Violento a chi?



"Sembra che di tanto in tanto, le società siano affette da periodi di panico morale. Una condizione, una persona, un gruppo di persone o un episodio vengono considerati come un'improvvisa minaccia agli interessi e ai valori della società; i mass-media li descrivono in modo semplicistico e stereotipato; le barriere morali vengono manovrate dai redattori, dai vescovi, dagli uomini politici e da altri benpensanti; i sociologi accreditati pronunciano le loro diagnosi e propongono soluzioni; si elaborano strumenti per far fronte alla situazione. La condizione può allora sparire, sprofondare nel nulla o degenerare e apparire quindi più evidente. Talvolta l'oggetto del panico è una novità, altre volte è qualcosa che esiste da tempo e che, improvvisamente, appare alla ribalta. A volte il panico è lasciato in disparte ed è dimenticato da tutti tranne che dalla memoria collettiva e dal folklore. Talora esso ha delle ripercussioni più durature e più gravi che possono portare a modificazioni della politica sociale e legale, se non addirittura a cambiamenti nell'idea che la società si è fatta di sé stessa" (Cohen S., Panico Morale,1972)

Negli ultimi cinquant'anni la società ha sperimentato tutta una serie di paure morali, ognuna delle quali ha avuto un suo oggetto specifico. Per la conoscenza di questo oggetto è stato molto utile l'utilizzo del modello proposto da Howard Becker (1963). Dobbiamo a lui e a Pollner l'utile distinzione tra modelli esterni e interni. Il modello esterno di Becker conosciuto con il nome di “labelling theory” ha messo in discussione l'approccio tradizionale ai problemi delle cosiddette devianze. 

Secondo questo schema la devianza è creata e alimentata attraverso le reazioni della società nei confronti di un atto considerato deviante. La devianza non è insita nell'atto in sé ma è piuttosto la conseguenza dell'applicazione, da parte dei legislatori, di regole e sanzioni nei confronti del trasgressore. Il vandalismo, per esempio, potrebbe essere considerato come un insieme di atti facilmente identificabili che necessitano di sanzioni per il semplice fatto che costituiscono un'offesa alla proprietà, sia pubblica che privata. 

Ma paragoniamo la reazione dei tifosi che si riversano nella città lasciando un mare di danni lungo la loro via con quella di alcune parti del nostro paese, in cui per certe festività, si provocano danni del tutto simili. I primi saranno considerati teppismo distruttivo e giudicati di conseguenza; i secondi invece sembreranno scaturire da una tradizionale sovraeccitazione o da una prevista aggressività. Anche se le azioni dannose sono del tutto simili, i tifosi sono devianti mentre i festanti sono in qualche modo tollerati. Non dobbiamo inoltre dimenticare che persino atti che rappresentano dei reati in termini legali, possono perdere questa connotazione col passare del tempo. Fino a qualche decennio fa, l'omosessualità o l'aborto avrebbero costituito esempio di deviazioni oscene; eppure questi atti non incorrono più in sanzioni formali. Appare chiaro che l'impostazione relativistica di Becker è necessaria per qualunque esplorazione sulla devianza.

"La devianza vista dall'interno di un universo simbolico, si presenta come una proprietà inerente all'atto stesso così caratterizzato. Eppure, se considerata dall'esterno, la devianza, attribuita a quegli atti esiste solo in quanto la comunità li giudica immorali, malvagi, sbagliati. Vista dall'interno la devianza è una proprietà obiettiva dell'atto, mentre dall'esterno essa esiste in quanto prodotto di una reazione comune" (Pollner, 1974)     

Per comprendere un fenomeno deviante si possono seguire due tipi di indagine. Il primo implica la teoria sociologica della costruzione sociale della devianza e dei processi che la rendono possibile. Il secondo necessita di una psicologia sociale dell'universo simbolico nel quale gli atti acquistano significato e delle spiegazioni del senso comune che si offrono all'interno di tale universo allo scopo di rendere comprensibile il concetto di devianza. L'indagine più proficua per i nostri scopi è presentare dall'interno il mondo deviante, tuttavia questo assume un significato solo nel contesto di un modello sociologico adeguato che fornisca dall'esterno una spiegazione del processo che ha portato a considerare un atto come deviante. Uno dei modelli più brillanti in questo senso è la teoria dell'amplificazione della devianza.

L'amplificazione della devianza è generata da una contro reazione positiva relativamente semplice. Nella sua forma basilare, per come l'ha esposta Leslie Wikins (1964), la teoria sostiene che le reazioni della società agli iniziali e talvolta trascurabili atti di pretesa devianza provocano un certo grado di isolamento e di alienazione in coloro che li hanno commessi. Ciò a sua volta provoca una reazione da parte dei devianti che è di solito accompagnata da un aumento nella frequenza e o nell'intensità degli atti devianti. Il risultato è un aumento della reazione della società e da questo punto in poi il sistema si alimenta da solo. Lo schema è meccanicistico ma il procedimento di rinforzo che propone è attendibile e interessante. 

Nessun limite al mio capriccio



Il corpo del bambino si muove in funzione di bisogni fisiologici, il corpo dell’adulto si muove in funzione anche di bisogni morali. 

Il contatto fisico che un genitore stabilirà col proprio figlio dipenderà da come egli sarà stato capace di far convivere bisogni morali e fisiologici. Se i primi hanno prevalso, il genitore tenderà alla pedo-fobia e si troverà impacciato nel contatto col figlio. Se invece il genitore sarà rimasto molto attaccato ai suoi bisogni fisiologici, trovandosi in una condizione molto simile a quella del figlio, tenderà alla pedo-filia e ad essere egli stesso invischiato in una sessualità perversa e polimorfa come quella del figlio.  

Tendenzialmente, i disturbi della personalità o le sindromi psicotiche, in cui compaiono elementi sadici, si sviluppano in individui che hanno avuto genitori pedo-fobici, che non hanno saputo fare un gran che con il corpo e i bisogni dei figli.

Il bambino durante l’allattamento succhia il latte e riceve una stretta vigorosa che lo fa sentire al sicuro. Dopo qualche mese che le cose vanno così, nel corso di questi contatti con il genitore, egli comincia a sentire un’indefinita sensazione di piacere localizzata nella zona genitale che comincia a guardare e toccare. A questo punto è il genitore che deve fare i conti con la propria sessualità. Potrebbe accadere che, se questi conti non tornano, il genitore continua a essere disponibile per la soddisfazione dei bisogni orali ma non accetta alcuna forma di sessualizzazione.

Il bambino, che dipende dal genitore per la sua sopravvivenza, è costretto a negare il piacere sessuale che prova in quel contatto o trasformarlo in qualcos’altro, il più delle volte la sessualità negata diventa aggressività orale accentuata e il bambino morde il capezzolo della madre durante l’allattamento o cerca di stringerla più che può con la sue piccole mani. Questa prima forma di sadismo ha la doppia funzione di scarica delle tensioni sessuali negate del bambino e una punizione che egli opera sul corpo del genitore che non ha accettato tutti i suoi bisogni.

“Diciamo che il nerbo del factum è dato dalla massima che propone la sua regola al godimento, insolita nel suo porsi in termini di diritto alla moda di Kant, dato che si pone come regola universale. Enunciamo la massima:“Ho il diritto di godere del tuo corpo e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni che io possa avere il gusto di appagare”. Ecco la regola cui si pretende si sottomettere la volontà di tutti, per poco che una società la renda effettiva con le sue costrizioni” (Lacan J., Kant con Sade, in Scritti, 1974)

dalla serie televisiva "Hannibal"

La radice etimologica (excactus, esatto) di esazione contiene tanto il termine riscuotere, quanto i termini imporre e gravare.
Le tendenze sadiche in alcune personalità patologiche suggerisce che un possibile sviluppo della sovrapposizione tra nutrimento e sessualità è rappresentato dall’esperienza piacevole dell’imposizione della propria volontà sul corpo altrui. Il comportamento sadico permetterebbe all’individuo di vivere l’esperienza concreta del prendere realmente qualcosa dall’altro e nutrirsene. In questo caso il prendere ha valore di nutrimento ed è primario per il soggetto.

Le ricerche criminologiche su spree killer (assassini compulsivi) e serial killer (assassini seriali), indicano la misura estrema alla quale si può attenere un individuo la cui sopravvivenza emotiva è legata ad un contatto sadico col corpo altrui. In genere, questi individui hanno avuto delle separazioni precoci o genitori violenti o sadici affettivi. La normale esperienza infantile di credere che il nutrimento provenga dal corpo del genitore è stata precocemente interrotta o non è mai avvenuta. 

L’individuo può quindi aver conservato una fame mai soddisfatta e delle fantasie cannibalesche mai placate da soddisfacenti allucinazioni infantili, legate alla vicinanza corporea del genitore. Nella realtà psichica incompleta del bambino molto piccolo alcune scene di "divorazioni" non sono mai avvenute o non si sono compiute. 

La lontananza dal corpo dei genitori non ha permesso il nutrimento e il soggetto non si è potuto rassicurare a tal punto da arrivare alla simbolizzazione di queste allucinazioni cannibalesche. Il bambino rimane nell’angoscia di doversi nutrire e la sessualità, che comincia a emergere, gli suggerisce nuovi modi per poterlo fare.

In psicoterapia il cliente si nutre in forma allucinatoria del corpo del terapeuta. Il cliente parla dei fatti della sua vita, del suo dolore, per soddisfare anche esigenze sadiche di imposizione e riscossione (come indicato in Lacan). Il cliente va in terapia per nutrirsi e rassicurarsi. L’esperienza gradevole di mangiare e sopravvivere è assicurata dalla presenza del corpo del terapeuta. 

La relazione terapeutica per le sue caratteristiche (il terapeuta è un estraneo, disponibile, capace) permette di cogliere nel vissuto del cliente alcune condizioni emotive vicine a quelle della prima infanzia. Le fantasie che si sviluppano in questa relazione, da parte di tutti e due, cliente e psicoterapeuta, hanno grande forza e se adeguatamente esplorate, si rivelano simili a quelle del bambino entro i primi 3 o 6 mesi di vita: oralità, sessualità, sadismo.

L'orecchio, l'ansia e i muscoli flessori



"Il modello di base di ogni paura e ansia è l'irritazione dell'ottavo nervo cranico in almeno uno dei suoi rami" (Feldenkrais M., Il corpo e il comportamento maturo sul sesso, l’ansia e la forza di gravità, 1996).

La disfunzione dell'apparato vestibolare è molto spesso l'espressione di due tendenze psichiche in conflitto tra loro, perciò le vertigini ricorrono in quasi tutte le nevrosi. 

La nevrosi può produrre cambiamenti organici nella sfera vestibolare. 

Le vertigini sono un segnale di pericolo nella sfera dell'Io e si presentano quando l'Io non riesce a esercitare la sua funzione sintetica nei sensi, ma anche quando impulsi motori e posturali conflittuali connessi con desideri e pulsioni istintive non riescono a stare uniti. Feldenkrais riprende alcune idee che già Paul Schilder (1950) aveva esposto in Immagine di sé e schema corporeo:

“Da un punto di vista psicoanalitico le vertigini sono altrettanto importanti quanto l'ansia. L'apparato vestibolare è un organo la cui funzione si oppone all'isolamento e alla separazione delle distinte funzioni del corpo. C'è da aspettarsi che un tale organo sensorio, che riceve impressioni solo semiconsce e che conduce a una motilità di tipo istintuale e primitivo, debba essere molto sensibile alle emozioni e debba perciò svolgere una parte importante nelle nevrosi e nelle psicosi. Esso reagisce fortemente e si può perfino prevedere che cambiamenti nella psiche si esprimano immediatamente nelle sensazioni vestibolari e nel tono. Cambiamenti organici nell'apparato vestibolare si rifletteranno sulle strutture psichiche: non solo influenzeranno il tono, il sistema vegetativo e gli atteggiamenti del corpo, ma debbono anche cambiare tutto il nostro apparato percettivo, e perfino la nostra coscienza” (Feldenkrais, 1996).

L'ansia, in qualunque forma essa si presenti, deve essersi formata per successivi condizionamenti a partire da quella serie condizionata di riflessi che costituisce la risposta innata alla caduta. 

Anche una minima eccitazione del ramo vestibolare del nervo uditivo è accompagnata da un aumento di tono dei flessori, da un arresto del respiro e da un'accelerazione del polso. 

In ogni riflesso si può distinguere la stessa successione di fasi: la reazione immediata che annulla o riduce l'effetto dello stimolo e l'effetto successivo che tende a eliminare l'alterazione prodotta dalla reazione nell'organismo per riportarlo allo stato originale. 

Allo stesso modo lo stimolo della caduta produce una perturbazione che mette in azione tutti i riflessi di raddrizzamento. Le sensazioni di paura e ansia dovute alla perturbazione della regione diaframmatica e cardiaca, sono effettivamente smorzate dal perdurare della contrazione generalizzata dei flessori e in particolare di quelli della regione addominale.


Il corpo che cade contrae i flessori per impedire al capo di sbattere contro il terreno e per rafforzare la colonna vertebrale inarcandola. Nell'adulto, la stessa risposta gli fa abbassare la testa, lo fa rattrappire, gli fa piegare le ginocchia e arrestare il respiro. Gli arti vengono portati più vicini al corpo, davanti alle viscere, prive di protezione. 

Questo atteggiamento offre la miglior protezione possibile e infonde un senso di sicurezza. Le contrazioni dei flessori, se mantenute, servono a ripristinare il normale stato di calma.

“Il modello di contrazione dei flessori è ripristinato ogni volta che l'individuo ritorna all'auto-protezione passiva, o perché gli mancano i mezzi di resistenza attiva, o perché dubita della propria capacità di difendersi attivamente. I muscoli estensori, o antigravitazionali, sono per forza inibiti parzialmente. Secondo la mia personale osservazione, tutti gli individui classificati come introversi hanno una qualche abituale rigidità degli estensori; perciò o la testa, o le articolazioni dell'anca sporgono in avanti più del normale; la persona gira su stessa con movimenti indiretti e tortuosi, e non nel modo più semplice e diretto. Gli estroversi hanno invece una postura e un'andatura più erette” (Feldenkrais, 1996).

La contrazione muscolare, controllabile con la volontà, dà un senso di potere e di controllo sulle sensazioni e sulle emozioni. A ogni stato emotivo corrisponde un personale schema condizionato di contrazioni muscolari, senza il quale tale stato emotivo non esisterebbe. E' raro vedere bambini piccoli con il capo mal bilanciato, in essi non c'è interferenza volontaria nel controllo muscolare e in tutti il capo è equilibrato. 

Ripetuti turbamenti emotivi condizionano il bambino ad adottare atteggiamenti che gli procurano un senso di sicurezza e gli permettono di alleviare l'ansia. Questa sicurezza passiva è indotta dalla contrazione dei flessori e dall'inibizione degli estensori. Perciò in tutte le persone che soffrono di disturbi emotivi si osservano direttive atte a inibire gli estensori. A lungo andare ciò diventa abituale e passa inosservato, ma finisce per influenzare l'intero carattere. 

Gli estensori parzialmente inibiti si indeboliscono, l'articolazione dell'anca si flette e il capo sporge in avanti. Il rinforzo a questo atteggiamento è che il capo sporgendo in avanti assume anche significato di sfida e quindi di negazione della paura. Le gambe ritratte danno all'incedere un carattere di leggerezza e incertezza, dovuto alla contrazione dei muscoli dell'anca che sollevano parzialmente la parte posteriore del piede. L'individuo, in questo modo, si trova incastrato tra l'essere spaventato e negare di esserlo, in una condizione che Lowen chiamerebbe fissazione o dell'appeso (hang-up).      

Ogni individuo potrebbe trovarsi in una condizione del genere. Anche lo psicoterapeuta. Il punto di fissazione dello psicoterapeuta potrebbe essere risvegliato dal punto di fissazione del paziente, per effetto di contiguità. Se lo psicoterapeuta ha imparato dal proprio dolore e allenato la capacità alla resa, avrà maggiori possibilità di essere disponibile alla cura del paziente perché, in fin dei conti, ha già accettato la cura di se stesso.

La discesa nelle profondità dell’inconscio e della sofferenza propria e del paziente potranno somigliare ad una caduta, con le relative risposte neuro-vegetative. L’ansia e la vertigine controtransferale si potrebbero popolare di scene della vita privata del terapeuta e l’angoscia potrebbe alimentare difese quali la razionalizzazione, la scissione, lo spostamento, ecc. A questo punto è utile tornare al corpo per ricostruire il senso del procedimento terapeutico:

“Per chi è malato il mondo perde la sua fisionomia perché diminuisce, se addirittura non si interrompe, quel dialogo tra corpo e mondo grazie al quale le cose si caricavano delle intenzioni del corpo e il corpo raccoglieva quei sensi che erano genericamente diffusi tra le cose. Ora a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la malattia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d’attenzione” (Galimberti U., Il Corpo, 1983)


Capirti è un miracolo



Nel 1794 John Dalton, uno scienziato che sviluppò la teoria atomica della materia e che diede il nome ad una particolare patologia nella percezione dei colori, il daltonismo, scrisse un saggio sulla cecità ai colori. Le sue ricerche furono riprese da Francis Galton, cugino di Charles Darwin, che mise in evidenza come le persone affette da queste “peculiarità” dell’esperienza percettivo-sensoriale non sono consapevoli della differenza fra la loro esperienza e quella altrui. 

Scrisse Galton (1883):
"Una persona su ventinove non è in grado di distinguere il rosso dal verde, non sa di essere affetta da un deficit a carico del senso del colore e non dà segno di questa sua anomalia neppure ai propri amici" (Galton F., Inquires into Human faculty and its development, ed. McMillian, New York, 1883).

Galton scoprì anche una seconda importante differenza riguardo la capacità di immaginazione. Egli chiese a un gruppo di persone, tra cui eminenti scienziati, di pensare “a qualche oggetto preciso, per esempio il tavolo a cui vi siete seduti per la colazione di stamattina” e di considerare “attentamente l’immagine che emerge davanti ai vostri occhi”. Galton pose poi altre domande riguardanti l’illuminazione, la definizione e i colori di questa scena. Restò sbalordito dai risultati:

"Fui sconcertato dal rilevare che la maggior parte degli uomini di scienza a cui mi ero rivolto affermassero che la capacità di immaginazione fosse loro totalmente sconosciuta. Mi guardarono tutti come un fantasioso e uno stravagante per aver supposto che la parola “immaginazione” esprimesse in effetti quello che io supponevo tutti pensassero esprimesse. La loro nozione di immagini mentali era deficitaria quanto il senso del colore per un daltonico inconsapevole del proprio deficit. Essi erano dunque affetti da un’anomalia di cui non erano a conoscenza e, fatto questo alquanto strano, ritenevano che chi ne evidenziava in loro la presenza, stesse favoleggiando" (Galton F., 1883).

L’autore trovò un’attitudine prevalente, completamente diversa, svolgendo la stessa indagine nel resto della popolazione. Molte persone affermarono che per loro era cosa abituale vedere immagini nella mente e che esse erano nitide e piene di colori. Questo studio avviò una generale consapevolezza che altri possono avere forme di vita interiore che presentano differenze rispetto alle nostre, sotto molti aspetti e che possono essere del tutto ignari di tali differenze. 

Supporre che altre persone possano non sperimentare il flusso di coscienza sembra andare contro il senso comune. Eppure i risultati emersi dalla ricerca di John Flavell e allievi (1993) sembrano indicare proprio questo. 


Questi ricercatori, anticipando i loro studi sulla scoperta del flusso di coscienza nei bambini, somministrarono un questionario a 234 studenti universitari che vennero invitati a commentare con “probabilmente vero” o “probabilmente non vero” un’affermazione. Essa recitava testualmente:

Gli eventi mentali consci (idee, percezioni, immagini, sentimenti), in una persona in stato di veglia, normalmente si susseguono l’un l’altro, più o meno senza soluzione di continuità. Essi danno luogo a una sorta di flusso di coscienza, in cui prima si presenta un fenomeno mentale conscio, poi un l'atro, e così via” (Flavell J., Green F., Flavell E., Children’s understanding of the stream of consciousness, in Child Development, n. 64).

Soltanto il 76% degli studenti valutò l’affermazione come “probabilmente vera”. Il 12% non aveva opinioni a riguardo, mentre un altro 12% rispose che essa era “probabilmente non vera”. Flavell e suoi colleghi non trovarono spiegazioni a questi risultati. Ciò nonostante, questi dati confermano la possibilità che per alcune persone, una parte minoritaria della popolazione, l’esperienza del Sé come flusso di coscienza sia limitata o bloccata. D’altronde appare assodato che non nasciamo con un Sé già formato. 

Il Sé è una potenzialità, il cui dispiegarsi può avvenire nell’ambito di una speciale forma di relazione con gli altri. Questa relazione dipende dal dialogo e da una forma di attività mentale che si manifesta in alcune forme di gioco durante l'infanzia. 

L'incontro tra cliente e terapeuta e il gioco simbolico del bambino, se messi a confronto, ci aiutano a capire. Ascoltando il cliente che parla, alcune aree dell'esperienza del terapeuta compiono un gioco simbolico che partecipa e assiste alla nascita di uno spazio sia reale che metaforico, tra un me e un tu che viene avvertito come parte di un’esperienza intima. Questa gioco è il precursore del Sè come flusso di coscienza, uno dei suoi aspetti essenziali è l'esperienza del possesso. Una frase di William James appare esplicativa:

"Sembra che il fatto elementare psichico sia, non il pensiero, o questo pensiero, o quel pensiero, ma il mio pensiero, perché ogni pensiero è di qualcuno" (James W.Psychology: briefer corse, ed. Morcelliana, 1998).

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...