La paura nascosta nei muscoli



L'ansia, in qualunque forma essa si presenti, potrebbe essersi formata per successive modificazioni a partire da quella serie condizionata di riflessi che costituisce la risposta innata di protezione da una caduta dall'alto. 

Si ipotizza che il proto-uomo vivesse sugli alberi.

Anche una minima eccitazione del ramo vestibolare del nervo uditivo, è accompagnata da un aumento di tono dei flessori, da un arresto del respiro e da un'accelerazione del polso. 

In ogni riflesso si può distinguere la stessa successione di fasi: la reazione immediata che annulla o riduce l'effetto dello stimolo, e l'effetto successivo che, in generale, tende a eliminare l'alterazione prodotta dalla reazione nell'organismo per riportarlo allo stato originale. 

Allo stesso modo lo stimolo della caduta produce una perturbazione che mette in azione tutti i riflessi di raddrizzamento. Le sensazioni di paura e ansia dovute alla perturbazione della regione diaframmatica e cardiaca, sono effettivamente smorzate dal perdurare della contrazione generalizzata dei flessori, e in particolare di quelli della regione addominale.

Il corpo che cade contrae i flessori per impedire al capo di sbattere contro il terreno e per rafforzare la colonna vertebrale inarcandola. Nell'adulto, la stessa risposta gli fa abbassare la testa, lo fa rattrappire, gli fa piegare le ginocchia e arrestare il respiro. Gli arti vengono portati più vicini al corpo, davanti alle viscere, prive di protezione. 

Questo atteggiamento offre la miglior protezione possibile e infonde un senso di sicurezza. Le contrazioni dei flessori, se mantenute, servono a ripristinare il normale stato di calma.

“Il modello di contrazione dei flessori è ripristinato ogni volta che l'individuo ritorna all'auto-protezione passiva, o perché gli mancano i mezzi di resistenza attiva, o perché dubita della propria capacità di difendersi attivamente. I muscoli estensori, o antigravitari, sono per forza inibiti parzialmente. Secondo la mia personale osservazione, tutti gli individui classificati come introversi hanno una qualche abituale rigidità degli estensori; perciò o la testa, o le articolazioni dell'anca sporgono in avanti più del normale; la persona gira su stessa con movimenti indiretti e tortuosi, e non nel modo più semplice e diretto. Gli estroversi hanno invece una postura e un'andatura più erette” (Feldenkrais M., Il corpo e il comportamento maturo sul sesso, l'ansia e la forza di gravità, 1949).

"The Wrestler" di Darren Aronofsky - 2008


La contrazione muscolare, controllabile con la volontà, dà un senso di potere e di controllo sulle sensazioni e sulle emozioni. 

A ogni stato emotivo corrisponde un personale schema condizionato di contrazioni muscolari, senza il quale tale stato emotivo non esisterebbe. E' raro vedere bambini piccoli con il capo mal bilanciato, in essi non c'è interferenza volontaria nel controllo muscolare, e in tutti il capo è equilibrato. 

Ripetuti turbamenti emotivi condizionano il bambino ad adottare atteggiamenti che gli procurano un senso di sicurezza e gli permettono di alleviare l'ansia. Questa sicurezza passiva è indotta dalla contrazione dei flessori e dall'inibizione degli estensori. Perciò in tutte le persone che soffrono di disturbi emotivi si osservano direttive atte a inibire gli estensori. 

A lungo andare ciò diventa abituale e passa inosservato, ma finisce per influenzare l'intero carattere. Gli estensori parzialmente inibiti si indeboliscono, l'articolazione dell'anca si flette e il capo sporge in avanti. Il rinforzo a questo atteggiamento è che il capo sporgendo in avanti assume anche significato di sfida e quindi di negazione della paura. Le gambe ritratte danno all'incedere un carattere di leggerezza e incertezza, dovuto alla contrazione dei muscoli dell'anca che sollevano parzialmente la parte posteriore del piede. L'individuo, in questo modo, si trova incastrato tra l'essere spaventato e negare di esserlo, in una condizione che Lowen chiamerebbe fissazione (hang-up).      

Ogni individuo potrebbe trovarsi, prima o poi, in una condizione del genere. Anche lo psicoterapeuta. Il punto di fissazione dello psicoterapeuta potrebbe essere risvegliato dal punto di fissazione del paziente, per effetto di contiguità. 

Se lo psicoterapeuta ha imparato dal proprio dolore e allenato la capacità alla resa e all’abbandono ai bisogni del corpo, avrà maggiori possibilità di essere disponibile alla cura del paziente perché, in fin dei conti, ha già accettato la cura di se stesso.



La discesa nelle profondità dell’inconscio e della sofferenza propria e del paziente, potranno somigliare ad una caduta, con le relative risposte neuro-vegetative. L’ansia e la vertigine controtransferale si potrebbero popolare di scene della vita privata del terapeuta e l’angoscia potrebbe alimentare difese quali la razionalizzazione, la scissione, lo spostamento, ecc. A questo punto è utile tornare al corpo per ricostruire il senso del procedimento terapeutico:


“Per chi è malato il mondo perde la sua fisionomia perché diminuisce, se addirittura non si interrompe, quel dialogo tra corpo e mondo grazie al quale le cose si caricavano delle intenzioni del corpo e il corpo raccoglieva quei sensi che erano genericamente diffusi tra le cose. Ora a far senso non è più il mondo, ma il corpo che la malattia trasforma da soggetto di intenzioni a oggetto d’attenzione” (Galimberti U., Il corpo, 1983).

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