Social Network Psichico

backstage selfie Oscar 2014


“I pensieri connessi tra loro, così come noi li avvertiamo in connessione, sono ciò che intendiamo per Sé individuali” (James W., Psychology: briefer corse, 1892).

Quando William James parla di “pensieri”, riferito al flusso di coscienza, sintetizza il movimento di immagini, ricordi, idee, fantasie che vengono avvertiti in quei momenti in cui la nostra attenzione scivola via da ciò che ci circonda. 

Ciò che è fondamentale in questa esperienza è la sua forma non lineare, che ricorda quella del gioco. Il gioco poggia su un sentimento tipicamente caratterizzato da calore e intimità. Alla base del flusso di vita interiore e mescolato a esso, c’è il sentimento del corpo, che ci accompagna di continuo. 

Spesso non ce ne accorgiamo neppure, sebbene esso sia in fluttuazione con lo stato del Sé, che a sua volta è influenzato dalle varie forme delle nostre relazioni interpersonali. 

Il tipo di Sé suggerito da James è vitale. Esso comporta cambiamenti e possibilità, libertà e varietà. Non è statico e non è una struttura nel senso del gergo tecnico psicoanalitico. E’ piuttosto un processo, come lo intende Fritz Perls (psicologia della gestalt). Il Sé, nella sua continuità, non è mai uguale a se stesso. La sua natura progressiva e sequenziale ricorda la forma della narrazione o, meglio ancora, la forma di un dialogo.

William James (1842 - 1910)


Il flusso di coscienza s'identifica con il me, e questo fa sorgere un problema circa la mutevolezza dell’esperienza nel flusso di vita interiore. Le fluttuazioni a carico del Sé come flusso di coscienza sono notevoli. Quando l’individuo è da solo, in un momento di riflessione, assorto, il flusso di coscienza è in primo piano. 

Molto più spesso, in realtà, esso fa da sottofondo ai dialoghi della vita quotidiana. Questo sottofondo costituisce una sorgente per il flusso colloquiale. La molteplicità dei rapporti colloquiali amplifica la varietà dei Sé. Come affermava James, noi siamo una comunità di vari Sé. E questo tutto sommato è un aspetto problematico; presuppone che l’esistenza personale sia potenzialmente frammentata, discontinua, multipla. E’ un’ipotesi che contraddice la comune credenza che la persona sia qualcosa di coeso e unitario.

Il problema è risolto, in parte, da quell'istanza psichica chiamata "Io"

Il termine "Io" definisce una posizione, una prospettiva da cui viene diretta l’attenzione, dando forma in questo modo a una realtà individuale, che è in uno stato di incessante cambiamento. L’Io è una costante, ed è il mezzo attraverso il quale l’esistenza personale può essere unificata. In questo modo, l’individualità di ciascuno può essere concepita come una “varietà unificata”.

Questa soluzione alla questione della potenziale molteplicità del Sé non elimina la difficoltà di equiparare il flusso di coscienza al me. Il flusso di coscienza non solo è variabile, può anche essere assente. Questa esperienza può essere vissuta quando proviamo paura o terrore. 

Siamo consapevoli della sorgente della minaccia, dell’affetto intenso e delle sensazioni corporee, come il battito cardiaco e la contrazione delle viscere. In situazioni di questo genere possiamo dire che siamo privi del Sé. Ma il me rimane. C’è ancora qualcosa che possiamo riconoscere come nostro, anche fosse soltanto la sgradevole sensazione di avere paura.

James affrontò la questione ipotizzando l’esistenza di diversi tipi di me

"The social network" di David Fincher - 2010


“Nel più ampio senso possibile, il me di un uomo è la somma totale di tutto ciò che egli può definire suo” (James W., 1892).

Ciò comprende non solo esperienze della vita interiore, ma anche tutti quegli aspetti della persona che appaiono al mondo esterno e che costituiscono la sua “identità”. Fatto ancora più importante il me ha una corporeità. E’ proprio tramite il corpo che i diversi aspetti del me vengono unificati.

James Mark Baldwin (1906) considerava il corpo capace di guardare in due direzioni contemporaneamente. Esso è esterno nella forma riconosciuta dagli altri; ma è anche il luogo dove viene avvertito lo svolgersi di una vita interiore, ciò che Wilfred Bion (1957) riconosceva come la capacità simultanea di essere contenitore e contenuto.

I due aspetti dell’essenza del me sono integrati, i due contenuti parziali, interno ed esterno, si integrano in un tutto più ampio di esperienza. Possiamo ora distinguere tre aspetti dell’individuo che chiamiamo Io, me, Sé. L’ultimo viene vissuto come interiore, anche se non completamente. 

Questo tipo di distinzione è naturalmente un’astrazione, dato che questi aspetti differenziabili dell’essenza individuale non possono essere disgiunti l’uno dall’altro. Tenendo inoltre a mente che, nonostante in questo schema il sia distinto dal me, il flusso di coscienza è avvolto da un senso del me, dal suo essere avvertito come mio che è la più importante delle sue caratteristiche. 

Questo me che interessa la vita interiore è avvertito come uno strato profondo, un nucleo di esistenza personale. E’ “il Sé di tutti gli altri Sé” (James W., 1892) e si accompagna a un sentimento che gli dà valore. Questo me è comunque un'esperienza fragile, che può subire dei danni. Chi ha subìto dei traumi ha un ridotto senso del valore personale e dell’essenza del me che è al centro della propria persona. E’ un individuo che può arrivare a dire “non sono nessuno, in nessun luogo”. 





Post più popolari