Nell'arco di un respiro


  


"Il profumo è il fratello del respiro"
(Yves Saint Laurent)


"La cosa più importante è imparare a respirare"
(Joseph Pilates)



Il diritto di essere una persona nasce con il primo respiro. L’intensità con cui sentiamo questo diritto si riflette sul nostro modo di respirare. 

Se respirassimo come gli animali il nostro livello energetico sarebbe alto e soffriremmo raramente di stanchezza o depressione cronica. Nella nostra cultura il respiro è poco profondo e si ha la tendenza a trattenerlo. Molto spesso non ci si accorge di avere problemi di respirazione ma si fanno le cose con affanno e si ha appena il tempo di respirare.

La respirazione fornisce l’ossigeno necessario ad alimentare la fiamma del metabolismo. Il corpo non ne può immagazzinare una quantità apprezzabile e se la respirazione si arresta anche per pochi minuti sopraggiunge la morte. 

La respirazione è un aspetto del ritmo corporeo di espansione-contrazione che si manifesta anche nel battito cardiaco.

La respirazione ha un legame diretto con lo stato di eccitazione del corpo. Se siamo rilassati o calmi respiriamo adagio e senza sforzo. Negli stati di profonda emozione la respirazione è più rapida e intensa. Se abbiamo paura, inspiriamo a scatti e tratteniamo. Se siamo tesi la respirazione è poco profonda e inspirando profondamente favoriamo il rilassamento del corpo.

È essenziale rendersi conto di come respiriamo, osservare se inspiriamo attraverso il naso o la bocca o se tratteniamo il respiro. 

Il sospiro è un valido indizio poiché è una risposta all’azione di trattenere inconsciamente il respiro. Contrario al sospiro, in cui l’aria viene emessa, lo sbadiglio ne comporta l’introduzione. 

Lo sbadiglio è un segno di stanchezza o di sonno (sbadigliamo quando la nostra energia dev’essere reintegrata) o anche di noia.

La respirazione naturale interessa l’intero corpo e tutte le sue parti sono diversamente implicate nelle onde respiratorie che lo attraversano. Quando inspiriamo, l’onda parte dal profondo della cavità addominale e sale verso la testa. Quando espiriamo, scende dalla testa verso i piedi. 

Un disturbo comune è l’arresto dell’onda al livello dell’ombelico o delle ossa pelviche, che le impedisce di far partecipare al processo respiratorio il bacino o la cavità addominale profonda, con il risultato di una respirazione debole.

La respirazione profonda interessa la cavità addominale inferiore che si gonfia nell’inspirazione e si ripiega nell’espirazione. L’aria non entra mai nella cavità addominale, tuttavia, quando respiriamo profondamente, la cavità addominale profonda si dilata e permette ai polmoni di dilatarsi più facilmente e completamente verso il basso. 

Poiché è in questa direzione che avviene la maggior dilatazione dei polmoni, la respirazione diventa più agevole e al tempo stesso più piena. È così che respirano tutti i bambini piccoli.

Nella respirazione poco profonda i movimenti sono limitati al torace e alla zona del diaframma. Il movimento verso il basso del diaframma è ridotto costringendo i polmoni a dilatarsi verso l’esterno. Il corpo è così sottoposto a una tensione, perché la dilatazione della rigida cassa toracica richiede più sforzo di quella della cavità addominale.

È strano che questa sia la forma più comune di respirazione visto che comporta più lavoro e una quantità minore di ossigeno. La spiegazione è nel nesso tra respirazione e sentimento.

Respirare profondamente significa sentire profondamente

Se respiriamo in profondità nella cavità addominale, quella regione si anima. Se la nostra respirazione non è profonda, reprimiamo certi sentimenti associati all’addome. Uno di questi è la tristezza, poiché l’addome è interessato al pianto profondo (in inglese chiamato belly cry, pianto di pancia). 

In questo pianto c’è una profonda tristezza che per qualcuno può significare disperazione. I bambini imparano presto che, tirando indietro la pancia e irrigidendola, riescono a isolare sentimenti penosi di tristezza e dolore.

Può sembrare elegante non avere un filo di pancia ma un addome piatto denota anche una mancanza di pienezza della vita. Quando definiamo qualcosa piatto intendiamo dire che manca di colore, di eccitamento e di gusto. 

Le persone con l’addome piatto spesso si lamentano del loro vuoto interiore. Una scarsa sensibilità di questa parte del corpo indica che nel bacino mancano le sensazioni sessuali di calore e fusione. 

Negli individui di questo tipo l’eccitazione sessuale è per lo più confinata ai soli organi genitali. È un problema che nasce dalla repressione delle sensazioni sessuali nell’infanzia.

Un altro tipo di respirazione difettosa implica un torace rigido e relativamente immobile: la respirazione è in prevalenza diaframmatica con una certa estensione dell’addome. In queste condizioni il torace viene gonfiato eccessivamente e dona all’individuo un aspetto virile ma lo predispone all’enfisema. 

Continuare a gonfiarlo esageratamente tende e lacera i delicati tessuti polmonari al punto che l’assunzione di ossigeno diventa inadeguata malgrado il gravoso e doloroso sforzo per introdurre più aria nei polmoni. Anche quando il gonfiore non arriva all’estremo limite, esso costituisce una seria minaccia per la salute perché la rigidità del torace sottopone il cuore a un enorme stress.

"La più importante esperienza di respirazione che mi sia capitata di fare, avvenne nel corso della mia prima seduta con Wilhelm Reich. Nella sua pratica psicoanalitica egli aveva scoperto che i pazienti trattenevano il respiro quando reprimevano l’espressione di qualche loro pensiero o sentimento. 
Era una forma di resistenza ma, invece di fargliela notare, Reich li invitava a respirare liberamente. Non appena la loro respirazione diventava più profonda, essi davano libero sfogo ai pensieri e ai sentimenti. 
Dopo aver osservato la cosa più volte, Reich cominciò a rivolgere molta attenzione alla respirazione, considerandola una chiave per l’approccio alla resistenza cosciente e inconscia del paziente." (Lowen)





Archetipi eterni

  


12 archetipi di Jung



"Gli archetipi sono i modelli del nostro funzionamento,
le radici dell'anima e le prospettive con cui vediamo noi stessi"
(James Hillman)


"L'archetipo è eterno, fuori dal tempo e dallo spazio"
(Carl Gustav Jung)



L’inconscio collettivo è la base ereditaria della struttura della personalità.
Su di esso si costruiscono l’Io, l’inconscio personale e tutte le altre acquisizioni individuali.

Tutto ciò che s’impara dall’esperienza personale è influenzato dall’inconscio collettivo, che esercita un’azione direttiva o selettiva sul comportamento dell’individuo fin dall’inizio della vita.

"La forma del mondo in cui è nato l'individuo è già congenita in lui come immagine virtuale." (Jung)

Tale immagine virtuale diventa percezione concreta o idea, identificandosi con gli oggetti del mondo che a essa corrispondono.

I componenti strutturali dell’inconscio collettivo prendono varie denominazioni: archetipi, immagini primordiali, imago, miti.

Un archetipo è una forma universale del pensiero (categoria) dotata di contenuto affettivo.
Questa forma del pensiero crea immagini o visioni che corrispondono nello stato di veglia ad alcuni aspetti della vita cosciente.

L’archetipo della Madre produce un’immagine della figura materna che viene poi identificata con la madre reale.

Il bambino eredita una concezione preformata di una madre generica, che in parte determina la percezione che egli avrà della propria madre.

L’archetipo è un prodotto delle esperienze del mondo compiute dalla razza umana, è un deposito stabile nella psiche di un’esperienza costantemente ripetuta durante molte generazioni.

Il genere umano è rimasto esposto a manifestazioni di grandi forze naturali che lo mettono profondamente in contatto con l’ambiente di cui è circondato: terremoti (terra), inondazioni (acqua), incendi (fuoco), uragani (aria).

Da queste esperienze si è sviluppato l’archetipo dell’Energia, una predisposizione a percepire la potenza, a rimanere affascinati da essa e un desiderio di crearla e controllarla.

Questo archetipo guida l’uomo alla ricerca di nuove forme di energia, dal fuoco all’atomica, e la nostra epoca ne rappresenta un vertiginoso ascendere.

Gli archetipi stessi funzionano come centri autonomi di energia psichica ad alto livello, tendenti a produrre in ogni generazione la ripetizione e l’elaborazione delle stesse esperienze.

C'è l'archetipo del Viaggio, quello del Male o quello della Bellezza, questi o quali altri sono gli archetipi che ti governano di più?



Analisi di una border


  


"Ciò che inizia nella rabbia finisce nella vergogna"

(Benjamin Franklin)


"Voglio mordere la vita ed esserne fatta a pezzi"

(Anais Nin)



Giulia presenta un’ampia gamma di sintomi compulsivi: abuso di sostanze e alcol, ipersessualità, disturbi alimentari, shopping compulsivo. 

Sembra incapace di regolarsi qualsiasi cosa faccia. Quando si mette a dieta diventa pericolosamente magra. Quando smette la dieta aumenta di diverse taglie. 

È andata in cerca di soluzioni di diverso tipo: cambiare religione, avere relazioni omosessuali, spostarsi da una città all’altra, rinchiudersi in casa. Tutte le soluzioni provate assomigliavano drammaticamente ai sintomi della compulsione e l’hanno portata a rendersi conto di non aver via d’uscita. 

Come dice lei stessa: "Continuo a imbattermi in me stessa, ovunque vada."

Anche se gli argomenti cambiano di seduta in seduta, il modello emozionale rimane identico: arriva con uno stato mentale positivo, dopo qualche sua associazione o qualcosa che le dice il terapeuta si scatenano sentimenti di rifiuto, di critica e di abbandono a cui segue un periodo di risentimento, rabbia e ritiro.

Se il terapeuta si mette a parlare dei suoi sentimenti o cerca di portarla ad analizzarli a fondo, la sua rabbia aumenta e il terapeuta diventa parte del problema.

Se egli accetta la sua rabbia e riesce a dare una risposta empatica, la paziente si contiene per un pò e poi scivola in un atteggiamento contrito. Poi parla di qualche esperienza di connessione positiva che ha avuto con qualcun altro, una rivelazione apparentemente innescata dalla risposta empatica del terapeuta.

Questo modello di connessione, disconnessione e riconnessione si verifica diverse volte nel corso della stessa seduta.

Il terapeuta sostiene che quello che vive con Giulia assomiglia a ciò che avviene molte volte durante l’infanzia tra bambini e genitori.

È una manifestazione dell’esperienza quotidiana dei bambini piccoli quando attraversano cicli di autoregolazione emotiva, disregolazione e riregolazione grazie alla capacità dei loro genitori di funzionare come dei lobi frontali esterni al bambino, che lo aiutano a superare gli alti e bassi emotivi della vita.

Ripetendo questo processo per centinaia di volte si crea un’aspettativa inconscia di eteroregolazione emotiva. La terapia è un tentativo di costruire una nuova memoria, quando la memoria precoce non si è stabilizzata con successo.

È una memoria del futuro (come diceva Bateson), un modello che contiene il pensiero "io posso sopravvivere a questo momento" e la riregolazione è "proprio dietro l’angolo". 

Questo ambiente affettivo positivo consente di percepire una narrazione di se stessi, offre la sicurezza necessaria per affrontare dei rischi e per andare avanti quando le cose non vanno nel verso giusto.

Non è questo il modello di memoria che si è stabilito nell’infanzia di Giulia. 

Sua madre, una donna rigida e distante (che potrebbe aver sofferto di un disturbo ossessivo-compulsivo) aveva scarsa tolleranza per qualunque sentimento negativo. Non capiva quanto Giulia si vergognasse e si sentisse spaventata e, se anche lo aveva capito, non era stata capace di consolarla e calmarla. 

Il fratello di Giulia di solito era fuori casa a fare sport, suo padre non c'era quasi mai per motivi di lavoro e lei passava le giornate giocando da sola, concentrata intensamente nelle sue occupazioni per evitare qualsiasi interazione con la madre che avrebbe semplicemente peggiorato le cose.

Nei suoi ricordi infantili Giulia era spaventata e sola, impegnata a fare il possibile per evitare di interagire con le persone che le stavano vicino.

Tutte le volte che il terapeuta stabilisce una nuova connessione con lei si evocano vecchi modelli su cui lavorano in terapia per ostacolare la rabbia e ricostruire regolazione emotiva e fiducia. 






Ossessione & Melanconia

  




"La malinconia non è altro che un ricordo inconsapevole"

(Gustave Flaubert)


"Le idee ossessive spesso degenerano nella perversione"

(Yukio Mishima)




È più frequente di quanto non si creda l’esistenza di persone che oscillano tra due funzionamenti psichici: la melanconia e l’ossessione.

Ancora più frequente è che queste persone non siano coscienti del fatto che la presenza di queste modalità comportamentali derivi dal proprio senso di colpa inconscio.

Nell’ossessione l’individuo cerca sempre di mettere qualcosa al posto giusto. Persevera in questo gesto all'infinito perché non arriva mai a una soddisfazione che lo possa placare.

L’impossibilità di placarsi deriva da una sensazione costante e pervasiva che la confusione è ovunque e bisogna assolutamente e continuamente controllarla.

C’è confusione fuori e dentro il soggetto e in particolare tra due sue emozioni che riguardano l’odio e l’amore e cioè l’invidia e la gratitudine.

La persona melanconica compie degli sforzi consistenti per organizzare la sua depressione e può starsene anche per lunghi periodi di tempo in una condizione di inattività, durante la quale stila lunghi elenchi mentali delle cose che non vanno, quelle che non sono andate, i rimpianti e i rimorsi.

La melanconia è il risultato di un’intrusione eccessiva del Super-Io nelle vicende infantili dell’individuo, soprattutto quelle riguardanti le fantasie sessuali edipiche.

Il risultato è che l’individuo non riesce a elaborare i contenuti incestuosi di quelle fantasie e liberarsene, arrivando a provare un maturo senso di responsabilità rispetto al primario senso di colpa, ma rimanendo fissato emotivamente nella confusione tra odio e amore, invidia e gratitudine, contenuta nel desiderio incestuoso.

La confusione dei sentimenti che dovrebbero guidare le persone nei loro comportamenti è la causa di numerosi crimini interpersonali: gelosia distruttiva, manipolazione, sfruttamento, attacchi sadici, ecc.

Qualche volta collegato a un Super-Io particolarmente violento, altre volte a cure materne stitiche e inaffidabili, l’impasto confuso tra amore e odio, invidia e gratitudine è fonte d’intensa sofferenza per chi ne è portatore e nucleo di potenziali pericoli per chi vi si avvicina.

Se l’individuo non può separare le sue emozioni egli non può nemmeno scegliere quale vivere e agire.

Se non può scegliere è costretto a obbedire. 

Se deve obbedire ascolterà gli ordini dell’istanza intrapsichica più potente, quella che ha la voce più forte e sovrasta le altre, quella voce proviene dell'identificazione primaria con i genitori.

Egli ascolterà il Super-Io dittatoriale e intollerante, sadico e incestuoso, distruttivo e onnipotente, sepolto tra i funzionamenti primari dell'infanzia.

Quando eseguirà i suoi ordini l’individuo assumerà su di sé le caratteristiche di quel Super-Io e per un po’ avrà la sensazione che tutto è più chiaro e che la confusione che sentiva prima si è dissolta. 

L’impasto confuso tra odio e amore è risolto momentaneamente dall’onnipotenza, che in realtà non fa altro che peggiorare la situazione perché costringe l'individuo a vivere in un mondo illusorio nel quale pensa di avere il controllo e il potere.





Impulsi privati e scenari pubblici. Il destino della retroflessione

  




"Il futuro ci tormenta, il passato ci trattiene, il presente ci sfugge"

(Gustave Flaubert)


"Lascia andare tutto quello che hai paura di perdere"

(Yoda)


Alcuni atteggiamenti nevrotici autolesivi avvengono tramite operazioni come la retroflessione, cioè rivolgendo indietro, dentro e contro di sé ciò che dovrebbe andare fuori, poter uscire e andare verso l’altro.

Quando una persona retroflette il suo comportamento significa che fa a se stessa ciò che originariamente fece o cercò di fare ad altre persone o a oggetti esterni.

Il soggetto in questa condizione smette di dirigere le energie verso l’esterno nel tentativo di manipolare e determinare cambiamenti nell’ambiente che soddisferanno i suoi bisogni, per indirizzarle al proprio interno sostituendo, come bersaglio del proprio comportamento, se stesso all’ambiente.

L'individuo opera una scissione intrapsichica e instaura un rapporto schizofrenico con la realtà, egli divide la sua personalità nella parte che agisce e quella che subisce.

Questa inversione di flusso comportamentale è resa necessaria dallo scontro con un’opposizione insuperabile dell'ambiente esterno.

La scena osservabile (prototipo di questo atteggiamento autopunitivo) è quella di una persona che, appena subita una frustrazione sociale, prende a calci qualcosa facendosi male al piede o incidentalmente si procura una lesione.

L’ambiente s’è mostrato ostile riguardo ai tentativi volti al soddisfacimento dei bisogni dell’individuo, l’ha frustrato e punito. 

Per evitare il dolore e il pericolo, impliciti nei suoi tentativi, egli rinuncia. L’ambiente s’è dimostrato intollerante e ha vinto la battaglia per il potere, imponendo i suoi funzionamenti sui desideri dell’individuo.

Tuttavia la punizione non ha l’effetto di annullare il bisogno, ma di insegnare all’organismo a trattenere le risposte punibili.

L’impulso o il desiderio rimangono forti e, dato che non vengono soddisfatti e liberati, rimangono nel corpo e influenzano il funzionamento dell’apparato motorio (la postura, il tono muscolare) nella direzione dell’espressione e del movimento.

Dato che questi atti suscitano la punizione, l’organismo si comporta verso il proprio impulso nello stesso modo dell’ambiente: vale a dire lo reprime. 

La sua energia viene pertanto divisa: una parte tende ancora verso le sue mete originarie e insoddisfatte, l’altra parte viene retroflessa per tenere a freno la prima, tesa all’esterno.

Il trattenere viene raggiunto irrigidendo i muscoli che sono antagonistici a quelli che sarebbero coinvolti nell’esprimere l’impulso punibile. A questo stadio le due parti della personalità, lottando in direzioni diametralmente opposte, entrano in conflitto tra loro.

Quel che è cominciato come una questione tra l’organismo e l’ambiente è diventato un conflitto interno tra una parte e l’altra della personalità, tra un tipo di comportamento e il suo inverso. 

Non bisogna giungere alla conclusione che sarebbe meglio per tutti liberare le inibizioni. In alcune situazioni trattenersi è necessario, può perfino salvare la vita. 

La questione è se la persona possiede o no dei motivi congrui per soffocare il suo comportamento in determinate circostanze.

Quando la retroflessione è sotto controllo consapevole cioè quando una persona, in una situazione corrente, reprime delle risposte particolari che, se espresse, gli arrecherebbero danno, nessuno può contestare la validità di tale comportamento.

La retroflessione è patologica quando è abituale, cronica e incontrollabile.

Ciò che costituiva un fatto temporaneo, una misura di emergenza diventa un modus operandi dell’organismo, automatico e inconscio, soggetto a rimozione e nevrotico.



Anatomia di un narcisista distruttivo

  



"L'essere umano è l'unica creatura che si rifiuta 
di essere ciò che è"
(Albert Camus)

"L'invidia è quel sentimento che nasce nell'istante 
in cui ci si assume la consapevolezza
di essere dei falliti"
(Oscar Wilde)



L'individuo molto scherzoso, continuamente sdrammatizzante, ritenuto da tutti un simpaticone, con il suo comportamento di costante
alleggerimento tenta di seguire due strategie difensive: l'evitamento e la mimesi. 

Questa persona ha l’esigenza di evitare un confronto con la realtà, una qualche realtà incombente e minacciosa che il suo narcisismo non può tollerare, allora la ridicolizza, la sminuisce, la nega.

Una specifica forma di simpatia sdrammatizzante, alcuni sadismi verbali o il disimpegno relazionale, sono espressioni di una struttura psichica narcisistica che deve evitare riflessioni, autocritiche e lo svelamento di una realtà psichica nella quale sta accadendo qualcosa di riprovevole.

Missionario di una pulsione rabbiosa il Narcisista Distruttivo evita di pensare e di soffrire, di riflettere sulla propria sofferenza e di sopportare il dolore di questo pensiero.

Per come lo individua Enriquez il soggetto si trova al crocevia dell’odio e agisce una distruttività velata che espande agli altri perché essa lo minaccia radicalmente, nel momento in cui lo sviluppo degli eventi esigerebbe da tutti e da ciascuno un lavoro psichico.

Non bisogna pensare a questo particolare tipo di soggetto narcisista fuori dal rapporto con l’altro, con gli altri, con l’insieme e con il quadro ambientale con cui s’ingrana

Fissato com’è a non dover niente a nessuno egli arriva, più di ogni altro al mondo, a dipendere da chi gli sta intorno, dalle circostanze e dall’occasione. 

"Il movimento perverso-distruttivo dei narcisisti distruttivi si compie solo col concorso involontario, ma attivo e necessario, dell’ambiente circostante." (Racamier)

Nell’agire silenzioso della distruttività su un fondo di diniego, il narcisista distruttivo mette in opera una follia terribilmente efficace. 

Che essa scaturisca direttamente dalle profondità dell’inelaborato della sua storia e della sua soggettività o che essa sia stata strutturata da altri, più che l’azione di una forma erotica dell’odio (Stoller) è la realizzazione del narcisismo di morte (Green) a caratterizzare la sua patologia.

Qualunque sia la strutturazione psichica originale egli si troverà sempre, uomo o donna, un predominio dei processi di diniego e di scissione, l’espulsione dei fantasmi infantili, un anti-edipo illimitato su un fondo di lutti non elaborati.

Sarà la perversione narcisistica ad articolare difese e processi fobici, paranoici perversi o psicopatici mobilitati e asservirli alla pulsione di morte.

Non è il più pazzo o il più debole dei membri di un gruppo o di una famiglia che diventerà questo particolare soggetto narcisista, ma colei o colui la cui identità, narcisismo e funzionamento psichico verranno messi in difficoltà in modo radicale.

Ogni soggetto manipolato in circostanze favorevoli e sottoposto a un après-coup traumatico può diventare un narcisista distruttivo, è così che procede l’alienazione settaria (Diet). 

È essenziale comunque riconoscere nel paranoico e nel perverso narcisista un narcisista distruttivo per vocazione.

Ogni volta che si corrono dei rischi di svelamento egli scatena l’odio e l’invidia contro ogni movimento elaborativo, ogni tentativo di dare un senso, ogni comprensione che permetterebbe di superare le difficoltà mediante l’accettazione dei limiti e delle differenze, la sottomissione alla legge, la costruzione di un senso comune.

Per il narcisista distruttivo è vitale annientare e ridicolizzare il lavoro e la capacità di dubitare e di creare dei portatori di potenza genitale (generativa) che rinvierebbero alla loro impotenza i suoi fantasmi infantili. 

"Se il narcisista non li distruggesse questi soggetti esigerebbero da lui la rinuncia all’anti-edipo illimitato, l'abbandono di una posizione incestuosa al fine di esistere come soggetto, uno tra gli altri, sottomesso al divieto che permette il desiderio, lo scambio e la collaborazione." (Racamier)

Rifiutando di diventare un uomo perché rifiuta il debito di essere figlio, il narcisista distruttivo rifiuta che possano esistere dei fratelli capaci di generare; per non uccidere il padre ed evitare la sua legge, egli lo volge in derisione e proclama un mondo caotico di neonati avidi, invidiosi e impotenti.




Compulsione e impulsività di una personalità rigida


  

"Ogni pulsione è un frammento di attività"

(Sigmund Freud)


"Era tanto facile seguire i miei impulsi e pentirmene dopo..."

(Francoise Sagan)



Il disturbo emotivo è una perdita di spontaneità o una mancanza di controllo dell’Io.

In genere la persona disturbata sul piano emotivo si muove in modo compulsivo o impulsivo.

La persona compulsiva è rigida, i freni dell’Io sono così severi che i suoi movimenti hanno una qualità meccanica e mancano di spontaneità.

Nella persona impulsiva il controllo dell’Io è indebolito e gli impulsi si manifestano in modo isterico. È iperattiva, non può star seduta tranquilla né incanalare la propria energia in attività costruttive. 

Il suo Io inadeguato è costantemente sopraffatto dalle emozioni e frustrato perché queste emozioni si riversano all’esterno senza ottenere nulla.

La persona compulsiva ha paura di lasciar andare il proprio rigido controllo, quella impulsiva non è in grado di mantenerlo e in realtà scarica violentemente la propria energia per evitare di percepirla nel corpo. Diventa irritabile per non dover ascoltare la propria rabbia, fa l'isterica per non sentire la tristezza ed è promiscua per evitare le proprie sensazioni sessuali. Fugge ancora prima di aver paura, piange prima che le venga fatto del male, attacca prima di essere minacciata. 

Si comporta come un bambino irritato e i suoi movimenti (come quelli di un neonato) sono privi di coordinazione e di efficacia.

"La rigidità di carattere si manifesta sia a livello psichico che fisico, ma viene sempre espressa in termini corporei." (Lowen)

Di una persona diciamo che ha il collo rigido, il volto impassibile, le labbra serrate, la mascella dura e inflessibile. La rigidità deriva dal trattenere le emozioni. 

Una persona s’irrigidisce per trattenere la rabbia, serra le mascelle per non sentire la paura, contrae l’addome per non piangere. Per sopprimere le emozioni si sviluppa una tensione muscolare cronica che conferisce rigidità al corpo.

Nemmeno la persona impulsiva è libera da queste tensioni. Se in quella compulsiva le tensioni sono soprattutto longitudinali e il corpo s’irrigidisce, in quella impulsiva le tensioni sono ad anello oppure orizzontali e il corpo si segmenta. 

Ma queste sono distinzioni relative e si possono trovare tensioni di entrambi i tipi in tutte le persone disturbate.

La perdita di spontaneità e controllo produce anche una condizione di flaccidità, sia fisica che psichica. Si diventa persone senza spina dorsale o smidollate.

Flaccidità significa negazione del sentire, che produce un collasso della muscolatura periferica.

La persona rigida trattiene le proprie emozioni e la persona impulsiva le agisce in modo irresponsabile. La natura isterica del comportamento impulsivo deriva dal fatto che, mentre una parte del corpo libero un impulso, un’altra si oppone a questa liberazione.

Le espressioni emotive sane non assumono la forma di esplosione isterica.

Sono egosintoniche, ovvero l’emozione si esprime con il supporto dell’Io. Come risultato il movimento che esprime il sentimento è unitario e totale.

Ed è vero anche il suo corollario: quando un movimento abbraccia tutto il corpo in modo unitario, il risultato è un’espressione emotiva che viene avvertita dall’individuo come congrua, autentica ed efficace.