Circa la prassi

  



"Chi indossi l'abito giallo senza essersi purificato,
senza aver acquisito il dominio di se stesso
e senza perseguire il vero, costui è indegno di indossarlo"
(Buddha)

"Il vero libro di testo dell'allievo è il maestro"
(Gandhi)


"Abbiamo acquisito la consapevolezza della controtraslazione che insorge nell'analista per l’influsso del paziente sui suoi sentimenti inconsci, e non siamo lungi dal pretendere che l'analista debba riconoscere in sé questa controtraslazione e padroneggiarla." 
(Freud S., Le prospettive future della terapia psicoanalitica, in Freud Opere, vol. VI)

Ciò che sin dall’inizio Freud scrisse sulla controtraslazione, declinò questo particolare stato dell’analista come una condizione personale che poteva essere d’intralcio allo sviluppo del trattamento. 

Il paziente, dall’eccessivo coinvolgimento emotivo dell’analista, avrebbe tratto per Freud solo svantaggi: lo scadimento qualitativo della figura dell’analista agli occhi del paziente, l’abbandono di una posizione di superiorità, che consentisse all’analista di osservare in modo distaccato le proiezioni di cui era bersaglio, le quali a loro volta, frutto di una psiche bisognosa di aiuto, avrebbero dovuto costituire il materiale delle interpretazioni, furono calcolati dall’autore come gli unici, nefasti effetti del controtransfert. 

Le interpretazioni, concepite come unico strumento conoscitivo di cui dovesse avvalersi l’analista, dovevano trovare il proprio luogo di elaborazione esclusivamente accanto alle nozioni medico-psicoanalitiche che l’analista, con la propria preparazione tecnica, aveva saputo accumulare:

"Da quando è aumentato il numero delle persone che esercitano la psicoanalisi e si comunicano reciprocamente le proprie esperienze, abbiamo notato che ogni psicoanalista procede esattamente fin dove glielo consentono i suoi complessi e le sue resistenze interne e pretendiamo quindi che egli inizi la sua attività con un’autoanalisi e la approfondisca continuamente mentre compie le sue esperienze sui malati. 
Chi non riesce a concludere nulla in siffatta autoanalisi, può senz’altro abbandonare l’idea di essere capace di interpretare un trattamento analitico sui malati.” (Freud)

"In seguito Freud si rese conto che l’autoanalisi era insufficiente a comprendere e a isolare i conflitti dell’analista, per cui propose ai terapeuti di sottoporsi ad un’analisi prima personale poi didattica." (Galimberti U., Dizionario di psicologia, 1992)

In ogni caso fu ampiamente riconosciuto che si tratti di un’autoanalisi, di un’analisi personale o di un’analisi didattica, l’analista dovesse sottoporsi comunque ad un addestramento che lo educasse al controllo dei propri vissuti che, condizionati dal rapporto con il paziente, potevano distorcere e annullare il valore terapeutico del trattamento.

Oggi, l’insegnamento dell’analisi didattica deve soprattutto preparare l’analista a saper fronteggiare il desiderio d’instaurare una connivenza con il paziente, assecondandone desideri e coinvolgendosi nelle sue fantasie. 

Un caso particolare di condizione traslativa, che per Freud costituì uno dei più grandi problemi per l’integrità del trattamento, fu l’innamoramento della paziente donna per l’analista uomo. 
Le parole dell’autore danno un’idea di come la controtraslazione costituisse una tentazione da allontanare:

"Lo psicoanalista deve combattere una battaglia su tre fronti: in se stesso, contro le forze che tenderebbero ad abbassarlo dal piano dell’analisi; fuori dell’analisi, contro gli avversari che gli contestano l’importanza delle forze motrici sessuali e gli interdicono di avvalersene nella sua tecnica scientifica; e nella analisi stessa, contro le sue pazienti le quali da principio si comportano allo stesso modo degli avversari, ma in seguito manifestano chiaramente la sopravvalutazione della vita sessuale di cui sono preda, e vogliono rendere il medico prigioniero della loro passionalità socialmente incontrollata." 
(Freud S., Osservazioni sull’amore di traslazione, in Freud Opere, vol. VII)





La formazione del sintomo

  




"Credo di sapere cosa si prova ad essere Dio"
(Pablo Picasso)


"Sogno di dipingere e poi dipingo il mio sogno"
(Vincent Van Gogh)



Per Freud la formazione del simbolo riguarda i sogni, intesi come realizzazione simbolica dei desideri repressi che, attraverso i meccanismi di condensazione, proiezione, identificazione, esprimono i desideri per mezzo di un procedimento di censura. 

Per Freud il simbolo non è mai univoco ma ambivalente a causa della censura a cui è sottoposto.

Per Jung il simbolo si situa in una presa di coscienza delle realtà ancestrali contenute nell’anima umana (archetipi dell’inconscio collettivo).

"Una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di là del suo significato ovvio e immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, inconscio, che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. 
Né si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata a contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali." 
(Jung C. G., Psicologia e patologia dei fenomeni occulti, 1902)

Anche secondo Jung l’uomo, in maniera inconscia e spontanea, produce simboli durante il sogno, tanto che quest’ultimo è da lui considerato come la fonte più frequente e universalmente accessibile per lo studio delle capacità di simbolizzazione dell’uomo: Jung però sottolinea che l’analisi del sogno non deve esser portata avanti con la tecnica delle libere associazioni introdotta da Freud, ma concentrandosi sul sogno stesso, utilizzando solo il materiale che è chiaramente e visibilmente disponibile.

Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, hanno guardato all’espressione artistica nel corso dei secoli e investigato le produzioni e le biografie degli stessi autori dell’opera d’arte per cercare riscontro alle loro osservazioni cliniche psicologiche e psicopatologiche. 

Entrambi riconoscevano che le espressioni creative artistiche contengono comunicazioni in modalità intuitiva, metaforica e simbolica simili al sogno, e ciò indipendentemente dal grado di cultura o di intelligenza o di professionalità artistica.

Freud, collezionista di reperti archeologici di arte primitiva, guardava all’espressione artistica popolare, indipendentemente dai valori estetici, per ritrovarvi espressioni dei conflitti inconsci narrati con metafore plastiche o poetiche.

Jung, allievo e contemporaneo di Freud, propose una lettura psicologica e psicoanalitica dei fenomeni artistici prevalentemente organizzata intorno all’ipotesi dell’inconscio collettivo e dei nuclei cosiddetti mitopoietici, detti archetipi nelle loro rappresentazioni essenziali.

Egli approfondì l’esame delle opere artistiche oltrepassando l’assunto teorico fondante la psicoanalisi, cioè il conflitto inconscio individuale, e riconoscendo alle opere d’arte l’espressione di un inconscio collettivo, narrato con elementi primordiali ai quali attingono la cultura popolare e religiosa: miti e iconografie ricorrono trasversalmente in tutte le culture e in tutti i tempi indipendentemente da memorie tramandate.

Apprendiamo da Jung che gli archetipi sono quelle nozioni universali e primigenie, innate e predeterminate che ognuno possiede e conserva dentro di sé.

"Ci troviamo davanti a tipi arcaici o ancora meglio primigeni, cioè immagini comuni presenti fin dai tempi remoti". (Jung C. G., Libido, simboli e trasformazione, 1912)

Nella nostra psiche esistono forme determinate presenti da sempre, contraddistinte da un carattere di universalità e atemporalità. Gli archetipi sono il contenuto dell’inconscio collettivo.

"Un certo strato per così dire superficiale dell’inconscio è senza dubbio personale: noi lo chiamiamo inconscio personale. 
Esso poggia però sopra uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, e che è innato. Questo strato più profondo è il cosiddetto inconscio collettivo." 
(Jung C. G., Importanza dell’inconscio in psicopatologia, 1914)

L’espressione archetipo, così com’è stata definita da Jung, era stata utilizzata già da vari studiosi e si potrebbe paragonare al concetto di représentations collectives che Lévy-Bruhl usò per indicare le figure simboliche delle primitive visioni del mondo.

Prima della psicoanalisi alcuni psichiatri fenomenologici avevano aperto un capitolo d’indagine sull’espressione figurativa dei pazienti e le possibili analogie con le opere d’arte. 

Emil Kraepelin raccolse oggetti, disegni e scritti dei pazienti psichiatrici e parlò di arte patologica intendendo che, nell’opera creativa di un folle, si può procedere a un analisi dei sintomi manifesti. 

Una realtà che poi ha avuto sviluppo con la tecnica dei test proiettivi nella pratica diagnostica. Karl Jaspers, che già guardava con interesse alle novità presentate dalla psicoanalisi, introdusse l’ipotesi che nell’opera creativa si può cogliere l’unità dell’espressione umana

In questo senso l'arte, la follia e la formazione del sintomo nevrotico svelano l'universalità dell'accadere psichico individuale e il suo potente valore di rivelazione.







Pensieri su una psicoterapia

  



"La psicoterapia è una professione di curatori laici di anime,

i quali non hanno bisogno di essere medici 

e non dovrebbero essere dei sacerdoti"

(Sigmund Freud)


"Sfortunatamente per la psicologia tutti pensano di essere psicologi"

(Jean Piaget)


La psicoterapia è stata l’investimento migliore che abbia mai fatto nella mia vita. Molti si esprimono a riguardo con approssimazione, confondendo la rilevanza socio-culturale e il percorso individuale.

L’analisi personale è un’esperienza relazionale innovativa e ha un carattere strettamente personale e come tale va considerata.

Si può parlare compiutamente solo della propria analisi, la quale implica dei rischi che vanno assunti nell’affrontarla. L’analisi è fatta di molte emozioni e conoscenze interiori di fughe, di paure, resistenze, successi. 

Ma se si compie un buon cammino analitico, succede qualcosa di decisivo: "Si diventa consapevoli di essere ciò che si è."

Conosci te stesso, in fondo si tratta del vecchio adagio, applicato con metodi specifici.

L’analisi, mi ricordava il mio eccellente terapeuta, crea degli spostati convinti, non dei normalizzati. Certo bisogna essere disposti per anni a sondare l’Acheronte della propria anima con accanimento. E’ più facile e apparentemente meno doloroso restare nella propria cacca calda che riconoscere le proprie debolezze, ma intanto si distrugge la propria vita e si tormenta quella dei propri intimi o contigui. 

Io ho classificato sommariamente due grandi categorie di tipi umani: il nevrotico semplice e il nevrotico stronzo. Il nevrotico semplice paga di persona i guasti della sua anima labile, il nevrotico stronzo li fa pagare agli altri.

E purtroppo alcuni grandi nevrotici stronzi determinano le politiche nazionali, e per espansione del proprio ego riducono l’intera vita di un paese ai problemi della loro identità non risolta.

La mia paura, intraprendendo l’analisi, era di normalizzarmi perdendo così le mie pulsioni creative. E’ una paura comune a quasi tutti coloro che operino nell’ambito artistico e pensino di sottoporsi ad un’analisi.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale a me semmai è accaduto il contrario: la psicoanalisi mi ha permesso di individuare la mia vera identità artistica. E’ stata una specie di percorso incrociato sul piano umano, esistenziale e professionale, come se i contorni di un cammino emozionante, ma in continua dispersione, finalmente cominciassero a disegnarsi e muoversi in una direzione precisa.

Non a caso la vera svolta nella mia vita professionale è arrivata quando avevo 43 anni e concludevo la terapia. Avevo deciso a quel punto di non raggirare più me stesso, di non farmi più truffare dai miei deliri.

Per esempio non sono più disposto da allora alle relazioni umane, amorose o affettive, basate sulle menzogne raccontate a se stessi, pretendendo l’avallo degli altri, su comportamenti trasversali o aggressivi i quali sottendono problemi irrisolti che risulta comodo scaricare sul prossimo. Cerco, insomma, rapporti adulti, maturi, che non si costruiscono su inganni, nevrosi, celamenti meschini o furbizie.

Ho imparato a stare con me stesso e a spezzare la catena onnipotenza/impotenza tipica della nevrosi, per cui credi di poter fare tutto e in realtà non concludi niente. Quando non si sono fatti i dovuti conti con se stessi, si gioca scorrettamente e si usano gli altri per fare questi conti senza pagare il dazio. Gli altri in questo modo diventano nostre proiezioni e funzioni.

Una persona adulta beve il suo calice fino in fondo, si dà le spiegazioni che deve, si assume le sue responsabilità, paga le conseguenze dei suoi atti e delle sue parole in prima persona, trova indegno fare pagare agli altri.

Sul piano affettivo, per esempio, sapevo da sempre di desiderare un rapporto autentico, ma non sapevo gestire questo bisogno. Mi facevo attrarre da situazioni che inevitabilmente si rivelavano fallimentari, perché nascevano male, su presupposti sbagliati. Farneticavo su relazioni impossibili immaginandomi che un rapporto potesse essere deciso a priori anziché basarsi sul farsi degli eventi reali. 

Ci sono prezzi da pagare anche nell’inseguire un’utopia. Se devi volare, è bene dedicarsi con cura ed infinita pazienza alla preparazione e alla manutenzione delle ali, le scorciatoie sono la causa principale degli incidenti di volo. Volare si può, ma bisogna essere attrezzati.

Proprio mentre stavo concludendo l’analisi vivevo un delirio amoroso, febbrile, forsennato, eccessivo, proiettivo (l’ultimo di questo tipo nella mia vita). Cercavo di trovare i motivi per cui quel rapporto stava finendo, mi raccontavo un cumulo di fesserie del tipo: sono un uomo speciale e lei non riesce a stare con me perché si sente sminuita.

Esibivo di continuo tutto un repertorio di luoghi comuni di chi non vuole riconoscere di essere stato lasciato. Con una geniale uscita dal setting analitico, il mio terapeuta con rude semplicità mi disse: 

"Si dia pace, lei è stato lasciato e basta. Vengono lasciate persone di gran lunga più affascinanti di lei."

Non so perché in quel momento queste parole ebbero un effetto dirompente. Ebbi una specie di illuminazione. Mi resi conto che il mio non era un destino speciale, che niente ci è dovuto. Eccomi lì: un essere umano con delle cose buone e delle cose meno buone. Potevo vincere o potevo perdere perché questa è la regola del gioco, ma dipendeva da me, dal mio senso di realtà e di percezione di me stesso (non dal destino cinico e baro).

Quanto avrei vinto e quanto avrei perso. Quando qualcosa non va è sempre ragionevole fermarsi e chiedersi: perché mi è capitato questo e cosa ho fatto perché mi capitasse? Da quando ho imparato a farmi queste domande come risultato di un lungo e complesso cammino che in parte continua tuttora, la mia vita ha cominciato a cambiare.


(Da "Speriamo che tenga" di Moni Ovadia, 1998)





Bello, giusto, sano?

  




"La bellezza è più alta del genio perché non necessita di spiegazioni"

(Oscar Wilde)


"L'essere umano è una creatura estetica prima ancora che etica"

(Joseph Brodsky)




È inconsueta l’idea che la bellezza possa rientrare nel campo d’interesse della psicoterapia.

Che la bellezza possa essere connessa alla salute mentale è un concetto decisamente insolito.

Ciononostante il nostro flusso di pensieri si sofferma spesso sulla sensazione che bello, giusto, sano possano essere sinonimi. Coniugazioni di un funzionamento privato, sociale, estetico che si approssima alla perfezione.

"Sono innumerevoli gli psichiatri che hanno affermato che donne e uomini di bell’aspetto si sono rivelati malati di mente. La mia esperienza afferma il contrario. 
Tra i pazienti schizoidi che ho curato, non ce n’è stato uno che sentisse il corpo ritenendolo bello, e io concordo con le loro percezioni. Sarebbe davvero strano se non esistesse alcun rapporto tra la bellezza e la salute. 
Potrebbe anche darsi che i nostri concetti di bellezza e di salute debbano essere rivisti" (Lowen)

È difficile vedere la bellezza nella malattia. Nell’Utopia, come la descrive Samuel Butler nel suo libro Erewhon, la malattia era l’unico crimine per cui la gente poteva essere messa in prigione.

Questa visione è estremistica e offende la nostra sensibilità. Pensiamo con una certa riluttanza che una persona malata sia brutta. Partecipiamo alla sua disgrazia e rinneghiamo ogni ripugnanza che la malattia potrebbe evocare. Questi sentimenti sono tipicamente umani: gli animali selvatici uccidono o lasciano morire i compagni malati.

Nell’antica Grecia la bellezza del corpo era ammirata come espressione di salute fisica e mentale. I filosofi greci identificavano il bello e il buono e le opere degli scultori e degli architetti mostravano la loro venerazione per la bellezza, intesa come attributo divino.  

Nel Cristianesimo la figura di Cristo incarna il concetto di bellezza insieme all’idea di giustizia e morale della tradizione ebraica. La sintesi non riuscì mai completamente perché il corpo venne considerato inferiore allo spirito. 

La redenzione si trova in Paradiso e può essere ottenuta solo tramite la devozione e la fede. Quando la chiesa cristiana acquistò rilevanza e potere si oppose al corpo e al piacere fisico. 

La bellezza diventò un concetto spirituale.

La divisione tra mente e corpo è una reazione al misticismo del cristianesimo medievale che vedeva nella malattia la punizione di un peccato commesso. Questo legame portò a una visione meccanicistica del corpo in cui anche la bellezza fisica è una qualità casuale che non ha alcun rapporto con la salute.

Pensiamo alla bellezza come a qualcosa di piacevole alla vista. La bellezza, nel suo significato più essenziale, rappresenta l’armonia degli elementi che compongono un insieme. Essa viene distrutta dalla presenza di una manifesta sproporzione o di un disordine. 

L’armonia e l’ordine devono nascere da uno stato di eccitazione interiore che irradia dall’oggetto e ne unifica i vari elementi.

Il piacere del bello si basa sull'eccitazione dei ritmi corporei e lo stimolo del flusso di sensazioni neuro-vegetative del corpo. Se abbiamo una reazione piacevole rispetto a un bell’oggetto è perché notiamo l’eccitazione che irradia da esso. 

Allora anche noi entriamo in uno stato di eccitazione. Se manca questa reazione non percepiamo nessun piacere. Si potrebbe anche dire che non riceviamo alcuna sensazione di bellezza dall’oggetto.

Proviamo piacere in compagnia di una bella persona (concetto etico-estetico) perché è lei a stare bene con se stessa. Siamo quindi giustificati se la consideriamo una persona sana.

Un individuo malato non riesce a impressionarci allo stesso modo. Gli mancherebbe l’eccitazione interiore per stimolarci e la sensazione di piacere per farci stare bene. Semmai eserciterebbe un’influenza depressiva. Soltanto con uno sforzo potremmo considerarlo bello.

L’eccitazione e il flusso di sensazioni associati al piacere si manifestano fisicamente con la grazia. La grazia è la bellezza del movimento e il completamento della bellezza della forma in un organismo sano. 

Al pari della bellezza, è una manifestazione del piacere. In uno stato di piacere ci si muove con grazia. Il dolore ha l’effetto di provocare disturbi della motilità.

Il piacere è la bellezza? La salute è giustizia?



...se essere Sé

  




"La ricerca della verità è più preziosa del suo possesso"
(Albert Einstein)

"Come si può conoscere se stessi?
Non attraverso la contemplazione, 
bensì attraverso l'azione"
(Johann Wolfgang Goethe)



Il Sé è un’entità psicologica la cui descrizione risale a quello che scrisse William James alle fine dell'Ottocento:

"Il Sé o me empirico è tutto ciò che l’uomo può chiamare suo. 
Il suo corpo, i suoi tratti, le sue capacità, i suoi beni materiali, la sua famiglia, i suoi amici, i suoi nemici, la sua vocazione, i suoi interessi." (Principi di Psicologia, 1890)

Per James il Sé ha:

1) le sue componenti;
2) i suoi sentimenti;
3) le sue azioni di ricerca e autoconservazione.

Le componenti del Sé sono il Sé materiale, il Sé sociale, il Sé spirituale e l’Io puro.

Il Sé materiale consiste nei beni materiali dell’individuo, il Sé sociale nel come è considerato dai suoi simili, il Sé spirituale nelle facoltà e disposizioni psicologiche.

L’Io è la corrente di pensiero che costituisce il senso della propria identità personale.

Attualmente il termine Sé ha due significati diversi.

Da una parte è l’atteggiamento e il sentimento personale nei propri riguardi, dall’altra è considerato come un gruppo di processi psicologici che governano il comportamento e l’adattamento.

Il primo significato può essere chiamato la definizione del Sé come oggetto, in quanto denota gli atteggiamenti, i sentimenti, le percezioni, le valutazioni di se stessi come oggetti.

In questo senso il Sé è ciò che una persona pensa di se stessa.

Il secondo significato può essere chiamato la definizione del Sé come processo. Il Sé è un agente in quanto consiste in un gruppo attivo di processi, come il pensare, il ricordare, il percepire.

Queste due letture del Sé vengono ricomposte nel Sé fenomenico di Snygg e Combs (1947) che include tutte quelle parti del campo fenomenico che l’individuo sperimenta come parte e caratteristiche di se stesso.

Il Sé è un soggetto in azione in quanto è un aspetto del campo fenomenico, che determina il comportamento ed è anche un oggetto in quanto è formato dalle auto-esperienze.

"Credo che sia caratteristico di ogni cosa che noi conosciamo, che ogni organizzazione sia composta da certe parti e che nello stesso tempo essa influenzi altre organizzazioni con le quali viene a contatto. 
Una roccia è composta di certe molecole, ed è quindi un prodotto: essa però, per la sua stessa esistenza ha un effetto sul mondo che la circonda o sul mondo nel quale si trova, ed è quindi un processo o una dinamica. 
Nello stesso modo il Sé è composto di percezioni relative all’individuo, e questa organizzazione di percezioni ha a sua volta effetti vitali e importanti sul suo comportamento." (Snygg e Combs)



Nell'arco di un respiro


  


"Il profumo è il fratello del respiro"
(Yves Saint Laurent)


"La cosa più importante è imparare a respirare"
(Joseph Pilates)



Il diritto di essere una persona nasce con il primo respiro. L’intensità con cui sentiamo questo diritto si riflette sul nostro modo di respirare. 

Se respirassimo come gli animali il nostro livello energetico sarebbe alto e soffriremmo raramente di stanchezza o depressione cronica. Nella nostra cultura il respiro è poco profondo e si ha la tendenza a trattenerlo. Molto spesso non ci si accorge di avere problemi di respirazione ma si fanno le cose con affanno e si ha appena il tempo di respirare.

La respirazione fornisce l’ossigeno necessario ad alimentare la fiamma del metabolismo. Il corpo non ne può immagazzinare una quantità apprezzabile e se la respirazione si arresta anche per pochi minuti sopraggiunge la morte. 

La respirazione è un aspetto del ritmo corporeo di espansione-contrazione che si manifesta anche nel battito cardiaco.

La respirazione ha un legame diretto con lo stato di eccitazione del corpo. Se siamo rilassati o calmi respiriamo adagio e senza sforzo. Negli stati di profonda emozione la respirazione è più rapida e intensa. Se abbiamo paura, inspiriamo a scatti e tratteniamo. Se siamo tesi la respirazione è poco profonda e inspirando profondamente favoriamo il rilassamento del corpo.

È essenziale rendersi conto di come respiriamo, osservare se inspiriamo attraverso il naso o la bocca o se tratteniamo il respiro. 

Il sospiro è un valido indizio poiché è una risposta all’azione di trattenere inconsciamente il respiro. Contrario al sospiro, in cui l’aria viene emessa, lo sbadiglio ne comporta l’introduzione. 

Lo sbadiglio è un segno di stanchezza o di sonno (sbadigliamo quando la nostra energia dev’essere reintegrata) o anche di noia.

La respirazione naturale interessa l’intero corpo e tutte le sue parti sono diversamente implicate nelle onde respiratorie che lo attraversano. Quando inspiriamo, l’onda parte dal profondo della cavità addominale e sale verso la testa. Quando espiriamo, scende dalla testa verso i piedi. 

Un disturbo comune è l’arresto dell’onda al livello dell’ombelico o delle ossa pelviche, che le impedisce di far partecipare al processo respiratorio il bacino o la cavità addominale profonda, con il risultato di una respirazione debole.

La respirazione profonda interessa la cavità addominale inferiore che si gonfia nell’inspirazione e si ripiega nell’espirazione. L’aria non entra mai nella cavità addominale, tuttavia, quando respiriamo profondamente, la cavità addominale profonda si dilata e permette ai polmoni di dilatarsi più facilmente e completamente verso il basso. 

Poiché è in questa direzione che avviene la maggior dilatazione dei polmoni, la respirazione diventa più agevole e al tempo stesso più piena. È così che respirano tutti i bambini piccoli.

Nella respirazione poco profonda i movimenti sono limitati al torace e alla zona del diaframma. Il movimento verso il basso del diaframma è ridotto costringendo i polmoni a dilatarsi verso l’esterno. Il corpo è così sottoposto a una tensione, perché la dilatazione della rigida cassa toracica richiede più sforzo di quella della cavità addominale.

È strano che questa sia la forma più comune di respirazione visto che comporta più lavoro e una quantità minore di ossigeno. La spiegazione è nel nesso tra respirazione e sentimento.

Respirare profondamente significa sentire profondamente

Se respiriamo in profondità nella cavità addominale, quella regione si anima. Se la nostra respirazione non è profonda, reprimiamo certi sentimenti associati all’addome. Uno di questi è la tristezza, poiché l’addome è interessato al pianto profondo (in inglese chiamato belly cry, pianto di pancia). 

In questo pianto c’è una profonda tristezza che per qualcuno può significare disperazione. I bambini imparano presto che, tirando indietro la pancia e irrigidendola, riescono a isolare sentimenti penosi di tristezza e dolore.

Può sembrare elegante non avere un filo di pancia ma un addome piatto denota anche una mancanza di pienezza della vita. Quando definiamo qualcosa piatto intendiamo dire che manca di colore, di eccitamento e di gusto. 

Le persone con l’addome piatto spesso si lamentano del loro vuoto interiore. Una scarsa sensibilità di questa parte del corpo indica che nel bacino mancano le sensazioni sessuali di calore e fusione. 

Negli individui di questo tipo l’eccitazione sessuale è per lo più confinata ai soli organi genitali. È un problema che nasce dalla repressione delle sensazioni sessuali nell’infanzia.

Un altro tipo di respirazione difettosa implica un torace rigido e relativamente immobile: la respirazione è in prevalenza diaframmatica con una certa estensione dell’addome. In queste condizioni il torace viene gonfiato eccessivamente e dona all’individuo un aspetto virile ma lo predispone all’enfisema. 

Continuare a gonfiarlo esageratamente tende e lacera i delicati tessuti polmonari al punto che l’assunzione di ossigeno diventa inadeguata malgrado il gravoso e doloroso sforzo per introdurre più aria nei polmoni. Anche quando il gonfiore non arriva all’estremo limite, esso costituisce una seria minaccia per la salute perché la rigidità del torace sottopone il cuore a un enorme stress.

"La più importante esperienza di respirazione che mi sia capitata di fare, avvenne nel corso della mia prima seduta con Wilhelm Reich. Nella sua pratica psicoanalitica egli aveva scoperto che i pazienti trattenevano il respiro quando reprimevano l’espressione di qualche loro pensiero o sentimento. 
Era una forma di resistenza ma, invece di fargliela notare, Reich li invitava a respirare liberamente. Non appena la loro respirazione diventava più profonda, essi davano libero sfogo ai pensieri e ai sentimenti. 
Dopo aver osservato la cosa più volte, Reich cominciò a rivolgere molta attenzione alla respirazione, considerandola una chiave per l’approccio alla resistenza cosciente e inconscia del paziente." (Lowen)





Archetipi eterni

  


12 archetipi di Jung



"Gli archetipi sono i modelli del nostro funzionamento,
le radici dell'anima e le prospettive con cui vediamo noi stessi"
(James Hillman)


"L'archetipo è eterno, fuori dal tempo e dallo spazio"
(Carl Gustav Jung)



L’inconscio collettivo è la base ereditaria della struttura della personalità.
Su di esso si costruiscono l’Io, l’inconscio personale e tutte le altre acquisizioni individuali.

Tutto ciò che s’impara dall’esperienza personale è influenzato dall’inconscio collettivo, che esercita un’azione direttiva o selettiva sul comportamento dell’individuo fin dall’inizio della vita.

"La forma del mondo in cui è nato l'individuo è già congenita in lui come immagine virtuale." (Jung)

Tale immagine virtuale diventa percezione concreta o idea, identificandosi con gli oggetti del mondo che a essa corrispondono.

I componenti strutturali dell’inconscio collettivo prendono varie denominazioni: archetipi, immagini primordiali, imago, miti.

Un archetipo è una forma universale del pensiero (categoria) dotata di contenuto affettivo.
Questa forma del pensiero crea immagini o visioni che corrispondono nello stato di veglia ad alcuni aspetti della vita cosciente.

L’archetipo della Madre produce un’immagine della figura materna che viene poi identificata con la madre reale.

Il bambino eredita una concezione preformata di una madre generica, che in parte determina la percezione che egli avrà della propria madre.

L’archetipo è un prodotto delle esperienze del mondo compiute dalla razza umana, è un deposito stabile nella psiche di un’esperienza costantemente ripetuta durante molte generazioni.

Il genere umano è rimasto esposto a manifestazioni di grandi forze naturali che lo mettono profondamente in contatto con l’ambiente di cui è circondato: terremoti (terra), inondazioni (acqua), incendi (fuoco), uragani (aria).

Da queste esperienze si è sviluppato l’archetipo dell’Energia, una predisposizione a percepire la potenza, a rimanere affascinati da essa e un desiderio di crearla e controllarla.

Questo archetipo guida l’uomo alla ricerca di nuove forme di energia, dal fuoco all’atomica, e la nostra epoca ne rappresenta un vertiginoso ascendere.

Gli archetipi stessi funzionano come centri autonomi di energia psichica ad alto livello, tendenti a produrre in ogni generazione la ripetizione e l’elaborazione delle stesse esperienze.

C'è l'archetipo del Viaggio, quello del Male o quello della Bellezza, questi o quali altri sono gli archetipi che ti governano di più?