Elegante spiritualità

"Il piccolo Buddha" di Bernardo Bertolucci - 1993



"Ci sono persone che sanno tutto 
e purtroppo è tutto quello che sanno"
Oscar Wilde




Il rapporto precario col mondo è la condizione di un corpo incerto.

Heinrich von Kleist, nel “Teatro delle marionette” afferma che, a differenza di quella animale che è sempre “sicura e adeguata”, la motricità umana è “turbata dalla coscienza”, per cui invece di rispondere come l’animale in modo perfettamente adeguato allo scopo, il movimento umano è trattenuto se non addirittura intralciato dalla riflessione della coscienza che nella motricità fa la sua comparsa.

Ogni movimento del nostro corpo oltre a stabilire un contatto con il mondo, veicola anche l’effetto del mondo sul corpo, che incrina la spontaneità e l’immediatezza del movimento nel suo sviluppo.

Questa impercettibile crisi, che chiede al corpo una rielaborazione del messaggio del mondo e una modificazione del movimento successivo, a partire dalla qualità del messaggio ricevuto, è l’origine della coscienza, che compare nel movimento come incrinatura del suo fluire spontaneo.

Ogni atto motorio, oltre a essere agito, è anche avvertito, ed è questo auto-avvertimento (propriocezione), in cui risuona la risposta del mondo, che origina la coscienza come interruzione e ripresa della fluidità motoria.

Questa fluidità, che siamo abituati a chiamare grazia, appare purissima.

La grazia ce l’ha chi non ha nessuna coscienza o, al contrario, un’infinita coscienza, cioè nell’animale o in Dio, per i quali il mondo non costituisce nessuna sorpresa, perché, per l’animale si apre limitatamente alle possibilità iscritte nella sua motricità istintuale, e per Dio nell’onnipotenza di uno spazio senza incognite”(Von Kleist H., Sul teatro delle marionette, 1810).

La crisi che turba la fluidità dell’atto motorio origina la coscienza come attesa che giudica in vista di un risultato, a partire dalla reazione ottenuta in risposta al primo atto motorio. In quanto apprende dalla reazione ottenuta, la coscienza è memoria; in quanto organizza la motricità successiva in vista del risultato atteso, la coscienza è futuro e, muovendo dal futuro, ridefinisce l’intenzionalità motoria.

Prima di essere una prerogativa dell’apparato psichico, l’intenzionalità è già iscritta nel più elementare atto motorio, che è sempre orientato anche quando non è nota la sua attesa anticipatrice. Se chiamiamo gesto il movimento in cui è leggibile un’intenzionalità, allora dobbiamo dire che ogni movimento umano è gesto, e che la sua gestualità è il primo abito che riveste il corpo umano rendendolo espressivo. Il gesto che tende al rito, aiuto il corpo in una dis-tensione spirituale.

L’espressione del corpo riflette lo scenario che si delinea dall’incontro delle cose con i movimenti del corpo. Incontrando l’intenzionalità dei movimenti, le cose assumono l’aspetto che l’intenzionalità del movimento conferisce ad esse, e siccome non si ha conoscenza delle cose non raggiunte, l’uomo conosce solo le cose che sono raggiunte dall’intenzionalità della sua motricità.

La conoscenza oggettiva (nel senso letterale di ob-jectum, “ciò che sta di fronte”) ha le sue prime radici nella motricità che non conosce le cose in se stesse, ma appunto nella loro oggettività, nel loro star contro all’azione motoria che le avvicina e conferisce loro un significato.
Gli elementi di questo confronto compongono le trame della memoria, che una volta solidificata, elimina crisi e turbamento agevolando la motricità successiva che, grazie alla memoria, non ricade, come la motricità, nel cerchio chiuso della ripetizione.

Possiamo leggere il rito come l’accumulo di memoria motoria, dove determinate prestazioni corporee, rigorosamente eseguite, costituiscono la base per azioni future, a partire dal successo delle azioni precedenti che il rito rievoca e consolida” (Galimberti U., Psiche e Techne, 1999)






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