"Chi vive nel nostro tempo è vittima di nevrosi, per vivere bene non bisogna essere contemporanei" (Ennio Flaiano)
"La nevrosi è ovunque ci si allei contro la propria natura" (James Hollis)
La persona nevrotica è assai diversa da quella schizofrenica.
Non tende allo sdoppiamento centrifugo, al caos della frammentazione e della disgregazione. Essa mima una straordinaria forza di volontà unitaria e la mette al servizio della follia.
L’autentico essere nevrotico è concentrato, è assorbente più che dirompente. Esso per così dire incarna il fenomeno, unico nel suo genere, di uno sdoppiamento centripeto, controllato, volitivo.
Come tutto ciò che ha una coscienza esagerata e morbosa di sé, anch’esso, narcisisticamente, si oppone alle umilianti leggi del tempo, si rivolta ai più elementari ritmi della natura, disdegna i sonnolenti ritmi della vita ordinaria e si concentra sempre, con insofferenza melodrammatica, sull’immediato: il sùbito, il qui, l’adesso.
Esige il tutto o il niente istantaneo. Al rettilineo preferisce la scorciatoia; il suo grido di guerra è aut-aut, il suo progetto, diciamo vitalistico, è una sorta di nichilismo folgorante e ingordo.
Non a caso l’inganno che la nevrosi quasi sempre suscita, ovunque e comunque si manifesti, consiste nel beffardo rovesciamento di un impulso di morte in un apparente slancio di vita.
Evoca il nulla smaltato di riflessi creativi. Il fenomeno nevrotico, come pochi altri, è infatti capace di creare, ai margini della natura, un consimile arcobaleno di illusioni ottiche: soltanto esso sa far apparire l’anelito suicida, che lo nutre nel profondo, come un abbandono insieme giocoso e sofferto alla ricerca della verità e dell’autenticità.
Soltanto esso sa mascherare l’orrore del vuoto dietro un’esaltante melodia della gioia e del dolore, una specie di sofferenza alta e canora, per cui tutto ciò che costituisce l’essenza stessa della nevrosi, il suo spirito effimero e autodistruttivo, il suo ansito tronco, il suo falso slancio esistenziale, risulta alla fine camuffato nelle spoglie di una vitalità aggressiva e sopraffattrice.
Sarà all’ultimo stadio della farsa che la nevrosi sfocerà nella paranoia: subentrerà allora, alla vitalità simulata e violenta, la violenza senza aggettivi, la pietrificazione nell’odio di sé e degli altri, la ripetizione affermativa, perentoria di tutto ciò che essa non è e che finge di voler essere.
Raggiungerà il suo grottesco tripudio finale proclamando che la morte è la vita, la menzogna la verità, il vizio la massima delle virtù.
(tratto da “I Fantasmi di Mosca” di Enzo Bettiza)






