Appunti su sintonia e contenimento in una seduta di psicoterapia



Studi condotti da Tom Bower (1974) mostrano che l'esistenza del bambino è costituita da una moltitudine di spazi. Egli verificò l'ipotesi di Piaget secondo cui, per il bambino l'identità degli oggetti è creata o dalla loro posizione o dal loro movimento. 
Per esempio, se una sedia viene messa prima davanti a una libreria e poi spostata e messa di fronte a un muro spoglio, diventa una sedia diversa poiché occupa una nuova posizione. 

Per il bambino ci sono una moltitudine di oggetti dove per l'adulto ce ne sono pochi. 

La frammentarietà dell'esistenza personale dei bambini risulta evidente anche dai loro dialoghi. Ciò che è vero sembra esserlo solo per quel momento. Questa verità sembra non avere alcun nesso con la situazione di alcuni minuti dopo.

"Fin verso i sette/otto anni i bambini non si preoccupano di avere un'opinione unica su un dato argomento. Certo non pensano la contraddizione, ma adottano successive credenze, che se confrontate, sarebbero contraddittorie" (Piaget J., Il linguaggio e il pensiero del fanciullo)

Il processo di unificazione comincia con una temporalizzazione dell'esperienza. 

Il prima e il dopo permettono una costanza dell'oggetto e una riduzione della molteplicità dell'esperienza, che nella narrazione diventa sequenza di accadimenti e condensazione dell'esperienza percettiva. 

Il luogo, insieme al tempo, nella condizione analitica, permettono al terapeuta di superare la frammentazione e la discontinuità dell'esperienza nella relazione col paziente. Il corpo è il luogo di questa condensazione, nei suoi sistemi di afferenze e percezioni propriocettive, l'unità psico-fisiologica del terapeuta riduce l'esperienza a una forma di contatto col cliente, sempre più precisa nei luoghi e costante nel tempo. 

La storia crea un significato tra i misteri e gli eventi slegati, aiuta il cliente a costruire una realtà personale. Le storie sono "atti di significato" (Bruner, 1990). Questo tipo di narrazione è carente nei dialoghi con coloro il cui sviluppo è stato compromesso. 

Pierre Janet, che si occupò di moltissimi individui sulle cui vite i traumi avevano lasciato profonde cicatrici (nel complesso descrisse 591 pazienti, individuando in 257 di loro un'origine traumatica della psicopatologia), notò che queste persone, non erano in grado di riunire adeguatamente le varie parti della loro esistenza. Il loro deficit principale, a suo modo di vedere, era un'incapacità di "sintesi personale".

"Essi mostrano una carenza di unità mentale" (Janet P., L’etat mental des hysterics. In La medicina psicologica)

Inoltre, il modo di conversare dei suoi pazienti era simile a un resoconto.

"Vivono ogni giorno senza immagini del futuro o ricordi del passato, raccontando la stessa storia monotona, giorno dopo giorno" (Janet P., Ibidem)


Il lavoro dello psicoterapeuta tende alla costruzione di una storia, che potrebbe ricollocare gli eventi e metterli in sequenza. La sincronizzazione tra il tempo non-lineare del corpo e il tempo lineare della relazione e del dialogo, potrebbero contribuire allo sviluppo degli aspetti terapeutici della relazione. 

La memoria lineare, della mente del cliente, potrebbe cominciare a confrontarsi con la memoria inconscia e non-lineare del suo corpo, in uno scambio proficuo nel quale, il cliente avrebbe l’opportunità di dare più spiegazioni alla sua storia.
Questa capacità è quella che Bruner individua in una certa età dell'evoluzione del bambino e chiama:

"Lo sviluppo di un pensiero narrativo e di uno paradigmatico" (Bruner J., La mente a più dimensioni)

I due differenti linguaggi (che sono espressione del pensiero) sono diretti a due diversi orientamenti. L'utilizzazione cosciente che il terapeuta fa di queste due modalità di funzionamento, gli permettono di utilizzare il pensiero narrativo nel linguaggio dell'adattamento e dirigerlo verso l'esterno, e il pensiero paradigmatico nel linguaggio del simbolismo corporeo diretto verso l'interno. 

Nell'area dell'adattamento il terapeuta si pone in relazione e comincia a costruirsi l'idea di chi è lui di fronte al paziente, quali sue parti sono viste e possono agire nella relazione. Gradualmente si delinea un'identità del terapeuta in relazione con quel paziente e con nessun altro. Nell'area del simbolismo, il pensiero non-lineare diventa la forma di linguaggio del Sè terapeutico, che nel terapeuta è legato a un'esperienza intima che ha del cliente. Nella vita quotidiana queste due sfere dell'esistenza sono unite, connesse e contenute nel corpo, quindi parlarne qui in termini di separatezza ha soltanto carattere esplicativo riguardo al setting terapeutico.

La terapia richiede il coordinamento di questi due ambiti e delle differenti forme di attività mentali che ne sono alla base. Questo coordinamento prende forme diverse in momenti diversi dell'esperienza terapeutica. In alcune circostanze, la modalità di pensiero lineare sarà prevalente, in altre, nel caso per esempio della reverie (concetto di Wilfred Bion per indicare la sintonizzazione mentale-corporea tra madre e figlio), passa in primo piano il paradigmatico e associativo pensiero non-lineare del corpo. 

Le caratteristiche con cui ogni terapia diventa un'esperienza, è influenzato dallo stato di questo coordinamento, e dal modo in cui la fiducia che il paziente ha nella figura del terapeuta permette quest'esperienza.

La familiarità che il terapeuta ha con i suoi linguaggi (cognitivo e simbolico) e l'utilizzo congruo che ne può fare in seduta, permettono al paziente di sviluppare un attaccamento sicuro. 

Lo spazio del Sè terapeutico, che nasce dal linguaggio non-lineare e che si basa sulla relazione intima tra i due, è molto più fragile dello spazio dell'adattamento, formato nella sequenza lineare dell'interazione cognitiva. A riguardo Jeremy Holmes afferma che:

"Lo spazio del Sè deve potersi realizzare attraverso attaccamenti sicuri che si sviluppano nei confronti delle persone che si prendono cura di lui, che hanno risposto in modo sensibile e adeguato alle richieste del soggetto. In tal modo si sviluppa un sentimento di fiducia e questo sentimento permette di utilizzare i simboli e di esercitare la funzione narrativa" (Holmes J., Attachment, Intimacy and Autonomy)

Complessità familiare

dalla serie televisiva "Modern Family"

"Non sono più adeguate le categorie di famiglia nucleare, poiché si affermano nuove fisionomie articolate, differenziate; mentre emerge, con sempre maggiore evidenza, l'importanza delle relazioni con la rete amicale che fa da riferimento affettivo ai nuovi sistemi familiari" (Donati, Scabini, 1984).

Negli ultimi anni sono avvenute profonde modificazioni nell'ambito di questa entità (la famiglia), cha hanno cambiato radicalmente il modo di guardarla e di valutarla, per cui la famiglia monoparentale o la famiglia che unisce nuclei diversi, non può più essere considerata una famiglia patologica o una famiglia “spezzata” o disgregata.

Ciò che si può notare è che attualmente la famiglia, nel suo cambiamento, sta inventando nuove forme di convivenza che non possono essere assunte come patologiche, disfunzionali, ma vanno considerate come sistemi familiari in cui le persone sperimentano nuovi modi di vivere, in qualche caso con molte difficoltà, in altri casi senza particolari problemi, in altri casi riuscendo a ricostruire un equilibrio migliore rispetto alla famiglia precedente.

"Non disordine quindi, ma complessità, in cui gli elementi si correlano in strutture eterogenee e complesse, ma non per questo patologiche, né tanto meno patogene [...] La forte tendenza della famiglia a frammentarsi e il problema in genere della famiglia spezzata non hanno un unico significato, né comportano l'evoluzione del sistema in una direzione predeterminata. Ad esempio l'allontanamento di un componente dal sottosistema genitoriale anziché determinare l'inizio di un processo disfunzionale sempre più evidente, può contribuire positivamente alla risoluzione di una situazione altamente conflittuale e a una ristrutturazione dei rapporti tra gli altri componenti del gruppo in termini più positivi, con una riorganizzazione dei ritmi di vita, una ripresa delle capacità della gestione della casa e della cura dei figli" (Malagoli-Togliatti, Rocchietta-Tofani, 1987). 

E' importante guardare al sistema familiare con un nuovo atteggiamento scientifico e operativo: i concetti di famiglia spezzata, disgregata, vanno rivisti criticamente. Attualmente si parla piuttosto di “famiglia multiproblematica”, in cui più membri manifestano sintomi di disagio psicosociale, oppure si fa riferimento a configurazioni particolari di famiglia rigida, disfunzionale, che consente e sostiene comportamenti sintomatici in funzione di esigenze di stabilizzazione propria.

E' difficile discriminare il tipo di dinamica familiare che potrebbe caratterizzare il sintomo o l'esito deviante; non è stato cioè dimostrato in modo conclusivo, definitivo, soddisfacente, che la devianza si lega stabilmente a dinamiche, a strutture, ad ambienti familiari particolari che non siano presenti anche nella vita di soggetti che non hanno problemi di devianza. In sostanza, non sono sufficienti una carenza materna o una privazione paterna, o un'eccessiva severità o una famiglia disgregata per spiegare la maggior complessità delle problematiche devianti.

Un contributo rilevante in questa direzione viene dall'approccio relazionale (Scabini, Donati, 1992; Malagoli-Togliatti, Ardone, 1993), che attraverso numerosi studi sulla famiglia, sulla tossicodipendenza, sulla malattia mentale, ha dato notevoli spunti per una lettura più articolata, più feconda, meno riduttiva, del complesso rapporto tra dinamica familiare e devianza.

La metodologia utilizzata dalla psicologia relazionale può essere utile anche nel campo della psicologia della devianza sociale. Il modo di funzionare della famiglia influenza notevolmente, interattivamente, circolarmente il comportamento deviante, soprattutto nell'adolescenza, in stretto collegamento con le problematiche del Sé e della costruzione dell'identità.

Così come viene fatto per la malattia mentale e la tossicodipendenza, analizzando il ciclo vitale della famiglia, il rapporto tra sintomo e contesto, si può ipotizzare che ci sia un legame funzionale tra questi due elementi, dove per sintomo si intende il comportamento deviante e criminale.

Dato un comportamento deviante che emerge in un dato momento della storia della famiglia, è possibile trovare nel ciclo vitale della famiglia, nel contesto familiare un legame funzionale tra comportamento deviante e sistema familiare.

Questo legame però, non è stabile, cioè non esiste una configurazione familiare specifica a cui corrisponda sempre e necessariamente un comportamento deviante. Non c'è una costante di strutture, di dinamiche, di caratteristiche e del resto questo è un principio fondamentale dell'approccio sistemico: un comportamento non è mai legato alle stesse origini, alle stesse cause, né quindi alla stessa configurazione di problemi familiari; lo stesso comportamento può essere una funzione di diversi sistemi e dinamiche familiari.

Molto spesso in quest'ambito vengono usati concetti come quello di “capro espiatorio” per indicare soggetti che vengono caricati di funzioni particolari, cioè di funzioni di assorbimento di tensioni e conflitti, per assicurare l'equilibrio, la coerenza secondo criteri e bisogni specifici a ogni famiglia. Al fine di essere in linea con le ultime ricerche, si tende a non utilizzare più concetti così espliciti e dogmatici, che tendono a stigmatizzare i soggetti e semplificare le spiegazioni dei fenomeni osservati.

La stessa attenzione e cautela vale per il concetto di “paziente designato”, che deriva dall'ambiente psichiatrico. 

"Il deviante non è un paziente, ma è un soggetto che agisce i suoi problemi in un certo modo. Possiamo considerarlo come un approccio iniziale al problema, per dire che questa persona è designata a segnalare alla società i disagi familiari. E' come se la famiglia designasse un membro ad agire, a portar fuori i suoi problemi. Lo stesso si può dire per i concetti di “doppio legame”, di “attribuzione di ruolo”, di “prescrizione negativa”, ecc.; sono meccanismi che si possono osservare da un punto di vista clinico, ma non sembrano essere collegati con il comportamento deviante" (De Leo, 2002).

Sono con te... e anche no!



Nella pratica analitico-caratteriale, contrariamente a quanto accade con la semplice tecnica delle resistenze, incontriamo un dato di fatto tipico. Inizialmente i pazienti percepiscono l’attacco dell’analista alla loro armatura caratteriale come una minaccia al loro Sé; in questo modo la situazione analitica viene associata regolarmente all’angoscia di essere fisicamente feriti (angoscia di castrazione); la vittoria dell’analisi del carattere viene temuta come una catastrofe fisica. 

Dal punto di vista intellettuale, e nella misura in cui vi sono anche tendenze genitali di guarigione, il paziente desidera anche affettivamente la vittoria dell’attacco minaccioso, cioè desidera lo spezzamento della sua rigidità psichica. 
Dunque egli desidera vivacemente qualche cosa di cui ha contemporaneamente anche una grande paura. 

Non solo il crollo dell’armatura caratteriale viene atteso e temuto come crollo definitivo e catastrofico, ma a questo si aggiunge anche la paura di perdere il sostegno che fa sì che il desiderio precedente e il timore della stessa cosa diventino una resistenza tipica. Non intendiamo qui la posizione dell’Io nei confronti della propria pulsione, ma nei confronti dell’aiuto che esso si attende dall’analista. Fino a quando l’armatura caratteriale non è spezzata, il paziente non è ne in grado di associare liberamente ne di sentirsi vivo. 

Egli si attende dunque da parte dall’analista che questi, come per magia, faccia di tutto per aiutarlo, e si ritira in una situazione passiva che però ha un contenuto assolutamente attivo. 
Il paziente in questo momento mobilita i suoi impulsi masochisti mettendoli al servizio della resistenza: “Tu non mi aiuti, non sei buono a nulla, tu non mi ami e non mi comprendi; ti costringerò ad aiutarmi con l’ostinazione e con rimproveri mascherati.” 



Ma in realtà il paziente stesso respinge qualsiasi influenzamento analitico. 
La disgregazione dell’armatura, la penetrazione dei segreti inconsci del paziente sono inconsciamente rappresentati come una perforazione o come un’azione che li fa scoppiare. In questi casi si sviluppa pienamente la fantasia passivo-femminile di essere perforati, sia nei pazienti maschili che in quelli femminili. 

Specialmente in quelli maschili vi è una variante di questa fantasia inconscia che si presenta come segue. Il paziente si sente impotente perché gli manca la coscienza di sé. A questo punto sviluppa una fantasia in cui l’analista, in un primo tempo solo superficialmente, gli presta la sua potenza, la sua capacità di realizzazione, e in ultima analisi il suo pene. 

La tendenza masochista è caratterizzata proprio dal fatto che il paziente non riesce ad arrivare da sé a una distensione fisiologica perché percepisce l’aumento del piacere come un pericolo di sciogliersi o di scoppiare. Ma poiché, per motivi naturali, tende violentemente ad arrivare a questa situazione temuta, egli assume l’atteggiamento di colui che si attende e che pretende da altri che lo aiutino ad arrivare alla distensione, cioè allo scoppiare, cosa che egli nello stesso tempo teme e respinge.

(Tratto da “Analisi del carattere” di Wilhelm Reich, 1939)

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...