Essere e non essere




"In quanto ruolo di passaggio fra due fasi tradizionalmente più definite, il giovane adulto può essere considerato contemporaneamente post-adolescente e pre-adulto, esprimendo in termini complessi, sia la contraddizione, le sfide, le potenzialità innovative dell'adolescente, sia la tensione alla stabilizzazione psicologica  e relazionale presente nell'adulto" (Scanagatta, 1988).

Ecco alcuni criteri applicabili al processo di costruzione dell'identità nel giovane degli ultimi vent'anni:

1. La marginalità fa riferimento alla condizione strutturale in cui i giovani elaborano la propria identità in uno spazio sociale che li definisce prevalentemente in termini di mancanza: non ancora maturi, non stabili, non responsabili ... La marginalità rappresenta il prodotto di trasformazioni economiche che, nelle società industriali, hanno determinato il prolungamento del periodo di transizione all'età adulta e favorito un processo di crescente subordinazione economica, politica, culturale, psicologica dell'universo giovanile. Il non sarebbe quindi originato da una negazione culturale, tesa ad ottenere profitti di ordine simbolico ed economico a danno di una massa, quella giovanile, priva di un reale potere politico.

2. Il criterio della frammentazione rinvia a processi socializzativi delle società complesse, dove la molteplicità degli ambiti di riferimento e le continue trasformazioni strutturali e organizzative producono una progressiva pluralizzazione dei significati con conseguenze di crisi e di inadeguatezza a carico delle tradizionali sfere di appartenenza. L'eterogeneità culturale, la molteplicità di codici e linguaggi compongono uno spazio simbolico che non legittima processi identificativi semplici. La famiglia – pur continuando a rappresentare un valore riconosciuto dalle nuove generazioni – perde il significato di centro socializzativo e tende a configurarsi come luogo parziale e debole di trasmissione culturale. Il moltiplicarsi delle esperienze istituzionali e associative, l'affermarsi di nuove, differenziate aggregazioni informali, se da una parte indeboliscono le possibilità di appartenenze stabili, dall'altra favoriscono nei giovani la formazione di percorsi e identità, aperti alla rivisitazione individuale e a nuove negoziazioni.

3. La pluralità dei mondi istituzionali e la possibilità di molte appartenenze – si pensi ad esempio allo status, frequente oggi, di figlio-studente-lavoratore – definisce una dilatazione del possibile, dove l'identità viene costruita secondo principi di selettività e reversibilità. La selettività rinvia all'idea di scelta con cui, in una società complessa che propone offerte molteplici, l'individuo può scegliere le proprie appartenenze, selezionando all'interno di un campo di variazioni estremamente articolato. La reversibilità sta a indicare la possibilità di continue negoziazioni, attraverso cui operare scelte non definitive e riconsiderare le alternative non attualizzate dalle precedenti selezioni. 



"Questo processo circolare di stabilizzazioni locali e provvisorie, esprime in qualche maniera, le potenzialità e insieme i rischi più probabili delle strategie con cui, nelle società complesse viene costruita l'identità. Un'identità debole e parziale, se letta in chiave involutiva e nell'ottica della stabilità. Un'identità forte se prendiamo in considerazione la processualità, in termini di continua, dinamica equilibrazione, in rapporto anche alla variabilità istituzionale e sociale. Un'identità minacciosa per il potenziale pluri-espressivo dei suoi soggetti che rischia di mettere in crisi i criteri tradizionali di selezione e imputazione dell'età giovanile" (De Giorgi, 1990).  

4. Nell'informale e nella quotidianità i giovani ricercano, attraverso uno sforzo di produzione di identità e appartenenze, un adattamento alla pluralità, alla molteplicità dei significati sociali. Tutt’altro che rinunciatari, essi sembrano orientarsi verso soluzioni possibili piuttosto che ottimali, anteponendo a una progettualità incerta, un atteggiamento di intenso vissuto del presente.

5. L'apparente riflusso ad una dimensione privata rappresenta, in realtà, il percorso di un nuovo conflitto il cui oggetto è la negoziazione di identità. All'identità proposta-imposta dalla produzione culturale ed economica, i giovani oppongono riformulazioni private e soggettive, tese a salvaguardare i modi individuali di intendere il proprio essere soggetto sociale. In questo senso è possibile affermare che la “crisi d'identità” – tradizionalmente circoscritta all'adolescenza – tende negli ultimi decenni a dilatarsi temporalmente, investendo una fascia di età sempre più ampia e assumendo i caratteri di una “lotta per l'identità”. 

"L'essere giovani, in quanto risultato dell'inevitabile temporalizzazione della complessità, rappresenta una modalità transitoria e contingente dell'individualità, una modalità che sembra oggi allargarsi a sempre più ampie categorie di persone" (Baraldi, 1991).

Emozioni & Intelligenza: una collaborazione possibile


dal film "2001: odissea nello spazio" di Stanley Kubrick


Esprimere una critica costruttiva è l'elemento chiave dell'intelligenza emotiva.

L'intelligenza emotiva è l'uso intelligente delle emozioni.

Tu intenzionalmente fai lavorare per te le tue emozioni utilizzandole come sussidio per guidare il tuo comportamento e il tuo pensiero in modo da incrementare i risultati. L'intelligenza emotiva viene usata sia intra-personalmente (aiutando se stessi) sia inter-personalmente (aiutando gli altri).

L'intelligenza emotiva deriva da 4 elementi fondamentali:

1. Abilità di percepire, valutare ed esprimere emozione con esattezza
2. Abilità di accedere ai sentimenti o generarli dietro richiesta, quando essi possono facilitare la     comprensione di te stesso o di un'altra persona
3. Abilità di comprendere le emozioni e la conoscenza che da esse deriva
4. Abilità di regolare le emozioni per promuovere la crescita emozionale e intellettuale

Si può massimizzare l'efficacia dell'intelligenza emotiva sviluppando buone capacità di comunicazione, di esperienza interpersonale e una rilevante abilità nel saper consigliare. Al centro di ognuna di queste capacità c'è l'auto-consapevolezza, perché l'intelligenza emotiva ha inizio solo quando l'informazione affettiva entra nel sistema percettivo

Capire che cosa ti spinge ad agire in un determinato modo è la premessa necessaria per poter modificare le tue azioni in vista di risultati migliori. E' importante che tu comprenda quali siano le cose importanti per te, quale sia la tua partecipazione agli eventi, che cosa vuoi effettivamente, come ti senti e come ti poni rispetto agli altri.

Ciò di cui hai bisogno per accrescere la consapevolezza delle tue capacità è una riflessione seria e il coraggio di esplorare quali sono le tue reazioni davanti alla gente e agli avvenimenti della tua vita lavorativa, è tutto nelle tue mani. 

In particolare dovrai:

- Esaminare su che basi poggiano le tue valutazioni
- Trovarti in armonia con i tuoi sensi
- Entrare in contatto con i tuoi sentimenti
- Apprendere quali sono le tue intenzioni
- Prestare grande attenzione alle tue azioni



Esercizio:

- Usa la frase “secondo me...”. Chiarirai meglio i tuoi pensieri ed evidenzierai il fatto che sei tu la persona responsabile delle tue valutazioni.

- Impegnati con regolarità in un dialogo interiore. Scegli un momento della giornata e parla con te stesso, utilizzando il “secondo me...”. Gradualmente ti renderai conto che nel tuo dialogo interiore segui determinati schemi. Se discerni gli schemi, in seguito potrai esaminare se il dialogo interiore lavora a tuo favore o no.

- Rifletti quando sei calmo / su quanto è avvenuto. Dopo un avvenimento degno di nota, prenditi alcuni minuti per chiederti che cosa ha influenzato la tua valutazione sull'avvenimento.

- Cerca di avere l'input dagli altri. E' una buona idea chiedere agli altri quale sia la loro opinione in merito. 

Divenendo consapevole di come procedi nelle tue valutazioni, aumenti le opportunità di renderle percettive, accurate, giuste:

- Ricorda che la causa delle tue reazioni è determinata dal tuo modo di valutare le cose, non dal comportamento degli altri o da un avvenimento

- Mentre ascolti le valutazioni degli altri, tieni ben presenti le tue

- Riconosci che i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti e le tue valutazioni non sono immutabili nel tempo.

I tuoi sensi (vista, olfatto, udito, gusto e tatto) sono la fonte dei dati sul mondo esterno. Molto spesso i dati di questa ricezione vengono filtrati dalle nostre valutazioni.

Per usare al meglio i sensi è opportuno cominciare a sintonizzarsi bene sulle informazioni che raccolgono:

- Mentre cammini per strada inspira profondamente e stai attento/a agli odori e ai sensi che di solito sfrutti di meno. Cerca di mettere a fuoco qualsiasi cosa sente il corpo. In ufficio potenzia la ricezione della vista e dell'udito e sintonizzati sul comportamento degli altri e dell'ambiente.

"I dati sensoriali sono il primo fattore dell'auto-consapevolezza. Il secondo sono i sentimenti, cioè la reazione emotiva successiva alla registrazione sensoriale" (Daniel Goleman)

Brevissimo training di intelligenza emotiva



Comunica ciò che senti con esattezza e fai attenzione a un'abitudine diffusa:

La gente spesso confonde le dichiarazioni “io penso” o “secondo me”, con quelle “io sento”. Esempi: “sento che questa cosa non è giusta”, “sento un carico di lavoro eccessivo” “mi sento sfruttato/a”

La confusione grammaticale indica una confusione tra i livelli dell'esperienza, il che può generare difficoltà nella comunicazione e ostacolare il raggiungimento di buoni risultati. Restituendo la giusta collocazione ai contenuti dell'esperienza si migliora l'auto-rivelazione e l'efficacia della comunicazione. 

Esempio: “Facendo due calcoli il mio lavoro è decisamente sotto-pagato, quindi penso che se ne stiano approfittando e mi stiano sfruttando, questo mi fa prima arrabbiare e poi deprimere, perché non ho soluzioni alternative”.

E' fondamentale non aspettarti che l'altro cambi il proprio atteggiamento in seguito alle tue rivelazioni. Può darsi che lo faccia, ma non puoi certo aspettartelo. Limitati ad accettarti e essere in sintonia con i tuoi sentimenti, di rivelarli in modo esatto e di usare la sensibilità. E' inutile e penoso continuare ad arrabbiarsi con gli altri che non compiono il proprio dovere. 

Usa dichiarazioni di intenzioni per far conoscere all'altro i tuoi desideri. Questo ti permette di capire meglio quali siano davvero le tue intenzioni, quali puoi dire agli altri e quali è meglio che tieni per te. Queste dichiarazioni informano gli altri del perché delle tue azioni passate, presenti o future, chiarendo la sequenza e la comprensibilità degli eventi. Nel contesto dell'intelligenza emotiva, queste dichiarazioni permettono agli altri di sapere che ti preoccupi di come recepiscono le tue azioni e dell'impatto che un'errata percezione potrebbe avere su di loro.

La sicurezza in se stessi è la capacità di affermare i propri diritti, opinioni, idee e convincimenti, rispettando nello stesso tempo quelli degli altri. Contrariamente all'aggressività, che ignora la necessità altrui e all'inerzia, che trascura quelle personali, la sicurezza è un modo emozionalmente intelligente di soddisfare le proprie esigenze.



Esercizio:

1. Documenta bene la tua posizione all'altro, rammentando i fatti rilevanti; qualche volta è necessario sottolineare o richiamare alla mente dell'altra persona le ragioni che determinano la tua posizione

2. Ammetti di capire la posizione dell'altro, comunichi che hai ben presenti le sue esigenze, anche se hai idee diverse su come fronteggiarle

3. Ripeti i tuoi concetti, il modo migliore per opporsi (se è necessario) è dimostrare che l'altro non può fare ciò che sta cercando di fare; ripetigli esattamente qual è la tua posizione, sii coerente e non alzare la voce

4. Usa le dichiarazioni di sentimenti e di stati d'animo

5. Documenta i motivi della tua posizione, specifica ciò che è ragionevole nella tua posizione e ciò che è irragionevole nella posizione dell'altro

6. Sforzati di trovare un compromesso, il tuo scopo dovrebbe essere una reciproca soddisfazione, raggiunta con fermezza; non stai rinunciando al tuo punto di vista, ma vuoi dare all'altro qualcosa che lo faccia sentire soddisfatto del risultato

Quando metti in pratica questi suggerimenti devi focalizzare l'attenzione su due importanti considerazioni: 

1. sei consapevole dei messaggi che il tuo corpo comunica; 2. non cedi né all'aggressività né all'inerzia.

Appunti per una revisione del complesso di Edipo


dal film "Edipo Re" di Pierpaolo Pasolini

Il bambino vuole possedere il genitore del sesso opposto e uccidere il genitore del proprio sesso. In sintesi questo è il complesso di Edipo nell’interpretazione di Freud.

Il racconto di Sofocle ha un'altra sequenza: Edipo prima incontra Laio sulla strada di Tebe, non sa che è suo padre e dopo averlo ucciso diventa re, sposando la regina che non sa essere sua madre.

Per Sofocle Edipo prima uccide e poi possiede e il primo incontro è con il padre.
La madre verrà dopo.
Sulla strada per Tebe il conflitto tra i due sembra essere preceduto da un tentativo di conoscenza, forse anche da un rapporto. Poi lo scontro e l’omicidio.

Solo dopo il delitto Edipo giunge in città e la salva dalla maledizione della Sfinge, viene riconosciuto come eroe e diventa il re sposando Giocasta, regina e sua madre.

Gli eventi di questa tragedia seguono un percorso inverso a quello indicato da Freud, il quale afferma che prima il bambino s’innamora della madre e solo dopo aver scoperto che ha un rivale in amore, il padre, desidera ucciderlo.

Per Sofocle il desiderio della madre compare solo in fondo al dramma e in conseguenza a un atto di sfida al destino. La madre sembra essere il premio delle gesta compiute.

Il primo evento è l’incontro col padre. I due si conobbero, Edipo fece esperienza del suo omologo e poi se ne liberò.

E’ questo il destino di un bambino?
Per accedere alla conoscenza del diverso bisogna prima incontrare il simile?

Psicoterapia: una relazione sofisticata


dalla serie televisiva "Intreatment"

Freud in Psicologia delle masse e analisi dell’Io riferendosi all’atteggiamento dell’analista verso il paziente parlò di una benevola neutralità, indicando l’interesse che l’analista deve provare per il benessere del suo paziente senza essere emotivamente coinvolto nei suoi conflitti. 

Per Roger Money-Kyrle alla base della curiosità dell’analista c’è la fusione di due pulsioni fondamentali: quella riparativa (che si contrappone alla distruttività) e quella genitoriale. Riguardo alla prima l’autore ammise che in una certa misura il paziente rappresenta gli oggetti danneggiati della fantasia inconscia dell’analista, che sono messi in pericolo dall’aggressività e hanno ancora bisogno di cure e riparazione. Per la pulsione genitoriale disse che bisogna guardare all’interesse che l’analista ha per il bambino inconscio del paziente, dato che questo bambino spesso tratta l’analista come un genitore e l’inconscio dell’analista difficilmente può evitare di rispondere, considerando il paziente come un figlio.

In un caso supervisionato che si approssimava alle vacanze estive, Herbert Rosenfeld ebbe modo di vedere in funzione la pulsione riparativa di cui parlò Money-Kyrle. 
Scrive Ruth Riesenberg-Malcolm:

“Le comunicazioni del paziente giocano un ruolo decisivo nella comprensione che l’analista ha del paziente” (Riesenberg-Malcolm, R., Interpretation: past in the present, International Review of Psycho-Analisys, 1986).

Raccontò Rosenfeld che dopo un’interpretazione non troppo efficace il dottor N. cominciò a rendersi conto che la sua paziente Maria, una donna ebefrenica ricoverata, era assorta nel ricordo di qualche delusione collegata all’analista. Alla domanda dell’analista sul suo stato, la paziente rispose con la comunicazione di un ricordo: molto tempo addietro lei e un’altra paziente dell’ospedale avevano inventato una sorta di gioco che consisteva nell’ideare e coltivare pensieri suicidi. Quando il dottor N. aveva visitato quella corsia, entrambe gli avevano riferito le loro fantasie suicide, in modo particolareggiato, ed egli aveva risposto a tali confessioni scherzando: “Se le cose vanno così male, possiamo suicidarci tutti e tre.” All’epoca la paziente aveva capito che si trattava di una battuta ma aveva anche intuito che lei e l’altra paziente l’avevano innervosito. 

Riflettendo su questo materiale Rosenfeld capì che il dottor N. si era sentito impotente e depresso a causa di quelle confessioni e ciò lo intuì correttamente anche Maria. All’atteggiamento della paziente, che richiedeva una spiegazione all’analista di quel comportamento, il dottor N. rispose: “Ora la conosco molto meglio e quindi la capisco molto più facilmente. Ma a quell’epoca, cinque anni fa, ovviamente non ero sempre in contatto con i suoi sentimenti, o in grado di recepirli a pieno. Ora mi rendo conto di averla preoccupata molto con la mia osservazione scherzosa.” 

Ma queste parole non fecero altro che infastidire la paziente, la quale cominciò a riversare sull’analista una serie di rimproveri riguardo certi suoi comportamenti che ella non aveva né capito né sopportato. Rosenfeld fece notare all’analista che egli non aveva compreso perché quell’impasse fosse emersa proprio in quel punto dell’analisi. 

Herbert Rosenfeld


L’analista non si rendeva conto di come certi suoi comportamenti fossero importanti e rimanessero attivi nella paziente, non riusciva a focalizzare la paura di Maria che egli fosse stanco di lei e la volesse abbandonare. Rosenfeld capì che riportando il ricordo della battuta scherzosa la paziente aveva voluto sottolineare il suo desiderio che l’analista non si distanziasse da lei di nuovo come aveva fatto allora con l’umorismo, abbandonandola per le vacanze e sollevandosi così dal peso dell’analisi. Ma il dottor N. aveva risposto con una rassicurazione sul fatto di conoscerla meglio che aveva ulteriormente aggravato la sua paura, dato che alcuni pazienti come Maria, secondo Rosenfeld, sentono le rassicurazioni come un’aggressione occulta. 

Il dottor N. sorpreso di come la sua paziente ricordasse bene quell’accaduto e come avesse saputo cogliere la collera e l’impazienza nascoste dietro al suo umorismo, non seppe riconoscere la richiesta che quel ricordo portava con sé e condusse l’analisi al blocco.
Come fa notare Speziale-Bagliacca, Herbert Rosenfeld nella seconda parte di Comunicazione e Interpretazione si concentra sull’elaborazione della responsabilità dell’analista:

Il paziente risponde alle interpretazioni non solo considerandole strumenti che lo rendono cosciente del significato dei processi inconsci e coscienti, ma anche considerandole i riflessi dello stato della mente dell’analista, particolarmente della sua capacità di mantenere calma e pace e di quella di focalizzare sugli aspetti centrali delle preoccupazioni e sulle ansie coscienti e inconsce del paziente. Il paziente inoltre acquisisce consapevolezza della psiche e della memoria dell’analista attraverso il modo in cui questi tiene insieme importanti fattori esterni e interni e li amalgama al momento giusto. Lo stato psichico dell’analista, la sua capacità di funzionare bene costituiscono un essenziale fattore terapeutico in qualsiasi terapia analitica. Hanno un ruolo importante nei processi introiettivi, poiché accrescono la capacità del paziente di stabilire relazioni oggettuali e rafforzano l’Io di quest’ultimo nelle sue funzioni, nella sua capacità di integrazione e soprattutto di crescita psichica” (Speziale-Bagliacca, R., Osservazioni su Impasse e Interpretation di H. Rosenfeld, Rivista di psicoanalisi, XXXIV, 1988).

Verso il corpo




La parola corpo indica una molteplicità di significati. La sua origine è il latino corpo, che i filologi comparano con l'armeno kerp, forma, immagine, dalla radice indo-germanica kar, fare, comporre, a cui pare si colleghi anche il sanscrito krp = karp, bell'aspetto, bellezza; il greco kra-inò, creare, compiere e il lituano kur-ti, fabbricare, la cosa fatta, creata (Fonte: etimo.it)

In campo scientifico indica la parte di materia che occupa uno spazio e presenta una forma determinata come un corpo liquido, solido, gassoso, rigido, elastico; corpi organici, inorganici / I corpi celesti, le stelle e i pianeti / Gravità dei corpi, il loro peso / Impenetrabilità dei corpi, l'impossibilità da parte di due corpi di occupare insieme lo stesso spazio / Corpo nero, che assorbe totalmente qualsiasi onda elettromagnetica ed mette contemporaneamente radiazione termica a spese dell'energia interna / Corpo estraneo, ogni frammento solido di varia natura penetrato in un organismo; elemento estraneo / Ogni sostanza individuata da formula chimica e da proprietà fisiche caratteristiche / Corpo semplice, la cui molecola è costituita da atomi di uno stesso elemento / Corpo composto, la cui molecola è costituita da atomi di elementi diversi.

Dalla visione macro o microscopica, si passa all’utilizzo della parola corpo per
descrivere l’esperienza dell’uomo e la biologia del suo organismo. I piaceri del corpo, dei sensi / Corpo a corpo, a stretto contatto / A corpo morto, pesantemente, con impeto, con ardore / Anima e corpo, completamente, totalmente / Avere qualcosa in corpo, essere ansioso, preoccupato / Avere il diavolo in corpo, essere inquieto, agitato / Ricacciare le parole in corpo a qualcuno, farlo pentire di quello che ha detto / Corpo calloso, connessione tra la neocorteccia dei due emisferi cerebrali / Corpo cavernoso, struttura ricca di lacune sanguigne, in grado di aumentare di volume e di irrigidirsi / Corpo luteo, effimero organo endocrino che si forma in corrispondenza del follicolo ovarico dopo l'ovulazione / Corpo vitreo, voluminosa struttura trasparente e incolore dell'occhio, interposta tra cristallino e retina / Corpo uterino, porzione dell'utero intermedia tra collo e ingresso degli ovidotti / Corpo vertebrale, porzione cilindrica della vertebra sulla quale poggia il midollo spinale / Mettere in corpo, mangiare e bere / Andare di corpo, defecare.


"L'uomo Vitruviano" di Leonardo da Vinci


Negli utilizzi che vengono quotidianamente fatti della parola corpo, quelli più distanti dalla condizione umana fanno percepire l’influenza idealistica e unificatrice della filosofia platonica. 

L’evoluzione dall’esperienza del corpo in epoca arcaica all’idea del corpo in epoca classica, fa diventare il corpo umano un simbolo al quale ci si può appellare ogni qualvolta si ha l’esigenza di rappresentare linguisticamente qualcosa che ha una forma compatta, un senso organico e un equilibrio fra le parti. 

Ciò è evidente quando il corpo viene utilizzato per indicare la parte sostanziale e più consistente di qualcosa: il corpo di un palazzo, di un motore / Corpo di fabbrica, organismo strutturale che, pur facendo parte di un più ampio complesso, è individuale per caratteristiche formali e costruttive proprie / Il corpo del discorso, la parte centrale tra l'esordio e la conclusione / Il corpo di un vaso, la sua capacità / Insieme di elementi che compongono la struttura di un vino: un vino ricco, povero di corpo / Dare, prendere corpo, dare, assumere consistenza: dare corpo alle ombre / Avere corpo, avere forza, consistenza / Colore a corpo, in pittura, quello ottenuto con l'impasto di pigmenti assai ricco, poco diluito e che forma perciò uno strato alquanto consistente / Pittura a corpo, eseguita con colori a corpo / Insieme di persone accomunate da una serie di caratteristiche, che costituiscono un gruppo: corpo consolare, insegnante, accademico, di ballo / Corpo elettorale, insieme di cittadini cui è attribuito il complesso dei diritti politici / Corpo diplomatico, insieme dei capi delle missioni diplomatiche, accreditate presso un determinato stato / Corpo mistico, l'insieme di tutti i cristiani, la Chiesa come corpo invisibile del Cristo / Spirito di corpo, sentimento di solidarietà fra membri dello stesso corpo militare, della stessa categoria professionale.

In queste ultime voci, nelle quali il corpo è un simbolo utilizzato per la descrizione di qualcosa che è formalmente riconoscibile, ritorna una visione del corpo umano come unità immanente. Visione che apparteneva all’epoca arcaica, nel momento in cui dalla molteplicità delle membra umane si passava all’unicità del corpo umano quando questo diventava cadavere. 

Una certa parte dei significati che l’uomo moderno ha dato alla parola corpo, indicano una sostanziale idealizzazione e devitalizzazione del corpo stesso. Un rapporto ambivalente che si manifesta nell’incapacità della lingua di descrivere il corpo, se non come possesso: il mio corpo. Cadendo in una complessa contraddizione e ponendoci in una condizione che, oltre all’ambivalenza, produce ambiguità.
Il corpo che sentiamo nostro ci è tuttavia estraneo, la sua origine non ci appartiene così come la sua crescita e modificazione prescindono dalla nostra volontà. Il suo funzionamento è nascosto ai nostri occhi e la comprensione della sua biologia è affidata agli esperti. 

Il nostro corpo è un possedimento assai strano, al quale più che comandare non possiamo che affidarci.

Due passi nell'archetipo del corpo


dal "Libro Rosso" di C. G. Jung
L’antropologia biblica descrive in termini dicotomici o tricotomici il vissuto umano, in cui il corpo, l’anima e lo spirito compaiono come entità diverse e in contrasto tra loro. Seguendo le sorti di tre parole quali il nefes, il basar e il leb, è possibile comprendere l’evoluzione del rapporto tra cultura cristiana, latina e il corpo.

Il termine nefes, tradotto dai latini come anima, è parola che indica l’indigenza umana e l’ordine dei suoi bisogni, per cui l’uomo non ha una nefes, ma è nefes. Isaia, con la parola nefes allude alla gola che come organo della nutrizione attraverso cui l’uomo si sazia è, fra gli organi corporei, il più idoneo a esprimere l’indigenza e il bisogno. Il Salmo 107 ne parla a proposito degli affamati che ringraziano Jahvè:

Poiché saziò la nefes assetata / e la nefes affamata ricolmò di beni”.

Altrove nefes sta a indicare la parte esterna della gola. Il Salmo 105, 18 dice:

Legarono in ceppi i suoi piedi / in catene venne la sua nefes”.

Qui si tratta del collo e non dell’anima.

Dal significato letterale si passa a quello metaforico per cui la nefes significa desiderio, aspirazione, brama; in questa accezione la nefes desidera cose che non sono propriamente commestibili come la terra, la vanità o i figli, dove ricompare la struttura del desiderio e del godimento che rimanda all’idea della nefes in quanto organo del gusto. 
Come espressione delle necessità vitali senza di cui l’uomo non può sopravvivere la nefes finisce col coincidere con la vita per cui si afferma:

Il sangue, questa è la nefes

Si compie l’identificazione tra sangue e vita che giova poi da fondamento alla prescrizione che impedisce di consumare insieme alla carne anche il sangue, cioè la vita.
Secondo la bibbia nefes non vuol dire anima ma semplicemente la vita dell’uomo, nella sua indigenza, nel suo desiderio, nella sua vulnerabilità ed eccitabilità emotiva. 

Del resto l’Antico Testamento non parla mai di una nefes di Jahvè, ma parla di una nefes degli animali la cui vita, come quella degli uomini, è indigente e vulnerabile.



Allo stesso modo basar non significa corpo ma carne, intesa come simbolo di caducità e impotenza dell’uomo rispetto alla potenza (ruah) di Dio. Nella mentalità ebraica infatti il basar non è la negatività della carne rispetto alla positività dell’anima, come nel mondo greco post-platonico. Per l’uomo dell’antico testamento infatti la carne è positiva o negativa a seconda della sua fedeltà o infedeltà all’alleanza con Dio. E’ questo il rapporto che decide il senso della carne, e una conferma di ciò è il significato positivo che basar acquista nella promessa riportata da Ezechiele 11, 19:

Allontanerò dal loro corpo il cuore di pietra / e darò loro un cuore di basar

Come nefes designava il carattere indigente e bisognoso della vita umana, così basar designa il carattere caduco e impotente che caratterizza questa vita quando diventa solo umana, perché rompe la sua alleanza con la potenza di Dio. Nell’Antico Testamento le esperienze che fanno esplicito riferimento alla debolezza della carne non si riferiscono alla caducità di una componente umana, la carne appunto, ma alla debolezza dell’uomo che tutto intero si erge nella sua solitudine, rompendo ogni rapporto con Dio:

Maledetto l’uomo che confida negli uomini / e fa di basar il suo braccio. / Benedetto l’uomo che confida in Dio” (Ger., 17, 5-7).

La caducità e l’impotenza di basar sono quindi la caducità e l’impotenza dell’uomo che si isola da Dio per fidarsi delle sue sole forze; ma questa separazione, che è poi la rottura dell’alleanza è l’essenza del peccato e così l’idea di peccato comincia ad associarsi a quella della carne, non perché la carne è cattiva come si pensava nel mondo greco, ma perché la tradizione antico-testamentaria aveva fatto della carne il simbolo della pretesa umana all’autonomia e all’indipendenza da Dio. In questo senso, Paolo potrà dire:

Nella mia carne non abita il bene”.

Il leb copre un arco di significato che va dal sentimento al cuore:

che si rallegra in Jahvè” (Sam. 2, 1), alla ragione “intelligente che cerca la conoscenza” (Prov. 15, 14)

Alla volontà che si decide per Dio o contro Dio. La sede di questa razionalità è per l’uomo dell’Antico Testamento il cuore, così come per l’antico greco è il diaframma, a conferma del valore che la corporeità possiede presso tutti i primitivi, indifferentemente dalle loro culture. Ma qui occorre notare che il leb conosce, non perché sviluppa capacità razionali, ma perché si dispone all’ascolto.

Il leb intelligente e l’orecchio dei savi cercano il sapere

"Profeta Geremia" di Michelangelo - Cappella Sistina


Dicono i Proverbi 18, 15 dove l’accostamento cuore-orecchio lascia intendere che per l’ebreo dell’Antico Testamento la conoscenza non è qualcosa che l’uomo può raggiungere con la ricerca della sua mente, ma qualcosa che ottiene in dono se col cuore si dispone all’ascolto. Ciò spiega perché il cuore e non la mente sia la sede della razionalità e perché la parola sia decisiva per le sorti del leb.

Come molti concetti dell’Antico testamento dal significato specificatamente antropologico anche il leb non è in sé buono, ma è buono solo se si decide per Dio al punto che:

chi confida nel proprio leb è uno stolto / mentre colui che cammina nella sapienza sarà salvo” (Prov., 28, 26)

Nella decisione si esprime la volontà come con-versione, come volgersi o rifiutarsi al Signore. Anche la decisione della volontà avviene nel leb come ci mostra lo stolto nel Salmo 14, 1:

che disse nel suo leb: Dio non c’è”.

“Stolto” qui significa che ha voltato le spalle alla Sapienza, che ha chiuso le orecchie alla sua Parola, che s’è fidato solo del suo leb, che ha dimenticato:

il leb dell’uomo determina la sua vita, / ma è il Signore che dirige i suoi passi” (Prov., 16, 9).

La dipendenza dal Signore è così sentita che Ezechiele 11, 19 riconosce che l’uomo da solo non può rinnovare il suo leb, e perciò a nome di Dio promette:

Toglierò dal loro petto un leb di pietra e darò loro un leb di carne”.

Leb di pietra è il leb morto, il leb che avendo perso ogni ricettività rende tutte le altre membra incapaci di vivere. Il leb di carne è invece il leb vivo, disposto alla Sapienza e perciò capace di indurre ad un agire nuovo.
La concezione biblica dell’uomo pone una distanza e una differenza tra l’onnipotenza (ruah) di Dio e l’indigenza (nefes), la caducità (basar), l’incerto muoversi (leb) dell’uomo che solo da Dio può ottenere l’ordine della Sapienza e la forma della Volontà. Per la tradizione biblica non c’è un’anima naturalmente buona e un corpo naturalmente cattivo, perché la cose visibili e corporee sono creazione divina allo stesso modo delle cose invisibili e come si scrive nella Genesi 1, 1-31:

Dio trova buono tutto ciò che crea per cui il male non è nel corpo, ma nella separazione dell’uomo da Dio, nella pretesa della nefes, del suo basar, del suo leb di vivere senza la ruah di Dio”. 

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...