Ho bisogno di te



John Bowlby, antropologo e psicoanalista, osservò i primati nel loro ambiente naturale, i bambini in orfanotrofio e, nel suo lavoro clinico, le interazioni madre-bambino.

Bowlby vide che, sia i piccoli dei primati sia i bambini, crescono bene in un contesto con adulti coerenti e premurosi. Affascinato dal delicato equilibrio fra la formazione dei legami e l’esplorazione, Bowlby sviluppò i concetti di schema di attaccamento, ricerca di vicinanza e base sicura.

Il suo lavoro, che sottolinea l’importanza tanto del contatto fisico quanto della presenza di caretaker (figura d’accudimento) coerenti, provocò un cambiamento nella cura dei bambini istituzionalizzati.

I bambini, che in precedenza erano stati accuditi da chiunque fosse disponibile, venivano ora assegnati a un caretaker ben definito per incoraggiare l’attaccamento. Le intuizioni di Bowlby hanno agito contro i pregiudizi culturali che provocavano la svalutazione dell’accudimento genitoriale.

Bowlby pensava che lo schema di attaccamento fosse la somma d’innumerevoli esperienze con i caretaker, che diventano previsioni automatiche, non coscienti dei comportamenti degli altri.

Questi schemi vengono attivati nelle successive relazioni, ci portano a evitare o ricercare la vicinanza fisica e determinano anche la nostra capacità di utilizzare le relazioni per mantenere l’omeostasi fisiologica e regolare le nostre emozioni.

Gli schemi di attaccamento sono particolarmente evidenti in situazioni di stress per il loro ruolo fondamentale nella regolazione affettiva. Questi schemi di memoria implicita sono vincolanti, cioè vengono attivati automaticamente prima ancora che noi possiamo diventare consapevoli delle persone con cui stiamo per interagire.

Gli schemi modellano la nostra esperienza cosciente degli altri, attivando valutazioni rapide e automatiche, molto prima che noi possiamo diventare consapevoli della nostra percezione degli altri. Decine di lavori ispirati alla teoria di Bowlby aprono uno spiraglio sulla memoria sociale implicita dell’attaccamento.

John Bowlby (1907-1990)


Le distorsioni da un attaccamento sicuro possono produrre uno schema di attaccamento:

- Evitante

I bambini con questo tipo di attaccamento hanno solitamente una madre distanziante; a loro volta i bambini ignorano la madre quando ricompare dopo essersi allontanato per un po’ (strange situation di Mary Ainsworth). Questi bambini si limitano a lanciare uno sguardo, quando non evitano totalmente di guardarla. Nonostante la loro preoccupazione per l’estraneo, è come se questi bambini non si aspettassero che la madre potesse essere fonte di consolazione e pensino che sarebbe stato più facile regolare da soli le proprie emozioni. Questi bambini hanno imparato che la disattenzione o il ritiro della madre intensifica lo stress che per qualche motivo stanno sperimentando.

- Ansioso-ambivalente

In questo schema di attaccamento i bambini cercano la vicinanza ma non sono facilmente consolabili e riprendono a giocare solo lentamente. Questi bambini hanno spesso una madre invischiata e non coerentemente disponibile e il disagio della madre sembra peggiorare il loro stress. Il loro lento ritorno al gioco e la continua disregolazione emotiva può riflettere l’interiorizzazione dell’ansia della madre e la mancanza di una base sicura. Questi bambini tendono a rimanere maggiormente aggrappati (strange situation) ed esplorano meno l’ambiente.

- Disorganizzato

I bambini che presentano questo schema di attaccamento al momento della riunione con i genitori, dopo una breve e improvvisa separazione, mostrano comportamenti caotici e autolesivi: si dondolano, cadono, si picchiano e sono incapaci di calmarsi. Mostrano espressioni simili a quelle della trance, si immobilizzano e rimangono come congelati e mantengono posizioni scomode. E’ come se stessero cercando simultaneamente di avvicinarsi alla madre per ottenere sicurezza e di evitarla per mettersi in salvo. Il tumulto interno che ne risulta li disregola al punto tale che il loro adattamento, le loro capacità di coping del comportamento adulto e persino le capacità motorie sembrano crollare. Spesso questi bambini sono figli di madri ancora alle prese con l’elaborazione di un lutto o di un trauma. Queste donne presentano svariati sintomi del disturbo post-traumatico e ricorrono a difese dissociative o primitive.



Il cosmo e il piacere

"Cinquanta sfumature di grigio" di Sam Taylor-Johnson - 2015


Perché un adulto si senta appagato, tutte le parti del suo essere: la mente, il cuore e i genitali, devono trovarsi in un rapporto soddisfacente.

L’appagamento provocato da una tale sensazione di interezza è percepito con più intensità nel tipo di orgasmo in cui egli prova piacere.

Questo concetto di appagamento orgasmico fu enunciato da Wilhelm Reich nel 1924.

Reich osservò che, tra i suoi pazienti in analisi, quelli che arrivavano ad abbandonarsi così totalmente all’orgasmo riuscivano a guarire dai loro sintomi nevrotici. Reich scoprì inoltre che questa capacità distingueva gli individui sani dalla maggior parte della gente. Al momento della formulazione di questa teoria, Reich era un eminente membro della società di Psicoanalisi di Vienna costituitasi intorno a Freud.

Tuttavia, l’adozione del concetto di orgasmo totale come criterio per giudicare il benessere emotivo e mentale nell’individuo fu respinto dai suoi colleghi psicoanalisti. Come poteva tale criterio essere utile, essi domandavano, quando si conoscevano così tanti casi di pazienti nevrotici che non accusavano alcun disturbo nella vita sessuale e arrivavano regolarmente all’orgasmo?

Divenne evidente per Reich che lui e i suoi colleghi avevano, dell’esperienza dell’orgasmo, concetti molto diversi.

Gli psicoanalisti designavano come orgasmo, per la donna, qualsiasi rilassamento, anche se minimo e, per l’uomo, qualsiasi eiaculazione per quanto scarso fosse il coinvolgimento emotivo.

Oggi molta gente parla dell’orgasmo in questo modo e molti sessuologi sostengono tale maniera di intendere; ma definire l’esperienza dell’orgasmo con il termine di rilassamento equivale a travisare il significato profondo e recondito, che lo rende qualcosa di eccezionale.



Reich aveva in mente una reazione che coinvolgeva tutto il corpo in onde di convulsioni piacevoli. Al culmine dell’orgasmo, l’Io è sopraffatto e travolto da un fiume di sensazioni. Un profondo senso di appagamento, soddisfazione e benessere accompagna una tale reazione.
Di notte, la persona si addormenta subito dopo l’orgasmo e, al mattino, si può sentire ringiovanita e molto più vitale.

Durante un orgasmo totale, la consapevolezza di sé scompare in una simbiosi con la persona amata; quindi l’amore raggiunge la sua meta finale, l’unione delle due metà. In molti casi, si avverte anche un senso di unità con l’universo pulsante e questa sensazione conforta le tesi di Reich che nell’orgasmo la persona prova un senso d’identificazione con i processi cosmici e esce dalla propria individualità.


Una sensazione di orgasmo totale mi venne riferita da uno dei miei pazienti, il giorno in cui la sua ragazza gli annunciò di volerlo lasciare. A tale notizia il mio paziente si mise a singhiozzare e le dichiarò il suo amore; lei reagì in modo affettuoso e fecero l’amore. Nell’orgasmo il respiro divenne più rapido e profondo e il bacino si mosse in armonia con il respiro e con l’impeto dell’eiaculazione. Ondate di piacere e liberazione gli attraversarono tutto il corpo. Si sentì una cosa sola con la donna amata e con il mondo e, dopo l’orgasmo, sentì una pace e un appagamento profondi. Il giorno dopo era ancora consapevole di aver provato una sensazione straordinaria. Si sentiva il cuore così aperto che gli parve di poter avvertire il battito degli altri cuori. L’esperienza era stata così appagante da desiderare ardentemente di ripeterla. Fino a oggi, egli non ne è stato più capace, sebbene lui e la ragazza siano rimasti insieme” (Lowen A., Amore, sesso e cuore, 1988).

Appunti su un'analisi

"In Treatment" di HBO - 2008/2010


Le prime sedute della terapia furono caratterizzate analiticamente dalla necessità di realizzare un certo equilibrio tra la rivendicazione di diritti, che il paziente riteneva sacrosanti in base alla valutazione delle sue capacità, e la ricompensa, che si basava sulla sua produttività. 

Le sedute terapeutiche erano settimanali, e duravano un’ora. All’inizio della seduta non mancava di ricordare quant’era buono e quanto lo sottovalutavano. Illustrò bene il suo caso. Il linguaggio era fluente e le parole scelte con proprietà; la sua critica ai rapporti tra datore di lavoro e dipendenti e l’analisi del suo direttore erano ben argomentate, anche se non aveva sentore della lotta che comporta qualsiasi tentativo di sviluppare una piccola azienda; mostrava un esagerato narcisismo e mancava di sensibilità per i problemi altrui.

È interessante a questo punto analizzare la struttura fisica del paziente. 
Aveva una figura ben sviluppata, ed era leggermente più alto della media e ben proporzionato. L’elemento di maggiore disturbo nel suo aspetto fisico era lo sterno depresso, con una protuberanza nelle costole inferiori che ricordava un petto di pollo; i muscoli pettorali erano prominenti e parevano ipertrofizzati; le spalle erano sollevate, il collo più sottile di quanto si possa immaginare in una struttura fisica di questo genere; la testa e il viso erano regolari, senza distorsioni evidenti; il diaframma era sollevato e contratto, e ciò probabilmente spiegava la protuberanza delle costole inferiori; il ventre era piatto e pareva come privo di pienezza; le gambe non sembravano particolarmente deboli.

I movimenti respiratori erano limitati al torace, che appariva mobile, mentre le spalle non partecipavano a questi movimenti. Né l’inspirazione né l’espirazione coinvolgevano l’addome in misura visibile; il diaframma manteneva la sua posizione contratta. Una forte estensione delle braccia produceva notevoli tremori nelle spalle, nel collo e nella testa. Nell’atto di percuotere i cuscini, sul suo volto compariva una ben definita espressione di collera – i denti erano scoperti, le narici e gli occhi dilatati. I colpi mancavano tuttavia di risonanza e il paziente saltava ogni volta che ne sferrava uno.

Le spalle, le braccia e il corpo si muovevano come un pezzo unico, quasi fossero congelati insieme. Era evidente che un anello di tensione estremamente forte circondava il corpo all’altezza del cingolo scapolare. Ciò era particolarmente evidente nella tensione dei muscoli pettorali.
Se era facile provocare l’ira del paziente invitandolo a picchiare, l’emozione non persisteva a lungo. Dopo pochi movimenti egli restava senza fiato, affannato e stanco e non di rado l’atto di colpire provocava sentimenti di impotenza e si concludeva nel pianto.

"In Treatment" di HBO - 2008/2010


Era giustificato diagnosticare la presenza di oralità per il susseguirsi di periodi di depressione. Si poteva addirittura definire orale la struttura caratteriale complessiva. Ciò significa che il modello dominante di comportamento è determinato da tendenze orali. Da una parte abbiamo le osservazioni del paziente sui sentimenti, radicati in profondità, di solitudine, di delusione e d’impotenza; dall’altra c’è il narcisismo, l’evidente bisogno di attenzione e di approvazione e il desiderio di essere nutrito. Il paziente ammise che in un certo periodo della sua vita era stato un mangiatore ingordo e piuttosto grasso.

Prioritaria è la questione della mancanza di successo nel lavoro. In genere si rileva in questi caratteri un’incapacità a conservare un lavoro per un certo periodo di tempo. Non di rado questo atteggiamento si trasforma in ribellione contro la necessità di lavorare oppure, più comunemente, contro le prestazioni che l’impiego richiede.

Il mio paziente mostrava chiaramente questo atteggiamento. Eppure l’alternativa al lavoro, come potei fargli notare sulla base della sua esperienza, era la depressione. Per quanto gli risultasse difficile, dati i suoi problemi, soddisfare le richieste della realtà, non c’era altra via d’uscita. Dovette ammettere, settimana dopo settimana, nel corso della terapia, che nonostante i suoi risentimenti e le sue lamentele, lavorando si sentiva meglio di prima. 

Di aiuto enorme fu la terapia fisica che tendeva ad allentare le tensioni, a migliorare la respirazione e ad aumentare il suo potenziale energetico. Sotto questo aspetto era un paziente che collaborava moltissimo,  e percuoteva i cuscini finché non aveva fiato. 

Gradualmente la sua capacità vitale aumentò e fu in grado di affrontare un’attività continuativa per periodi più lunghi.



(tratto da "Il linguaggio del corpo" di Alexander Lowen, 1985)  

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...