I dolori del giovane psicoterapeuta



L'intenzione delle persone non è mai la ricerca volontaria del dolore. Nell'esperienza del dolore si contatta una coscienza che è simile a quella della morte, cioè la limitazione della vita, per cui non è un'esperienza che si decide di fare o di non fare, il dolore è inflitto e come tale può essere sopportato e, in certe condizioni, accettato.

Nella parola greca che indica il termine evento, avvenimento, congiuntura, si fa riferimento semplicemente al significato di essere colpiti da qualcosa di esterno. Successivamente la parola assumerà la valenza negativa di sofferenza, disgrazia, sciagura. Nella nostra cultura il dolore è per eccellenza ciò che colpisce; non si sceglie, ma giunge. L'accettazione di questa ineluttabilità è il primo lavoro che lo psicoterapeuta può fare sul proprio controtransfert (condizione emotiva connessa al contatto tra le dinamiche del cliente e le proprie).

La paura del dolore alimenta la resistenza e la difficoltà a capire la sofferenza del paziente, il timore che un dolore provato in passato possa tornare, chiude le porte alla percezione dell'elemento innovativo contenuto nel controtransfert. 

L'esperienza del dolore investe due aspetti del lavoro terapeutico: 

il primo appartiene alla specificità di ogni singolo controtransfert che il terapeuta sviluppa nei confronti dei suoi pazienti e che ha una qualità nuova, perché nasce dall'incontro di due storie (quella del paziente e quella del terapeuta); 

il secondo riguarda la narrativa del terapeuta, che ogni giorno egli utilizza con i pazienti e che nasce dal modo in cui egli ha affrontato i conflitti della sua vita, come li ha risolti e il tempo in cui li ha pacificati.

Lavorare sul controtransfert permette che i due aspetti del dolore del terapeuta, quello attuale e quello storico, si possano incontrare per produrre una conoscenza nuova che si renda disponibile nella relazione di cura.       
 
La radicalità dell'esperienza del dolore è dovuta al fatto che essa dispone in una diversa circolarità l'esperienza e la conoscenza, in modo da far acquisire una visione e un modo del tutto diversi di considerare il mondo e l'accadere. Ogni conoscenza è un contenuto dell'esperienza e il dolore inaugura un'esperienza cruciale, poiché sottopone a una tensione che quando non diventa distruzione, accresce la percezione. 

Il dolore, qualunque sia la sua origine ed in qualunque modo sia vissuto, interrompe il ritmo abituale dell'esistenza e produce una nuova coscienza. E' veicolo di conoscenza per immedesimazione e non per astrazione, evento che permette l'incontro e il dialogo:

Salvatore Natoli

“Il dolore è fatto personale, ma è anche evento cosmico: questo intreccio di singolare e di universale permette, all'esperienza del dolore, di farsi linguaggio” (Natoli S., L’esperienza del dolore, 1986).

Il dolore crea degli intransitabili confini, per cui si erge un muro di silenzio tra chi soffre e chi non soffre. Il patimento del terapeuta risparmia al paziente l'impotenza della consolazione e la vanità delle parole che pretendono di portare sollievo, senza aver conosciuto il dolore. Lo scenario intra-psichico del controtransfert diventa il luogo dove il conflitto precocemente pacificato del terapeuta viene risvegliato dalla vicinanza coi conflitti del paziente. 

La tregua che da tempo garantisce una precaria stabilità al corpo del terapeuta, vacilla sotto la pressione della realtà del dolore del paziente. E' qui il valore dell'esperienza controtransferale: il terapeuta può imparare dal paziente e dal suo dolore il modo di scartare l'inganno della precoce pacificazione dei conflitti e portarli ad una reale risoluzione. Primo da sciogliere, tra tutti i conflitti, il non voler accettare se stesso e il proprio corpo per quello che sono, arrendersi all'oggettività del corpo, ai segni fisici della sua spazialità ed estensione, al suo cambiamento secondo una temporalità, evoluzione e decorso. 

Di questa oggettività partecipa il dolore e in tal caso sia ha a che fare sia con l'accesso di dolore, che con la sua sparizione. Si ha a che fare con il disturbo che caratterizza il dolore specifico e lo stato di malessere nel suo complesso. Questo insieme di segni, espressivo della sofferenza, si tramuta in sintomo di un'entità definita come malattia. In quest'aspetto il dolore, come percezione del proprio malessere e perciò delle ridotte possibilità di percepire e agire, si traduce nella malattia del terapeuta, quale espediente oggettivo-razionale per definire il dolore del paziente. Questo vale sia per una clinica del dolore in senso fisico sia per l'interiorizzazione del dolore fisico in sofferenza spirituale e morale. 

Si può parlare di somato-psicosi o di psico-somatosi a seconda di come si succedono i nessi di causalità, all'interno dell'oggettività del dolore che è del tutto corrispondente all'oggettività del corpo. Il rapporto con questa oggettività permette al terapeuta di dialogare con il suo corpo e contattare la sua realtà di base. 
       
La sintassi che permette questo dialogo, si delinea secondo i rapporti che il terapeuta stabilisce con le fasi successive dell'espressione corporea. Procedere nell'attualizzazione dei vissuti dolorosi, implica un disvelamento delle forme più verbalizzate del proprio linguaggio e i relativi mascheramenti espressivi. Il processo si configura come una generale semplificazione sia nel linguaggio che nei movimenti del corpo. L'abbandono degli schemi espressivi che garantivano l'immunità dai conflitti e dal relativo dolore, avviene in favore di un'aderenza sempre maggiore alla realtà del corpo che è invariabilmente anche la realtà della relazione terapeutica.



La scelta iniziale che il terapeuta si trova a fare, e che sarà sia il centro intorno al quale ci concentreranno i rapporti successivi col paziente sia il senso racchiuso nei gesti delle tecniche utilizzate nella terapia, è accettare o meno l'evento-paziente. La difesa da questo evento può assumere forme straordinarie. 

Si può sviluppare una cultura simbolica della relazione terapeutica, priva di contatto e affetto, di soddisfazione e invenzione spontanea. In questo caso si ripete un disturbo della relazione attraverso una tregua prematura dei conflitti, che se affrontati avrebbero potuto costituire l'elemento terapeutico, l'assunzione di norme aliene e la scelta di personalità verbalizzanti, capaci di un linguaggio insensibile, prive di affetto, rigide nella sintassi e senza significato. 

Il terapeuta può monitorare il proprio linguaggio per sapere se ha veramente accettato il paziente a cui sta parlando o ha deciso soltanto di tenerlo.  

Non difendersi dall'evento-paziente comporta l'assunzione di rischi e l'attraversamento di ansie personali che vengono risvegliate dal contatto col paziente. Essergli vicino, in un percorso di miglioramento dello stato di benessere, implica la mobilitazione di aree dell'esperienza del terapeuta che possano ricostruire scenari psichici nei quali il paziente possa riconoscersi, poter depositare i propri vissuti e trovare accoglienza. 

Il setting, che il terapeuta ripropone ogni volta al proprio paziente, prevede anche questo paesaggio immaginario, disegnato dal linguaggio che usa e dall’espressione delle sue esperienze. Le conformazioni principali di questo scenario meta-relazionale appartengono a quella sfera dell'esperienza del terapeuta che è in contatto con la sua paura corporea principale, che è poi la paura di tutti, cioè cadere.

Moshe Feldenkrais

“Da un punto di vista psicoanalitico le vertigini sono altrettanto importanti quanto l'ansia. L'apparato vestibolare è un organo la cui funzione si oppone all'isolamento e alla separazione delle distinte funzioni del corpo. C'è da aspettarsi che un tale organo sensorio, che riceve impressioni solo semiconsce e che conduce a una motilità di tipo istintuale e primitivo, debba essere molto sensibile alle emozioni,  e debba perciò svolgere una parte importante nelle nevrosi e nelle psicosi. Esso reagisce fortemente, e si può perfino prevedere che cambiamenti nella psiche si esprimano immediatamente nelle sensazioni vestibolari e nel tono. Cambiamenti organici nell'apparato vestibolare si rifletteranno sulle strutture psichiche: non solo influenzeranno il tono, il sistema vegetativo e gli atteggiamenti del corpo, ma debbono anche cambiare tutto il nostro apparato percettivo, e perfino la nostra coscienza” (Feldenkrais M., Il corpo e il comportamento maturo sul sesso, l’ansia e la forza di gravità, 1996).

Codici e trasgressione


dal film "Febbre da cavallo"

Un atto non conforme può sembrare necessario o opportuno ad una certa persona che abitualmente rispetta le norme. Quando un'azione è intrapresa per soddisfare interessi legittimi, l'atto deviante diventa, se non proprio corretto, almeno non proprio sbagliato.

Ma non siamo tanto interessati alla persona che eccezionalmente commette un atto deviante, quanto alla persona che mantiene un modello di devianza per un lungo periodo, che fa della devianza un modo di vivere e che organizza la propria identità intorno ad un modello di comportamento deviante. 

Uno dei meccanismi che dall'esperienza casuale porta a un modello più consolidato di attività deviante sta nello sviluppo di motivi ed interessi devianti. Molti tipi di attività deviante derivano da motivazioni apprese socialmente.

Prima di praticare l'attività su base regolare, la persona non ha idea dei piaceri che da essa derivano; li conosce nel corso dell'interazione con devianti con più esperienza. Impara a prendere coscienza di nuovi tipi di esperienze e pensarle come piacevoli. Quello che poteva essere un impulso a provare qualcosa di nuovo diventa un gusto definito per qualcosa di già sperimentato e conosciuto. 

I linguaggi coi quali le persone esprimono motivazioni devianti rivelano che i loro utilizzatori li acquisiscono nell'interazione con altri devianti. L'individuo impara a prendere parte ad una sottocultura organizzata attorno ad una determinata attività deviante.
Le motivazioni devianti hanno un carattere sociale anche quando gran parte dell'attività viene portata avanti in maniera privata, segreta e solitaria. Ad esempio molta dell'attività dei pedofili si sviluppa utilizzando come sistema di comunicazione internet, che assicura due fattori di massima importanza: 

1) una piattaforma di codici di comunicazione e di riconoscimento;

2) un alto livello di riservatezza.

Uno dei passi decisivi nel processo di costruzione di un modello stabile di comportamento deviante è rappresentato dall'esperienza di essere preso ed etichettato pubblicamente come deviante. Che una persona compia o meno questo passo, non dipende tanto dalla propria azione, quanto dalla volontà degli altri di fare rispettare o meno le regole.

Può capitare che, sebbene nessun altro scopra l'atto non conforme ne faccia applicare le norme previste, il violatore agisca come impositore, definendosi come deviante e punendosi, in un modo o nell'altro, per il suo comportamento. Oppure, come descrivono alcuni psicoanalisti, l'individuo desidera essere scoperto e compie il suo atto deviante in modo da avere la quasi certezza di esserlo. 


Il fatto di essere preso e definito come deviante implica conseguenze importanti per la successiva partecipazione sociale e per l'immagine di sé di una persona. La conseguenza più importante sta nel cambiamento drastico nell'identità pubblica dell'individuo. Il fatto di commettere l'atto improprio e quello di essere pubblicamente sorpreso a farlo lo pongono in un nuovo status: si è rivelato come un tipo di persona differente da quello che si supponeva fosse. Sarà etichettato come drogato, delinquente, pericoloso e trattato di conseguenza. 



Nell'analizzare le conseguenze dell'assunzione di un'identità deviante utilizziamo la definizione di Hughes (1945) tra le caratteristiche principali ed accessorie di uno status. Hughes nota che la maggior parte degli status sociali hanno una caratteristica chiave che serve a distinguere quelli che ne fanno parte dagli altri.

L'autore analizza questo fenomeno riferendosi a status sociali tenuti in buona considerazione, desiderati e desiderabili (libere professioni, lavori di responsabilità), ed evidenzia come una persona possa presentare le qualifiche formali per entrare in un determinato status sociale (appartenere alla classe sociale giusta, caratteristiche culturali adeguate), ma l'accesso le venga negato per via di una carenza delle caratteristiche accessorie inerenti (propensione professionale specifica). 

Lo stesso processo avviene nel caso di status devianti. Il possedere una caratteristica deviante può costituire un valore simbolico generale, per cui la gente è automaticamente portata a pensare che il portatore di tale tratto possegga le altre caratteristiche indesiderabili necessariamente associate ad esso. 

Per essere etichettato come criminale è sufficiente aver commesso un solo crimine: formalmente il termine non implica altro

Tuttavia il termine contiene alcune connotazioni implicite che attribuiscono a chiunque ne porti l'etichetta tratti ausiliari caratteristici. Un uomo che è stato dichiarato colpevole per un furto in casa e perciò etichettato come criminale, viene considerato come probabile autore di altri furti dello stesso tipo; questa è la premessa che adottano le Forze dell'Ordine quando esaminano dei pregiudicati durante l'inchiesta per un reato. Inoltre, quest'uomo è ritenuto potenziale autore di altri tipi di reato, perché ha dimostrato di essere una persona senza rispetto per la legge. Di conseguenza l'arresto per un solo atto deviante espone una persona al rischio di venir considerata deviante o indesiderabile sotto altri aspetti.

Nell'analisi di Hughes c'è un altro elemento che può essere utilizzato: la distinzione tra lo status principale e quello subordinato. Lo status di deviante rappresenta lo status principale che viene conferito a chi ha trasgredito una norma, e tale identificazione  dimostra di essere più importante di tante altre. L'identificare un individuo come deviante precede le altre identificazioni. Trattare una persona deviante per un aspetto come se lo fosse per tutti gli altri produce una profezia che si autodetermina. Questo mette in moto alcuni meccanismi che contribuiscono a far conformare la persona con l'immagine che ne hanno gli altri. 

In primo luogo, una persona, dopo essere stata identificata come deviante, tende ad essere esclusa dalla partecipazione a gruppi più convenzionali, anche se le connotazioni specifiche di questa particolare devianza potrebbero non essere causa di isolamento. Ad esempio l'uso di oppiacei non incide necessariamente sulla capacità lavorativa, ma l'essere riconosciuto come tossicomane può provocare la perdita del posto di lavoro. In questo caso, è difficile per l'individuo conformarsi alle altre norme che non aveva intenzione ne desiderio di infrangere, e si ritrova necessariamente deviante anche in queste aree.

dal film "I soliti sospetti" di Bryan Singer

Quando il deviante viene preso, viene trattato secondo la diagnosi di senso comune che spiega “perché è così”, ed il trattamento stesso può contribuire ad ampliare la sua devianza. Più in generale si può affermare che il trattamento dei devianti tende a negare loro i mezzi ordinari per proseguire con le consuetudini della vita quotidiana come le altre persone. Causa questo diniego, il deviante deve necessariamente sviluppare delle consuetudini illegittime. L'influenza della reazione degli altri può essere diretta o indiretta, quest'ultima come conseguenza del carattere integrato della società nella quale il deviante vive. 

Le società sono integrate nel senso che le stratificazioni della vita sociale in una determinata sfera di attività s'intrecciano ad altre attività in sfere diverse con particolari modalità, e dipendono dall'esistenza di queste altre stratificazioni. Per esempio alcune carriere professionali dipendono da certi tipi di vita familiare o da particolari stili di vita personale. Molte forme di devianza creano difficoltà perché non riescono ad integrarsi alle aspettative riguardanti altri settori della vita. In organizzazioni di lavoro stabili quali alcune grandi aziende o imprese industriali, alle persone ambiziose si presentano spesso tappe per superare le quali occorrerebbe essere sposati, oppure all'opposto, è consigliabile non avere rapporti stabili e vincolanti. 

La de-connessione, implicita nella devianza, rende difficile l'accettazione di norme non scritte che influenzano profondamente la vita dell'individuo e tendono a regolarne ogni aspetto, anche molto privato. 
Ovviamente non tutti quelli che sono sorpresi nel compiere un atto deviante ed etichettati come tali si indirizzano inevitabilmente verso una devianza maggiore, come le osservazioni precedenti potrebbero suggerire. Allora quali sono i fattori che tendono a rallentare o fermare il processo di amplificazione della devianza?

Uno studio sulla prostituzione maschile omosessuale condotto da Reiss (1961) dimostrò come questi ragazzi, tutti minorenni, considerano gli atti omosessuali che praticano, come un mezzo per far soldi più sicuro e rapido della rapina o di altre attività illegali. Si è scoperto che le norme del loro gruppo ammettono la prostituzione omosessuale, ma vietano di ricavarne piaceri ulteriori speciali o di permettere espressioni di tenerezza da parte dell'adulto con il quale hanno relazioni. Infrazioni di queste regole vengono punite dal gruppo. 

Se l'individuo viene arrestato per la prima volta in circostanze tali che gli è ancora possibile scegliere tra linee di condotta alternative, l'arresto non condurrà necessariamente ad una amplificazione della devianza. Messo di fronte per la prima volta alle possibili irreparabili conseguenze finali, può decidere di non voler intraprendere la strada deviante e tornare indietro. La scelta giusta lo dovrebbe far riaccettare nella comunità convenzionale, in uno stato di osservazione. 
Un passo finale nella carriera deviante è l'entrare a far parte di un gruppo deviante organizzato (o la presa di coscienza e l'accettazione del fatto di averlo già compiuto), si avrà un potente impatto sulla concezione di sé di una persona.

Un tossicomane mi disse una volta che sentì di essere “dentro” nel momento in cui realizzò di non avere più amici non tossicodipendenti (Becker, 1987).

Delinquenti in carriera


dal film "American Psycho" di Mary Harron
Un concetto utile, nello sviluppo di modelli sequenziali dei diversi tipi di comportamento deviante, è quello di carriera. Originariamente sviluppato negli studi sulle professioni, questo concetto si riferisce alla successione di passaggi da una posizione all'altra compiuti da un lavoratore all'interno di un sistema occupazionale. Inoltre, include la nozione di career contingency, cioè quei fattori casuali e contingenti dai quali dipende la mobilità da una posizione all'altra

Le career contingencies includono sia i fattori oggettivi legati alla struttura sociale sia i cambiamenti nella prospettiva, nella motivazione e nei desideri dell'individuo. Gli studi sulle professioni utilizzano il concetto di carriera per distinguere chi ha successo nella professione da chi non ce l'ha. Tale concetto può anche essere usato per distinguere diversi tipi di esiti di carriere indipendentemente dalla variabile successo.

Il modello può essere trasferito allo studio delle carriere devianti. Questa trasposizione non limita la nostra attenzione alle persone che percorrono una carriera deviante in continuo crescendo e che finiscono per adottare un'identità ed un modo di vivere radicalmente devianti. Consideriamo anche coloro che intrattengono rapporti più transitori con la devianza e la cui carriera li allontana da essa verso un modo di vivere convenzionale. 

In gran parte delle carriere devianti, il primo passo consiste nella perpetrazione di un atto non conforme, un atto che infrange un determinato insieme di norme. Si ritiene che gli atti devianti siano motivati, che la persona che ne commette uno, anche per la prima volta, lo faccia intenzionalmente. La sua intenzione può non essere completamente cosciente, ma dietro ad essa esiste una forza motivante. La spiegazione di atti devianti non intenzionali può essere semplice. Tali atti implicano una ignoranza dell'esistenza della norma, o del fatto che era applicabile in quella situazione, o a quella determinata persona. 

membri si una comunità di Mennoniti


Le persone che sono inserite profondamente in una sottocultura (religiosa, etnica) possono agire in modo improprio semplicemente perché inconsapevoli del fatto che non tutti si comportano in quel modo. In effetti, possono esistere aree strutturate dove determinate norme sono ignorate. Nell'analisi invece di comportamenti intenzionalmente devianti, ci si interroga di solito sulle motivazioni: perché l'autore ha commesso questo atto deviante? La domanda presuppone che la differenza di base tra deviante e non deviante sta nel carattere della motivazione. 

Molte teorie si sono proposte perché in certe persone siano presenti motivazioni devianti e in altre no. Teorie psicologiche trovano la causa delle motivazioni e degli atti devianti nelle prime esperienze dell'individuo, le quali generano bisogni inconsci che devono essere soddisfatti se l'individuo vuole mantenere il proprio equilibrio. 

"Teorie sociologiche cercano nella società fonti di tensione socialmente strutturate: coloro che occupano posizioni sociali sottoposte a esigenze conflittuali sono tentati di risolvere con mezzi illegittimi questo conflitto" (Merton, 1959).

Non c'è motivo di supporre che solo coloro che alla fine commettono un atto deviante siano effettivamente spinti a farlo. E' molto più probabile che gran parte della gente provi spinte di tipo deviante. Paradossalmente ci si potrebbe chiedere non perché i devianti commettono reati, ma perché coloro che rispettano le norme non seguono i loro impulsi devianti. Una parte della risposta a questa domanda si può trovare nel processo di commitment attraverso il quale la persona normale viene progressivamente coinvolta nelle istituzioni e nel comportamento convenzionale. 

Parlando di commitment (Goffman, 1960; Stone, 1959; Becker, 1987), ci si riferisce al processo mediante il quale certi tipi di interessi vengono invertiti nell'adottare determinate linee di comportamento a cui sembrano formalmente estranei. A seguito di azioni compiute nel passato o per effetto di varie abitudini istituzionali, l'individuo si rende conto di dover aderire a certe linee di comportamento, perché molte altre attività, diverse da quella nella quale è impegnato nell'immediato, verranno compromesse se non farà così. L'adolescente della classe media non deve abbandonare la scuola, perché il suo futuro professionale dipende da un certo livello di istruzione. 

dal film "Il conformista" di Bernardo Bertolucci


Allo stesso modo, la persona conformista non deve cedere alla tentazione dell'illegale, in quanto questo coinvolgerebbe molto più della ricerca del piacere immediato: il lavoro, la famiglia e la reputazione. In realtà, la normale evoluzione di una persona nella nostra società può essere vista come un progressivo aumento di commitments verso norme ed istituzioni convenzionali. La persona normale, quando scopre di avere un impulso deviante, riesce a controllarlo pensando alle molteplici conseguenze che il cedergli potrebbe produrre. Essere normale rappresenta una posta troppo elevata per permettersi di lasciarsi influenzare da impulsi non convenzionali.

Esaminando comportamenti intenzionalmente non conformi, bisogna chiedersi come la persona riesca ad evitare l'impatto con commitments convenzionali. Becker (1987) individua due modi. Innanzitutto, nel corso della propria storia, la persona può in qualche modo aver evitato di invischiarsi in alleanze con la società convenzionale; perciò può essere libera di seguire i propri impulsi. Chi non ha una reputazione da salvaguardare o un lavoro convenzionale da mantenere può seguire i propri impulsi perché non ha niente da guadagnare continuando ad apparire convenzionale.
Tuttavia la maggior parte delle persone rimane sensibile ai codici di condotta convenzionale e deve fare i conti con questo aspetto prima di impegnarsi per la prima volta in un atto deviante. 

Sykes e Matza affermano che i delinquenti provano forti impulsi ad essere conformi alla legge, e li affrontano con tecniche di neutralizzazione:

"Finché il delinquente riesce a definire se stesso come scaricato di responsabilità per le sue azioni devianti, l'efficacia della propria disapprovazione o di quella degli altri come influenza limitante è nettamente ridotta. [...] Il delinquente assume una concezione di se stesso in cui si vede sballottato, impotente, in nuove situazioni. [...] Imparando a vedere se stesso più come indotto ad agire che come agente attivo, il delinquente prepara la strada verso la devianza dal sistema normativo dominante, senza che gli sia necessario un assalto frontale contro le norme stesse. Un'altra importante tecnica di neutralizzazione è centrata sui danni o sulle lesioni che l'atto deviante implica. [...] Per il delinquente [...] la colpevolezza del suo atto può dipendere o meno dalla presenza di qualche parte lesa, e questa questione è aperta ad una varietà di interpretazioni. [...] Il furto di una macchina può essere visto come un prestito, una lotta tra gang come un litigio privato, un duello può essere accettato da due parti consenzienti, e tutto ciò non riguarda l'insieme della comunità.
L'indignazione morale propria e degli altri può essere neutralizzata insistendo sul fatto che, alla luce delle circostanze, l'atto non è sbagliato. Il danno, si può sostenere, non è realmente un danno, ma piuttosto una forma di punizione o di rappresaglia giustificata. [...] Gli assalti contro minoranze culturali o religiose, il vandalismo, i furti possono essere azioni che agli occhi dei devianti hanno valore di punizione inflitta a chi ha trasgredito delle regole.
Una quarta tecnica di neutralizzazione consiste nella condanna di chi condanna. Attaccando gli altri, la colpevolezza del proprio comportamento è più facilmente repressa e persa di vista. I controlli sociali interni ed esterni possono essere neutralizzati sacrificando le esigenze della società nel suo insieme alle esigenze dei gruppi sociali ristretti cui appartiene il delinquente.[...] Il punto importante sta nel fatto che la deviazione da certe norme può avvenire non perché esse siano rifiutate, ma perché altre norme, giudicate più importanti o implicanti una maggiore lealtà, riescono ad avere la precedenza" (Sykes, Matza, 1957).    

Sé, me e te


Edith Jacobson parlò del Sé come un'entità suscettibile di sviluppo dalla nascita alla maturità, sviluppo collegato all'evolversi del rapporto con gli oggetti affettivi, a cominciare dall'oggetto primario, materno. 

Rimanendo fedele al concetto di una fase iniziale indifferenziata, nella quale Sé e oggetto non si distinguono l'uno dall'altro (simbiosi primaria onnipotente), la Jacobson si è imbattuta nel problema dell'origine della rappresentazione del Sé che sembra aperta alle due alternative seguenti: l'investimento istintuale originario che è possibile alla matrice Io-Es, ancora indifferenziata deve necessariamente comportare una originaria rappresentazione del Sé fatta di narcisismo puro, onnipotente, oppure si può ammettere che la rappresentazione indifferenziata Sé-oggetto precorre già un investimento separato dal Sé, parallelo a quello dell'oggetto, come la si può constatare nelle successive fasi di sviluppo? 

La Jacobson riservò il termine di narcisismo primario alla fase di sviluppo precedente all'inizio della differenziazione dell'Io infantile e alla comparsa delle prime tracce di rappresentazioni del Sé e dell'oggetto. Questo narcisismo primario quindi prevalentemente teorico, astratto, consiste nell'investimento con cariche istintuali indifferenziate del “Sé psicofisiologico primario”, che la Jacobson raffigura nel puro alternarsi di stati di tensione crescente e di tensione decrescente. Man mano che la rappresentazione del Sé si differenzia da quella dell'oggetto, essa viene investita con cariche libidiche che ora si definiscono “narcisismo secondario”, il quale concettualmente si contrappone quindi all'investimento oggettuale che si sviluppa di pari passo. 

L'opera della Jacobson ha fornito lo sfondo teorico alle osservazioni della Mahler e ha consentito la costruzione di un modello integrato che collega le fasi successive della differenziazione Sé-oggetto con altre funzioni essenziali dell'Io, come l'esame di realtà, l'organizzazione delle difese, lo sviluppo dell'identità, la formazione del carattere, ecc.

Quando la metapsicologia del Sé sembrava ormai definitivamente inquadrata, Erikson diede dell'identità una versione nuova e diversa. Nel libro Gioventù e crisi d'identità (1968) egli ha riassunto le sue idee in proposito, procedendo per approssimazione. In un primo momento egli tenta di definire autonomamente l'identità a partire dai dati dell'esperienza dando un posto preciso ai fattori culturali nella sua genesi.

"Il senso dell'identità è un sentimento soggettivo di coerenza e di continuità personale e culturale. La formazione dell'identità è un processo, prevalentemente inconscio, di riflessione e di osservazione che si svolge a tutti i livelli delle funzioni mentali. L'individuo giudica se stesso non solo in merito a questo lavoro, ma anche in base al giudizio di sé che percepisce negli altri. E' un processo di differenziazione progressiva che si inizia nel rapporto madre-bambino, ma che non termina mai, e che va incontro a una sua crisi tipica nell'adolescenza. Esso è inscindibile dalle trasformazioni che hanno luogo nella comunità cui l'individuo appartiene (vicende storiche, sociali, culturali, ecc.) per cui può essere concettualizzato come una specie di “relatività psicologica [...] L'identità personale si fonda sulle percezioni di autoidentificazione, sulla continuità della propria esistenza nel tempo e nello spazio, e sulla possibilità di percepire che gli altri riconoscono la nostra identità. L'identità dell'Io è invece la consapevolezza della continuità nelle operazioni sintetizzanti dell'Io, cioè lo stile della propria individualità, che deve coincidere con l'identificazione e continuità del proprio significato per altre persone che contano nella comunità circostante" (Erikson, 1968).

Erik Erikson vede l'adolescenza all'interno di una linea di continuità che fa capo all'infanzia. In questa prospettiva l'identità finale, come si concretizza al termine dell'adolescenza, viene vista come una configurazione che va evolvendosi, elaborando le varie fasi d'identificazione con individui del passato, comprendendone cioè tutte le identificazioni significative, ma anche alternandole in modo da farne un complesso unico e possibilmente coerente. 

L'influsso di Anna Freud e di Hartmann, in particolare a proposito della qualità e della forza dell'Io, uniti agli interessi per l'antropologia culturale, spingono questo autore ad allontanarsi da quello che chiamò “l'approccio meccanicistico e fisicalistico della teoria psicoanalitica” (Erikson, 1963), che operava una distinzione molto netta tra mondo interno e mondo esterno sulla scorta del modello istintivista di Freud. Erikson invece, come osserva Ancona (1968), è più interessato a sviluppare il classico concetto di “zona libidica” allargandola a quello di “modo di funzionamento” della stessa, dandole un significato di scambio attivo con l'ambiente fisico e sociale circostante.

In Infanzia e società (1963), Erikson propone appunto di spostare l'attenzione dalle pulsioni alle modalità che riguardano poi le attitudini di base e le “virtù”, cioè i compiti evolutivi che ogni età della vita deve assolvere per mediare la forza delle pulsioni e intessere i rapporti sociali.
E' importante notare, oltre una possibile normativa insita nel concetto di virtù che qui l'interesse si sposta dagli istinti al filtro e al modellamento che le varie culture operano nel bambino. Il termine cultura è assai più adeguato nella prospettiva di Erikson di quello di società, egli infatti ritiene che:

"Mentre è assolutamente chiaro ciò che deve accadere per tenere un bambino in vita e ciò che non deve accadere per non metterlo in pericolo, un margine di arbitrarietà crescente con lo stesso sviluppo è lasciato a ciò che può accadergli. Le varie culture cioè fanno largo uso delle loro prerogative per decidere ciò che esse considerano come possibile e ritengono necessario" (Erikson, 1963).

Identificazione con gli estremi


"I giovani adolescenti sono un insieme di isolati che tendono con vari mezzi di aggregarsi mediante l'adozione di gusti comuni. Essi possono raggrupparsi se sono attaccati come gruppo, ma questa è solo un'organizzazione paranoide reattiva in risposta ad un attacco esterno; dopo l'aggressione tornano ad essere un aggregato di isolati" (Winnicott, 1971). 

L'autore sintetizza i bisogni dell'adolescente in una sorta di doppio movimento in cui, da un lato vi è il bisogno di evitare false soluzioni e compromessi, sentirsi reale o anche sopportare di non sentirsi tali e dall'altro lato il bisogno di sfidare un ambiente in cui tuttavia tale provocazione venga tollerata e assicurata la necessità di dipendenza.

In altre parole, la società deve essere in grado di accettare la crisi depressiva dell'adolescente, intesa come distacco dagli oggetti primari e sopportazione del non sentirsi ancora reali, come una fase di sviluppo attraverso un processo naturale di crescita.

Il compito che Winnicott assegna alla società è di accompagnare questo processo evolutivo nell'idea che la migliore cura dell'adolescenza sia il passare del tempo.
Si potrebbe dire che è necessario sopportare che gli adolescenti transitino per un certo periodo attraverso una zona di bonaccia, cioè una fase in cui si sentono futili e non hanno ancora trovato se stessi. 

Se al contrario questo processo evolutivo non viene sostenuto o alcuni singoli adolescenti sono troppo disturbati, il gruppo può essere utilizzato dai ragazzi e dalle ragazze per dar corpo alla propria sintomatologia potenziale e ciò vale soprattutto per le tendenze antisociali.

E' per questo, secondo Winnicott, che un gruppo può identificarsi con il membro più sofferente che può essere un adolescente depresso e con una condotta delinquenziale, per cui è possibile che l'intero gruppo manifesti un umore depressivo o si schieri a fianco del soggetto antisociale.

"Accade così che nel gruppo scelto dall'adolescente per identificarvisi, o nell'aggregato di isolati che si riunisce in un gruppo in risposta all'attacco, i membri che occupano le posizioni più estreme sono quelli che rappresentano l'intero gruppo. Ogni genere di azioni nella lotta dell'adolescente, il furto, l'uso di armi, la fuga, l'irruzione, tutte queste cose vanno incluse nella dinamica di questo gruppo, come il sedere in un circolo e ascoltare musica jazz o a bere. E se non succede niente, i singoli membri del gruppo cominciano a sentirsi insicuri della realtà della loro protesta, e tuttavia non sono abbastanza turbati e agitati da compiere gli atti antisociali che aggiusterebbero le cose. Ma se nel gruppo c'è un elemento antisociale, o due o tre, pronti a comportarsi in modo antisociale, questo fatto tutti gli altri, li fa sentire reali, e temporaneamente struttura il gruppo" (Winnicott, 1971).

Si potrebbe dire che l'adolescenza è una fase di transizione in cui si oscilla tra la capacità di reggere la depressione nel non sentirsi ancora reali e compiuti e l'uso dell'aggressività e degli acting out che hanno una funzione apparentemente e temporaneamente integrativa e auto-affermativa.

La grande sfida degli adolescenti al mondo degli adulti non è tanto nel fastidio che la loro condotta e problematicità comporta, ma è piuttosto nell'andare a toccare quella parte di noi, più o meno grande a seconda dei casi, che non ha vissuto fino in fondo la crisi depressiva che l'adolescenza comporta.

Il contributo di Donald Meltzer (psicoanalista) sull'adolescenza deve essere visto all'interno del tentativo, che può essere considerato più o meno riuscito, di collegare le caratteristiche della mente con il contesto qui da intendersi come allargamento del luogo mentale dell'Inconscio sulla scorta della lettura in termini relazionali del concetto d'identificazione proiettiva.
L'accento nella problematica adolescenziale viene tolto alla sessualità e posto maggiormente sulle preoccupazioni della conoscenza e del capire, in linea con i temi del modello kleiniano. Meltzer mette in evidenza due aspetti di fondo tra loro collegati:

a) in primo luogo, ricollega la crisi d'identità adolescenziale al concetto di confusione che vede determinato a sua volta dalla caduta dell'onnipotenza e della conoscenza magica infantile;

b) in secondo luogo, sottolinea la difficoltà di entrare in contatto con gli adolescenti data la mobilità dei loro riferimenti mentali che oscillano tra la comunità dei pari, degli adulti, della famiglia o infine nell'isolarsi in se stessi.

In questa prospettiva, le dinamiche della sessualità messe in evidenza da tanti autori perdono la loro centralità. E' infatti soprattutto lo stress della confusione che l'adolescente è impegnato a risolvere e tra le varie soluzioni le attività sessuali possono essere una delle strategie possibili specie se sono collegate all'identificazione con il gruppo di pari. 

"La confusione può riguardare vari parametri: quella tra buono e cattivo; tra zone e funzioni delle zone in rapporto all'oggetto; tra maschile e femminile; tra adulto e bambino" (Meltzer, 1973).

Rispetto ai bambini che fantasticano che la conoscenza sia qualcosa di concreto, che esista concretamente in qualche posto e che infine i genitori siano in possesso di tutta la conoscenza del mondo, diversa è invece la condizione dell'adolescente: 

"Quando l'adolescente si libera da questa sottomissione ai genitori, come persone che sanno tutto e devono sapere tutto perché conoscono il grande segreto di fare i bambini, prorompe tutto il mondo della confusione che era stato tenuto nascosto dalla convinzione dell'onniscenza dei genitori" (Meltzer, 1978).

Non chiamarmi ragazzino!


Con Frammenti di un'analisi di isteria (caso clinico di Dora) e poi con i Tre saggi sulla teoria sessuale (1901, 1905) Freud individuò alcune tematiche che aprirono la strada alla comprensione dell'adolescenza e dei conflitti di questa età. Attraverso il modello pulsionale veniva sottolineato il valore della pubertà e il ruolo svolto dall'accesso alla sessualità che coronava il cammino evolutivo verso la riorganizzazione delle pulsioni parziali.

Freud dedica il terzo dei tre saggi proprio alle trasformazioni della pubertà descrivendo l'adolescenza come l'epoca in cui “subentrano i cambiamenti che debbono condurre la vita sessuale infantile alla sua definitiva strutturazione normale. Finora la pulsione sessuale era prevalentemente autoerotica, ora trova l'oggetto sessuale” (Freud, 1905).

Gli avvenimenti principali individuati da Freud erano la subordinazione delle zone erogene al primato della zona genitale, l'istituzione di nuove mete sessuali diverse per maschi e per femmine e il ritrovamento di nuovi oggetti sessuali al di fuori della famiglia. Tale ottica deve essere ovviamente inquadrata in un modello che fa dell'Es e della vita istintuale il nucleo propulsore dell'essere umano senza particolari concessioni all'ambiente

Vi era inoltre il rischio che, se da un lato questa esposizione poteva dar ragione di molte caratteristiche del comportamento adolescenziale, la particolare sottolineatura dell'esistenza di una vita sessuale infantile, l'aspetto nuovo e dirompente messo in luce dal fondatore della psicoanalisi, non poteva non ridurre il significato dell'adolescenza all'essere in un certo senso solo un periodo di mera ratifica di trasformazioni definitive, una transizione e un ponte tra la sessualità infantile diffusa e la sessualità adulta centrata sulla genitalità.

Al pericolo di una così limitata prospettiva si può ricondurre quello che ormai è diventato come un aforisma citato dalla figlia Anna nei vari saggi su questo tema: “Sentiamo dire frequentemente che l'adolescenza è un periodo trascurato, un figliastro per quanto riguarda il pensiero analitico” (A. Freud, 1957).

E' ben noto come il brutto anatroccolo, per così dire, non sia rimasto tale: l'adolescenza non è infatti più vista come un semplice capolinea e molti sono gli studi che, seppure da prospettive diverse, ne hanno indagato la specificità e peculiarità come periodo evolutivo.

I vari contributi psicoanalitici sull'adolescenza, è opportuno precisarlo ulteriormente, pur tenendo conto della tematica da cui è partito Sigmund Freud con il metodo pulsionale, hanno messo in luce aspetti differenziati tra cui può esserci una integrazione, ma talora rimangono divergenze anche sostanziali.

Rispetto agli studi iniziali che hanno fatto riferimento all'integrazione nella personalità delle mutate caratteristiche fisiche (come l'altezza, peso, caratteri sessuali primari e secondari), oggi si è molto più consapevoli che questo processo è assai più complesso perché le caratteristiche suddette, ben lungi dal poter essere prese in considerazione come dati obiettivi, sono soggette non solo a situazioni storiche e culturali (Callari-Galli, 1989; Montemayor, Flannery, 1990), ma devono essere ricollegate al tema della processualità del ciclo vitale (Scabini, Gilli, 1988), in particolare all'integrazione e individuazione dell'identità, di cui l'adolescenza è indubbiamente una tappa importante, ma non l'unica. 

In questa prospettiva, l'adolescente deve riconnettere l'immagine del Sé che vigeva dall'infanzia e dal periodo di latenza – e a ciò concorrono indubbiamente i temi legati alla pubertà – alla rappresentazione del corpo, all'eccitazione sessuale come è stato messo in evidenza da molti autori (Marcelli, Bracconier, 1988), ma essi appaiono solo un aspetto accanto al compito della riorganizzazione delle varie interiorizzazioni e identificazioni proiettive.

Il secondo aspetto, strettamente legato a questo, è la maggiore attenzione al contesto sia nel suo significato lato, cioè socio-culturale, sia nel senso della rete dei legami affettivi che diventa più complessa facendo sì che “il luogo dell'Inconscio”, per così dire, si estenda e si “disperda”.

Il contributo di Anna Freud si inserisce nell'ambito di quel filone che in psicoanalisi ha contribuito a far evolvere e rendere più complesso il modello di Sigmund Freud, almeno per i riferimenti ai temi della libido, della problematica del corpo e dei meccanismi di difesa. 
Teniamo in conto due presupposti:

a) l'attenzione alle strategie impiegate dall'Io per controllare le pulsioni;

b) l'idea dell'adolescenza come interruzione di una crescita pacifica.

Le premesse di questa impostazione possono essere rinvenute nel saggio di Anna Freud del 1936 L'Io e i meccanismi di difesa, in cui l'autrice dedica due capitoli all'adolescenza: 
1) L'Io e l'Es nella pubertà e 2) Angoscia pulsionale nella pubertà.

Lo studio dell'adolescenza veniva considerato rispetto al tema di fondo del saggio, cioè le lotte dell'Io per padroneggiare le tensioni e le pressioni che originano dai derivati pulsionali, lotte che in casi normali portano alla formazione del carattere e nel loro esito patologico alla formazione dei sintomi nevrotici.
L'aspetto innovativo del lavoro di Anna Freud è l'attenzione alle capacità di relativo adattamento dell'Io in un contesto in cui tutti i metodi di difesa disponibili sono messi in gioco e sottoposti alla massima tensione.

In questa prospettiva sono disponibili due strategie: 1) l'eventualità che l'organizzazione dell'Io e del Super-Io si alterino sufficientemente, tanto da accogliere le nuove mature forme di sessualità, o che, al contrario, 2) un Io rigido, immaturo, riesca a inibire o deformare la maturità sessuale (A. Freud, 1957). In questo caso, gli impulsi dell'Es riescono a creare enorme confusione e caos in quello che è stato un Io ordinato durante il periodo della latenza.

Precisiamo tuttavia che, se da un lato Anna Freud presuppone che la capacità adattiva e organizzativa dell'Io abbia il compito di armonizzare e portare verso un giusta meta l'evoluzione della libido, anche nella prima delle due possibilità suddette non vi è da aspettarsi un passaggio tranquillo e indolore. 

In un certo senso potremmo dire che se da un lato vi è il rischio del caos, dall'altro dobbiamo aspettarci perlomeno un periodo di “naturale disordine”.
Se infatti l'adolescenza dava la sua tipicità al “turmoil” inevitabile legato allo sviluppo del corpo e alle sue tensioni, rappresentando “per sua natura un'interruzione di una crescita pacifica”, il mantenimento di un equilibrio stabile durante il processo adolescenziale “è in sé anormale” (A. Freud, 1957).

La normalità deve essere intesa nei termini di una situazione complessa, instabile, con un senso di pericolo interno e angoscia, in cui è insita l'idea di oscillazioni, capovolgimenti o anche una rigidità accettabile. E' in questo senso che Anna Freud parla dell'adolescenza come di “un disturbo evolutivo” che riguarda non solo la sensibilità ma anche altre dimensioni come l'aggressività, la rivolta, la ribellione sul piano sociale e che rappresenta un inevitabile e necessario passaggio sul piano dell'adattamento.

"Ciò che è di importanza fondamentale è sapere quale tipo di tumulto adolescenziale sia meglio adatto a introdurre il tipo più soddisfacente di vita adulta" (A. Freud, 1966).

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dal film "Paranoid Park" di Gus Van Sant


Le forme ostili, negative, litigiose, ma che non mostrano ripetute aggressioni e violazioni delle norme delineano un'area problematica codificata dal DSM-IV come “Disturbo Oppositivo-Provocatorio”. Queste forme assumono rilevanza clinica tra l'ottavo anno di età e la prima adolescenza. 

La comparsa dell'oppositività, invece nell'adolescenza vera e propria, viene riferita al bisogno di autonomia e di individuazione affettiva che caratterizza questa fase della vita ed è ascritta pertanto, dal DSM-IV, ad un ambito riconosciuto di normalità e di significato evolutivo. Anche in questo caso l'attenzione è però focalizzata sul controllo e sulla previsione. Se la relativa stabilità delle manifestazioni oppositive, la loro frequenza rispetto ai coetanei e la menomazione delle abilità sociali che ne consegue, sono le condizioni richieste per differenziare e porre questo tipo di diagnosi, proprio questi stessi elementi sembrerebbero in grado di tradurre le attribuzioni di rischio nel lavoro di prognosi. 

La perdita del controllo, la disubbidienza, i propositi vendicativi, gli atteggiamenti di sfida delle regole o delle richieste degli adulti, pur mostrando una valenza comunicativo-espressiva ben precisa all'interno di specifici campi relazionali, testimoniata dall'assenza di continuità del disturbo in contesti diversi, si rivelerebbero allo sguardo del DSM come precursori clinici del Disturbo della Condotta in una significativa porzione di casi. Una conclusione di questo tipo si allontana da un utilizzo della diagnosi come processo conoscitivo. In un movimento di indagine che procede dal generale al particolare, la rilevanza clinica di tali manifestazioni non rimanda ad altro che alla loro osservabilità e all'entità del danno sociale che ne consegue. 

Subordinato a finalità di ordine predittivo, il repertorio nosografico di queste condotte ad insorgenza precoce non lascia spazio all'imprevedibilità delle variabili biografiche che le sottendono ed all'analisi dei contesti relazionali in cui si producono. Il modo con cui vengono prese in considerazione alcune caratteristiche proprie del sistema familiare ne è un valido esempio: 



Il Disturbo Oppositivo-Provocatorio ha maggiore prevalenza nelle famiglie in cui l'accudimento del bambino è turbato da un susseguirsi di diverse persone preposte all'accudimento stesso, o in famiglie in cui sono comuni pratiche educative rigide, incoerenti o distratte (DSM-IV, 1996). 

Oltre alla sezione dei disturbi che di solito sono diagnosticati nell'infanzia, nella fanciullezza o nell'adolescenza, troviamo altre categorizzazioni nosografiche di più stretto interesse psicologico e criminologico-giuridico nell'ambito dei cosiddetti “Disturbi del controllo degli Impulsi”. Tali diagnosi possono esser utilizzate anche per i soggetti in età evolutiva. Nessuna effettiva distinzione teorica è posta dai curatori del DSM tra i disturbi della fanciullezza e quelli dell'età adulta. Si tratta di una distinzione operata solo per comodità. Pertanto, proprio introducendo i “Disturbi Solitamente Diagnosticati per la Prima Volta nell'Infanzia, nella Fanciullezza o nell'Adolescenza”: 

Nel valutare un bambino piccolo, un fanciullo o un adolescente, il clinico dovrebbe prendere in considerazione le diagnosi incluse in questa sezione ma fare anche riferimento ai disturbi descritti altrove (DSM-IV, 1996).

Ritornando ai “Disturbi del Controllo degli Impulsi”, si tratta di una categoria meno comune rispetto alle precedenti ma certo non di minore interesse. Essa fa riferimento a quelle situazioni in cui un carattere di incoercibilità e di non controllabilità di atti che risultano nocivi al soggetto o ad altri si accompagna a un quadro generale tale da non soddisfare i criteri di altre diagnosi. A differenza delle compulsioni vere e proprie, con le quali condivide la caratteristica di particolare persistenza e invasività, il comportamento impulsivo si accompagnerebbe a un'esperienza detensiva di piacere, gratificazione o liberazione al momento in cui viene agito. Benché sentimenti di colpa o di autorimprovero possano scaturire in un secondo momento, la resistenza conscia all'atto o, all'opposto, la sua premeditazione, non sarebbero criteri determinanti per porre questo tipo di diagnosi, che rimane invece centrata sulla natura impulsiva del comportamento e sulle capacità di ridurre la tensione o il disagio crescenti.

Scendendo nel particolare abbiamo: il “Disturbo Esplosivo Intermittente”, caratterizzato da crisi brevi ed episodiche di perdita del controllo dell'aggressività, e tali da poter sfociare in seri atti distruttivi nei confronti delle proprietà; la “Cleptomania” definita come la ricorrente incapacità del soggetto di resistere alla tentazione di rubare oggetti indipendentemente dalla loro immediata utilità e dal valore commerciale; la “Piromania” cioè, la tendenza deliberata e finalizzata a produrre incendi. Tale connotazione psicopatologica di queste condotte – solo all'apparenza incongrue rispetto a qualsiasi fattore scatenante di tipo psicosociale – esclude la possibilità di una loro analisi che faccia riferimento ai più ampi contesti di significato in cui in realtà si originano e alle finalità strumentali ed espressive che le sottendono.

dal film "Ragazze interrotte" di James Mangold


Una trattazione a parte merita la categoria di “Disturbo della Personalità”. Sebbene il primo manifestarsi di un comportamento disturbante durante l'adolescenza o già nell'infanzia può assumere il significato di indicatore precoce della patologia antisociale del carattere, quest'ultima non può subito venire considerata diagnosticabile come tale.

In linea generale, qualora una modalità disadattiva di rapportarsi a sé e agli altri non rimanga confinata ad uno stadio dello sviluppo, ma tenda a irrigidirsi e stabilizzarsi nel tempo, causando un marcato disagio personale e uno scadimento delle competenze sociali, costituisce secondo il DSM-IV un “Disturbo di Personalità”.

Le difficoltà evidenziate dai sistemi diagnostici standardizzati nel riferimento al concetto di personalità implicano fondamentalmente la scelta teorica dei criteri  rappresentativi delle regolarità da inferire a partire dall'osservazione clinica. Tale scelta presuppone una chiara e precisa definizione teorica del concetto di personalità.

Non sembra essere questa in realtà la strada intrapresa dal DSM che, situando l'analisi del comportamento umano al di fuori del complesso rapporto di relazioni circolari tra l'individuo e il contesto si trova costretto a far affidamento su una nozione di “tratto” che, proprio perché non adeguatamente chiarita e definita, finisce per scivolare verso il vecchio approccio di tipo personologico al comportamento umano e alle presunte regolarità delle sue manifestazioni.
Come chiarisce il manuale: 

"La caratteristica essenziale di un Disturbo di Personalità è un modello costante di esperienza interiore e di comportamento che devia marcatamente rispetto alle aspettative della cultura dell'individuo, e si manifesta in almeno due delle seguenti aree: cognitiva, affettiva, funzionamento interpersonale o controllo degli impulsi" (DSM-IV, 1996). 

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...