Nuove... vecchissime faccende



Nel 1951 il regista John Houston realizzò un film dal titolo Freud: segrete passioni. 
Il film si apre con una voce narrante che recita queste parole:

Dall’antichità ad oggi hanno avuto luogo tre grandi rivoluzioni nell’idea che l’uomo si fa di se stesso. Tre colpi formidabili portati contro la nostra vanità. Prima di Copernico noi credevamo di essere il centro dell’Universo e che tutti i corpi celesti ruotassero intorno alla Terra. Prima di Charles Darwin l’uomo credeva di essere una specie a se stante, separata e diversa da quelle del regno animale. Prima di Sigmund Freud l’uomo credeva che le sue parole e le sue azioni, fossero determinate dalla cosciente volontà. Ma il grande psichiatra dimostrò l’esistenza di un’altra zona della mente, che opera in segrete oscurità e che può dominare la nostra vita, chiamata inconscio”.

Duemila anni fa un’iscrizione sul tempio di Delpho, simbolo dell’epoca pagana arcaica, ispirò la cultura filosofica classica e le religioni monoteistiche che seguirono. Il significato dell’iscrizione venne più volte ripreso nella Bibbia e ispirò le scritture del Vangelo. L’incisione diceva: “Conosci te stesso”.

Quest’invito è stato raccolto tante volte nel corso dei millenni e da Freud in poi la conoscenza di sé si aggira in quelle segrete oscurità che si nascondono alla volontà cosciente e che chiamiamo inconscio.

Il corpo e l’esperienza sensibile che da esso deriva, potrebbe gettare una nuova luce.

Per poter parlare del corpo bisogna cercare d’inquadrare, innanzitutto, in che modo si è stabilito un legame tra l’esperienza del corpo e le parole utilizzate per descrivere questa esperienza.

Il termine greco che corrisponde al nostro corpo è soma, che è entrato anche nella nostra lingua, soprattutto nella radice costitutiva di una serie di voci, come somatico, somatizzazione, somatologia, e simili. Già nei poemi omerici soma ricorre un certo numero di volte, però non indica mai corpo, come lo intendiamo noi, ossia come organismo vivente, ma il suo contrario, ossia l'organismo ormai privo di vita: il cadavere.

dal film "Troy" di Wolfgang Petersen

Due esempi nell'Iliade, quando Ettore propone un duello con uno degli Achei:

“Questa è la mia proposta, e sia Zeus a noi testimone:
se sarà lui ad uccidere me col bronzo affilato,
mi tolga le armi e le porti alle navi ricurve,
ma restituisca il corpo [soma] alla mia casa, perché con il fuoco
mi onorino, quando sia morto, i Troiani e le loro donne.”

Ancora Ettore ad Achille:

“Per la psyche ti prego, per le ginocchia, per i tuoi genitori,
non lasciare che i cani mi sbranino accanto alle navi degli Achei,
accetta invece ad iosa il bronzo e l'oro,
i doni che ti faranno mio padre e mia madre,
ma dà indietro il mio corpo [soma] alla mia casa, perché con il fuoco
mi onorino, quando sia morto, i Troiani e le loro donne.”

Per cogliere la complessità del rapporto che l’uomo ha col corpo, è utile notare i cambiamenti culturali, soprattutto in campo linguistico, della stessa parola corpo. L’utilizzo di questa parola, in tempi e modalità differenti, è indicativo delle mutazioni nell’esperienza corporea e nell’idea del corpo umano.

Solo con la nascita del pensiero filosofico l'uomo impara a considerare la molteplicità delle cose e dei loro vari aspetti, nell'ottica dell'unità concettuale. Prima egli procedeva in senso opposto, ossia coglieva ed esprimeva le cose e i loro aspetti soprattutto nella dimensione della molteplicità, con attenzione particolare alle numerose e differenti caratteristiche. Su questa prospettiva è utile porsi, per comprendere il modo complesso con cui, nei poemi omerici, viene rappresentato quello che oggi intendiamo per corpo umano.

“L’Io è anzitutto un’entità corporea […]
Derivato da sensazioni corporee,
soprattutto dalle sensazioni provenienti
dalla superficie del corpo”
S. Freud


Attento a ciò che fai!



Le azioni sono sempre rivolte a uno scopo implicito, contenuto intrinsecamente nell'azione: il soggetto implicitamente o esplicitamente, consapevolmente o inconsapevolmente anticipa gli effetti delle sue azioni e interazioni; si tratta di un'anticipazione che evolve man mano che il soggetto agisce ed è una guida per il suo agire. 

Facendo riferimento a consolidate acquisizioni psicologiche, è possibile ritenere che gli effetti che un soggetto anticipa non sono solo quelli previsti dall'autore in termini di monitoraggio cognitivo, di significato sociale, ma anche altri molto più complessi, articolati, differenziati.
   
De Leo e Patrizi (2002) hanno cercato di organizzare questi effetti secondo due principali categorie:

- effetti strumentali, sono effetti anticipati in maniera cosciente e consapevole dal soggetto. Molte azioni hanno in parte o prevalentemente un effetto strumentale, che però raramente si presenta isolato dagli altri effetti; è molto più probabile invece che si trovi mescolato ad altri aspetti in modo difficilmente distinguibile, soprattutto quando le azioni riguardano soggetti in età evolutiva, adolescenziale;

- effetti espressivi, comunicativi, in cui è possibile rinvenire anticipazioni spesso appartenenti a una sfera cognitiva definibile in termini di “latenza”, che rinviano a regole e significati che organizzano il sistema agente a un livello super-ordinato. E a questo livello che, attraverso l'azione, vengono comunicate prevalentemente esigenze di organizzazioni del Sé e dei contesti relazionali significativi.

Differenziando gli effetti espressivi e comunicativi, si possono distinguere:

- effetti legati all'identità, al Sé; ogni azione elabora elementi di identità (ricavabili in chiave interpretativa e clinica), nel senso che ogni azione comunica, all'autore stesso e agli altri, segni e significati relativi all'identità soggettiva situazionale ed evolutiva;

- effetti relazionali; poiché l'azione richiama, propone, contiene schemi e messaggi di relazione interpersonale che riguardano sia la o le persone direttamente interessate e coinvolte in quell'azione, sia, simbolicamente, propri gruppi di appartenenza (famiglia, amici e le istituzioni in genere);

- effetti legati a regole interpretative d'azione; l'azione è il risultato di processi interpretativi regolati da codici generalizzati, ma anche di processi d'azione in cui l'attore sembra rispondere alla domanda “cosa e come si fa in questi casi?”;

- effetti di sviluppo; ogni azione è una mossa in una prospettiva di mantenimento e/o di cambiamento, si tratta di una dimensione che riguarda la soggettività individuale, il vissuto di chi mette in atto l'azione o del gruppo cui appartiene. Certe azioni devianti, certe azioni rilevanti sembrano esprimere, in termini più marcati, esigenze di sviluppo, di cambiamento, sia in relazione alla personalità dell'autore, sia rispetto ai contesti in cui l'azione si colloca (coppia, famiglia, gruppo, istituzioni, ecc.);

- effetti normativi e di controllo; che riguardano il rapporto con le sanzioni, con le norme penali, con le regole non formalizzate; le azioni sono sempre inserite in contesti normativi: non solo dobbiamo continuamente rispondere alla domanda “come si fa?”, ma è come se rispondessimo sempre alle domande “come reagiranno gli altri – quali altri – a quello che stiamo facendo?”, “come si fa a provocare le reazioni di cui abbiamo bisogno?”


Non c'è un confine chiaro tra queste dimensioni, si tratta di categorie fondamentali, ma non esaustive che vanno sempre considerate nella loro interazione reciproca e non singolarmente.
L'anticipazione degli effetti è un meccanismo metodologico fondamentale che mette in evidenza l'individuo come un soggetto sistemico che funziona, che si organizza utilizzando processi retroattivi a feedback. 

L'assunto di base è che questo meccanismo sia sempre presente, anche quando l'attore è un soggetto immaturo, un malato mentale, un handicappato, ecc.; non è mai sostenibile che in questi casi manchi un'anticipazione degli effetti, ma piuttosto che tali anticipazioni esprimono le caratteristiche, le proprietà di quei soggetti; volendo categorizzare, rispetto alle convinzioni psichiatriche e psicologiche correnti, si potrebbe parlare di anticipazione psicotica degli effetti, o di anticipazione immatura. 

E' preferibile comunque cercare le valenze comunicative di questi meccanismi, piuttosto che etichettarli come anticipazioni psicotiche o immature; tali definizioni non ci spiegano cosa il soggetto vuole comunicare, poiché egli non comunica immaturità, né psicosi, ma sempre qualcosa di relativo alla sua organizzazione soggettiva e relazionale, sia pure in termini rigidi, disfunzionali, disturbanti.

L'assunto è che il soggetto è un membro sociale competente, che fa continuamente esperienza di azioni, di effetti che retroagiscono sulle azioni; può non avere una capacità adeguata alle regole dei contesti, può sbagliare, ma si può ipotizzare che gli effetti reali di un'azione siano sempre, a qualche livello, ricercati dall'attore.

E' un'ipotesi che va confermata quella che il soggetto – consapevolmente o no – volesse ottenere proprio quegli effetti negativi, paradossali, autolesionistici, dannosi. In questi casi si tratta allora di valutare le funzioni di questi effetti, di capire quali significati legano quell'azione a quell'attore e ai suoi contesti più rilevanti.

In questa prospettiva si fa riferimento al concetto di “ridondanza” che deriva dal contributo di Bateson (1976) e che può essere inteso in due modi: come ripetitività di un comportamento e come parte che parla per il tutto, è il particolare significativo che rinvia ad altri contesti di rapporto e di significato.

L'azione viene intesa come dimensione situazionale, che rappresenta un'emergenza rispetto a sistemi che possono essere ricostruiti partendo dalle ridondanze individuabili in quella situazione. La ridondanza, la ripetitività sono un modo si segnalare che ci sono altri insiemi e contesti da ricercare; un modo per rendere più evidente che quell'azione esprime funzionalità che possono essere ricostruite allargando e focalizzando gli ambiti di osservazione.

"Ci sono alcune azioni, come per esempio gli omicidi gravi, che difficilmente presentano ripetitività: si tratta di azioni “eccezionali” che contengono messaggi particolari che possono non ripetersi in altre fasi della vita del soggetto. Proprio la gravità indica che in quell'azione è presente un messaggio importante, unico, che può essere ricostruito e che ha un significato e un valore rilevanti, per esempio rispetto al tipo di risposta e di interventi da mettere in atto" (De Leo, 2002).  

Regole e comunicazione


la foto segnaletica di Bill Gates adolescente
"Il deviante non è un paziente, ma è un soggetto che agisce i suoi problemi in un certo modo. Possiamo considerarlo come un approccio iniziale al problema, per dire che questa persona è designata a segnalare alla società i disagi familiari. E' come se la famiglia designasse un membro ad agire, a portar fuori i suoi problemi. Lo stesso si può dire per i concetti di “doppio legame”, di “attribuzione di ruolo”, di “prescrizione negativa”, ecc.; sono meccanismi che si possono osservare da un punto di vista clinico, ma non sembrano essere collegati con il comportamento deviante" (De Leo, 2002).

Probabilmente è necessario che questi aspetti permangano rigidi e si ripetano per molto tempo, che si rinforzino reciprocamente e circolarmente, anche sul versante del soggetto; ossia, è necessario che il soggetto, in qualche misura, trovi funzionale per sé essere un deviante designato, un capro espiatorio, ecc.

Il comportamento deviante oltre ad avere effetti comunicativi, può essere funzionale a problemi familiari, a conflitti e difficoltà familiari. Può essere funzionale non nel senso che i problemi familiari causano e determinano il comportamento deviante, ma nel senso che lo stabilizzano e lo rafforzano, lo sostengono e lo incalzano, e questo processo è collegato non solo a dinamiche familiari, ma anche sociali e di gruppo. 

La devianza, intesa come comportamento trasgressivo reiterato, viene oggi considerata come un percorso, un processo, piuttosto che l'effetto o il prodotto di fattori e cause antecedenti (De Leo, 1984a; Taylor, Walton, Young, 1975). Tale processo ha un carattere attivo, costruttivo nel senso che si sviluppa producendo e organizzando connessioni fra dimensioni e prestazioni situazionali, relazionali, temporali, simboliche. La prima fase del percorso è quella più ampiamente studiata. Riguarda gli antecedenti storici della devianza; le condizioni iniziali, le carenze, le deprivazioni, i nodi problematici a volte patologici, che hanno avuto soprattutto nella famiglia, un'unità d'analisi privilegiata e continua. 

Il riesame critico delle valenze esplicative di tutta questa fase storica tende oggi a ridimensionarne complessivamente la portata, nel senso di assegnare a quegli aspetti di deprivazione e di problematicità il significato e il valore di indicatori di rischio aspecifici rispetto al risultato della devianza. Ciò significa che quelle precondizioni, pur essendo rintracciabili in molti casi e carriere devianti, rimangono tuttavia aperte ad altri esiti di tipo diverso, non deviante. In questa prima fase possiamo immaginare che vengano a costruirsi dei campi di variazione dotati di diversa sensibilità verso interazioni selettive di tipo deviante, mantenendo comunque delle aperture e delle possibilità ricombinatorie verso altri percorsi sociali.

La seconda fase del percorso delimita il periodo, in genere di breve durata e intenso, in cui emerge nella storia del soggetto, con particolare evidenza in età evolutiva, una crisi che si manifesta attraverso episodi agiti e percepiti come devianti. Si tratta di una fase altamente rischiosa, durante la quale i rischi possono strutturare una specificità più decisamente finalizzata alla costruzione di un percorso deviante.



"Questo periodo potrebbe funzionare come un vortice che seleziona e attrae pensieri, emozioni, azioni e rapporti, sia normali che problematici, ma filtrati appunto nelle loro interazioni e contingenze più critiche, meno frequenti, meno competenti" (Prigogine, 1986) 

Qui la devianza può comparire improvvisamente, oltre che sotto il profilo di comportamenti e di risposte critiche, anche come un modello interpretativo, una regola della grammatica sociale capace di rendere ragione di ciò che sta avvenendo, e quindi di mostrare sentieri culturalmente più conosciuti per mettere ordine nella fase critica. Questo processo, che tende ad organizzarsi con una focalizzazione sulla devianza, mantiene pur sempre livelli di flessibilità e di aperture verso altre forme e altri percorsi, ma probabilmente con un aumento di sensibilità verso le interazioni devianti. Peraltro, in questa fase rimangono ancora molto importanti le differenze in termini di qualità e forme dei percorsi individuali.

Un'unità di analisi interessante è quella che è stata definita “azione comunicativa” (Von Cranach, Harrè, 1982), ossia: 

"... il luogo in cui il passato, il futuro e il presente si esprimono nella contingenza del fare, dove emozioni, cognizioni, relazioni e simboli interagiscono nel costruire l'esperienza e la “riferibilità” (accountability) del reale" (Shotter, 1984; Von Cranach, Harrè, 1982)

In questa prospettiva, l'azione deviante, che è il costrutto evidente attraverso cui la devianza viene individuata, esibita, conosciuta e trattata socialmente, può essere interrogata e resa comunicativa (quindi intellegibile) rispetto ai processi psicologici, relazionali e simbolici che l'hanno costruita.
La terza fase del percorso è inquadrabile nei termini di probabilità di stabilizzazione del percorso deviante. 

Mentre la storia antecedente fornisce indicatori complessi e aspecifici, e la fase critica costituisce una sfida intensa al processo ad assumere la forma della devianza, la fase di stabilizzazione, che può risultare tormentata e molto lunga nel tempo, sembra caratterizzata dalla tendenza a usare la devianza come funzione elettiva per attrarre azioni e attribuzioni, per produrre interazioni collusive e complici, che possono dare luogo a progressivi irrigidimenti del processo, rendendo via via meno probabili alternative alla devianza e aperture ad altri percorsi di vita. Qui le unità di analisi possono essere mirate sia sulle azioni e attribuzioni individuali, sia sulle prestazioni selettive di ciascun ambito formale e informale di controllo sociale, sia, soprattutto, sulle interazioni fra i due livelli, allo scopo di cogliere la funzione che la devianza gioca nella semantica e nella grammatica che regolano quei microprocessi.

Si tratta di una linea di ricerca per molti aspetti ben collaudata, soprattutto sul piano sociologico (Goffman, 1968; Lemert, 1981; Becker, 1987), e più recentemente esplorata in chiave psicosociale, relazionale, sistemica (Amerio, 1982; Harrè, Secord, 1977; De Leo, 1987; De Leo, Salvini, 1977; Marsh, Rosser, Harrè, 1984; Malagoli-Togliatti, Telfner, 1983).

Psicoterapia e contenimento



“Quando ricevo l’odio o l’amore del paziente, mi accorgo di sentirli prima di tutto nelle diverse parti del corpo: variazioni o disturbi della dinamica respiratoria, per esempio, tensione degli arti inferiori, eccetera. L’emozione portata dal paziente prima di tutto tocca al livello corporeo. Lo psicotico si distingue dal nevrotico perché porta agli estremi un vero e proprio bisogno di emozionare il terapeuta. Chi più chi meno, però, tutti i pazienti, soprattutto quando stanno affrontando i loro conflitti più gravi, testano il terapeuta come contenitore di quelle emozioni (di quelle parti del sé) che loro hanno il terrore di non saper contenere” (Speziale-Bagliacca R., The capacity to contain: note on its function in psychic change, Journal Psycho-Analytic, 1991)

In questi casi, solo se il baricentro respiratorio del terapeuta è abbastanza basso e gli permette una respirazione costo-diaframmatica e il suo sé psico-corporeo ha raggiunto una sufficiente coesione e tenuta nei confronti degli affetti, gli permetteranno di sentirsi sufficientemente equipaggiato per accettare dentro di sé le violente emozioni che altrimenti il paziente tenderà a far esplodere contro il terapeuta o a scindere e a vivere altrove.

“L’affinamento delle capacità di prendere dentro di sé, anche corporalmente, allargherà lo spettro degli stimoli percepiti e si tradurrà in interpretazioni e interventi più pertinenti, modulati e sensibili” (Downing G., Il corpo e la parola,1995)

Per poter avere una migliore percezione del proprio controtransfert, è determinante che il terapeuta si sintonizzi sulla propria respirazione e che rimanga su di essa, ai margini della propria coscienza, mentre ascolta le parole del paziente. Con questo e altri espedienti analoghi il corpo riesce ad alimentare un flusso di sottili segnali aggiuntivi; questi possono essere ulteriormente amplificati in qualsiasi momento lo si giudichi opportuno. 

Speziale-Bagliacca (1991) osserva che far entrare in azione il corpo in questa forma comporta un particolare rapporto con il tempo. Spesso, quando il dialogo terapeutico avviene anche al livello corporeo, risultano più chiare le ragioni per cui occorre seguire una certa gradualità, una registrazione degli incrementi successivi. Talvolta bisogna saper attendere mentre dentro di noi si sviluppa qualcosa.

Il controtransfert può trasformarsi in ogni momento in un labirinto, in un groviglio di potenziale confusione. Ma la consapevolezza della sua presenza e la comprensione dei dettagli dello stato interiore che sta emergendo, sono compiti difficili da svolgere:

“Sembra infatti che una proprietà intrinseca del controtransfert sia di intorpidire la sensibilità del terapeuta” (Downing G., Ibidem)

E’ facile che egli avverta solo in forma diffusa, globale, anche le emozioni più intense e che tenda a evitare ogni percezione sensoriale definita. Di qui la grande e potenziale utilità del livello corporeo del controtransfert e il valore conoscitivo e terapeutico del suo approfondimento. 



Una reazione corporea è sempre presente in un controtransfert terapeutico, tuttavia essa è spesso percepita vagamente. Il terapeuta può essere tentato di non dare attenzione a ciò che percepisce vagamente in sé. Altre volte può notare appena queste variazioni corporee ma non seguirne l’intero sviluppo. 

Ma il corpo è un grande veicolo di informazioni e una fonte di discernimento e insight che, se non sufficientemente ascoltata, potrebbe lasciare nell’oscurità gli aspetti più intimi della relazione tra paziente e terapeuta.

Paul Schilder (1922) fu tra i primi a parlare di un controtransfert indotto, dal paziente nel terapeuta, quando ascoltò i propri sentimenti in una seduta di ipnosi con un paziente masochista:“… ho sentito nascere in me sentimenti e reazioni decisamente sadiche” (Schilder P., Immagine di sé e schema corporeo,1986)

L’anticipo sui tempi degli scritti di Schilder sul controtransfert (bisognerà aspettare Racker e il 1968, per una trattazione esaustiva sull’argomento) sembra sia dovuto alla sua capacità di esercitarsi a lungo sull’osservazione del flusso e dei mutamenti della propria esperienza corporea. Questa capacità di sintonizzazione sembra essere decisiva per un accesso più agevole alle sfumature degli stati di controtransfert.

Anche altri contributi furono relativamente ignorati, come quello di Georg Groddeck, nonostante Freud avesse da lui già preso il concetto di Es. Groddeck (1923) parla di una sua paziente che si era comportata come una bambina di tre anni e come ciò avesse interagito con la propria tendenza a comportarsi in modo genitoriale:

“Mi aveva costretto a fare la parte della madre. Quindi mi trovai di fronte a una situazione strana e nuova. Non ero io a curare lei, ma lei a curare me. L’Es del mio prossimo cercava di trasformare il mio Es, anzi lo trasformava effettivamente, in modo da potersene servire per i suoi scopi” (Groddeck G., Il libro dell’Es, 1966)

"Io non esisto"


Un gruppo di persone inserito in una cultura simbolica come la nostra, che non facilita il contatto e l'affetto, se è stato disturbato nella sua crescita da una prematura pacificazione dei conflitti, spesso produce norme alienanti e personalità verbalizzanti. 

La personalità verbalizzante, secondo Fritz Perls (1951) produce un linguaggio insensibile, prolisso, privo di affetto, monotono, stereotipato nel contenuto, inflessibile nell'atteggiamento retorico, meccanico nella sintassi e senza significato. L'atto del parlare, separato dalle proprie regole come attività vitale, può facilmente diventare oggetto di un inganno. Una persona crede di sentire o fare qualcosa, mentre invece parla o pensa di sentire o fare quella cosa.  

In questo caso la verbalizzazione serve da sostituto dell'esperienza

E' importante notare come il verbalizzatore parla. Parlare costituisce un contatto quando crea una buona struttura delle tre persone grammaticali io, tu ed esso, cioè il parlatore, colui a cui parla e la questione di cui si parla. 

Queste tre persone rappresentano: 
1. lo stile e il ritmo, l'animazione e il tono, che esprimono il bisogno di colui che parla; 
2. l'atteggiamento retorico nella situazione interpersonale (insegnare, sedurre, costringere); 
3. il contenuto o la verità, come dice Perls, riguardo alle cose di cui si parla. 

Il verbalizzatore manifesta una rigidità e una fissazione rispetto alle tre persone grammaticali e produce uno stereotipo che riduce le possibilità della situazione gruppale, mantenendo solo quella porzione sufficiente a mantenere un ruolo sociale e ad evitare l'angoscia e l'imbarazzo del silenzio, della rivelazione o dell'autoaffermazione (pensiero 2 ed esercizio della consapevolezza in Armstrong). Mimetizzandosi tra gli aspetti comunicativi e di espressione del parlare, la verbalizzazione protegge l'isolamento del verbalizzatore dall'ambiente. Scrive Perls: “Colui che verbalizza annoia gli altri perché intende annoiare, pur di essere lasciato in pace” (1951).

Il verbalizzatore si trova in un dilemma: deve attenersi ai fatti della realtà in modo da non sembrare folle o ridicolo anche se non rappresentano il suo interesse reale. Non può nemmeno osservarli troppo da vicino perché rischierebbe di entrare in contatto con la realtà dinamica che infrangerebbe la sua tregua, le sue razionalizzazioni e le proiezioni, facendo sorgere angoscia. Il compromesso è parlare in termini stereotipati, dire la verità e allo stesso tempo non comunicare nulla.
     
Il poeta fa la scelta contraria del contenuto: la verità attuale viene liberamente deformata e resa un simbolo per l'interesse sottostante; egli non esita a mentire o a essere irrazionale; sviluppa con grande ricchezza i simboli attraverso un'utilizzazione vivace dei suoi sensi, sottolineando le visioni, i suoni, gli odori e, empatizzando con le situazioni emotive, mette se stesso in esse.

Richard Nixon
     
Nel verbalizzatore la mancanza di contatto con l'Io è osservabile nella divisione del corpo in una bocca che emette suoni con movimenti rigidi e rapidi delle labbra e della lingua e con un vocalismo privo di risonanza, e nel resto del corpo tenuto a freno e non impegnato. Spesso le parole non sono coordinate alla respirazione, escono fuori a sprazzi e il tono è monotono. Il verbalizzatore, quelle poche volte che sente la propria voce, ne rimane stupito. Il suo atteggiamento retorico (posizione nei confronti dell'ascoltatore) di solito non è pertinente alla scena sociale nelle quale sui svolge, ma il tono dimostra che si sta ripetendo una scena incompiuta subvocale. L'atto del parlare è un attività potenzialmente pericolosa che potrebbe dare voce al subvocale inespresso e mettere in contatto il verbalizzatore con la frustrazione legata al congelamento dei conflitti. 

Egli è imbarazzato dall'attività del parlare, impegna espressioni senza senso per guadagnarsi la sicurezza: “non credi?”, “a parer mio”, “quello che io penso...”, “si sa che...” La tensione che il verbalizzatore costantemente avverte è il dato sensoriale di un compromesso tra il bisogno di comunicare e il pericolo di farlo, che conosce le sue conversioni fisiche più estreme in tutti quei processi di sclerosi dei tessuti e delle funzioni. L'intensa vibrazione che caratterizza la tensione nel tempo diventa un immobilismo rigido e una mancanza di sensibilità. 

Sottratta alla parola il suo potere evocativo riguardo alla scena subvocale e il suo carattere fluido, il verbalizzatore la utilizza come struttura e oggetto di identificazione: 
egli è ciò che dice, non potendo dire ciò che egli è

Nella condizione gruppale l'identificazione del porta-parola con ciò che dice è un segnale di un discorso incompiuto subvocale del gruppo, così ne parla Lévy-Bruhl: “Il metodo universalmente usato per proteggersi dalla disgrazia annunciata è quello di sopprimere lo stesso annunciatore” (1910). 

Una versione perversa è il godimento ottenuto nel far ripetere all'altro ciò che uno rigetta personalmente. Nella maggioranza dei casi nei quali il porta-parola è e rimane l'enunciatore del discorso subvocale del gruppo, la sua figura è vicina a quella del poeta: articola il processo intrapsichico individuale con il processo intersoggettivo, dà voce a un'entità circolante e sfida il pericolo di arrivare alla tregua precoce del conflitto individuale e gruppale, per scioglierla. 

Scrive Pichon-Rivière: “Il porta-parola è colui che nel gruppo, a un determinato momento, dice qualcosa, enuncia qualcosa e questo qualcosa è il segno di un processo gruppale che fino a quel momento è rimasto latente o implicito, come nascosto nella totalità del gruppo. Come segno, ciò che denuncia il porta-parola va decodificato, ossia va spogliato del suo aspetto implicito. In questo modo viene decodificato dal gruppo ciò che segnala il significato di questo aspetto. Il porta-parola non ha coscienza di enunciare qualcosa della significazione gruppale che ha luogo in quel momento, ma solo di enunciare o di fare qualcosa che vive come proprio” (1978). 


Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...