L'utilità del non far nulla

"Dolce far niente" di John William Godward - 1904




 Il rito, come esecuzione scrupolosa di movimenti, che la ripetizione consente di acquisire e a cui tutte le comunità si sono affidate, testimonia che i movimenti umani non sono istintivi ma acquisiti, attivati dalla cultura e non dalla natura.

Ad eccezione dei movimenti neonatali, come il riflesso di succhiare, stringere, aggrapparsi, il sistema motorio umano, a differenza di quello animale, è sganciato dall’istinto e dipende, nella modalità della sua esecuzione e negli oggetti a cui si applica, dall’apprendimento.

Questa specificità antropologica è dovuta al fatto che l’uomo non ha un ambiente già predisposto alla sua organizzazione biologica, ma se lo deve costruire sfruttando le opportunità che il mondo a cui è aperto gli offre.

Se nell’uomo il sistema motorio è sganciato dall’istinto e, fatta eccezione per le sue primissime espressioni della motilità neonatale, non è costretto a risposte motorie condizionate dalla pressione pulsionale e dalla stimolazione proveniente dal mondo esterno, esiste nell’uomo la possibilità di trattenere l’effetto dei segnali che nell’animale scatenerebbero immediatamente la motricità. Così, se in occasione di un rumore insolito e spaventoso, l’animale reagisce con la fuga, l’uomo può trattenere l’urto emotivo e scaricarlo, invece che nella motricità, in una reazione che non oltrepassa i confini del corpo.

Stupirsi, arrossire, paralizzarsi, ridere, piangere e tutto il repertorio dell’espressione mimica potrebbe essere letto come un trattenersi dalla motricità e quindi un esonerarsi dal mettere in atto movimenti che costituirebbero una risposta sproporzionata a segnali che possono essere controllati con minor investimento.

Sotto questo profilo si può rileggere il concetto freudiano di rimozione, che una volta attuata, dispensa, in presenza di un’eccitazione pulsionale o di uno stimolo esterno che la richiama, dalla scarica motoria.

Il fatto di poter trattenere la risposta motoria di fronte allo stimolo rafforza l’interiorità che si costituisce nell’intervallo tra pulsione e soddisfazione, un’interiorità a cui la nostra tradizione ha dato il nome di coscienza, che dunque origina dalla ritenzione della reazione motoria, alimentandosi dell’energia a quel livello non scaricata.

Tra interiorità e motricità c’è dunque un nesso profondo, l’una vive del contenimento dell’altra. Grazie a questo contenimento è concessa all’uomo la possibilità di una vita contemplativa e di una vita estetica.

Si dà estetica là dove il processo sensoriale è sganciato dal processo motorio, per cui la recezione sensoriale non comporta un’immediata attivazione motoria, come invece accade nell’animale che per questo è chiuso al mondo della bellezza. In questo intervallo tra sensorialità e motricità sono reperibili le condizioni biologiche dell’atteggiamento estetico che Kant opportunamente definisce “disinteressato”, perché il segnale sensoriale che proviene dal mondo non impegna le condizioni d’esistenza, e quindi è vissuto con il piacere della gratuità che esonera da qualsiasi azione:

La bellezza è la forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo” (Kant I., Critica del giudizio, 1790).

Questa peculiarità, tipica del piacere estetico, non è estensibile ad altre forme della vita intellettuale, perché la vita intellettuale è un’elaborazione interiore che prepara la reazione esterna, mentre la vita estetica nasce proprio dall’esclusione di questa reazione e perciò è contemplazione disinteressata.

Disinteresse verso il mondo ma interesse verso sé.

Nell’esperienza estetica, se non si attua una trasformazione utile al mondo esterno, si realizza una modificazione della propria condizione soggettiva; in un certo senso si rinuncia ad agire per esperire il processo interiore dell’agire; si sprofonda in sé per riemergere con una visione del mondo modificata.

L’azione, in cui la natura umana compiutamente si esprime, nell’esperienza estetica non è soppressa, ma più semplicemente, invece di essere esperita nel decorso cadenzato dalla motricità esterna, è esperita nel suo scaturire interiore, nel suo momento generativo.

Modificando la propria soggettività, l’uomo si libera dalle catene dell’immediato a cui lo legano i suoi bisogni e le sue pulsioni, si scioglie dai vincoli che lo trattengono nel contingente o nell’attualmente percepito, per offrirsi a quell’ulteriore che è la continuazione di azione e ideazione” (Galimberti U., Psiche e Techne, 2002)







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