Psicoterapia: una relazione ribelle

  



"E' consigliabile che lo psicoterapeuta non si prefigga una meta troppo precisa,
è difficile che egli sappia meglio della natura e della volontà di vivere del paziente,
ciò che è necessario"
(C. G. Jung)

"Prenditi cura di me con quella nobile tenerezza
che solo in te ho trovato"
(Mary Wollstonecraft Godwin)



Una parte consistente delle energie personali viene impiegata quotidianamente nel raggiungimento degli obiettivi che l'individuo si è prefissato. Elaborazione di strategie, determinazione nell'applicazione pratica e valutazione dei risultati ottenuti.

La paura di non riuscire in tutto questo ci fa elaborare numerosi espedienti fino ad arrivare all'inganno pur di avere la sensazione di essere riusciti a raggiungere un obiettivo. La debolezza personale o la sensazione d'incapacità vengono segregate.

Alla lunga riusciamo a ingannare anche noi stessi e alcuni sentimenti ed emozioni sono repressi nel profondo, non riuscendo più a partecipare alla parte liberamente funzionante dei nostri comportamenti.

Se abbiamo rafforzato queste difese di autoinganno per lunghi anni di sforzi intensi queste resisteranno a ogni tentativo di eliminarle, soprattutto se questi tentativi sono imposti dall'esterno.

Questa resistenza opera in ogni caso per quanto genuino sia il desiderio di cambiare.

Come può la psicoterapia aiutare una persona se questa continua a difendersi e a resistere?

La risposta è nel non cercare di portar via le difese ma offrire una relazione in cui non si abbia più bisogno di difese.

Dove le altre relazioni sono state piene di timori di essere rifiutati, criticati, puniti, controllati, giudicati o ridicolizzati, la relazione terapeutica è priva di queste caratteristiche.

Dove gli altri hanno frainteso e rifiutato, il terapeuta comprende e accoglie.

Dove gli altri si lasciavano manovrare, adulare, sedurre, trascinare o ridurre alla condiscendenza, il terapeuta mantiene nella relazione una posizione stabile e affidabile.

Dove gli altri hanno cercato di controllare, guidare e dirigere, il terapeuta, con un atto di fiducia nel cliente, per coerenza se ne astiene.

Dove gli altri si lasciano prendere dal panico quando il cliente presenta deviazioni di comportamento abnormi e pericolose, il terapeuta mantiene la fiducia nelle capacità del cliente di poter riprendere la padronanza di sé.

Dove le altre relazioni sono state superficiali, false, di scarso affidamento e temporanee, il terapeuta è sincero, genuino, fidato e disponibile, fino a quando il cliente ne ha bisogno.

Offrire una relazione di questo tipo è difficile, naturalmente, e nessun terapeuta potrà essere perfetto in questo senso. Egli dovrà essere aperto e onesto con se stesso e riconoscere quale debbano essere i limiti della sua disponibilità nella relazione terapeutica.

Il terapeuta deve avere chiaro quanto vuole e può dare di sé al cliente.

In questa disponibilità le misure da verificare sono quelle dell’accettazione, della confidenzialità e del gradimento personale. 

La manovra successiva è quella di rassicurare il cliente che il contributo a una buona crescita della relazione terapeutica è autentico e che egli può farci affidamento.

Tutto questo non avviene esplicitamente ma attraverso le tante caratteristiche del setting terapeutico e nelle dimensioni di calore e accoglienza che si riescono a produrre nel corso del primo periodo della psicoterapia.

"Quando il cliente sentirà di potersi muovere liberamente nella relazione terapeutica abbandonerà le sue cautele, farà cadere le difese e comincerà a essere più se stesso. Quando questa libertà si manifesta ne derivano molti interessanti sviluppi." (Fitts W., L’esperienza della psicoterapia)




Propensione alla maniacalità del carattere orale

  



"Il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno"

(Jacques Lacan)


"I confini del mio linguaggio sono i confini del mio mondo"

(Ludwig Wittgenstein)


Più di ogni altro tipo di carattere quello narcisista onnipotente è legato al passato. 

Questo individuo è soprattutto un nostalgico che desidera la restaurazione di un impero ormai decaduto, il suo.

L’unità simbiotica dei primi mesi di vita è per il narcisista quel tempo mitico e leggendario nel quale ripone i suoi più intimi desideri.

Un immenso aumento della fiducia in sé è al centro di tutti i fenomeni maniacali.” (Fenichel)

E quando all'aumento della stima di sé non corrisponde un riscontro nella realtà la condizione maniacale può lasciare spazio alla depressione.

La depressione in questo caso è sempre un fenomeno secondario e se si riesce ad evitare l’esaltazione, essa non affiora.

Fenichel considera la depressione un fenomeno primario e afferma: 

Il carattere trionfante della mania nasce dalla liberazione di energia che era fino a quel momento incatenata nella lotta depressiva e che ora cerca di scaricarsi.

Ma c’è da aggiungere che la depressione è una diminuzione dei processi energetici e della formazione degli impulsi (Lowen).

L’energia non cerca di scaricarsi (funzione genitale), sale invece verso la testa alla ricerca di un contatto col mondo, ma dato che incontra un grave blocco nelle tensioni alle spalle legate al controllo che il soggetto fa sul respiro, allore il flusso rimane nelle vie infantili della testa e della bocca. 

È questo che produce la volubilità del carattere orale nella fase di esaltazione.

La mania non è libertà genuina dalla depressione ma un impacciato rifiuto delle dipendenze.” (Fenichel)

Nel carattere orale si percepisce la mancanza di indipendenza nonostante l’esagerata stima di se stessi.

A causa di un contatto scarso con il suolo (fino ad avere i piedi piatti), che è la controparte della mancanza psicologica di contatto con la realtà, si percepisce che questi individui sono tra le nuvole e con loro il contatto non si stabilisce mai completamente, essi si trovano quasi sempre con la mente da un’altra parte.

Nell’esaltazione il carattere orale ritorna a uno stadio infantile, come se si protendesse con la bocca verso il seno materno.

In questo stadio il bambino può abbandonarsi perché la sua forza è la forza del corpo materno che lo sorregge e lo nutre.

In questo abbandono prodotto dalla percezione di una forza simbiotica, la logorrea è la rappresentante simbolica della suzione.

Parlando, il carattere orale, cerca ammirazione e affetto, soddisfazioni narcisistiche.

Il linguaggio del carattere orale è spesso razionale e avveduto, fatta eccezione per l’immagine presuntuosa che offre del proprio Io.

Questi individui posseggono l’intelligenza chiara e semplice del bambino così come la sua tipologia di Io: prolisso, non cristallizzato e onnipotente. 

L’investimento libidico dell’area della bocca produce anche comportamenti maniacali di altro genere come il fumo, il bere, le abbuffate (o al contrario una severa astinenza dal cibo), se non addirittura vere e proprie dipendenze autodistruttive.

Nel trattamento psicoterapeutico queste caratteristiche del carattere orale possono essere facilmente affrontate perché il soggetto ne è cosciente. Più difficile è il trattamento della depressione perché tende a tenerla segreta o a rimuoverla dalla coscienza.

Anche l’onnipotenza del suo pensiero è così radicata nella visione del mondo che tentare di modificarla durante la psicoterapia provoca forti reazioni negative.


Angoscia vincolata nel corso dell'attivazione vegetativa

  




"L'indecisione sta alla base della flessibilità"
(Arthur Bloch)


"Solo un cuore rigido si spezza"
(Alexander Lowen)



Quando in psicoterapia si riesce a liberare l’aggressività contenuta nell’armatura caratteriale e muscolare, si libera anche l’angoscia. L’angoscia può essere trasformata in aggressività, così come l’aggressività può essere trasformata in angoscia.

L’inibizione dell’aggressività e l’armatura psichica vanno di pari passo con un tono muscolare aumentato, spesso addirittura con una rigidità muscolare delle estremità del corpo e del tronco.

I pazienti affettivamente bloccati si rilassano in modo rigido. Se si dice loro di abbandonarsi volutamente, la tensione muscolare è sostituita spesso da inquietudine. 

In altri casi i pazienti eseguono involontariamente movimenti di diverso tipo la cui inibizione provoca immediatamente sensazioni di apprensione e ansia.

Sàndor Ferenczi cercò di costruire degli interventi tecnici attivi su questo tipo di osservazioni. Egli scoprì che l’impedimento di reazioni muscolari croniche aumenta l’ingorgo energetico. 

Wilhelm Reich sostenne che si tratta di qualche cosa di più complesso di semplici modifiche quantitative dell’eccitazione.

Si tratterebbe, secondo Reich, di un’identità funzionale fra armatura caratteriale e ipertonia muscolare o rigore muscolare. Ogni aumento del tono muscolare verso la rigidità è un segno che un’eccitazione vegetativa, l’angoscia o la sessualità sono state legate, vincolate.

Se si manifestano sensazioni genitali molti pazienti riescono a eliminarle o attenuarle con l’inquietudine motoria; è ciò che accade quando si elaborano sensazioni di apprensione.

Molto spesso è osservabile che lo stato di tensione muscolare è diverso prima e dopo lo scioglimento di una rimozione acuta. 

I pazienti il più delle volte avvertono nella resistenza, cioè quando impediscono che un pensiero o un moto pulsionale diventi conscio, una tensione al cranio, nelle cosce, nei glutei e nella muscolatura del bacino. 

Se essi stessi riescono a risolvere questa situazione o se è risolta dal terapeuta per mezzo di una corretta interpretazione, si sentono improvvisamente distesi.

Ogni rievocazione di un contenuto rimosso di una rappresentazione è accompagnata da un senso di sollievo, che però non significa ancora la guarigione. Si tratta solo di una scarica di energia psichica che precedentemente era legata.

La tensione e la distensione psichiche non possono esistere senza una rappresentazione somatica, perché la tensione e distensione sono stati bio-fisici, e noi abbiamo solo apparentemente trasportato questi concetti nel campo psichico; ma non possiamo parlare di trasferimento del contenuto fisiologico nel campo psichico, non intendiamo parlare di analogia ma di un’identità reale: l’unità tra funzione psichica e funzione fisica.

"Ogni nevrotico è muscolarmente distonico e ogni guarigione si manifesta in modo diretto con un allentamento oppure un rafforzamento dell’habitus muscolare. La rigidità muscolare si manifesta nella goffaggine, nei movimenti non ritmici, in un’insufficiente mobilità mimica." (Reich)



Riferimenti a una tortura quotidiana



  

"Chi è stato torturato rimane tale per sempre,

l'abominio dell'annullamento non si estingue mai"

(Jean Améry)


"Nessuno può farti più male di quanto tu ne fai a te stesso"

(Mahatma Gandhi)




Osservo il corpo delle persone intorno a me e vedo il dolore muto nelle loro tensioni muscolari, vedo movimenti limitati dai divieti morali e restrizioni prodotte dal senso di colpa che creano claustrofobie nei loro spazi vitali.

La bocca tirata, le mascelle serrate, le spalle sollevate, il collo rigido, il torace gonfio, il ventre rientrato, il bacino immobile, le gambe pesanti e i piedi contratti sono tutti segni della paura di lasciarsi andare, l’esistenza di una condizione dolorosa.

Generalmente le persone non lamentano dolori anche se alcuni a volte provano dolore in diverse parti del corpo, come nella parte bassa della schiena.

Il dolore fisico spaventa. In molti reagiscono come quando erano bambini, vogliono che scompaia il prima possibile.

L’Io del bambino non è in grado di affrontare il dolore come un adulto. Se il dolore non scompare, è quasi sempre il bambino a scomparire, ossia si dissocia dal corpo e si ritira nella testa dove non c’è dolore.

Il ritiro avviene nel momento in cui il bambino non può più sopportare il dolore corporeo.

Distaccandosi dal corpo, riesce a tollerare la sofferenza penosa, perché non fa più male. Il bambino è diventato insensibile. 

Normalmente gli adulti sani non si ritirano o distaccano dal corpo nelle situazioni dolorose. Il loro Io è sufficientemente forte per non spezzarsi, eccetto che in situazioni particolarmente insolite, come nella tortura.

Oppure nella condizione di freezing vagale nelle donne che subiscono uno stupro di gruppo (Porges).

Quando gli adulti si spezzano o si scindono, ossia si dissociano da se stessi, ciò accade perché la connessione tra l’Io e il corpo è stata indebolita da esperienze penose nel periodo infantile.

Ritornare al corpo è un processo doloroso ma, attraverso l’esperienza del dolore, l’individuo ritrova il contatto con la vitalità e i sentimenti che erano stati repressi ai fini della sopravvivenza.

Quando non si è più bambini, dipendenti e indifesi, si può accettare ed esprimere quei sentimenti nella sicurezza della situazione terapeutica. 

Ma, anche in questa situazione, i pazienti all’inizio sono troppo spaventati per cedere quel controllo dell’Io che ha assicurato la loro sopravvivenza.

"Se la resa al corpo implica l’abbandono del controllo dell’Io sul sentimento, non implica invece una perdita di controllo sulle azioni o sul comportamento. 
Tuttavia, ciò può accadere se i sentimenti sono molto intensi e l’Io è troppo debole. 
Quando la mente conscia di un individuo è sopraffatta da un’eccitazione che non è in grado di gestire, è possibile che vada perduta la capacità di controllare il comportamento." (Lowen)




Un vago adattamento


 


"La specie che sopravvive non è la più forte o quella più intelligente,

ma quella più reattiva ai cambiamenti"

(Charles Robert Darwin)


"Mi sveglio sempre in forma e mi deformo attraverso gli altri"

(Alda Merini)


La teoria polivagale è un tentativo di riorganizzare il pensiero sul sistema nervoso autonomo con un’attenzione particolare ai circuiti neurali specifici che regolano gli organi viscerali con funzioni adattive, nell’area dell’affettività, delle emozioni e dei comportamenti orientati a uno scopo.

Questa teoria ha identificato variabili precise che sono utilizzabili per valutare in modo dinamico il cambiamento delle regolazioni neurali di circuiti adattivi specifici.

Il modello porta con sé quattro principi impliciti che hanno un impatto diretto sullo sviluppo di ipotesi da testare: il ruolo specifico di strutture cerebrali e di circuiti neurali nella regolazione dello stato autonomico; la giustificazione per creare metodi che possano distinguere e tracciare l’output dinamico del nervo vago per selezionare organi attraverso la via mielinizzata che si origina nel nucleo ambiguo e la via non mielinizzata che si origina nel nucleo motore dorsale; il ruolo degli afferenti viscerali e dei siti sensoriali nel muoversi tra i circuiti neurali che regolano lo stato autonomico e la relazione tra la regolazione degli organi viscerali e quella dei muscoli striati della faccia e del capo coinvolti nell’interazione sociale che richiedono il riconoscimento dell’affettività  e dell’espressione delle emozioni.

La componente somatomotoria del sistema di ingaggio sociale coinvolge strutture neurali che regolano comportamenti sociali e vissuti emotivi.

I nervi efferenti speciali innervano i muscoli striati che regolano le strutture degli antichi archi brachiali (Truex e Carpenter, 1969). Inoltre, il sistema viene anche in parte controllato dalla corteccia (motoneuroni superiori) che modula i nuclei del tronco encefalico (motoneuroni inferiori), che coordinano i muscoli delle palpebre (sguardo), i muscoli facciali (espressioni emozionali), i muscoli dell’orecchio medio (estrarre la voce umana dal rumore di fondo), i muscoli della masticazione (ingestione), i muscoli laringeo e faringeo (prosodia della vocalizzazione) e i muscoli per l’orientamento del capo (gestione sociale e orientamento).

Tutti questi muscoli funzionano come gestori neurali che individuano e esprimono segnali di sicurezza (prosodia, espressioni facciali, parti del capo, sguardo) che informano gli altri circa le intenzioni e controllano le interazioni con l’ambiente.

Le origini filogenetiche dei comportamenti associati con l’ingaggio sociale si intersecano con la filogenesi del sistema nervoso autonomo.

Nel momento in cui sono informati i muscoli della faccia e del capo come strutture per il coinvolgimento sociale, anche il sistema nervoso autonomo si è arricchito di una nuova componente (il vago mielinizzato) che è regolato dal nucleo ambiguo, un nucleo midollare che si trova in posizione ventrale rispetto al nucleo motore dorsale del vago.

Questa convergenza di meccanismi neurali ha creato un sistema di ingaggio sociale integrato con componenti sinergiche tra i vari visceri e il comportamento così come un’interazione tra ingestione, regolazione degli stati e processi di ingaggio sociale.

Difficoltà nello sguardo, nell’individuazione della voce umana, nell’espressione facciale, nei gesti del capo e nella prosodia sono segnali comuni negli individui con autismo  e altri disturbi psichiatrici in cui il sistema di ingaggio sociale è compromesso.

Quindi comprendiamo, dal funzionamento della faccia e dalla prosodia della voce, le problematiche sia nei comportamenti sociali sia nelle regolazioni degli stati fisiologici.







Circa la prassi

  



"Chi indossi l'abito giallo senza essersi purificato,
senza aver acquisito il dominio di se stesso
e senza perseguire il vero, costui è indegno di indossarlo"
(Buddha)

"Il vero libro di testo dell'allievo è il maestro"
(Gandhi)


"Abbiamo acquisito la consapevolezza della controtraslazione che insorge nell'analista per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che l'analista debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla." 
(Freud S., Le prospettive future della terapia psicoanalitica, in Freud Opere, vol. VI)

Ciò che sin dall’inizio Freud scrisse sulla controtraslazione, declinò questo particolare stato dell’analista come una condizione personale che poteva essere d’intralcio allo sviluppo del trattamento. 

Il paziente, dall’eccessivo coinvolgimento emotivo dell’analista, avrebbe tratto per Freud solo svantaggi: lo scadimento qualitativo della figura dell’analista agli occhi del paziente, l’abbandono di una posizione di superiorità, che consentisse all’analista di osservare in modo distaccato le proiezioni di cui era bersaglio, le quali a loro volta, frutto di una psiche bisognosa di aiuto, avrebbero dovuto costituire il materiale delle interpretazioni, furono calcolati dall’autore come gli unici, nefasti effetti del controtransfert. 

Le interpretazioni, concepite come unico strumento conoscitivo di cui dovesse avvalersi l’analista, dovevano trovare il proprio luogo di elaborazione esclusivamente accanto alle nozioni medico-psicoanalitiche che l’analista, con la propria preparazione tecnica, aveva saputo accumulare:

"Da quando è aumentato il numero delle persone che esercitano la psicoanalisi e si comunicano reciprocamente le proprie esperienze, abbiamo notato che ogni psicoanalista procede esattamente fin dove glielo consentono i suoi complessi e le sue resistenze interne e pretendiamo quindi che egli inizi la sua attività con un’autoanalisi e la approfondisca continuamente mentre compie le sue esperienze sui malati. 
Chi non riesce a concludere nulla in siffatta autoanalisi, può senz’altro abbandonare l’idea di essere capace di interpretare un trattamento analitico sui malati.” (Freud)

"In seguito Freud si rese conto che l’autoanalisi era insufficiente a comprendere e a isolare i conflitti dell’analista, per cui propose ai terapeuti di sottoporsi ad un’analisi prima personale poi didattica." (Galimberti U., Dizionario di psicologia, 1992)

In ogni caso fu ampiamente riconosciuto che si tratti di un’autoanalisi, di un’analisi personale o di un’analisi didattica, l’analista dovesse sottoporsi comunque ad un addestramento che lo educasse al controllo dei propri vissuti che, condizionati dal rapporto con il paziente, potevano distorcere e annullare il valore terapeutico del trattamento.

Oggi, l’insegnamento dell’analisi didattica deve soprattutto preparare l’analista a saper fronteggiare il desiderio d’instaurare una connivenza con il paziente, assecondandone desideri e coinvolgendosi nelle sue fantasie. 

Un caso particolare di condizione traslativa, che per Freud costituì uno dei più grandi problemi per l’integrità del trattamento, fu l’innamoramento della paziente donna per l’analista uomo. 
Le parole dell’autore danno un’idea di come la controtraslazione costituisse una tentazione da allontanare:

"Lo psicoanalista deve combattere una battaglia su tre fronti: in se stesso, contro le forze che tenderebbero ad abbassarlo dal piano dell’analisi; fuori dell’analisi, contro gli avversari che gli contestano l’importanza delle forze motrici sessuali e gli interdicono di avvalersene nella sua tecnica scientifica; e nella analisi stessa, contro le sue pazienti le quali da principio si comportano allo stesso modo degli avversari, ma in seguito manifestano chiaramente la sopravvalutazione della vita sessuale di cui sono preda, e vogliono rendere il medico prigioniero della loro passionalità socialmente incontrollata." 
(Freud S., Osservazioni sull’amore di traslazione, in Freud Opere, vol. VII)





La formazione del sintomo

  




"Credo di sapere cosa si prova ad essere Dio"
(Pablo Picasso)


"Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno"
(Vincent Van Gogh)



Per Freud la formazione del simbolo riguarda i sogni, intesi come realizzazione simbolica dei desideri repressi che, attraverso i meccanismi di condensazione, proiezione, identificazione, esprimono i desideri per mezzo di un procedimento di censura. 

Per Freud il simbolo non è mai univoco ma ambivalente a causa della censura a cui è sottoposto.

Per Jung il simbolo si situa in una presa di coscienza delle realtà ancestrali contenute nell’anima umana (archetipi dell’inconscio collettivo).

"Una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. 
Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali." 
(Jung C. G., Psicologia e patologia dei fenomeni occulti, 1902)

Anche secondo Jung l’uomo, in maniera inconscia e spontanea, produce simboli durante il sogno, tanto che quest’ultimo è da lui considerato come la fonte più frequente e universalmente accessibile per lo studio delle capacità di simbolizzazione dell’uomo: Jung però sottolinea che l’analisi del sogno non deve esser portata avanti con la tecnica delle libere associazioni introdotta da Freud, ma concentrandosi sul sogno stesso, utilizzando solo il materiale che è chiaramente e visibilmente disponibile.

Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, hanno guardato all’espressione artistica nel corso dei secoli e investigato le produzioni e le biografie degli stessi autori dell’opera d’arte per cercare riscontro alle loro osservazioni cliniche psicologiche e psicopatologiche. 

Entrambi riconoscevano che le espressioni creative artistiche contengono comunicazioni in modalità intuitiva, metaforica e simbolica simili al sogno, e ciò indipendentemente dal grado di cultura o di intelligenza o di professionalità artistica.

Freud, collezionista di reperti archeologici di arte primitiva, guardava all’espressione artistica popolare, indipendentemente dai valori estetici, per ritrovarvi espressioni dei conflitti inconsci narrati con metafore plastiche o poetiche.

Jung, allievo e contemporaneo di Freud, propose una lettura psicologica e psicoanalitica dei fenomeni artistici prevalentemente organizzata intorno all’ipotesi dell’inconscio collettivo e dei nuclei cosiddetti mitopoietici, detti archetipi nelle loro rappresentazioni essenziali.

Egli approfondì l’esame delle opere artistiche oltrepassando l’assunto teorico fondante la psicoanalisi, cioè il conflitto inconscio individuale, e riconoscendo alle opere d’arte l’espressione di un inconscio collettivo, narrato con elementi primordiali ai quali attingono la cultura popolare e religiosa: miti e iconografie ricorrono trasversalmente in tutte le culture e in tutti i tempi indipendentemente da memorie tramandate.

Apprendiamo da Jung che gli archetipi sono quelle nozioni universali e primigenie, innate e predeterminate che ognuno possiede e conserva dentro di sé.

"Ci troviamo davanti a tipi arcaici o ancora meglio primigeni, cioè immagini comuni presenti fin dai tempi remoti". (Jung C. G., Libido, simboli e trasformazione, 1912)

Nella nostra psiche esistono forme determinate presenti da sempre, contraddistinte da un carattere di universalità e atemporalità. Gli archetipi sono il contenuto dell’inconscio collettivo.

"Un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo inconscio personale. 
Esso poggia però sopra uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, e che è innato. Questo strato più profondo è il cosiddetto inconscio collettivo." 
(Jung C. G., Importanza dell’inconscio in psicopatologia, 1914)

L’espressione archetipo, così com’è stata definita da Jung, era stata utilizzata già da vari studiosi e si potrebbe paragonare al concetto di représentations collectives che Lévy-Bruhl usò per indicare le figure simboliche delle primitive visioni del mondo.

Prima della psicoanalisi alcuni psichiatri fenomenologici avevano aperto un capitolo d’indagine sull’espressione figurativa dei pazienti e le possibili analogie con le opere d’arte. 

Emil Kraepelin raccolse oggetti, disegni e scritti dei pazienti psichiatrici e parlò di arte patologica intendendo che, nell’opera creativa di un folle, si può procedere a un analisi dei sintomi manifesti. 

Una realtà che poi ha avuto sviluppo con la tecnica dei test proiettivi nella pratica diagnostica. Karl Jaspers, che già guardava con interesse alle novità presentate dalla psicoanalisi, introdusse l’ipotesi che nell’opera creativa si può cogliere l’unità dell’espressione umana

In questo senso l'arte, la follia e la formazione del sintomo nevrotico svelano l'universalità dell'accadere psichico individuale e il suo potente valore di rivelazione.