L'emozione che fa male

"La Vergogna" di Ingmar Bergman - 1968




"Colui che fa il male 
e ne prova vergogna
ha la possibilità di redimersi"
(proverbio cinese)




La vergogna è l’esperienza di sentirsi espulsi dalla connessione sociale. 

L’esclusione sociale è dolorosa e stimola le stesse aree del cervello che si attivano quando si sperimenta dolore fisico (Cozolino, 2002). A piccole dosi, la vergogna può essere utile nello sviluppo di una coscienza e di un senso di responsabilità sociale. Dato che la vergogna è potente e a base fisiologica, l’eccessivo ricorso ad essa può predisporre il bambino a problemi nella regolazione affettiva e nell’identità di sé. 

Schore (1994) differenzia correttamente la vergogna dal fenomeno della colpa che si manifesta successivamente. La colpa è una reazione più complessa, basata sul linguaggio e meno viscerale, che si verifica in un contesto sociale più ampio.

La colpa è più strettamente legata a comportamenti inaccettabili mentre la vergogna è un’emozione riguardante il sé che viene interiorizzata prima che sia sviluppata la capacità di distinguere tra l’azione e il sé. Si può agire per alleviare la colpa, ma la vergogna non offre scampo. La vergogna è essenzialmente la reazione emozionale alla perdita di sintonizzazione con il caretaker. La forza della vergogna proviene dall’esperienza di sintonizzazione come fondamentale per la vita, in parte perché, per i giovani primati, separazione e rifiuto equivalgono alla morte. Ripetuti e prolungati stati di vergogna portano alla disregolazione fisiologica che influenza negativamente lo sviluppo di reti di regolazione affettiva e di circuiti di attaccamento.

Il ritorno da stati di vergogna a stati di sintonizzazione con il genitore ripristina un equilibrio del funzionamento autonomo, sostiene la regolazione affettiva e contribuisce al graduale sviluppo dell’autoregolazione. Il ripetuto e rapido passaggio dalla vergogna a stati di sintonizzazione si consolida nell’aspettativa di un risultato positivo durante interazioni sociali difficili. Queste ripetute riparazioni sono conservate come memorie viscerali, sensoriali e motorie a tutti i livelli del sistema nervoso centrale, rendendo l’interiorizzazione di un accudimento genitoriale positivo un’esperienza pienamente corporea.   

La vergogna è rappresentata fisiologicamente in una rapida transizione da uno stato affettivo positivo a uno stato affettivo negativo e da una dominanza simpatica a una dominanza parasimpatica. Questo passaggio è innescato dall’aspettativa di sintonizzazione in uno stato positivo che trova però disapprovazione e mancata sintonizzazione nella faccia del caretaker (Schore, 1994). Una persona che si vergogna guarda in basso, china la testa e curva le spalle. Questo stato di sottomissione non è dissimile da quello di un cane quando inarca la schiena, si infila la coda tra le zampe e si allontana furtivamente. Simili posture riflettono perdita, disperazione e sottomissione in tutti gli animali sociali.


Poiché la vergogna è neurobiologicamente tossica per i bambini più grandi, queste prime esperienze preverbali possono avere effetti duraturi lungo tutto il corso della vita. Stati di vergogna prolungati nei primi periodi di vita possono portare a un funzionamento autonomo sregolato e a un intensificato senso di poter essere feriti dagli altri. Quando i genitori usano la vergogna come loro strumento primario di socializzazione, il bambino si sente ansioso, disregolato e spaventato per la propria sicurezza per un periodo di tempo eccessivo. 

Crescendo questo bambino percepisce in tutte le interazioni critica, rifiuto e abbandono. La sua vita è segnata da ansia cronica, esaurimento, depressione e da un disperato desiderio di raggiungere la perfezione.





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