Fai di me ciò che vuoi

dipinto di Mike Dargas (nella foto)



Adulti che s’impegnano ripetutamente in atti di autolesionismo provengono quasi sempre da un’infanzia piena di abusi, mancanza di attenzioni, prese in giro crudeli e umiliazioni da parte dei caretaker (Mazza, Reynolds, 1998).

Questa correlazione ha portato molti clinici a considerare il significato dell’autolesionismo come un continuo coinvolgimento psichico con genitori distruttivi.

Esperienze di abuso sono tenute in vita nelle reti della memoria sociale implicita e fanno intrusione nella consapevolezza cosciente quando sono innescate da critica, rifiuto o perdita.

Data la correlazione fra esperienze negative di attaccamento e autolesionismo, il suicidio è stato visto come un ultimo atto di compiacenza del figlio nei confronti del genitore sadico: il figlio sente che il genitore desidera la sua morte e cerca di soddisfare questo desiderio (Green, 1978).

Ripetuti tentativi di suicidio sono rinforzati non intenzionalmente dalla scarsa risposta di personale sanitario, famiglia e amici (Schwartz, 1979). Questa forma di attenzione diventa un mezzo di regolazione affettiva simile ai richiami dei giovani primati, i cui livelli di endorfine calano in assenza della madre per poi risalire quando la madre ritorna e calma i suoi piccoli. La comparsa dei sanitari sembra agire allo stesso modo.

Anche gli oppiodi endogeni sembrano implicati in gravi casi di autolesionismo e suicidio (Van der Kolk, 1988).

In caso di ferita, le endorfine procurano l’analgesia per il dolore che ci permette di continuare a combattere o scappare (Pitman, 1990).

Il circuito dell’endorfina, in origine usato per affrontare il dolore, è stato adattato dalle reti di attaccamento e di connessione, che si sono sviluppate successivamente, per rinforzare con stati emozionali positivi il comportamento affiliativo. Il sistema dell’endorfina e il suo ruolo nella modulazione dell’attaccamento e della vicinanza può essere centrale nella patologia borderline e può spiegare il fallimento del trattamento farmacologico con antidepressivi, il cui bersaglio è costituito dai sistemi neuro-trasmettitori serotoninergici e dopaminergici (Corrigan, 2000).

Gli effetti analgesici di queste sostanze morfinosimili possono spiegare anche i resoconti di riduzione dell’ansia e il senso di calma successivi alla procurata ferita o bruciatura.

La ricerca ha dimostrato che l’autolesionismo diminuisce, o cessa completamente, quando viene dato ai pazienti un farmaco per bloccare gli effetti calmanti e di rinforzo degli oppioidi endogeni (Pitman, 1990).

Il loro rilascio, in risposta alla paura e allo stress, può aiutare la maggior parte delle persone a modulare gli stati emozionali e incrementare le capacità di coping e di problem solving (Fanselow, 1986; Carroll, 1987).


Questo sistema può non venir attivato in condizioni normali nelle persone borderline, e l’autolesionismo potrebbe essere un modo per superare una soglia più alta di rilascio dell’endorfina. Quest’idea è sostenuta dal fatto che, chi riferisce analgesia durante un’automutilazione, mostra anche minore sensibilità al dolore, persino in stati di calma (Bohus, 2000).





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