Profondità Luminose

"Sunbathing" di Thomas Barbèy

La psicoterapia è stata l’investimento migliore che abbia mai fatto nella mia vita. Molti si esprimono a riguardo con approssimazione, confondendo la rilevanza socio-culturale e il percorso individuale.

L’analisi personale è un’esperienza relazionale innovativa e ha un carattere strettamente personale e come tale va considerata.

Si può parlare compiutamente solo della propria analisi, la quale implica dei rischi che vanno assunti nell’affrontarla. L’analisi è fatta di molte emozioni e conoscenze interiori di fughe, di paure, resistenze, successi. 

Ma se si compie un buon cammino analitico, succede qualcosa di decisivo: “Si diventa consapevoli di essere ciò che si è”.

Conosci te stesso, in fondo si tratta del vecchio adagio, applicato con metodi specifici.

L’analisi, mi ricordava il mio eccellente terapeuta, crea degli spostati convinti, non dei normalizzati. Certo bisogna essere disposti per anni a sondare l’Acheronte della propria anima con accanimento. E’ più facile e apparentemente meno doloroso restare nella propria cacca calda che riconoscere le proprie debolezze, ma intanto si distrugge la propria vita e si tormenta quella dei propri intimi o contigui. 

Io ho classificato sommariamente due grandi categorie di tipi umani: il nevrotico semplice e il nevrotico stronzo. Il nevrotico semplice paga di persona i guasti della sua anima labile, il nevrotico stronzo li fa pagare agli altri.

E purtroppo alcuni grandi nevrotici stronzi determinano le politiche nazionali, e per espansione del proprio ego riducono l’intera vita di un paese ai problemi della loro identità non risolta.

La mia paura, intraprendendo l’analisi, era di normalizzarmi perdendo così le mie pulsioni creative. E’ una paura comune a quasi tutti coloro che operino nell’ambito artistico e pensino di sottoporsi ad un’analisi.

Per quanto riguarda la mia esperienza personale a me semmai è accaduto il contrario: la psicoanalisi mi ha permesso di individuare la mia vera identità artistica. E’ stata una specie di percorso incrociato sul piano umano, esistenziale e professionale, come se i contorni di un cammino emozionante, ma in continua dispersione, finalmente cominciassero a disegnarsi e muoversi in una direzione precisa.

Non a caso la vera svolta nella mia vita professionale è arrivata quando avevo 43 anni e concludevo la terapia. Avevo deciso a quel punto di non raggirare più me stesso, di non farmi più truffare dai miei deliri.

Per esempio non sono più disposto da allora alle relazioni umane, amorose o affettive, basate sulle menzogne raccontate a se stessi, pretendendo l’avallo degli altri, su comportamenti trasversali o aggressivi i quali sottendono problemi irrisolti che risulta comodo scaricare sul prossimo. Cerco, insomma, rapporti adulti, maturi, che non si costruiscono su inganni, nevrosi, celamenti meschini o furbizie.

Ho imparato a stare con me stesso e a spezzare la catena onnipotenza/impotenza tipica della nevrosi, per cui credi di poter fare tutto e in realtà non concludi niente. Quando non si sono fatti i dovuti conti con se stessi, si gioca scorrettamente e si usano gli altri per fare questi conti senza pagare il dazio. Gli altri in questo modo diventano nostre proiezioni e funzioni.

Una persona adulta beve il suo calice fino in fondo, si dà le spiegazioni che deve, si assume le sue responsabilità, paga le conseguenze dei suoi atti e delle sue parole in prima persona, trova indegno fare pagare agli altri.

Sul piano affettivo, per esempio, sapevo da sempre di desiderare un rapporto autentico, ma non sapevo gestire questo bisogno. Mi facevo attrarre da situazioni che inevitabilmente si rivelavano fallimentari, perché nascevano male, su presupposti sbagliati. Farneticavo su relazioni impossibili immaginandomi che un rapporto potesse essere deciso a priori anziché basarsi sul farsi degli eventi reali. 

Ci sono prezzi da pagare anche nell’inseguire un’utopia. Se devi volare, è bene dedicarsi con cura ed infinita pazienza alla preparazione e alla manutenzione delle ali, le scorciatoie sono la causa principale degli incidenti di volo. Volare si può, ma bisogna essere attrezzati.

Proprio mentre stavo concludendo l’analisi vivevo un delirio amoroso, febbrile, forsennato, eccessivo, proiettivo (l’ultimo di questo tipo nella mia vita). Cercavo di trovare i motivi per cui quel rapporto stava finendo, mi raccontavo un cumulo di fesserie del tipo: sono un uomo speciale e lei non riesce a stare con me perché si sente sminuita.

Esibivo di continuo tutto un repertorio di luoghi comuni di chi non vuole riconoscere di essere stato lasciato. Con una geniale uscita dal setting analitico, il mio terapeuta con rude semplicità mi disse: 

Si dia pace, lei è stato lasciato e basta. Vengono lasciate persone di gran lunga più affascinanti di lei”.

Non so perché in quel momento queste parole ebbero un effetto dirompente. Ebbi una specie di illuminazione. Mi resi conto che il mio non era un destino speciale, che niente ci è dovuto. Eccomi lì: un essere umano con delle cose buone e delle cose meno buone. Potevo vincere o potevo perdere perché questa è la regola del gioco, ma dipendeva da me, dal mio senso di realtà e di percezione di me stesso (non dal destino cinico e baro).

Quanto avrei vinto e quanto avrei perso. Quando qualcosa non va è sempre ragionevole fermarsi e chiedersi: perché mi è capitato questo e cosa ho fatto perché mi capitasse? Da quando ho imparato a farmi queste domande come risultato di un lungo e complesso cammino che in parte continua tuttora, la mia vita ha cominciato a cambiare.


(Da “Speriamo che tenga” di Moni Ovadia, 1998)







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