Il sadismo e l'esperienza dell'esclusione

"La vendetta dei Sith" di George Lucas - 2005


Il comportamento sadico prende rinforzo da una condizione sociale diffusa.
La nevrosi, come Freud l’ha descritta, è un conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. 

Come conflitto, la nevrosi, trova il suo spazio espressivo nella società della disciplina com’era quella di Freud, che si alimentava della contrapposizione permesso/proibito. Una macchina che regolava l’individualità fino a tutti gli anni cinquanta e sessanta, del secolo scorso. Poi, a partire dagli anni settanta, per influenza della cultura americana, la contrapposizione tra permesso e proibito tramonta, per far spazio a una contrapposizione tra il possibile e l’impossibile. 

In termini sociali, il rapporto tra gli individui è regolato sulla misura di un individuo ideale che non è più obbediente e disciplinato ma pieno di iniziativa, di progetti e in grado di ottenere la massima espressione di sé. 

L’individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa (per cui il vissuto di colpevolezza era il nucleo delle sofferenze psichiche), ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato, guadagnando, per effetto di quella valutazione, un adeguato o inadeguato concetto di sé.

In uno scenario sociale dove non c’è una norma perché tutto è possibile, la depressione si origina da un senso di insufficienza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso. 

Questo mutamento della sofferenza psichica si segnala nella sintomatologia dove la tristezza, il dolore morale, il senso di colpa passano in secondo piano rispetto all’ansia, all’insonnia, all’inibizione, cioè alla fatica di essere se stessi.

"Caino uccide Abele" di Tiziano - 1544


In una società dove la norma non è più fondata sull’esperienza della colpa e della disciplina interiore, ma sulla responsabilità individuale, sulla capacità di iniziativa, sull’autonomia nell’azione, il disagio psichico tende a configurarsi non più come una perdita della gioia di vivere, ma come una patologia dell’azione, e il suo asse sintomatologico si sposta dalla tristezza all’inibizione, alla perdita di iniziativa, in un contesto sociale dove realizzare iniziative è assunto come criterio decisivo per misurare il valore di una persona.

Quando l’orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che ci si pone alle soglie della sofferenza psichica non è: “Ho il diritto di compiere questa azione?”, ma “sono in grado di compiere quest’azione?”. 

Il risarcimento che il sadico chiede, permette di valicare i limiti del rispetto della vita e dell’integrità dell’altro e nell’imposizione di un proprio desiderio, egli prende ciò che sente suo, il corpo altrui. Se riesce a farlo, lo può fare.  
  
L’autocoscienza è coscienza della propria esclusione. E’ vedersi come oggetto, ob-jectum, come gettato via, escluso. 

Nell’atto che il perverso compie in presenza di qualcun altro, questo oggetto viene escluso e vissuto come terzo, esterno alla coppia. L’esclusione è essenziale nel compimento della perversione, perché permette l’allontanamento del terzo che in origine era il soggetto stesso della perversione. 

Il bambino, che per lungo tempo si sente escluso dalla sessualità dei genitori, sviluppa un’autocoscienza che è coscienza della propria esclusione. Da adulto potrà liberarsi da questa autocoscienza frustrante, ricreando una sessualità perversa triangolare, che gli permetta di annullare l’idea dell’esclusione originaria.



In fondo, la questione della perversione non è se l’altro è utilizzato o no, come oggetto, oppure se in fondo tutta la sessualità è perversione. Prima ancora di arrivare alla relazione con l’altro, la perversione è caratteristica del soggetto, ed è espressione della qualità della sua autocoscienza, di come ha saputo governare la frustrante esclusione dal mondo adulto durante la sua infanzia. 


Nel setting terapeutico ciascuna perversione può riproporre la propria modalità di relazione e gradualmente, grazie all’affidabilità della presenza del corpo del terapeuta, passare a una relazione più amorevole. Il cliente perverso che si oggettivizza, potrà sentirsi sempre più parte della coppia terapeutica e sviluppare amore per se stesso. 

Dall’amore sensuale che già conosce, e che deriva dalle fantasie infantili sulla sessualità adulta, potrà accedere all’amore caritas per se stesso. Potrà reintegrare la parte umiliata, esclusa dell’autocoscienza e godere completamente della pietà per sé.

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