Psicoterapia e relazione umana

Se Freud, dalla sua visione medica, continuò a insistere sull’importanza terapeutica della mancanza di intimità tra paziente e analista, non chiarendo mai però, se non nell’accezione sessuale, quali dovessero essere i termini relazionali di questa intimità; altri psicoanalisti, proprio nel controtransfert, riconobbero il processo peculiare della relazione analitica. Carl G. Jung, partendo dal concetto secondo cui il trattamento analitico è innanzitutto una relazione, ritenne il controtransfert non solo ineliminabile, ma talvolta indispensabile alla terapia, inteso come strumento di conoscenza e di partecipazione. Per quest’autore il controtransfert non va respinto, ma accolto e controllato perché è alla base di quella reciprocità trasformativa che conferisce alla relazione analitica quell’aspetto dinamico che le è proprio, dove in azione non è solo l’Io dell’analista e l’Io del paziente, ma anche l’inconscio dell’analista e l’inconscio del paziente, la cui comunicazione costituisce l’elemento più autenticamente analitico:

Non giova affatto a chi cura difendersi dall’influsso del paziente, avvolgendosi in una nube di autorità paternalistico-professionale: così facendo egli rinuncia a servirsi dell’organo essenziale di conoscenza. Il paziente esercita lo stesso, inconsciamente, la propria influenza sul terapeuta e provoca mutamenti nel suo inconscio: quei perturbamenti psichici che sono ben noti a tanti psicoterapeuti, e illustrano clamorosamente l’influenza quasi chimica del paziente. Una delle manifestazioni più note di questo genere è il controtransfert indotto dal transfert, ma sono frequenti gli effetti di natura assai più sottili. A darne un’idea può servire l’antica concezione del demone della malattia: la malattia può essere trasmessa a una persona sana che, grazie alla sua salute, sottometterà il demone, senza pregiudicare però il proprio benessere. Esistono nel rapporto fra terapeuta e paziente fattori irrazionali che operano una reciproca trasformazione, alla quale la personalità più forte, più stabile, dà il colpo decisivo. Ho però assistito a molti casi in cui il paziente ha assimilato il terapeuta nonostante tutte le sue teorie e i suoi intenti professionali, e il più delle volte, anche se non sempre, a svantaggio di quest’ultimo” (Jung, C. G., I problemi della psicoterapia moderna, in Jung Opere vol. XVI)

Dall'esperienza corporea all'idea del corpo

"Discobolo" di Mirone - 455 a. C.
In epoca classica compare una nuova forma di linguaggio, messa in atto dal pensiero filosofico e metafisico, con l'avvento dell'ontologia e della metafisica dell'Uno.

Il condizionamento temporale del linguaggio omerico ben rappresenta i limiti entro i quali i membri di una cultura orale hanno la possibilità di esprimersi. Il discorso omerico non poteva che essere di forma paratattica e presentarsi in forma narrativa, dispiegarsi in successione di eventi scanditi dal tempo e quindi in rapporto col tempo passato, presente e futuro.

Platone nella Repubblica coglie, nel carattere narrativo, il limite invalicabile del discorso mitico-poetico:
“Non ti pare che tutto quello che i creatori di miti e i poeti raccontano si riduca a una esposizione di fatti passati, presenti e futuri?” 
Platone e i filosofi pre-platonici, chiedono che il discorso del “divenire”, ossia delle infinite azioni ed eventi, venga sostituito dal discorso de “l'essere”, ossia degli enunciati che siano, con termine moderno, “analitici”, liberi dal condizionamento del tempo.
“Questo è l'obiettivo di Platone, che egli presenta nel settimo libro della Repubblica, dove le varie scienze sono momenti essenziali nella formazione del dialettico, quindi non discipline valide in sé, bensì per preparare la mente alla problematica dell'essere e dell'unità, ossia portare le menti dal mondo d'immagini dell'epos al mondo dei concetti astratti, al mondo delle idee, e quindi dal vocabolario e dalla sintassi del divenire e del molteplice alla sintassi dell'essere e dell'uno” (Reale, 1999).
"Bronzi di Riace" V° sec. a. C.


Dall'esperienza molteplice delle varie funzioni del corpo si giunge, in epoca classica, all'idea del corpo, unificante e metafisica. Il vertice teoretico di Platone è proprio l'unificazione del molteplice, attraverso la riduzione “sinottica” (sguardo d'insieme) della molteplicità all'unità dell'Idea. 

Ciascuna idea è un'unità e, in quanto tale, spiega la molteplicità delle cose sensibili che di essa partecipano, costituendo in tal modo una “molteplicità unificata”. Pertanto, la vera conoscenza consiste nel saper unificare la molteplicità in una visione d'insieme nell'idea da cui dipende.
L'idea del corpo, che nasce sotto questa spinta culturale, si modella sulla visione d'insieme a cui si offre. Il corpo diviene “essere” e “identità” nella presentazione della sua “forma”, di cui compone l'etimologia. 

Questo nuovo tipo di esperienza del mondo – riflessiva, scientifica, tecnologica, teologica, analitica – subordina la molteplicità corporea ad una funzione suprema che è quella della rappresentazione dell'essere, all'idea oggettiva di sé, sacrificando, in nome della conoscenza, l'esperienza diretta della differenza. 

La conoscenza è ricerca dei nessi tra manifestazioni differenti di un essere che si percepisce come unico, che lo si immagina tale. L’idea del corpo ha, in più di un’occasione, distratto l’uomo dall’esperienza del corpo.

L’unificazione dell’esperienza umana, in seno a “l’idea del corpo”, inaugurata da Platone, pose un’importante questione, alimentata dalla presa di distanza dell’uomo dalla sua esperienza sensibile e corporea, quella del mistero del corpo. Questione che col passare dei secoli, si arricchì della visione religiosa e teologica.

Il collasso di Ego

foto di David LaChapelle La stessa forza che porta l’ego verso l’alto è responsabile della sua caduta. Eg...