Analisi di una border


  


"Ciò che inizia nella rabbia finisce nella vergogna"

(Benjamin Franklin)


"Voglio mordere la vita ed esserne fatta a pezzi"

(Anais Nin)



Giulia presenta un’ampia gamma di sintomi compulsivi: abuso di sostanze e alcol, ipersessualità, disturbi alimentari, shopping compulsivo. 

Sembra incapace di regolarsi qualsiasi cosa faccia. Quando si mette a dieta diventa pericolosamente magra. Quando smette la dieta aumenta di diverse taglie. 

È andata in cerca di soluzioni di diverso tipo: cambiare religione, avere relazioni omosessuali, spostarsi da una città all’altra, rinchiudersi in casa. Tutte le soluzioni provate assomigliavano drammaticamente ai sintomi della compulsione e l’hanno portata a rendersi conto di non aver via d’uscita. 

Come dice lei stessa: "Continuo a imbattermi in me stessa, ovunque vada."

Anche se gli argomenti cambiano di seduta in seduta, il modello emozionale rimane identico: arriva con uno stato mentale positivo, dopo qualche sua associazione o qualcosa che le dice il terapeuta si scatenano sentimenti di rifiuto, di critica e di abbandono a cui segue un periodo di risentimento, rabbia e ritiro.

Se il terapeuta si mette a parlare dei suoi sentimenti o cerca di portarla ad analizzarli a fondo, la sua rabbia aumenta e il terapeuta diventa parte del problema.

Se egli accetta la sua rabbia e riesce a dare una risposta empatica, la paziente si contiene per un pò e poi scivola in un atteggiamento contrito. Poi parla di qualche esperienza di connessione positiva che ha avuto con qualcun altro, una rivelazione apparentemente innescata dalla risposta empatica del terapeuta.

Questo modello di connessione, disconnessione e riconnessione si verifica diverse volte nel corso della stessa seduta.

Il terapeuta sostiene che quello che vive con Giulia assomiglia a ciò che avviene molte volte durante l’infanzia tra bambini e genitori.

È una manifestazione dell’esperienza quotidiana dei bambini piccoli quando attraversano cicli di autoregolazione emotiva, disregolazione e riregolazione grazie alla capacità dei loro genitori di funzionare come dei lobi frontali esterni al bambino, che lo aiutano a superare gli alti e bassi emotivi della vita.

Ripetendo questo processo per centinaia di volte si crea un’aspettativa inconscia di eteroregolazione emotiva. La terapia è un tentativo di costruire una nuova memoria, quando la memoria precoce non si è stabilizzata con successo.

È una memoria del futuro (come diceva Bateson), un modello che contiene il pensiero "io posso sopravvivere a questo momento" e la riregolazione è "proprio dietro l’angolo". 

Questo ambiente affettivo positivo consente di percepire una narrazione di se stessi, offre la sicurezza necessaria per affrontare dei rischi e per andare avanti quando le cose non vanno nel verso giusto.

Non è questo il modello di memoria che si è stabilito nell’infanzia di Giulia. 

Sua madre, una donna rigida e distante (che potrebbe aver sofferto di un disturbo ossessivo-compulsivo) aveva scarsa tolleranza per qualunque sentimento negativo. Non capiva quanto Giulia si vergognasse e si sentisse spaventata e, se anche lo aveva capito, non era stata capace di consolarla e calmarla. 

Il fratello di Giulia di solito era fuori casa a fare sport, suo padre non c'era quasi mai per motivi di lavoro e lei passava le giornate giocando da sola, concentrata intensamente nelle sue occupazioni per evitare qualsiasi interazione con la madre che avrebbe semplicemente peggiorato le cose.

Nei suoi ricordi infantili Giulia era spaventata e sola, impegnata a fare il possibile per evitare di interagire con le persone che le stavano vicino.

Tutte le volte che il terapeuta stabilisce una nuova connessione con lei si evocano vecchi modelli su cui lavorano in terapia per ostacolare la rabbia e ricostruire regolazione emotiva e fiducia. 






Ossessione & Melanconia

  




"La malinconia non è altro che un ricordo inconsapevole"

(Gustave Flaubert)


"Le idee ossessive spesso degenerano nella perversione"

(Yukio Mishima)




È più frequente di quanto non si creda l’esistenza di persone che oscillano tra due funzionamenti psichici: la melanconia e l’ossessione.

Ancora più frequente è che queste persone non siano coscienti del fatto che la presenza di queste modalità comportamentali derivi dal proprio senso di colpa inconscio.

Nell’ossessione l’individuo cerca sempre di mettere qualcosa al posto giusto. Persevera in questo gesto all'infinito perché non arriva mai a una soddisfazione che lo possa placare.

L’impossibilità di placarsi deriva da una sensazione costante e pervasiva che la confusione è ovunque e bisogna assolutamente e continuamente controllarla.

C’è confusione fuori e dentro il soggetto e in particolare tra due sue emozioni che riguardano l’odio e l’amore e cioè l’invidia e la gratitudine.

La persona melanconica compie degli sforzi consistenti per organizzare la sua depressione e può starsene anche per lunghi periodi di tempo in una condizione di inattività, durante la quale stila lunghi elenchi mentali delle cose che non vanno, quelle che non sono andate, i rimpianti e i rimorsi.

La melanconia è il risultato di un’intrusione eccessiva del Super-Io nelle vicende infantili dell’individuo, soprattutto quelle riguardanti le fantasie sessuali edipiche.

Il risultato è che l’individuo non riesce a elaborare i contenuti incestuosi di quelle fantasie e liberarsene, arrivando a provare un maturo senso di responsabilità rispetto al primario senso di colpa, ma rimanendo fissato emotivamente nella confusione tra odio e amore, invidia e gratitudine, contenuta nel desiderio incestuoso.

La confusione dei sentimenti che dovrebbero guidare le persone nei loro comportamenti è la causa di numerosi crimini interpersonali: gelosia distruttiva, manipolazione, sfruttamento, attacchi sadici, ecc.

Qualche volta collegato a un Super-Io particolarmente violento, altre volte a cure materne stitiche e inaffidabili, l’impasto confuso tra amore e odio, invidia e gratitudine è fonte d’intensa sofferenza per chi ne è portatore e nucleo di potenziali pericoli per chi vi si avvicina.

Se l’individuo non può separare le sue emozioni egli non può nemmeno scegliere quale vivere e agire.

Se non può scegliere è costretto a obbedire. 

Se deve obbedire ascolterà gli ordini dell’istanza intrapsichica più potente, quella che ha la voce più forte e sovrasta le altre, quella voce proviene dell'identificazione primaria con i genitori.

Egli ascolterà il Super-Io dittatoriale e intollerante, sadico e incestuoso, distruttivo e onnipotente, sepolto tra i funzionamenti primari dell'infanzia.

Quando eseguirà i suoi ordini l’individuo assumerà su di sé le caratteristiche di quel Super-Io e per un po’ avrà la sensazione che tutto è più chiaro e che la confusione che sentiva prima si è dissolta. 

L’impasto confuso tra odio e amore è risolto momentaneamente dall’onnipotenza, che in realtà non fa altro che peggiorare la situazione perché costringe l'individuo a vivere in un mondo illusorio nel quale pensa di avere il controllo e il potere.





Impulsi privati e scenari pubblici. Il destino della retroflessione

  




"Il futuro ci tormenta, il passato ci trattiene, il presente ci sfugge"

(Gustave Flaubert)


"Lascia andare tutto quello che hai paura di perdere"

(Yoda)


Alcuni atteggiamenti nevrotici autolesivi avvengono tramite operazioni come la retroflessione, cioè rivolgendo indietro, dentro e contro di sé ciò che dovrebbe andare fuori, poter uscire e andare verso l’altro.

Quando una persona retroflette il suo comportamento significa che fa a se stessa ciò che originariamente fece o cercò di fare ad altre persone o a oggetti esterni.

Il soggetto in questa condizione smette di dirigere le energie verso l’esterno nel tentativo di manipolare e determinare cambiamenti nell’ambiente che soddisferanno i suoi bisogni, per indirizzarle al proprio interno sostituendo, come bersaglio del proprio comportamento, se stesso all’ambiente.

L'individuo opera una scissione intrapsichica e instaura un rapporto schizofrenico con la realtà, egli divide la sua personalità nella parte che agisce e quella che subisce.

Questa inversione di flusso comportamentale è resa necessaria dallo scontro con un’opposizione insuperabile dell'ambiente esterno.

La scena osservabile (prototipo di questo atteggiamento autopunitivo) è quella di una persona che, appena subita una frustrazione sociale, prende a calci qualcosa facendosi male al piede o incidentalmente si procura una lesione.

L’ambiente s’è mostrato ostile riguardo ai tentativi volti al soddisfacimento dei bisogni dell’individuo, l’ha frustrato e punito. 

Per evitare il dolore e il pericolo, impliciti nei suoi tentativi, egli rinuncia. L’ambiente s’è dimostrato intollerante e ha vinto la battaglia per il potere, imponendo i suoi funzionamenti sui desideri dell’individuo.

Tuttavia la punizione non ha l’effetto di annullare il bisogno, ma di insegnare all’organismo a trattenere le risposte punibili.

L’impulso o il desiderio rimangono forti e, dato che non vengono soddisfatti e liberati, rimangono nel corpo e influenzano il funzionamento dell’apparato motorio (la postura, il tono muscolare) nella direzione dell’espressione e del movimento.

Dato che questi atti suscitano la punizione, l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente: vale a dire lo reprime. 

La sua energia viene pertanto divisa: una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte, l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima, tesa all’esterno.

Il trattenere viene raggiunto irrigidendo i muscoli che sono antagonistici a quelli che sarebbero coinvolti nell’esprimere l’impulso punibile. A questo stadio le due parti della personalità, lottando in direzioni diametralmente opposte, entrano in conflitto tra loro.

Quel che è cominciato come una questione tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso. 

Non bisogna giungere alla conclusione che sarebbe meglio per tutti liberare le inibizioni. In alcune situazioni trattenersi è necessario, può perfino salvare la vita. 

La questione è se la persona possiede o no dei motivi congrui per soffocare il suo comportamento in determinate circostanze.

Quando la retroflessione è sotto controllo consapevole cioè quando una persona, in una situazione corrente, reprime delle risposte particolari che, se espresse, gli arrecherebbero danno, nessuno può contestare la validità di tale comportamento.

La retroflessione è patologica quando è abituale, cronica e incontrollabile.

Ciò che costituiva un fatto temporaneo, una misura di emergenza diventa un modus operandi dell’organismo, automatico e inconscio, soggetto a rimozione e nevrotico.



Anatomia di un narcisista distruttivo

  



"L'essere umano è l'unica creatura che si rifiuta 
di essere ciò che è"
(Albert Camus)

"L'invidia è quel sentimento che nasce nell'istante 
in cui ci si assume la consapevolezza
di essere dei falliti"
(Oscar Wilde)



L'individuo molto scherzoso, continuamente sdrammatizzante, ritenuto da tutti un simpaticone, con il suo comportamento di costante
alleggerimento tenta di seguire due strategie difensive: l'evitamento e la mimesi. 

Questa persona ha l’esigenza di evitare un confronto con la realtà, una qualche realtà incombente e minacciosa che il suo narcisismo non può tollerare, allora la ridicolizza, la sminuisce, la nega.

Una specifica forma di simpatia sdrammatizzante, alcuni sadismi verbali o il disimpegno relazionale, sono espressioni di una struttura psichica narcisistica che deve evitare riflessioni, autocritiche e lo svelamento di una realtà psichica nella quale sta accadendo qualcosa di riprovevole.

Missionario di una pulsione rabbiosa il Narcisista Distruttivo evita di pensare e di soffrire, di riflettere sulla propria sofferenza e di sopportare il dolore di questo pensiero.

Per come lo individua Enriquez il soggetto si trova al crocevia dell’odio e agisce una distruttività velata che espande agli altri perché essa lo minaccia radicalmente, nel momento in cui lo sviluppo degli eventi esigerebbe da tutti e da ciascuno un lavoro psichico.

Non bisogna pensare a questo particolare tipo di soggetto narcisista fuori dal rapporto con l’altro, con gli altri, con l’insieme e con il quadro ambientale con cui s’ingrana

Fissato com’è a non dover niente a nessuno egli arriva, più di ogni altro al mondo, a dipendere da chi gli sta intorno, dalle circostanze e dall’occasione. 

"Il movimento perverso-distruttivo dei narcisisti distruttivi si compie solo col concorso involontario, ma attivo e necessario, dell’ambiente circostante." (Racamier)

Nell’agire silenzioso della distruttività su un fondo di diniego, il narcisista distruttivo mette in opera una follia terribilmente efficace. 

Che essa scaturisca direttamente dalle profondità dell’inelaborato della sua storia e della sua soggettività o che essa sia stata strutturata da altri, più che l’azione di una forma erotica dell’odio (Stoller) è la realizzazione del narcisismo di morte (Green) a caratterizzare la sua patologia.

Qualunque sia la strutturazione psichica originale egli si troverà sempre, uomo o donna, un predominio dei processi di diniego e di scissione, l’espulsione dei fantasmi infantili, un anti-edipo illimitato su un fondo di lutti non elaborati.

Sarà la perversione narcisistica ad articolare difese e processi fobici, paranoici perversi o psicopatici mobilitati e asservirli alla pulsione di morte.

Non è il più pazzo o il più debole dei membri di un gruppo o di una famiglia che diventerà questo particolare soggetto narcisista, ma colei o colui la cui identità, narcisismo e funzionamento psichico verranno messi in difficoltà in modo radicale.

Ogni soggetto manipolato in circostanze favorevoli e sottoposto a un après-coup traumatico può diventare un narcisista distruttivo, è così che procede l’alienazione settaria (Diet). 

È essenziale comunque riconoscere nel paranoico e nel perverso narcisista un narcisista distruttivo per vocazione.

Ogni volta che si corrono dei rischi di svelamento egli scatena l’odio e l’invidia contro ogni movimento elaborativo, ogni tentativo di dare un senso, ogni comprensione che permetterebbe di superare le difficoltà mediante l’accettazione dei limiti e delle differenze, la sottomissione alla legge, la costruzione di un senso comune.

Per il narcisista distruttivo è vitale annientare e ridicolizzare il lavoro e la capacità di dubitare e di creare dei portatori di potenza genitale (generativa) che rinvierebbero alla loro impotenza i suoi fantasmi infantili. 

"Se il narcisista non li distruggesse questi soggetti esigerebbero da lui la rinuncia all’anti-edipo illimitato, l'abbandono di una posizione incestuosa al fine di esistere come soggetto, uno tra gli altri, sottomesso al divieto che permette il desiderio, lo scambio e la collaborazione." (Racamier)

Rifiutando di diventare un uomo perché rifiuta il debito di essere figlio, il narcisista distruttivo rifiuta che possano esistere dei fratelli capaci di generare; per non uccidere il padre ed evitare la sua legge, egli lo volge in derisione e proclama un mondo caotico di neonati avidi, invidiosi e impotenti.




Compulsione e impulsività di una personalità rigida


  

"Ogni pulsione è un frammento di attività"

(Sigmund Freud)


"Era tanto facile seguire i miei impulsi e pentirmene dopo..."

(Francoise Sagan)



Il disturbo emotivo è una perdita di spontaneità o una mancanza di controllo dell’Io.

In genere la persona disturbata sul piano emotivo si muove in modo compulsivo o impulsivo.

La persona compulsiva è rigida, i freni dell’Io sono così severi che i suoi movimenti hanno una qualità meccanica e mancano di spontaneità.

Nella persona impulsiva il controllo dell’Io è indebolito e gli impulsi si manifestano in modo isterico. È iperattiva, non può star seduta tranquilla né incanalare la propria energia in attività costruttive. 

Il suo Io inadeguato è costantemente sopraffatto dalle emozioni e frustrato perché queste emozioni si riversano all’esterno senza ottenere nulla.

La persona compulsiva ha paura di lasciar andare il proprio rigido controllo, quella impulsiva non è in grado di mantenerlo e in realtà scarica violentemente la propria energia per evitare di percepirla nel corpo. Diventa irritabile per non dover ascoltare la propria rabbia, fa l'isterica per non sentire la tristezza ed è promiscua per evitare le proprie sensazioni sessuali. Fugge ancora prima di aver paura, piange prima che le venga fatto del male, attacca prima di essere minacciata. 

Si comporta come un bambino irritato e i suoi movimenti (come quelli di un neonato) sono privi di coordinazione e di efficacia.

"La rigidità di carattere si manifesta sia a livello psichico che fisico, ma viene sempre espressa in termini corporei." (Lowen)

Di una persona diciamo che ha il collo rigido, il volto impassibile, le labbra serrate, la mascella dura e inflessibile. La rigidità deriva dal trattenere le emozioni. 

Una persona s’irrigidisce per trattenere la rabbia, serra le mascelle per non sentire la paura, contrae l’addome per non piangere. Per sopprimere le emozioni si sviluppa una tensione muscolare cronica che conferisce rigidità al corpo.

Nemmeno la persona impulsiva è libera da queste tensioni. Se in quella compulsiva le tensioni sono soprattutto longitudinali e il corpo s’irrigidisce, in quella impulsiva le tensioni sono ad anello oppure orizzontali e il corpo si segmenta. 

Ma queste sono distinzioni relative e si possono trovare tensioni di entrambi i tipi in tutte le persone disturbate.

La perdita di spontaneità e controllo produce anche una condizione di flaccidità, sia fisica che psichica. Si diventa persone senza spina dorsale o smidollate.

Flaccidità significa negazione del sentire, che produce un collasso della muscolatura periferica.

La persona rigida trattiene le proprie emozioni e la persona impulsiva le agisce in modo irresponsabile. La natura isterica del comportamento impulsivo deriva dal fatto che, mentre una parte del corpo libero un impulso, un’altra si oppone a questa liberazione.

Le espressioni emotive sane non assumono la forma di esplosione isterica.

Sono egosintoniche, ovvero l’emozione si esprime con il supporto dell’Io. Come risultato il movimento che esprime il sentimento è unitario e totale.

Ed è vero anche il suo corollario: quando un movimento abbraccia tutto il corpo in modo unitario, il risultato è un’espressione emotiva che viene avvertita dall’individuo come congrua, autentica ed efficace.







Introduzione al desiderio: mappa per gli ideali

  



"Il sogno è il tentato appagamento di un desiderio
(Sigmund Freud)


"Essendo infinito il desiderio dell'uomo
il possesso è l'infinito, e lui stesso è l'infinito"
(William Blake)



La nevrosi come Freud la descrisse è un conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. 

La nevrosi trova il suo spazio espressivo ideale nella società della disciplina com’era quella di Freud, che si alimentava della contrapposizione permesso/proibito.

Ormai questa contrapposizione è tramontata per lasciare spazio alla contrapposizione possibile/impossibile

Il rapporto tra gli individui è modulato sulla misura di un individuo ideale che non è più obbediente e disciplinato ma pieno di iniziativa, di progetti e in grado di ottenere la massima espressione di sé. 

L’individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa (per cui il vissuto di colpevolezza era il nucleo delle sofferenze psichiche), ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato, guadagnando, per effetto di quella valutazione, un adeguato o inadeguato concetto di sé.

In uno scenario sociale dove non c’è una norma perché tutto è possibile, la depressione si origina da un senso di insufficienza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso. 

Questo mutamento della sofferenza psichica si segnala nella sintomatologia dove la tristezza, il dolore morale, il senso di colpa passano in secondo piano rispetto all’ansia, all’insonnia, all’inibizione, cioè alla fatica di essere se stessi.

In una società dove la norma non è più fondata sull’esperienza della colpa e della disciplina interiore, ma sulla responsabilità individuale, sulla capacità di iniziativa, sull’autonomia nell’azione, il disagio psichico tende a configurarsi non più come una perdita della gioia di vivere, ma come una patologia dell’azione, e il suo asse sintomatologico si sposta dalla tristezza all’inibizione, alla perdita di iniziativa, in un contesto sociale dove realizzare iniziative è assunto come criterio decisivo per misurare il valore di una persona.

Quando l’orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che ci si pone alle soglie della sofferenza psichica non è più "ho il diritto di compiere questa azione?", ma "sono in grado di compiere quest’azione?" 

Il risarcimento che il sadico chiede permette di valicare i limiti del rispetto della vita e dell’integrità dell’altro e, nell’imposizione di un proprio desiderio, egli prende ciò che sente suo cioè il corpo altrui. Se riesce a farlo, lo può fare.  

L’autocoscienza è coscienza della propria esclusione. E’ vedersi come oggetto, ob-jectum, come gettato via, escluso. Nell’atto che il perverso compie in presenza di qualcun altro questo oggetto viene escluso e vissuto come terzo, esterno alla coppia. 

L’esclusione è essenziale nel compimento della perversione, perché permette l’allontanamento del terzo che in origine era il soggetto stesso della perversione. 

Il bambino, che per lungo tempo si sente escluso dalla sessualità dei genitori, sviluppa un’autocoscienza che è, in ultima analisi, coscienza della propria esclusione. Da adulto potrà liberarsi da questa autocoscienza frustrante, ricreando una sessualità perversa triangolare, che gli permetta di annullare l’idea dell’esclusione originaria.

In fondo, la questione della perversione non riguarda se l’altro è utilizzato come oggetto. Prima ancora di arrivare alla relazione con l’altro, la perversione è caratteristica del soggetto, ed è espressione della qualità della sua autocoscienza, di come ha saputo governare la frustrante esclusione dal mondo adulto durante la sua infanzia. 

Nel setting terapeutico ciascuna perversione può riproporre la propria modalità di relazione e gradualmente, grazie all’affidabilità della presenza del terapeuta, passare a una relazione più amorevole. Il paziente perverso che si oggettivizza potrà sentirsi sempre più parte della coppia terapeutica e sviluppare amore per se stesso. 

Dall’amore sensuale che già conosce, e che deriva dalle fantasie infantili sulla sessualità adulta, potrà accedere all’amore caritas per se stesso. Potrà reintegrare la propria parte umiliata, esclusa dell’autocoscienza e godere della pietà e dell'amore per sé.


Infanzia, energia potenziale e registri sensoriali madre/figlio

  



"Nei rapporti umani è spesso necessaria 
una benevola dissimulazione,
come se non scorgessimo i motivi del loro agire"
(Nietzsche)

"Il medico vede l'uomo in tutta la sua debolezza,
l'avvocato lo vede in tutta la sua cattiveria,
il teologo in tutta la sua stupidità"
(Schopenhauer)


Il corpo umano eretto è sempre pronto per movimenti di traslazione (spostamento senza rotazione) e agisce con una libertà a 360° sull'asse verticale. 

Il principio di sopravvivenza è poter agire con preavviso minimo e con prontezza di risposta allo stimolo. L'organismo deve essere tenuto in una configurazione di massima energia potenziale.  

Paragonato a quello degli altri animali il corpo umano è dotato di una postura dinamica, un continuo aggiustamento della configurazione ideale dell'equilibrio instabile. 

Il portamento eretto è assicurato non dalla stabilità statica ma dalla facilità di aggiustamento dinamico alla posizione di massima energia potenziale. 

Quando la postura è al meglio questi adattamenti richiedono un dispendio di energia minimo e la rotazione attorno all'asse verticale è rapida e facile. 

Tutte le direzioni sono perciò normalmente accessibili alla necessità umana e l'attività è uniformemente distribuita su tutto l'angolo che insiste sull'asse verticale. 

L'equilibrio instabile è uno stato dinamico a cui l'intero sistema corporeo ritorna continuamente per compiere ogni nuovo movimento, è una condizione fondamentale in cui l'individuo prende le proprie coordinate e riaggiusta gli strumenti sensibili alla gravità, allo scopo di migliorare la relazione con lo spazio e calibrare la concatenazione temporale del movimento.

Nel procedere del proprio sviluppo l'individuo si trova immerso in relazioni dalle quali dipende la sua sopravvivenza, soprattutto relazioni con le proprie figure di accudimento. 

Il bambino agisce in queste relazioni attraverso il corpo e reagisce ad esse attraverso una strutturazione personalizzata delle funzioni vitali (scheletriche, muscolari, vegetative, cognitive). 

Il processo di attunement nella coppia madre-bambino consiste in una sintonizzazione nella quale la madre coglie dei segni del bambino (lallazione, pianto, movimenti, ecc.) e li riproduce trans-modalmente

Il termine trans-modale mette in luce come una modalità sensoriale, ad esempio quella sonoro-uditiva del bambino (lallazione, pianto, vocalismi, ecc.), venga riprodotta, ad esempio, nel registro sensoriale motorio della madre.

Il bambino vede un giocattolo e sforzandosi di raggiungerlo emette dei suoni. La madre lo guarda e a sua volta è guardata dal figlio, muove il proprio corpo in estensione (registro sensoriale motorio) con un'intensità, un tempo e un ritmo analoghi alle vocalizzazioni (registro sonoro-uditivo) del bambino. 

"Analogamente una motricità del bambino può essere trasposta in un suono emesso dalla madre. In questo modo si stabilisce un dialogo tra madre e bambino." (Stern)   

Il procedere delle relazioni coincide con l'avanzare delle rappresentazioni mentali del bambino, dei simboli che organizzano queste rappresentazioni e dello sviluppo scheletrico-muscolare-vegetativo.

Minore sarà l'influsso e il condizionamento sul naturale sviluppo delle funzioni vitali, più ampio sarà il senso di realtà che l'individuo riuscirà a ottenere da esse. 

La progressiva stabilità della stazione eretta del bambino gli permette una maggiore motilità in virtù della diminuzione del momento di inerzia. 

Ciò gli consente la liberazione degli arti superiori dalla loro subordinazione alle funzioni di supporto e locomozione (nella posizione carponi).

La differenziazione della struttura corporea in termini di carica e scarica è estesa agli arti. 
Tutta la metà superiore può essere ora destinata alla funzione di carica dell'energia. 

La scarica energetica diventa ancor più specializzata quale funzione della metà inferiore del corpo, poiché questa metà assumerà l'importante funzione del movimento dell'organismo nello spazio. 

Questo sviluppo del principio della realtà è esso stesso il prodotto di un nuovo e più alto livello della funzione energetica. 

Il grande investimento energetico che l'uomo ha fatto sul linguaggio ha contribuito alla verticalizzazione del corpo, al coinvolgimento sociale decisivo dello sguardo e all'arretramento dell'importanza dell'olfatto nell'ingaggio sociale.

"Il rapporto energia/massa è così grande nell'organismo umano da consentire a tutta l'estremità frontale dell'organismo di sollevarsi dal suolo, e tale da rendere possibili le differenziazioni, le specializzazioni e il controllo che identifichiamo con l'essere umano." (Lowen)