorio della madre. Scrive Stern:

Il bambino vede un giocattolo e sforzandosi di raggiungerlo emette dei suoni. La madre lo guarda e a sua volta guardata, muove il proprio corpo in estensione (registro sensoriale motorio) con un'intensità, tempo e ritmo analoghi alle vocalizzazioni (registro sonoro-uditivo) del bambino. Analogamente una motricità del bambino può essere trasposta in un suono emesso dalla madre. In questo modo si stabilisce un dialogo tra madre e bambino” (Stern D., Il mondo rappresentazionale del bambino, 1987)    

Il procedere delle relazioni coincide con l'avanzare delle rappresentazioni mentali, dei simboli che le organizzano e dello sviluppo sheletrico-muscolare-vegetativo. La regolazione dei vari sistemi che compongono la persona è in sintonia e dipende dalla regolazione interattiva che si effettua sul piano relazionale. 

Una certa parte della ricerca psicologica tende a enfatizzare una delle due dimensioni, nell'influenza bidirezionale nella diade madre-bambino, attribuendo potere e responsabilità soprattutto alla madre. Tuttavia, un'altra parte della ricerca, evidenzia quanto la madre sente di influenzare il bambino e, al tempo stesso, sente di esserne influenzata. 

Gli autori che sostengono queste affermazioni (Korner, Grobstein, 1976; Sander, 1977, 1995; Gianino, Tronick, 1988) evidenziano che i termini “bidirezionalità” e “reciprocità” non indicano necessariamente simmetria: ogni individuo può influenzare l'altro in modi e gradi diversi. Non è implicato un modello causale: la regolazione è definita dalle probabilità che il comportamento dell'uno sia prevedibile in base a quello dell'altro. Non è implicata neppure l'idea di un'interazione positiva: oltre agli scambi positivi, anche quelli negativi, sono regolati in modo bidirezionale.

Una puntualizzazione recente sull'autoregolazione, dall'infant research all'ambito analitico/terapeutico, è stata fatta da Beebe e Lachmann:

Usiamo il termine autoregolazione per denotare la capacità dei partner di regolare i rispettivi stati. Dalla nascita in poi, il processo di autoregolazione gestisce il controllo del livello di attivazione, il mantenimento dello stato di vigilanza e la capacità di inibire l'espressione comportamentale. Esso include le variazioni nella prontezza a rispondere e nella visibilità dello stato del bambino, indicando per esempio quanto è evidente dal suo comportamento che ha fame, ha sonno, oppure vuole avvicinarsi o allontanarsi rispetto al partner” (Beebe B., Lachmann F. M., Infant Research e trattamento degli adulti, 2003)

Nel periodo che va dai dieci mesi all'anno di età, il bambino comincia a muovere i primi passi, ad assumere più frequentemente una stazione eretta e spostarsi in avanti in equilibrio instabile. Di solito sotto gli occhi attenti dei genitori. 

Nell'autoregolazione che queste complesse operazioni richiedono agisce la regolazione interattiva con l’adulto presente. Il modo nel quale un bambino organizza la spinta naturale all'elevazione e nella deambulazione, risente del campo interattivo-relazionale, composto da affetti, sentimenti, storie e aspettative che caratterizzano quel campo. Minore sarà l'influsso e il condizionamento sul naturale sviluppo delle funzioni vitali, più ampio sarà il senso di realtà che l'individuo riuscirà a ottenere da esse. 

La progressiva stabilità nella stazione eretta del bambino, gli permette una maggiore motilità in virtù della diminuzione del momento di inerzia. Gli consente inoltre la liberazione degli arti superiori dalla loro subordinazione alle funzioni di supporto e locomozione (nella posizione carponi).

Scrive Lowen:

 La differenziazione della struttura corporea in termini di carica e scarica è estesa agli arti. Tutta la metà superiore può essere ora destinata alla funzione di carica dell'energia. La scarica energetica diventa ancor più specializzata quale funzione della metà inferiore del corpo, poiché questa metà assumerà l'importante funzione del movimento dell'organismo nello spazio. Questo sviluppo del principio della realtà è esso stesso il prodotto di un nuovo e più alto livello della funzione energetica. Si arriva infatti ad affermare che il rapporto libera energia/massa è così grande nell'organismo umano da consentire a tutta l'estremità frontale dell'organismo di sollevarsi dal suolo, e da rendere possibili le differenziazioni, le specializzazioni e il controllo che identifichiamo con l'essere umano” (Lowen A., Il linguaggio del corpo, 1978)

Riguardo i tempi della regolazione interattiva, che influenza il principio di realtà, ci aiutano le ricerche di Meltzoff (1985-1990) che ha osservato, a 42 minuti dalla nascita, bambini che riescono a imitare l'espressione del volto di un modello adulto. Il bambino percepisce una corrispondenza fra ciò che vede sul volto del modello e ciò che sente propriocettivamente sul proprio volto. 

Meltzoff afferma che questo è possibile grazie alla corrispondenza transmodale, che fin dai primi giorni di vita consente al bambino di confrontare le informazioni ambientali con quelle propriocettive, in cerca di corrispondenze. In questo modo lo stato interno e il comportamento del bambino entrano in sintonia con l'ambiente. L'autore sostiene che la corrispondenza transmodale rappresenta un'interfaccia fondamentale tra il Sé e l'altro, e tra stato interno e ambiente, che fornisce l'esperienza precoce del “come me”. 

La percezione transmodale delle corrispondenze è un meccanismo che coordina gli stati interni e relazionali. Stern (1998) afferma che il principio di sintonia transmodale può essere esteso ad altre modalità relazionali, come il timing e la distanza interpersonale. 

Il dialogo transmodale tra madre e bambino investe anche la posizione eretta e la deambulazione di quest'ultimo, che impara a muoversi in un ambiente affettivamente connotato. La gestione della carica energetica che lo tiene in piedi, segue percorsi che si adattano alle esigenze della relazione e che l'individuo conserva nel proprio stile e nel proprio modo di stabilire relazioni.

La simbologia delle parole collegate alla stazione eretta, sono gli indicatori dei livelli energetici della persona e del rapporto con il mondo e il proprio senso di realtà: rimanere dritti, cadere in piedi, camminare sicuri, stare ben piantati a terra, ecc.

Questa simbologia avvicina l’esperienza del muoversi nello spazio a quella del muoversi nel tempo (crescere e creare relazioni), ma le cose non vanno quasi mai come dovrebbero, e cioè secondo uno sviluppo equilibrato e naturale. Lo sviluppo è continuamente funestato da difficoltà, incomprensioni e incidenti. La normalità, tuttavia, accoglie tutti questi imprevisti.

In psicoterapia, l’autoregolazione deficitaria del cliente, entra in contatto con il terapeuta, in cerca di una regolazione interattiva che possa essergli di aiuto.

Una sintonizzazione con i movimenti del corpo del cliente è il primo contenimento che può dare uno psicoterapeuta. Il secondo tipo di contenimento sono le sue parole. Nella dimensione protomentale del cliente (concetto di W. Bion che indica l’indifferenziazione tra fisico e mentale) questo contenimento rassicurante equivale a cibo. La similitudine risale alle primissime esperienze angoscianti dell’individuo, quando il suo pianto disperato veniva sedato dall’allattamento. 

Il gesto di allattare implica un contatto tra i corpi, ed è presumibile supporre che nell’esperienza del bambino, ben presto tutte le componenti di questo gesto, equivarranno a una sensazione di nutrimento. Nel tempo ogni gesto di contatto, anche emotivo, attraverso le parole o i gesti, potrebbe essere vissuto dall’individuo che lo riceve, come equivalente dell’alimentazione e capace di sedare le sue ansie. Questa similitudine legata a un’utilizzazione regressiva dell’esperienza relazione, è più facilmente riscontrabile in periodi di maggiore fragilità emotiva, che chiunque può avere.

L’esperienza della realtà interna e esterna, che il bambino ha nelle prime settimane di vita, subisce solo parzialmente un’elaborazione cognitiva. Il sistema nervoso deve ancora completarsi e non tutte le afferenze sono sviluppate (bisognerà aspettare il primo anno di vita per la mielinizzazione completa dei gangli spinali). I bisogni primari irrompono prepotentemente nel bambino: la fame, l’evacuazione, il sonno, il bisogno di essere accudito. 

I gesti che vengono fatti dagli altri per lui e la soddisfazione o l’insoddisfazione che ne segue, diventano associazioni potenti nella mente del bambino, e costituiscono il primo seme di un’elaborazione cognitiva. Oltre a soddisfare i propri bisogni, il bambino comincia anche a pensare ai propri bisogni e a come soddisfarli. Nelle prime elaborazioni cognitive, l’ambiente di soddisfacimento dei bisogni, viene individuato dal bambino come il corpo della madre. 

L’allattamento al seno soddisfa il bisogno di nutrirsi e quello di sentirsi stretto, protetto e sostenuto. Il bambino sente che il suo piacere viene dal corpo della madre. Anche nell’allattamento artificiale, il bambino viene comunque preso in braccio, avvicinato al torace e allattato. Questa posizione permette al bambino di essere vicino al viso di chi lo allatta, soddisfacendo un altro suo bisogno, quello di guardare e imitare le espressioni facciali. Questo gesto viene ripetuto tante volte nei primi sei mesi di vita ed è spesso associato a sensazioni gradevoli, che il bambino prova e conserva. 

L’allattamento è fondamentale nella relazione madre-bambino e nella risoluzione delle angosce di quest’ultimo, quando sente arrivare la fame. Gran parte della gestione delle angosce in età adulta, saranno influenzate dai modelli di comportamento dell’allattamento ricevuto. Quando siamo nervosi o afflitti cerchiamo vicinanza e contatto, oppure mangiamo qualcosa di buono, cerchiamo il confronto con qualcuno per noi importante, per “guardare in faccia la realtà” e prendere i provvedimenti del caso. 

Nel caso di uno sviluppo emotivo sano della persona, l’esperienza di essere allattato, diventa un simbolo che ispira i comportamenti adulti. Nel caso di uno sviluppo deficitario, la simbolizzazione non avviene in modo altrettanto efficace e l’individuo si trova costretto a riprodurre fedelmente il passato, senza poterlo trasformare attraverso il pensiero. Il piacere che si riceveva dal contatto fisico, lo si ricercherà esclusivamente da quel tipo di contatto, sentendo che un contatto interpersonale di altra natura non è altrettanto soddisfacente. L’individuo tenderà a ricorrere al cibo per placare le sue angosce e, nei casi più gravi, il cibo deve provenire dal corpo di qualcuno.  


Ho la sensazione di conoscerti da tempo

"Fightclub" di David Fincher - 1999

Non ero me stesso!”

Come si può non essere se stessi? Eppure riusciamo ad afferrare il senso che questa frase può esprimere. Indica una condizione che conosciamo e che comporta un qualche cambiamento fondamentale nell’equilibrio del nostro essere, una spiacevole disgregazione del sentimento di esistere, del nostro senso di noi stessi.

In molti non vivono completamente nella zona del Sé. Un altro sistema irrompe nella vita psichica invadendo o mettendo completamente fuori gioco i sentimenti e il tipo di attività mentale che stanno alla base del senso di “essere se stessi”.

Questo sistema potrebbe essere composto di memorie di passate disgregazioni del senso di Sé. Queste memorie sono inconsce in quanto sono conservate in un sistema di memoria che è diverso da quello che supporta la coscienza abituale. Queste memorie non sono vissute come tali, ma vengono collocate nel presente.

Per molte persone, l’irruzione di questo sistema dirompente è transitoria e non stravolge la vita quotidiana. Se ne va, dopo un breve periodo di fastidio, di ansia o di sconforto. Per altre persone essa rappresenta un ostacolo. Il suo effetto è dannoso per le relazioni e debilitante per le capacità di adattamento, oltre a impedire la crescita personale.

L’irruzione di questo sistema di memorie traumatiche causa alienazione.

La persona si sente come estraniata rispetto agli altri, ed esclusa dal sentimento fondamentale che è al cuore del Sé. La gestione dei sistemi di memoria traumatica, che possono essere considerati dissociati, è uno dei compiti di chi lavora in campo psicoterapeutico.



William James (1890) vedeva il Sé come una consapevolezza del flusso di vita interiore e lo chiamava “flusso di coscienza”. Russell Meares (2000) ha ampliato questo concetto tanto da considerare il Sé come una speciale forma di dialogo. La sua idea si basa sulla distinzione tra due forme di linguaggio umano e di dialogo.

Uno di questi dialoghi viene considerato essenziale per il senso del Sé. Esso è non-lineare, associativo e apparentemente senza scopo. L’esperienza del Sé si sviluppa in un dialogo che mostri la fisionomia di questo linguaggio, il quale è simile al flusso di coscienza e ad alcuni tipi di gioco. È il linguaggio della vita interiore.

Il secondo tipo di linguaggio è logico, lineare e chiaramente mirato. È diretto in larga misura agli eventi del mondo. È il linguaggio della sopravvivenza e dell’adattamento.

Le due forme di linguaggio umano si trovano solo in circostanze particolari allo stato puro. Il linguaggio lineare dell’adattamento viene mostrato, non diluito, nei documenti politici e legali; l’altro tipo di linguaggio, in forma alquanto intatta, si trova in alcune forme di poesia
(Meares R., Intimità e alienazione, 2000)   

La maggior parte dei dialoghi comporta una miscela di queste due forme di linguaggio. Nel linguaggio lineare, impegnato a confrontarsi col mondo esterno, sono iscritti elementi di un’altra forma colloquiale, che è legata alla vita interiore.

Una maggiore presenza di questo tipo di linguaggio denota intimità.

Vista in questo modo l’intimità dipende dallo sviluppo di esperienze interiori, che possono essere condivise con un altro.

L’intimità non equivale alla confessione o alla rivelazione senza freni. Una conversazione intima ha un particolare calore, una forma erratica, che sono legati a un sentimento di benessere.

Gli argomenti toccati possono sembrare a prima vista banali: per esempio un film, una situazione di vita quotidiana. Eppure il modo in cui si parla di queste cose risuona di qualcosa, dentro di noi, dall’elevato valore emotivo.

"Love Story" di Artur Hiller - 1970

Questo tipo di dialogo si svolge spesso in una coppia, o in un’amicizia intima. Ma potrebbe trattarsi anche di un estraneo incontrato per la prima volta, magari in un viaggio. E sebbene né la sessualità né un particolare affetto siano coinvolti, si tratta di conversazioni intime.

Russell Meares sostiene che sia il Sé che l’intimità dipendono da una particolare forma di memoria. Nella conversazione intima, una persona è consapevole di immagini del proprio passato, di particolari episodi della propria vita che, per molte persone, possono essere visualizzate in maniera quasi filmica.

Una conversazione intima è associata a un’accentuata sensazione di “essere me stesso”.


Ritengo che il tipo di memoria da cui dipendono il Sé e l’intimità riguardi la rievocazione di episodi del proprio passato. C’è una duplicità in questa condizione. Si vive nell’immediato presente e al tempo stesso si è consapevoli di territori diversi dell’esperienza, che appartengono a un altro tempo della propria vita. Nel caso della memoria traumatica, tale duplicità viene persa. Non si riesce a comprendere l’origine di quella sensazione di disturbo. Non si riesce a recuperare un passato; l’esperienza è collocata nel presente. In altri termini, è dissociata” 
(Meares R., Intimità e alienazione, 2000)  

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...