Psiche & Gruppo


All Blacks


Wilfred Bion indica il gruppo di lavoro come un livello di funzionamento mentale che implica contatto con la realtà, tolleranza alle frustrazioni, controllo delle emozioni e volontà di collaborazione (Bion, 1961). 

L'autore richiama le parole di Freud per mostrare una similarità tra le caratteristiche del gruppo di lavoro e quelle che "Freud attribuisce all'Io quando parla dell'individuo" (Bion, 1961). 

La partecipazione al gruppo di lavoro "implica funzioni quali l'attenzione, subordinazione del principio di piacere al principio di realtà, attività di pensiero quale azione, sviluppo ed uso dei processi secondari, capacità di rappresentazione verbale e di simbolizzazione" (Freud S., 1911, Precisazioni sui due principi dell'accadere psichico, in Opere, vol. VI, 1974). 

Questa tendenza si contrappone ad altre presente negli individui che danno vita al gruppo in assunto di base. Il concetto di assunto di base indica un aspetto universale della vita mentale: la tendenza dell'individuo a combinarsi e involontariamente con un altro (o più altri) per condividere un assunto di base ed agire in accordo ad esso. 

Tale tendenza, come tutte le manifestazioni connesse con gli assunti di base, non dipende dalle motivazioni dell'individuo, ma piuttosto da un aspetto della sua mente che risponde automaticamente alla appartenenza ad un gruppo. Ciò evidenzia la scissione tra "aspetti membro" e "aspetti individuo" della personalità. 



Bion afferma: "Molte sono le tecniche usate per studiare le funzioni del gruppo di lavoro. Per studiare i fenomeni degli assunti di base ritengo essenziale la psicoanalisi o qualche tecnica analoga derivata direttamente da essa" (Bion, 1961). 

L'assunto di base è un concetto che circoscrive e dà risalto a quei fenomeni irrazionali ed inconsci che sono il terreno elettivo per un'indagine psicoanalitica. Pur trattandosi di un aspetto universale dello psichismo umano, la fenomenologia degli assunti di base può essere messa adeguatamente in rilievo solo in un setting di gruppo. 

Gli assunti di base di dipendenza, accoppiamento e attacco-fuga, esprimono tre modalità di relazione che i partecipanti al gruppo hanno con un capo: nella dipendenza il gruppo si pone in una condizione di attesa di soluzioni salvifiche dal capo, nell'accoppiamento attende queste risposte da un capo ancora non-nato da una coppia reale interna al gruppo, mentre nell'attacco-fuga il gruppo reagisce sottraendosi o cercando di annullare le proposte di lavoro fatte dal capo. 

Wilfred Ruprecht Bion


Nella mentalità dominata da un assunto di base il tempo non svolge alcun ruolo, per cui tutte le attività che richiedono consapevolezza del tempo sono comprese in modo imperfetto e tendono a determinare sentimenti persecutori. Negli assunti di base c'è una completa assenza di ogni processo di sviluppo e gli stimoli a uno sviluppo incontrano una risposta ostile. 

Quest'ostilità tende a far sì che: "La reazione al manifestarsi della persona o dell'idea messianica assuma una forma aberrante, invece di esaurirsi nel cambiamento ciclico da un assunto di base a un altro. Infatti, se un gruppo desidera evitare ogni sviluppo, il modo più semplice per ottenere questo risultato è quello di lasciarsi sopraffare dalla mentalità in assunto di base; il gruppo si avvicina così all'unico tipo di vita mentale in cui non si richiede una capacità di sviluppo. Il compenso principale di un tale cambiamento sembra consistere in un accresciuto e piacevole sentimento di vitalità" (Bion W. R., Esperienze nei gruppi, 1961).

Grande Fratello 2014

E' insito nell'uomo e, in misura maggiore, negli uomini riuniti in gruppo, il desiderio di sicurezza che porta ad evitare la sofferenza connessa con l'apprendere dall'esperienza: a tale scopo possono essere utilizzati dal piccolo gruppo analitico tutta una serie di favole e leggende (pregiudizi) che sono espressione di una cultura di gruppo dominata dagli assunti di base. 

Bion (1961) si dimostra fiducioso circa la forza e l'influenza che il gruppo di lavoro può avere sulla possibilità di far prevalere il metodo scientifico su tali pregiudizi, e quindi sulla capacità dei membri di far entrare in contatto il livello razionale con il livello emotivo della vita del gruppo: "Secondo me uno degli aspetti più sorprendenti del gruppo è il fatto che, nonostante l'influenza degli assunti di base, il gruppo razionale o di lavoro alla fine riesce a trionfare" (Bion, 1961).

Psiche, Istituzione & Legame

"L'attimo fuggente" di Peter Weir - 1989


Tre grandi principi determinano un legame istituzionale (Kaes, 1996):

1. Il passaggio dallo stato di natura allo stato di cultura. Lévi-Strauss ha mostrato che il ruolo primordiale della cultura è di assicurare l'esistenza di un gruppo sostituendo l'organizzazione al caso, in modo che sia assicurato il controllo e la ripartizione di beni, in seno al gruppo.

2. La regolamentazione dei desideri e degli scambi. I legami istituiti e ogni istituzione esigono che i desideri siano canalizzati, repressi o deviati. L'istituzione deve produrre e far regnare ordine e controllo per effettuare il passaggio dalla natura alla cultura.

3. La prescrizione dei legami è il terzo principio organizzatore. Posti, funzioni vengono assegnati secondo i termini di un'organizzazione e di un codice che non è retto da ciascuno dei soggetti considerati nella loro singolarità, compresa quella del soggetto dell'istituzione, ma dall'istituzione stessa.

René Kaes


L'istituzione è una creazione sociale. Essa partecipa ai processi della produzione-riproduzione della società esercitando l'organizzazione dei compiti socialmente necessari: rappresentazioni del compito dell'istituzione, struttura della comunicazione, assegnazione di status e di ruoli regolati dalle reti sociali, gerarchie funzionali, controllo sociale. 

L'istituzione è organizzata nel quadro giuridico che regola i rapporti intra e inter-istituzionali: i rapporti tra soggetti dell'istituzione e i rapporti di ciascuno con l'istituzione sono mediati e prescritti dal ricorso alla Legge contro l'arbitrario. Nessuna istituzione può mantenersi nel proprio progetto senza che venga esercitato il potere politico che ne sostiene la realizzazione. 

Il potere politico si esercita nell'istituzione e verso la società attraverso i processi dell'influenza che rendono possibile la presa di decisione e le modalità delle azioni, esso regola i rapporti di dominanza, di rivalità e di sottomissione in cui vengono perseguiti gli interessi di ciascuno e i fini propri dell'istituzione. 

La dimensione culturale interessa i sistemi di rappresentazione e d'interpretazione che organizzano la formazione del senso dell'istituzione, sui significati condivisi in quanto partecipano di credenze comuni ed esprimono dei valori e delle norme, e in questo contribuiscono a definire l'identità dell'istituzione e i punti di riferimento dei suoi membri. 



La realtà psichica dell'istituzione interferisce con tutte queste dimensioni e un compito prioritario è reperire gli spostamenti che possono avvenire da un ordine di realtà a un altro. 

Le dimensioni psichiche si possono osservare da tre punti di vista:

1. L'istituzione mobilita nei suoi soggetti delle funzioni e dei processi psichici, li canalizza, li controlla e li domina. Queste mobilitazioni hanno un effetto organizzatore della realtà psichica della e nella istituzione.

2. L'istituzione svolge funzioni psichiche fondamentali, tra cui quelle di proporre possibilità di realizzare delle mete e il compimento parziale di scenari emotivi personali. Essa permette anche la realizzazione simbolica dell'affiliazione e dell'appartenenza a un insieme, della continuità narcisistica e della partecipazione a ideali comuni. 

3. L'istituzione, in quanto insieme, impone ai suoi soggetti un'esigenza di lavoro psichico sulle formazioni e i processi del legame istituzionale: l'istituzione come oggetto, i membri dell'istituzione, i loro legami. 
   
L'economia dell'istituzione si caratterizza per un sistema di tensione tra ciò che è la struttura, dandole un aspetto di continuità rassicurante e una circolazione di affetti e di investimenti che le conferisce energia che partecipa alle sue trasformazioni (Pinel, 1996). Questo sistema di tensione, sempre precario, è stato assimilato (Freud, 1921) all'oscillazione tra la mania e la depressione

Le istituzioni, sono attraversate da movimenti di oscillazione che si traducono in congiunzioni e disgiunzioni, associazioni e dissociazioni (Kaes, 1994). 
L'istituzione è un assemblaggio di registri (psichici, emotivi, sociali, gruppali) e di logiche (emotiva, individuale, gruppale, sociale) di livelli differenti. 

Modern Family


Registri dell'istituzione: 
- intra-psichico, il contenitore istituito è istituente la relazione tra il sé che esperisce e l'Io che processa l'esperienza e gli dà significato; 
- inter-psichico, l'istituzione è il significante della relazione tra due Io che processano l'esperienza, partecipa al significato dell'esperienza dei sé, può essere bi-personale e gruppale; 
- sociale, la collocazione della forma ultima dell'inter-psichico nell'inter-istituzionale, riguarda spesso i profili del modello d'intervento; 
- emotivo, di due ordini: 1. il sé soggetto dell'esperienza, 2. il sé oggetto del processo dell'Io, nel primo si può parlare di emozione, nel secondo di sentimento, in quanto procedura del sentire. Modificazione di uno stato che arriva alla soglia della percezione. 


    Collocandosi all'incrocio tra il dentro e il fuori, segnalando i rapporti del singolare con il plurale, dell'intra e dell'intersoggettivo, l'istituzione è un'istanza particolarmente sensibile agli effetti dello slegamento dei legami

Che si manifesti attraverso una deregolazione parziale, un disinvestimento globale e una messa in crisi catastrofica, la deregolazione dei legami istituzionali si accompagna a una sofferenza psichica che affligge le persone e i gruppi che compongono l'insieme istituito. 

Pinel tenta di sostenere un'ipotesi: i fenomeni di slegamento patologico dei legami istituzionali vengono rivelati da una deregolazione economica gruppale. Che si manifestino per l'eccesso o la mancanza d'investimenti, essi procedono dalla negatività (il negativo è inteso come volontà a non procedere e preservare un pensiero concreto invalidante). 

Che personalità ho? - Capitolo Terzo -

"Il pensatore" di Cinzia Casalino - 2003


Scopri se ti riconosci in una o più delle seguenti definizioni comportamentali. Non è una diagnosi psichiatrica, ma potrai verificare in che modo il tuo carattere tende a difendersi attraverso il funzionamento della tua mente. Con il terzo e ultimo capitolo ci focalizziamo sui funzionamenti di area paranoide.


°°°


1. Sospetti di essere sfruttato/a o danneggiato/a
2. Dubiti della lealtà degli amici
3. Hai timore a confidarti con gli amici
4. Le parole degli altri ti sembrano spesso dei rimproveri
5. Ti è familiare sentire rancore verso gli altri
6. Hai timore di essere tradito/a

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, la tua mente tende ad essere paranoica.


Lo stereotipo è Paul Newman in "La gatta sul tetto che scotta"



°°°


1. Non provi desiderio o piacere ad avere relazioni strette con altre persone, inclusa la tua famiglia
2. Preferisci attività solitarie o che implicano relazioni superficiali
3. Hai poco interesse per esperienze sessuali reali
4. Provi poco piacere nello svolgere attività
5. Appari emotivamente indifferente a critiche o elogi
6. Dimostri freddezza emotiva
7. Hai poche amicizie strette oltre ai parenti di primo grado

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, la tua mente sta funzionando in modalità schizoide.


Lo stereotipo è Toni Servillo in "La grande bellezza"



°°°


1. Hai idee di riferimento (tendi a spiegare gli avvenimenti sempre con la stessa logica)
2. Hai un pensiero magico sulla realtà, che influenza il tuo comportamento
3. Provi esperienze percettive insolite e parli in modo particolare: vago, elusivo, metaforico, troppo elaborato, stereotipato
4. Sei sospettoso/a
5. Ti capita di avere un'affettività inappropriata ai contesti
6. Hai un comportamento eccentrico
7. Hai pochi amici stetti
8. Provi un'ansia sociale di natura paranoica

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, la tua mente tende ad essere schizotipica.


Lo stereotipo è Maximillian Cohen in "Pi greco: teorema del delirio"




(fonte: Manuale Diagnostico Statistico)


Che personalità ho? - Capitolo Secondo -

"Il pensatore" di Giorgio de Chirico - 1973


Verifica i funzionamenti principali della tua personalità, leggendo e riconoscendoti nelle seguenti definizioni. Non è una diagnosi psichiatrica, ma potrai verificare in che modo il tuo carattere tende a difendersi attraverso il funzionamento della tua mente. Oggi verifichiamo i funzionamenti di area dipendente.

°°°

1. Eviti attività che implicano contatto interpersonale, per evitare critiche o rifiuti
2. Non ti coinvolgi con nessuno, a meno che non hai la certezza di essere accettato/a
3. Nelle relazioni intime temi di essere ridicolizzato/a
4. Hai timori di essere criticato/a in situazioni sociali
5. Provi inibizione sociale a causa di sensazioni di inadeguatezza
6. Ti senti socialmente incapace, non attraente o inferiore agli altri
7. Sei riluttante a intraprendere nuove attività perché potresti provare imbarazzo nello svolgerle

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, la tua mente sta funzionando in modalità evitante.


Lo stereotipo è Woody Allen in "Io e Annie"





°°°

1. Hai difficoltà a prendere decisioni quotidiane senza richiedere consigli e rassicurazioni
2. Hai bisogno che gli altri si prendano responsabilità al posto tuo
3. Hai difficoltà a esprimere disaccordo
4. Ti impegni molto per ottenere supporto
5. Hai difficoltà a iniziare nuovi progetti o fare cose autonomamente
6. Hai timori di non riuscire a badare a te stesso/a
7. Finita una relazione intima tendi a crearne subito un'altra
8. Ti preoccupi se vieni lasciato/a solo/a a provvedere a te stesso/a

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, la tua mente in questo momento è dipendente.


Lo stereotipo è Dustin Hoffman in "Il laureato"



°°°

1. Hai un'attenzione particolare per le liste, i dettagli e l'organizzazione
2. Il tuo perfezionismo interferisce con la realizzazione del compito che ti eri prefissato/a
3. Sei molto dedito/a al lavoro e hai poco tempo per lo svago
4. Non getti via nulla, anche cose prive di valore
5. Sei inflessibile riguardo a valori, etica e morale
6. Hai difficoltà a delegare compiti o a lavorare in gruppo
7. Hai uno stile di vita parsimonioso
8. Sei rigido/a e testardo/a

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, la tua mente sta funzionando in modalità ossessivo-compulsiva.


Lo stereotipo è Jack Nicholson in "Shining"





(fonte: Manuale Diagnostico Statistico)

Che personalità ho? - Capitolo Primo -

"Le Penseur" di Rodin - 1880/1902


Verifica i funzionamenti principali della tua personalità, leggendo e riconoscendoti nelle seguenti definizioni. Non è una diagnosi psichiatrica. Avrai solo modo di verificare in che modo il tuo carattere tende a difendersi attraverso il funzionamento della mente. Oggi verifichiamo i potenziali funzionamenti di area narcisistica.

°°°

1. Sei incapace di conformarti alle norme sociali
2. Sei abituato/a a mentire, truffare, essere disonesto/a
3. Sei impulsivo/a e incapace di pianificare
4. Sei irritabile e aggressivo/a
5. Poco ti importa della tua sicurezza e di quella degli altri
6. Sei incapace di far fronte a obblighi finanziari e sostenere un'attività lavorativa continuativa
7. Manchi di rimorso

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, il tuo comportamento tende ad essere antisociale. 

Lo stereotipo è Heath Ledger in "Il cavaliere oscuro"



°°°

1. Fai sforzi considerevoli per evitare gli abbandoni
2. Le tue relazioni sono instabili e intense: si alterna idealizzazione e svalutazione
3. Hai un'immagine e una percezione di te instabili
4. Sei impulsivo/a in almeno due dei seguenti comportamenti: sesso, spendere, alcol, droghe, guida spericolata, abbuffate
5. Hai un comportamento autolesivo
6. Provi disforia, irritabilità, instabilità affettiva
7. Hai sentimenti di vuoto
8. Hai difficoltà a controllare la rabbia
9. Hai un'ideazione paranoide

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, la tua mente tende a funzionare in modalità borderline.


Lo stereotipo è James Dean in "Gioventù bruciata"




°°°

1. Sei a disagio in situazioni nelle quali non sei al centro dell'attenzione
2. Hai spesso un atteggiamento seducente e provocante
3. Manifesti le tue emozioni in modo rapido, mutevole e superficiale
4. Utilizzi l'aspetto fisico per attirare attenzione su di te
5. Parli in modo impressionistico e privo di dettagli
6. Sei teatrale e drammatizzi
7. Sei facilmente influenzabile dagli altri e dalle circostanze
8. Consideri le relazioni più intime di quanto non si rivelino più tardi

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, il tuo comportamento tende ad essere istrionico.


Lo stereotipo è Marilyn Monroe in "Gli uomini preferiscono le bionde"





°°°

1. Tendi ad accentuare la tua importanza
2. Hai spesso fantasie di successo, potere, bellezza e amore ideale
3. Senti di essere speciale e desideri essere capito/a da persone speciali
4. Richiedi molta ammirazione
5. Hai un forte senso dei tuoi diritti e le tue aspettative devono essere presto soddisfatte
6. Utilizzi gli altri per raggiungere i tuoi scopi, senza rimorso
7. Sei carente di empatia verso gli altri
8. Provi invidia o senti che gli altri la provano verso di te
9. Hai un'affettività predatoria (vuoi ricevere molto dal/dalla partner)

Se ti riconosci in almeno 4 di queste definizioni, il tuo funzionamento mentale e comportamentale tendono ad essere narcisistico puro.


Lo stereotipo è Leonardo Di Caprio in "The wolf of Wall Street"




(fonte: Manuale Diagnostico Statistico)

Social-Dramma

"Scent of woman" di Martin Brest - 1992


Nell'analisi dell'azione sociale (social-dramma) un concetto molto utilizzato è quello di “semantica” (Luhmann, 1983) che sta a indicare delle costanti comunicative, in termini di significati, che il soggetto veicola attraverso l'azione. 

"L'azione può indicarci delle formazioni di significati che emergono dalle dimensioni relazionali più importanti del soggetto e che poi funzionano come attrattori significativi delle esperienze, tendono cioè a organizzare le successive esperienze in base a quelle categorie, sia in termini di autopercezione, sia in termini di eteropercezione" (Luhmann, 1983).

Nella psicologia dell'azione molta importanza viene data anche alla dimensione delle regole che rappresentano uno degli aspetti organizzativi del rapporto soggetto-azione, sono cioè un legame funzionale tra gli schemi anticipatori e le interpretazioni soggettive-relazionali della realtà. 

"Le regole possono essere definite come delle procedure, ossia come modelli procedurali capaci di essere utilizzati per organizzare logicamente e dare un senso a sequenze di azioni" (Salvini, Pirritano, 1984)

"Le regole di interpretazione attuano la loro efficacia nell'attribuire significato ad oggetti e a eventi; si riferiscono al modo in cui le cose vengono definite e rese significative. Le regole prescrittive, al contrario, sono delle direttive per l'azione; sono quelle norme che permettono agli individui di scegliere fra i vari modelli di comportamento e di mantenere un senso di correttezza e di legittimità sociale" (Marsh, Rosser, Harrè, 1984).

"Will Hunting - Genio ribelle" di Gus Van Sant - 1997


Nell'analisi dell'azione, chiedersi a quali regole il soggetto ha fatto riferimento, significa interrogarsi sulle ipotesi che hanno guidato il suo agire, organizzandolo cognitivamente ed emozionalmente. Scegliere la devianza come modalità d'azione può rappresentare, per esempio, un'adesione a modelli normativi condivisi nel sistema o nella microcultura di appartenenza. 

"Spesso autore e vittima utilizzano uno stesso schema prescrittivo in cui la devianza costituisce una modalità appropriata e coerente di soluzione dei problemi" (De Leo, Patrizi, 1989).

"L'omicidio di un padre violento può per esempio configurarsi come l'unica risposta appagante e possibile a una situazione di “minaccia catastrofica” percepita dal ragazzo e dal resto della famiglia, una risposta che si è trasformata attraverso strategie già conosciute, regole d'azione presenti nel sistema familiare" (De Leo, Bollea, 1984).

Per tentare una spiegazione della devianza, soprattutto quella minorile, le dimensioni cruciali da indagare sono quelle del Sé, dell'identità, delle relazioni significative e dei contesti del controllo. 

Dagli ambiti peritali questi sembrano ritornare come gli aspetti che più di altri sono frequenti e carichi di messaggi. Lo sviluppo di questa prospettiva suggerirebbe che la devianza, e soprattutto la delinquenza giovanile, sono spiegabili in termini sia di disfunzioni che di funzioni connesse a quelle tre dimensioni (identità, relazioni, controllo); ciò conferma l'allontanamento dai modelli tradizionali secondo cui la devianza, la criminalità sono collegate esclusivamente a patologie (fisiologiche, psicologiche, ambientali), o a carenze (familiari, affettive, educative, ecc.); inoltre definisce gli ambiti di ricerca piuttosto precisi su cui focalizzare l'attenzione.

Finora non sono state individuate delle costanti, delle specificità relative a queste disfunzioni o funzioni che possono essere strettamente collegate alla devianza. Non sono stati evidenziati particolari bisogni di identità o fragilità d'identità costantemente rilevanti, che si potessero in qualche modo generalizzare, ne si sono trovate specifiche disfunzioni o funzioni relative alla dimensione relazionale o a quella del controllo che fossero costantemente presenti nelle azioni devianti.

"Christiane F. - Noi i ragazzi dello zoo di Berlino" di Uli Edel - 1981


L'ipotesi attuale negli ambiti di ricerca e di attività peritale, è che la devianza non può essere spiegata in termini di costanti, di specificità; è probabile che le costanti emergano al livello di ciò che connette e organizza l'identità, le relazioni e il controllo. E' possibile che, di volta in volta, nei diversi casi, ci siano funzioni e disfunzioni in parte simili, costanti e in parte diverse, differenziate, che possono organizzarsi nella tipica forma delinquenziale. 

Forse si potranno individuare elementi che si presentano più frequentemente, messaggi, significati che si ripetono, ma sarebbe rischioso considerarli delle cause, poiché la causa è la forma organizzativa che tali aspetti vengono ad assumere. Si tratta di una variabile organizzativa che attrae ed è attratta ricorsivamente da certe caratteristiche, di identità-relazioni-controlli.


Le azioni devianti producono funzioni di mantenimento dell'organizzazione soggettiva, relazionale e di controllo: le persone agiscono allo scopo di equilibrare, nell'interazione con l'ambiente, l'organizzazione del proprio Sé, della propria identità e quella dei contesti rilevanti di appartenenza. In particolar modo nell'adolescenza, l'individuo è impegnato a cercare sempre nuove forme di equilibrio, di organizzazione fra immagini di sé che cambiano e si differenziano, per realizzare più articolate modalità di rapporto con gli adulti e le istituzioni.

Nessuno mi può giudicare, nemmeno tu...

"Nymphomaniac" di Lars Von Trier - 2013


Il fatto che perversione sia un termine etico – che prevede biasimo morale – non implica che il concetto debba essere respinto dalla psicoanalisi. Anzi appartiene alla psicoanalisi proprio grazie alla sua componente etica, anche quando le pratiche perverse non riguardano il codice penale.

Nevrosi e perversioni sono modi specifici di essere-nel-mondo, come direbbe un filosofo fenomenologico, dove dinamica affettiva, posizione morale, esame di realtà e inclinazione estetica si coniugano.

La psicoanalisi classica guarda amoralmente i soggetti nevrotici o perversi come “oggetti morali”. Sia il pensiero fenomenologico sia quello decostruzionista hanno avanzato seri dubbi su questa distinzione: lo sguardo oggettivo dell’analista è molto più moralista di quanto l’analista non pensi e, d’altra parte, la problematica in apparenza morale del nevrotico e del perverso ha molto più a che fare con la realtà dell’altro di quanto non si pensasse.

La psicoanalisi ha avuto il merito di indebolire la dicotomia tra fatti e valori. I fatti sarebbero certi meccanismi della psiche, i valori sono i parametri in base ai quali gli atti sono giudicati.

Per poter dire in base a cosa affermiamo che un atto è perverso, bisogna abbandonare il criterio comportamentale di perversione: non conta tanto che cosa uno fa eroticamente, e con chi o con che cosa, quanto se e come l’altro con cui lo fa conta per chi lo fa.

Dovremmo considerare perverso ogni atto che porti un soggetto al piacere sessuale mentre l’altro soggetto compare solo come strumento di piacere, che ciò non contempli anche il piacere, sessuale in particolare, di quest’altro come fine di questo atto.

Nel coito, che consideriamo ideale, etero o omosessuale che sia, anche l’altro è un fine, nella misura in cui si desidera dargli piacere. Il piacere non è solo il piacere sessuale che si trae dall’altro, e nemmeno solo la fierezza per il potere di dargli piacere; ma il fatto che l’altro provi piacere sessuale, o altro tipo di piacere.

Ciò che sostiene la psicoanalisi è che la perversione è l’uso degli altri come cose anziché come persone, e come oggetti d’invidia e di desiderio anziché di amore.

In realtà la perversione non è usare l’altro come oggetto, ma usare l’altro come soggetto. L’altro nella perversione non è un oggetto soggettivo, come scriveva Khan (1982), la soggettività dell’altro è una componente essenziale della maggioranza degli atti perversi.

"Ultimo tango a Parigi" di Bernardo Bertolucci - 1972

L’esibizionista esige lo sguardo, sorpreso, di chi lo guarda: la soggettività dell’altro è chiamata in causa. Il voyeur ha bisogno di cogliere una scena nella quale uno o più soggetti godono sessualmente: il loro godimento come soggetti è per lui essenziale. Il sadico ha bisogno delle implorazioni e del dolore della sua vittima.

Il masochista ha bisogno della rabbia e del disprezzo dell’altro. Nella perversione la soggettività dell’altro è sfruttata come strumento di piacere, anziché essere eletta a fine. Per Kant l’etica consiste nel considerare l’altro essere umano come un fine e mai come un mezzo.

Freud aveva formulato una teoria della perversione come “positivo della nevrosi” e delle nevrosi come “negativo delle perversioni” (1905). Per Freud lo stato naturale della sessualità è perverso: poi essa si negativizza con la rimozione e la nevrosi.

Il bambino, per lui, è un perverso polimorfo, che non mira al bricolage sessuale, perché le sue pulsioni non sono gerarchizzate ai fini del coito. La sessualità infantile, nei primi scritti di Freud, appare come sessualità positiva: sessualità autentica, non soggetta alle esigenze più raffinate dell’amore per l’altro e per la responsabilità riproduttiva.


Freud scriveva che la nevrosi è una perversione inconscia – o rimossa – indicando che essa è la maschera oggettiva di una malattia morale. Descrivendo il nevrotico come un perverso fallito, Freud lo denuncia come soggetto morale. La psicoanalisi corrente, invece, è andata nella direzione opposta: ha affrontato gli stessi drammi morali come se fossero nevrosi, finendo per nevrotizzare l’etica, anziché eticizzare le nevrosi” (Benvenuto S., Perversioni, 2005)

L'IO e il luogo del NOI

"Sleepers" di Barry Levinson - 1996


La partecipazione alla vita di gruppo degrada l'individuo, rende i suoi processi mentali simili a quelli della folla, la cui brutalità, inconsistenza e irragionevole impulsività sono state il tema di tanti scrittori; tuttavia, soltanto con la partecipazione alla vita di gruppo l'uomo può diventare completamente umano, soltanto così può sollevarsi al di sopra del livello del selvaggio” (McDougall, 1920).

La soluzione di questo paradosso risiede nell'organizzazione del gruppo. 
L'organizzazione controlla le tendenze degradanti e rende la vita di gruppo un aiuto.
     
Il gruppo, inteso come insieme che tende all'acquisizione di una forma è lo scenario privilegiato della formazione. Il modellamento di capacità professionali, requisiti personali e attitudini all'efficacia d'intervento, effettuato in gruppo, viene amplificato dai processi gruppali, che evolvono inesorabilmente verso la definizione di una forma: i fenomeni trans-personali, l'illusione, la depersonalizzazione, lo spazio-tempo del gruppo.

Il legame associativo attraverso il quale si forma il gruppo si basa su due processi combinati: un processo di cooperazione nella realizzazione di un'intenzionalità collettiva; un processo di fissazione e di stabilizzazione dei contenuti di pensiero delle persone impegnate nell'azione collettiva, che crea un grado di sapere reciproco necessario al processo precedente” (Trognon, 1991).


     
Il gruppo in formazione attende ad una comunicazione esplicativa di accadimenti esterni che introduca nel perimetro del gruppo elementi strutturanti. L'uditore contribuisce alla collettività udente, e l'espressione della somma dei contributi definisce una nuova qualità di ascolto. L'insieme ritorna al singolo come forma amplificata di una sua attitudine naturale a partecipare e condividere.

Nel gruppo questi atteggiamenti raggiungono la soglia della percezione per effetto della proliferazione dei processi di auto-rappresentazione del soggetto. Il membro del gruppo processa la sua esperienza tante volte quanti sono gli altri membri del gruppo, più uno. L'entità costituita dal nuovo insieme è il processo primario, iniziale e imprescindibile che consente il confronto e il dibattimento inter-soggettivo.

Nello scenario gruppale, l'intra-soggettivo (con il quale non intendo esclusivamente l'intra-psichico, ma anche e soprattutto l'intra-corporeo, riconoscendo al gruppo la capacità di attivare condizioni fisiche e fisiologiche, oltre a stati psichici connotati, che rendono il vissuto particolarmente riconoscibile) assume valore di luogo.

La definizione, che accoglie il pensiero che il soggetto possa diventare contenitore, non del gruppo, ma della gruppalità, esprime l'idea che il volume dell'intra-soggettivo funga  da spazio-parlante. 

Nell'etimologia incerta della parola luogo, dal latino locu, e dalla stessa incertezza sul termine latino locutus, che è la radice etimologica di locuzione, il luogo che l'intra-soggettivo occupa nel gruppo, ha un'identità locutiva: quella di produrre enunciati dotati di senso. Il locutore (il parlante) è il luogo della gruppalità e il locus è la posizione fissa che occupa nel gruppo (locus, da locu, indica la posizione fissa che un determinato gene occupa sul cromosoma). La sequenza dei locus, la con-catenazione degli eventi verbali e la definizione del ritmo in un tempo del gruppo, introduce la narrazione e il dialogo, intra-soggetto e inter-soggetto. 

Fritz Perls al lavoro

    
Facciamo un passo indietro. Torniamo alla personalità. Afferma Perls che è utile in un certo senso, pensare alla personalità come una struttura di abitudini di parola e come un atto creativo che si manifesta tra i due e i tre anni di età. La maggior parte del pensiero è costituito da un discorso subvocale; le convinzioni fondamentali sono delle abitudini di sintassi e di stile e quasi tutte le valutazioni che non sorgono direttamente dagli appetiti organici sono, molto probabilmente, un insieme di atteggiamenti retorici.

Sin dall'antichità i filosofi hanno sostenuto che l'educazione è principalmente l'imparare il linguaggio e la scrittura, cioè grammatica, retorica e dialettica. 

L'autore immagina una successione: 
1. Rapporti pre-varbali sociali dell'organismo; 
2. Formazione di una personalità verbale nel campo organismo/ambiente; 
3. Rapporti conseguenti di questa personalità con gli altri. 

    
Quando un gruppo, inserito già in una cultura simbolica come la nostra che non facilita il contatto e l'affetto, è stato disturbato nella sua crescita da una prematura pacificazione dei conflitti, spesso produce norme alienanti e personalità verbalizzanti. La personalità verbalizzante, secondo Perls, produce un linguaggio insensibile, prolisso, privo di affetto, monotono, stereotipato nel contenuto, inflessibile nell'atteggiamento retorico, meccanico nella sintassi e senza significato. 

L'atto del parlare, separato dalle proprie regole come attività vitale, può facilmente diventare oggetto di un inganno. Una persona crede di sentire o fare qualcosa, mentre invece parla o pensa di sentire o fare quella cosa.  In questo caso la verbalizzazione serve da sostituto dell'esperienza.

E' importante notare come il verbalizzatore parla. Parlare costituisce un contatto quando crea una buona struttura delle tre persone grammaticali io, tu ed esso, cioè il parlatore, colui a cui parla e la questione di cui si parla. 



Queste tre persone rappresentano: 
1. Lo stile e il ritmo, l'animazione e il tono, che esprimono il bisogno di colui che parla; 
2. L'atteggiamento retorico nella situazione interpersonale (insegnare, sedurre, costringere); 
3. Il contenuto o la verità, come dice Perls, riguardo alle cose di cui si parla. 

Il verbalizzatore manifesta una rigidità e una fissazione rispetto alle tre persone grammaticali e produce uno stereotipo che riduce le possibilità della situazione gruppale, mantenendo solo quella porzione sufficiente a mantenere un ruolo sociale e ad evitare l'angoscia e l'imbarazzo del silenzio, della rivelazione o dell'autoaffermazione.

Mimetizzandosi tra gli aspetti comunicativi e di espressione del parlare, la verbalizzazione protegge l'isolamento del verbalizzatore dall'ambiente. 

Colui che verbalizza annoia gli altri perché intende annoiare, pur di essere lasciato in pace” (Perls F., 1951). 

Tutta l'aria che c'è



Durante la respirazione fisiologica, in stato di riposo (circa 15 atti respiratori al minuto), è solo nella fase inspiratoria che si utilizza la muscolatura, mentre l'espirazione avviene passivamente (per questa ragione i muscoli inspiratori sono più sviluppati degli espiratori). 

Il diaframma, come principale muscolo inspiratorio, dovrebbe svolgere almeno i 2/3 del lavoro respiratorio con il restante 1/3 svolto dagli altri muscoli respiratori principali, ossia perlopiù i muscoli intercostali (situati tra le coste e innervati dai nervi intercostali) ottenendo così la respirazione addominale o diaframmatica: in pausa respiratoria le fibre muscolari diaframmatiche decorrono quasi perpendicolarmente verso la sua zona centrale (centro frenico o tendineo), durante l'inspirazione le fibre muscolari si contraggono abbassando la lamina tendinea, appiattendolo e quindi aumentando il volume polmonare (elevazione delle coste in particolare inferiori).

La discesa del centro frenico, la quale varia da 1 cm nella respirazione normale fino a 10 cm in quella forzata, viene frenata dal sistema sospensore del pericardio (parte superiore della fascia cervico-toraco-addomino-pelvica), oltre che dalla pressione dei visceri addominali (rapporti diaframma-organi). 

Man mano che lo sforzo fisico aumenta, cresce fisiologicamente l'attività dei muscoli respiratori accessori che hanno il compito di innalzare la gabbia toracica aumentandone il volume (respirazione costale).



In primo luogo vengono coinvolti i muscoli scaleni (che originano dalle apofisi trasverse delle vertebre cervicali e si inseriscono sulla prima e la seconda costa) innervati dal plesso brachiale (che origina dal tratto cervicale C5-C8).

In realtà, altri muscoli sembrano avere un importante ruolo come muscoli respiratori accessori. In particolare la coppia dei muscoli romboide (ultima vertebra cervicale e prime 5 dorsali-margine mediale scapola)-gran dentato o serratus anterior (bordo mediale della scapola-prime 10 coste) e poi, per fissazione della scapola, il piccolo pettorale (apofisi coracoide scapola-III, IV, V costa), per fissazione dell'arto superiore, gran pettorale (che solleva le prime 6 coste) e gran dorsale o latissimus dorsi (che solleva le ultime 4 coste).

Man mano che l'inspirazione diviene più forzata saranno sempre maggiori i muscoli coinvolti: sovra-sottoiodeisternocleidomastoidei (capo sternale e costale), succlavioileocostale del collotrapezio, elevatore della scapola, elevatori delle coste, dentato inferiore ecc. 

Nell'espirazione attiva (forzata) intervengono principalmente i muscoli addominali (in particolare i muscoli trasversi).

Lo stile di vita moderno, sottoposto a innaturali stress psichici (e relativa reazione di stress) e fisici (incluse problematiche stomatognatiche), conduce a una respirazione errata.

In modo particolare, la maggior parte delle persone, oggi esegue una respirazione costale con carenza di espirazione, accelerata, superficiale e spesso orale.
In pratica si è in inspirazione quasi permanente, col diaframma fisso in posizione abbassata, con conseguente sua retrazione (per scarso e inadeguato utilizzo) e alterazione dei muscoli respiratori accessori (per eccessivo e inadeguato utilizzo). In particolare, in caso di blocco diaframmatico inspiratorio, date le sue inerzioni a livello vertebrale, si avrà una tendenza alla iperlordosi lombare

Una disfunzione diaframmatica è in grado innescare un circolo vizioso che conduce a ulteriore stress psico-fisico, in grado di facilitare alterazioni di tipo ansiogeno e alterazioni posturali con conseguenti problematiche muscolo scheletriche e organiche: problemi respiratori (asme, falsi enfisemi ecc.), problemi all'apparato digerente (ernia iatale, difficoltà digestive, stitichezza), disfunzioni relative alla fonazione (essendo il diaframma il principale muscolo di spinta della colonna d'aria verso la laringe), problematiche ginecologiche (per la correlazione diaframmatica-perineale) e di parto (il diaframma è il "motore" del parto), difficoltà circolatorie (il diaframma riveste un fondamentale ruolo come pompa per la circolazione di ritorno tramite l'azione di pressione-depressione sugli organi toracici e addominali).

Pranayama


E' scientificamente riconosciuto che la respirazione addominale rappresenta un'ottima prevenzione nei riguardi delle affezioni croniche respiratorie e delle polmoniti.
Tecniche di rieducazione respiratoria vengono utilizzate nella ginnastica correttiva, col fine di eliminare atteggiamenti viziati e paramorfismi, e in terapie psichiche, allo scopo di suscitare sblocchi emotivi liberatori e combattere l'ansia. 

In sintesi una respirazione adeguata consente di:
  • mantenere in salute l'apparato respiratorio
  • migliorare i processi metabolici e circolatori dell'intero organismo
  • ottenere una postura migliore
  • prevenire l'insorgenza degli stati di ansia tramite un maggior controllo dell'emotività e dello stress, una maggiore capacità di concentrazione e rilassamento.
Si tratta in sostanza di ri-imparare a respirare come da bambini (è per questo motivo che i bimbi sono in grado di urlare per ore senza stancarsi). Il ripristino della corretta funzionalità diaframmatica, tramite apposita rieducazione respiratoria ed eventualmente specifici trattamenti manuali, è pertanto di grande importanza per la salute psico-fisica. 

E' evidente che tutte le attività che inducono rilassamento e respirazione profonda (addominale), quali massaggio antistresscorretta attività fisica, ad es. la ginnastica posturale, discipline orientali come lo yoga, tai-chi, possono essere di grande ausilio nella rieducazione respiratoria. 

Ogni esercizio di rieducazione respiratoria deve partire da una presa di coscienza della propria respirazione. Occorre tener presente che, come un'alterata respirazione è in grado di influenzare l'apparato muscolo-scheletrico, gli organi interni e la psiche, il processo avviene anche in senso contrario. Ossia, una 
rieducazione posturale (inclusa la risoluzione di eventuali disfunzioni), alimentare e mentale, porteranno a un miglioramento della respirazione e quindi, innescando un circolo virtuoso, a un benessere generale della persona.


Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...