Coscienza senza soluzione di continuità

"Guernica" di Pablo Picasso

Nel 1794, John Dalton, uno scienziato che sviluppò la teoria atomica della materia e che diede il nome ad una particolare patologia nella percezione dei colori, il daltonismo, scrisse un saggio sulla cecità ai colori. 

Le sue ricerche furono riprese da Francis Galton, cugino di Charles Darwin, il quale mise in evidenza come, le persone affette da queste “peculiarità” dell’esperienza percettivo-sensoriale, non sono consapevoli della differenza fra la loro esperienza e quella altrui. 

Galton scrisse che:

"Una persona su ventinove non è in grado di distinguere il rosso dal verde, non sa di essere affetta da un deficit a carico del senso del colore e non dà segno di questa sua anomalia neppure ai propri amici" (Galton F., Inquires into Human faculty and its development, 1883)

Galton scoprì anche una seconda importante differenza riguardo la capacità di immaginazione. Egli chiese a un gruppo di persone, tra cui eminenti scienziati, di pensare “ a qualche oggetto preciso, per esempio il tavolo a cui vi siete seduti per la colazione di stamattina” e di considerare “attentamente l’immagine che emerge davanti ai vostri occhi”. Galton pose poi altre domande riguardanti l’illuminazione, la definizione e i colori di questa scena. 

Restò sbalordito dai risultati:

"Fui sconcertato dal rilevare che la maggior parte degli uomini di scienza a cui mi ero rivolto affermassero che la capacità di immaginazione fosse loro totalmente sconosciuta. Mi guardarono tutti come un fantasioso e uno stravagante per aver supposto che la parola “immaginazione” esprimesse in effetti quello che io supponevo tutti pensassero esprimesse. La loro nozione di immagini mentali era deficitaria quanto il senso del colore per un daltonico inconsapevole del proprio deficit. Essi erano dunque affetti da un’anomalia di cui non erano a conoscenza e, fatto questo alquanto strano, ritenevano che chi ne evidenziava in loro la presenza, stesse favoleggiando" (Galton F.)



L’autore trovò un’attitudine prevalente, completamente diversa, svolgendo la stessa indagine nel resto della popolazione. Molte persone affermarono che per loro era cosa abituale vedere immagini nella mente, e che esse erano nitide e piene di colori. 

Questo studio avviò una generale consapevolezza che altri possono avere forme di vita interiore che presentano differenze rispetto alle nostre, sotto molti aspetti, e che possono essere del tutto ignari di tali differenze. Supporre che altre persone possano non sperimentare il flusso di coscienza, sembra andare contro il senso comune. 

Eppure i risultati emersi dalla ricerca di John Flavell e allievi (1993) sembrano indicare proprio questo. Questi ricercatori, anticipando i loro studi sulla scoperta del flusso di coscienza nei bambini, somministrarono un questionario a 234 studenti universitari, che vennero invitati a commentare con “probabilmente vero” o “probabilmente non vero” un’affermazione. 

Essa recitava testualmente:

Gli eventi mentali consci (idee, percezioni, immagini, sentimenti), in una persona in stato di veglia, normalmente si susseguono l’un l’altro, più o meno senza soluzione di continuità. Essi danno luogo a una sorta di flusso di coscienza, in cui prima si presenta un fenomeno mentale conscio, poi un l'atro, e così via” (Flavell J., Green F., Flavell E., Children’s understanding of the stream of consciousness. In Child Development)

Soltanto il 76% degli studenti valutò l’affermazione come “probabilmente vera”. Il 12% non aveva opinioni a riguardo, mentre un altro 12% rispose che essa era “probabilmente non vera”. 

"Bal au Moulin de la Galette" di Pierre-Auguste Renoir


Flavell e suoi colleghi non trovarono spiegazioni a questi risultati. Ciò nonostante, questi dati confermano la possibilità che per alcune persone, una parte minoritaria della popolazione, l’esperienza del Sé come flusso di coscienza sia limitata o bloccata. 

D’altronde appare assodato che non nasciamo con un Sé già formato. Il Sé è una potenzialità, il cui dispiegarsi può avvenire nell’ambito di una speciale forma di relazione con gli altri. Questa relazione dipende dal dialogo e da una forma di attività mentale che si manifesta in alcune forme di gioco. 

L'incontro tra cliente e terapeuta e il gioco simbolico del bambino, se messi a confronto, ci aiutano a capire. Ascoltando il cliente che parla, alcune aree dell'esperienza del terapeuta compiono un gioco simbolico, che partecipa e assiste alla nascita di uno spazio sia reale che metaforico, tra un me e un tu che viene avvertito come parte di un’esperienza intima. 

Questa gioco è il precursore del Sè come flusso di coscienza, uno dei suoi aspetti essenziali è l'esperienza del possesso. 

Una frase di William James appare esplicativa:

"Sembra che il fatto elementare psichico sia, non il pensiero, o questo pensiero, o quel pensiero, ma il mio pensiero, perché ogni pensiero è di qualcuno" (James W., Psychology, a briefer course, 1982)  

Nel gioco simbolico, il mondo esterno, ciò che è l'altro, viene trasformato per diventare il proprio mondo. Durante il gioco simbolico il bambino prende le cose del mondo, che non sono le sue, e le trasforma in ciò che vorrebbe che fossero:

"Il gioco è un modo per rendere un oggetto, per scopi contingenti e personali, ciò che potrebbe essere" (Baldwin, J. M.)

L'astrazione che il terapeuta fa sui racconti del cliente, sintonizzandosi con le proprie percezioni, permette di dare un contributo nuovo alla vita del cliente. 

Il bambino, nel trasformare l'oggetto in ciò che vuole che sia, opera una ricostruzione del mondo reale. Questa è una costruzione che deve essere distinta come parte del mondo interno, e come tale deve essere contrapposta a quegli oggetti, forse gli stessi, che esistono nel mondo esterno. 


Ciò che è centrale nella scelta degli oggetti e nel gioco è la libertà. La selezione non è imposta dagli altri e il gioco è caratterizzato dal sentimento che Baldwin definì del "non-sei-obbligato". 

Allo stesso modo il terapeuta percorre liberamente le sue associazioni ai racconti del cliente. Ascolta le reazioni emotive e corporee e costruisce uno spazio emotivo e cognitivo che è l'incontro tra ciò che ascolta e il modo nel quale risponde a quel racconto, che non è solo verbale, ma che si compie con la qualità della presenza del cliente. 

Proprio per il fatto che l'oggetto viene scelto e creato in base all'immaginazione, esso ha una qualità di "interiorità". Eppure è anche la cosa in quanto tale, esterna al terapeuta e oggettiva agli occhi anche del paziente.

"L'oggetto diviene non solo l'oggetto interiore e di fantasia, o l'oggetto esteriore e presente, ma tutti e due allo stesso tempo" (Baldwin, J. M.)

Gli oggetti alieni del mondo esterno vengono trasformati in cose avvertite come mie e permeate di una specie di calore e intimità. L'oggetto apparente che nasce da questo incontro diventa nel terapeuta, come nel bambino, meta di un interesse che possiamo chiamare "contemplativo". 

La scena di questa contemplazione pone le condizioni per il flusso di coscienza e la formazione del Sé, che nel caso dell'esperienza del terapeuta rappresenta il nucleo di contatto col cliente/paziente. 

Il senso di intimità che viene creato è frutto di un'attività psico-corporea del terapeuta, dalle caratteristiche non-lineari. Il lavoro di Vygotskij evidenziò come nel gioco simbolico il linguaggio è non-lineare, nella contemplazione terapeutica il linguaggio interno e l'ascolto delle reazioni controtransferali, procede in modo differente dal linguaggio comunicativo:

"Il linguaggio interiore non è l'aspetto del linguaggio esterno, è una funzione a parte. Spesso è privo di grammatica, è condensato, procede a salti, si muove capricciosamente seguendo associazioni e analogie, perché la sua funzione non è quella di comunicare" (Vygotskij L. S., Pensiero e linguaggio, 1990)


Che caratterino!



I tipi caratteriali sono psicologicamente differenziati dalla struttura dell’Io, cioè dal loro atteggiamento verso la realtà; bioenergeticamente possono essere differenziati dalla funzione genitale. 

I caratteri orale e masochista sono classificati come tipi pregenitali: il loro contatto con la genitalità è insicuro, il loro atteggiamento verso la realtà è infantile o puerile. Entrambe sono strutture prive di armatura. Si possono raggruppare in un’unica categoria tutte le forme caratteriali basate sulla genitalità, più o meno corazzate o più o meno sicure nel loro rapporto con la realtà. 

Più la struttura caratteriale è nevrotica, più si manifesterà come rigidità a livello psicologico e somatico. Per questa ragione, definiamo rigido il carattere fallico-narcisistico. Questa categoria comprende il carattere isterico, cioè la forma che il disturbo assume nella donna. 

E’ comunque opportuno capire perché si fa una distinzione tra i tipi di struttura rigida maschile e femminile nel carattere narcisistico, mentre non si fa la stessa distinzione nella struttura del carattere masochista o orale. 

Il problema dell’oralità e il problema del masochismo non differiscono nei due sessi, perché si tratta di strutture pregenitali. Per contro, il problema genitale è differente per il ragazzo o la ragazza. Mentre il disturbo fondamentale causato dalla rigidità colpisce in modo simile la funzione nei due sessi, il modello manifesto di comportamento sarà diverso a seconda del sesso.

Osserva Reich: “La formulazione del carattere fallico-narcisistico si è resa necessaria per raggruppare quelle forme caratteriali che stanno fra quella della nevrosi ossessiva e quella dell’isteria” (1975)

"L’isteria comunque non è un tipo caratteriale ma un sintomo" (Lowen A., 1985) 

Mentre il sintomo è generalmente associato al carattere, in questo caso non è necessariamente così. La paralisi isterica si riscontra nel sesso maschile. La formulazione del sintomo dipende da condizioni speciali mentre le dinamiche della struttura caratteriale sono fenomeni persistenti.



Le distinzioni che Reich traccia tra il carattere coatto, il carattere isterico e il carattere fallico-narcisistico si basavano su tratti e non sulle dinamiche dei processi energetici coinvolti.

“Mentre il carattere coatto è prevalentemente inibito, contegnoso, depressivo, e mentre il carattere isterico è nervoso, agile, apprensivo, incostante, il tipico carattere fallico-narcisistico invece si presenta sicuro di sé, a volte arrogante, elastico, vigoroso, a volte imponente” (Reich W., 1975)

L’esperienza clinica di Alexander Lowen ha mostrato che questi tratti non sono così nettamente circoscritti. L’arroganza è spesso il marchio di individui con forti tratti coatti; elasticità e agilità possono essere confuse. 

Questa confusione appare evidente nell’osservazione di Reich, quando, parlando del carattere fallico-narcisistico, scrive: “L’espressione facciale rivela frequentemente durezza e lineamenti prettamente maschili, ma anche spesso, malgrado l’habitus atletico, lineamenti femminili, da fanciulla” (1975)


Reich e altri analisti usarono la definizione “carattere isterico” per descrivere i tipi caratteriali sia maschili che femminili. Lowen preferì limitare il carattere isterico alla struttura femminile per la semplice ragione che la descrizione del carattere isterico maschile assomiglia al tipo di struttura passivo-femminile, che è un tipo misto e più vicino al masochismo che al tipo di struttura genitale.

Il tipo passivo-femminile può essere considerato una delle suddivisioni del problema masochista, quello che Freud chiamò il tipo femminile di masochismo. Il carattere fallico-narcisistico descrive una struttura della personalità che è fondata nella realtà e ancorata nella genitalità per mezzo di difese dell’Io che sono invece assenti nelle strutture pregenitali.

Prima dei social network



In quali contesti le persone acquisiscono il senso e la competenza sociale? 

La famiglia di origine e le esperienze di vita familiare svolgono senza dubbio un ruolo determinante, ma non si tratta certo dell'unico ambiente che ci permette di acquisire la competenza e la conoscenza del mondo sociale. 

Talcott Parsons, negli anni '60, ha proposto una teoria secondo la quale, tra tutte le istituzioni che possiamo prendere in esame, è senz'altro la scuola che più di ogni altra è in grado di trasformare una persona incompleta in un membro di quella che egli ritiene sia la società naturale, quella cioè in cui essere sociale significa puntare al successo. La teoria di Parsons enfatizza il contrasto fra la vita scolastica e la vita familiare. La prima si realizza all'interno di una società che si costituisce durante le lezioni; la forma che tende ad assumere rispecchia interamente i principi strutturali imposti dal professore. 

Nella famiglia, come anche nella scuola, vi è una figura dominante, che di solito è la madre. E' possibile individuare la persona centrale identificando la fonte delle ricompense e dei privilegi. A casa le ricompense sono attributive, dipendono cioè da ciò che si è piuttosto che da ciò che si fa. Quel che ci è dato dalla figura dominante è più o meno connesso ai nostri bisogni. A scuola, al contrario, dare e avere sono più intimamente collegati ai successi; lo sforzo è fonte di buone cose, sempre che i propri sforzi siano riconosciuti dalla persona dominante della situazione. In questo modo, malgrado le differenze, scuola e famiglia risultano continuamente collegate tra di loro in quanto ambienti sociali. Tuttavia il fatto che a scuola vi sia un numero maggiore di persone in contatto con la persona dominante, rispetto a ciò che si verifica in famiglia, provoca una rottura psicologica al momento della transizione dall'uno all'altra. 



Parsons ritiene che a scuola i ragazzi acquisiscano quell'attaccamento all'ordine sociale più allargato, proprio della società adulta, che si riflette nel metodo di dare e avere adottato e incoraggiato dalla scuola. Col procedere degli studi, si rivela progressivamente il ruolo selettivo della scuola nei confronti del mercato del lavoro e ciò porta ad una reazione asintonica con la vita reale per la quale la scuola fornisce l'apprendistato. Secondo Parsons, la criminalità nasce nella vita violenta dei campi di gioco. 

Rovesciamo il quadro. La struttura sociale della comunità scolastica ci sembra poter essere indifferentemente la culla della devianza, sia del comportamento corretto. La distinzione tra risultato reale ed apparente, sempre che questo sia ben architettato dall'alunno e di conseguenza sfugga al professore, dà la possibilità di ricevere ricompense sia per il risultato rubato che per quello meritato. La possibilità offerta al ragazzo di ottenere un riconoscimento della sua parvenza di virtù ricercando la stima del professore con tutti i mezzi, ci sembra l'insegnamento ideale per fare acquisire una visione criminale e sfruttatrice del mondo sociale.


Occupiamoci dei campi di gioco. Riteniamo che proprio in questi luoghi si costruiscano i frammenti di quella società della cui realtà i ragazzi dubitano poiché loro stessi ne sono i costruttori e sanno come mantenerla. E' un mondo fatto di accordi e di compromessi, in cui il presente e il futuro sono regolati da rituali; un mondo dominato dal potere assoluto delle parole che una volta pronunciate diventano portatrici di ordine rispetto alle azioni e alle relazioni sociali; un ordine che, per essere infranto, ha bisogno di altre parole. Questo è il luogo in cui avviene l'apprendistato alla vera socialità, in quanto le parole date sono realmente vincolanti e le regole non hanno bisogno di essere sanzionate per essere rispettate. Non può esistere il crimine perché si tratta di un mondo costruito da tutti e per tutti. Le deviazioni sono tenute sotto controllo e progressivamente demotivate attraverso adattamenti continui della realtà sociale contro la quale tale deviazioni erano sorte.



Di solito una società complessa è composta da un certo numero di micro-società i cui mezzi per motivare le proprie azioni non sono ne universalmente accettati, ne largamente condivisi dall'intera comunità. In tale situazione si possono attribuire particolari significati alle azioni dei membri di una micro-società che hanno ben poco in comune con quelli attribuiti dai membri stessi. 


Questa tesi è difficilmente dimostrabile se le attribuzioni di significato espresse dai membri della società dominante sono molto incisive e visibili mentre quelle espresse dagli appartenenti alla micro-società appaiono meno evidenti, anche perché forse è più difficile avere contatti con questi ultimi. E' opportuno distinguere in due gruppi le attribuzioni di significato: sono esterne quando vengono espresse da un esponente della società dominante in riferimento alle azioni dei membri della micro-società; sono interne quando vengono espresse da questi ultimi rispetto alle proprie azioni o a quelle dei propri compagni.

Contrariamente all'opinione pubblica, questi ragazzi sono coscienti della loro situazione e del significato delle loro azioni e sono in grado di elaborare delle teorie accettabili per spiegare esaurientemente le loro attività, dimostrando peraltro una considerevole abilità linguistica e concettuale. In breve, essi dispongono di una retorica giustificativa delle loro azioni che differisce da quella della massa. Quest'ultima riflette ed influenza ad un tempo le forme verbali e le risorse concettuali di coloro che, dall'esterno, descrivono quelli che si distaccano dalle norme. L'esistenza di due retoriche, di due sistemi diversi di comprensione e di spiegazione, porta ad una situazione in cui vite e aspirazioni, desideri e bisogni di ciascun gruppo diventano sempre più confusi agli occhi dell'altro. 



Una teoria socio-linguistica largamente diffusa, sostiene una tesi antitetica. Si tratta della teoria di Bernstein dei codici ristretti ed elaborati (Bernstein, 1971). Egli sostiene che i bambini della classe lavoratrice risente di uno svantaggio linguistico e cognitivo, rispetto alla controparte della media borghesia. Secondo Bernstein sono le condizioni stesse della loro educazione che rendono questi bambini svantaggiati sotto il profilo linguistico. Poiché il loro linguaggio consiste in un codice ristretto, essi non sono in grado di formulare, e a maggior ragione di capire, molte cose che i ragazzi della media borghesia possono invece esprimere e comprendere senza alcuna difficoltà. Gli orizzonti mentali saranno dunque limitati in quanto lo sono le risorse linguistiche.

La distinzione tra un codice elaborato ed uno ristretto è basato sugli studi linguistici effettuati da ricercatori di estrazione borghese, che si sono avvicinati dall'esterno al mondo sociale dei bambini della classe lavoratrice senza avere competenze per capire quel mondo. Com'è prevedibile, la comunicazione è risultata semplificata e le interazioni regolate da forme rudimentali, come quelle a cui ci si deve attenere quando si adotta la vecchia tattica che consiste nel simulare incapacità di esprimersi per nascondere quel che succede nel proprio mondo. Questa tattica sociale implica l'idea che esista una carenza linguistica rilevabile empiricamente. 

La teoria è stata inoltre perfezionata dall'idea secondo cui la struttura e i concetti dei corsi di studio, siano essi di tipo tradizionale o liberale, favoriscano sempre le persone capaci di elaborazioni concettuali e linguistiche illimitate. Gli studi successivi non sostengono questa teoria, in quanto non vi sono prove di questa carenza linguistica. Tutto dipende dalla situazione in cui si svolgono discussioni e teorizzazioni, da chi sono i protagonisti e dall'argomento di cui trattano. 



Dobbiamo concludere che ogni micro-società possiede un proprio codice elaborato, capace di estensioni illimitate, ma presenta anche un suo fronte di opacità rispetto alle possibilità di penetrazione da parte di altre micro-società.

La forza e il carattere stravagante dei giudizi espressi su studenti ribelli o su tifosi turbolenti non possono essere spiegati né dall'utilizzazione di sistemi retorici diversi, né dall'insorgere dell'impenetrabilità reciproca. Per comprenderli possiamo ricorrere al concetto di “panico morale” introdotto da Sten Cohen.

"Sembra che di tanto in tanto, le società siano affette da periodi di panico morale. Una condizione, una persona, un gruppo di persone o un episodio vengono considerati come un'improvvisa minaccia agli interessi e ai valori della società; i mass-media li descrivono in modo semplicistico e stereotipato; le barriere morali vengono manovrate dai redattori, dai vescovi, dagli uomini politici e da altri benpensanti; i sociologi accreditati pronunciano le loro diagnosi e propongono soluzioni; si elaborano strumenti per far fronte alla situazione. La condizione può allora sparire, sprofondare nel nulla o degenerare e apparire quindi più evidente. Talvolta l'oggetto del panico è una novità, altre volte è qualcosa che esiste da tempo e che, improvvisamente, appare alla ribalta. A volte il panico è lasciato in disparte ed è dimenticato da tutti tranne che dalla memoria collettiva e dal folklore. Talora esso ha delle ripercussioni più durature e più gravi che possono portare a modificazioni della politica sociale e legale, se non addirittura a cambiamenti nell'idea che la società si è fatta di sé stessa" (Cohen, 1972)

Premesse per una psicoterapia


La psicoterapia è un modo di curare i disturbi mentali e i disadattamenti della persona fondato sul rapporto tra psicoterapeuta e cliente. 

La psicologia è la scienza che studia i comportamenti e i processi mentali sia umani che animali. 

La psicoanalisi è una teoria psicologica e una tecnica psicoterapeutica basate sull’analisi dei processi psichici inconsci e conflitti tra le varie sfere della psiche. 

La psichiatria è una branca della medicina che tratta la prevenzione, diagnosi e cura delle malattie psichiche e mentali. 

Mi sono fatto l’idea che questo modo di procedere nella cura, cioè il rapporto umano tra due persone, sia la caratteristica principale della psicoterapia, ciò che la differenzia maggiormente da tutti gli altri modi di avvicinarsi alla psiche. 

Solo nella psicoterapia e nella psicoterapia psicoanalitica la relazione è l’elemento centrale della cura. La psicologia, la psicoanalisi ortodossa e la psichiatria, anche prevedendo una relazione, non la pongono come esperienza centrale nel processo di conoscenza e cura della psiche.

La relazione psicoterapeutica comincia con l’incontro tra lo psicoterapeuta e il cliente e continua con il legame che questi due individui stringono durante il processo terapeutico. 

Questa relazione è fatta di più livelli: 1) un contratto terapeutico che stabilisce i termini concreti della psicoterapia (tempi, luoghi, modalità); 2) una relazione da persona a persona centrata sul rispetto e la disponibilità; 3) una relazione tra psicoterapeuta e cliente che influenza il transfert, il controtransfert e la comunicazione in seduta; 4) una relazione tra gli ambienti reciproci d’appartenenza. 

Un tentativo che si può compiere è cercare di capire in quale modo lo psicoterapeuta influenza il cliente con la sua “postura”, intesa come risultante psico-corporea del lavoro su se stesso e che tipo di rapporto ha stabilito con le proprie dinamiche psichiche, soprattutto narcisistiche. 

Il lettino psicoanalitico nello studio di Sigmund Freud a Vienna 

In quale modo il corpo dello psicoterapeuta diventa uno dei luoghi della psicoterapia e compie gesti di cura?

Tenendo a mente le parole di Bion sul significato di contenitore-contenuto che può essere dato al corpo, quando lo psicoterapeuta diventa il corpo-contenitore del cliente? Quali sono i processi che introducono il corpo dello psicoterapeuta come contenuto delle fantasie del cliente? E queste fantasie, che ruolo hanno nel lavoro controtransferale dello psicoterapeuta?

Scrive Lowen: “Il corpo è la nostra realtà”, e nella realtà della psicoterapia è probabile che sia utile capire cosa accade nel corpo dello psicoterapeuta e il modo in cui questa “cosa che accade” può essere messa a disposizione del cliente e del processo terapeutico.

Il controtransfert è una condizione privata dello psicoterapeuta, tanto più critica quanto più è acuta la sofferenza del cliente a cui il controtransfert è collegato. I contributi alla sua conoscenza vengono da più aree psicoterapeutiche. Deve essere riconosciuto un valore importante, anche dal punto di vista storico, al contributo dato dal lavoro di Herbert A. Rosenfeld. La consapevolezza che oggi abbiamo sui movimenti controtransferali deve molto al lavoro di quest’autore con pazienti psicotici.

E' necessario che siano osservate le costellazioni narcisistiche e le influenze che queste hanno sul rapporto che l’individuo (psicoterapeuta) ha col proprio piacere e col proprio corpo. E' importante il lavoro che lo psicoterapeuta fa sul proprio narcisismo e sui risultati che ottiene in termini di contatto col proprio cliente.

Altro tema inerente all'argomento è la relazione tra sviluppo della persona e organizzazione delle relazioni adulte. A questo scopo è utile focalizzare due aspetti: il primo è quello dell’auto-regolazione e dell’etero-regolazione, in psicoterapia e nell’infant research; il secondo aspetto riguarda il transfert sado-masochistico in psicoterapia. 

Questa particolare modalità di relazione in terapia, apre scenari interessanti per la comprensione dello sviluppo della persona e l’organizzazione del narcisismo distruttivo all’interno delle relazioni adulte.


Queste premesse per una psicoterapia sono dedicate a Petruska Clarkson, che si è tolta la vita nell’estate del 2006. Un ringraziamento per quello che ci ha regalato. Per la vitalità e l’esperienza che ha passato a tutti noi. Immagino che tanto ci ha amato e tanto ci ha odiato, togliendosi la vita, ha ucciso un po' anche tutti noi e ci ha insegnato che non si è mai completamente al sicuro. Addio Petruska 

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...