Un'idea sulla perversione

dal film "Quills" di Philip Kaufman


Il fatto che perversione sia un termine etico – che prevede biasimo morale – non implica che il concetto debba essere respinto dalla psicoanalisi. Anzi appartiene alla psicoanalisi proprio grazie alla sua componente etica, anche quando le pratiche perverse non riguardano il codice penale.

Nevrosi e perversioni sono modi specifici di essere-nel-mondo, come direbbe un filosofo fenomenologico, dove dinamica affettiva, posizione morale, esame di realtà e inclinazione estetica si coniugano.

La psicoanalisi classica guarda amoralmente i soggetti nevrotici o perversi come “oggetti morali”. Sia il pensiero fenomenologico sia quello decostruzionista hanno avanzato seri dubbi su questa distinzione: lo sguardo oggettivo dell’analista è molto più moralista di quanto l’analista non pensi e, d’altra parte, la problematica in apparenza morale del nevrotico e del perverso, ha molto più a che fare con la realtà dell’altro di quanto non si pensasse.

La psicoanalisi ha avuto il merito di indebolire la dicotomia tra fatti e valori. I fatti sarebbero certi meccanismi della psiche, i valori sono i parametri in base ai quali gli atti sono giudicati.

Per poter dire in base a cosa affermiamo che un atto è perverso, bisogna abbandonare il criterio comportamentale di perversione: non conta tanto che cosa uno fa eroticamente, e con chi o con che cosa, quanto se e come l’altro con cui lo fa conta per chi lo fa.

"White Gauze" di Robert Mapplethorpe, 1984


Dovremmo considerare perverso ogni atto che porti un soggetto al piacere sessuale mentre l’altro soggetto compare solo come strumento di piacere, che ciò non contempli anche il piacere, sessuale in particolare, di quest’altro come fine di questo atto.

Nel coito, che consideriamo ideale, etero o omosessuale che sia, anche l’altro è un fine, nella misura in cui si desidera dargli piacere. Il piacere non è solo il piacere sessuale che si trae dall’altro, e nemmeno solo la fierezza per il potere di dargli piacere; ma il fatto che l’altro provi piacere sessuale, o altro tipo di piacere.

Ciò che sostiene la psicoanalisi è che la perversione è l’uso degli altri come cose anziché come persone, e come oggetti d’invidia e di desiderio anziché di amore.

In realtà la perversione non è usare l’altro come oggetto, ma usare l’altro come soggetto. L’altro nella perversione non è un oggetto soggettivo, come scriveva Khan: "La soggettività dell’altro è una componente essenziale della maggioranza degli atti perversi" (1982)

L’esibizionista esige lo sguardo, sorpreso, di chi lo guarda: la soggettività dell’altro è chiamata in causa. Il voyeur ha bisogno di cogliere una scena nella quale uno o più soggetti godono sessualmente: il loro godimento come soggetti è per lui essenziale. Il sadico ha bisogno delle implorazioni e del dolore della sua vittima. Il masochista ha bisogno della rabbia e del disprezzo dell’altro. 

Nella perversione la soggettività dell’altro è sfruttata come strumento di piacere, anziché essere eletta a fine. Per Kant l’etica consiste nel considerare l’altro essere umano come un fine e mai come un mezzo.



Freud aveva formulato una teoria della perversione come “positivo della nevrosi” e delle nevrosi come “negativo delle perversioni” (1905). Per Freud lo stato naturale della sessualità è perverso: poi essa si negativizza con la rimozione e la nevrosi.

Il bambino, per lui, è un perverso polimorfo, che non mira al bricolage sessuale, perché le sue pulsioni non sono gerarchizzate ai fini del coito. La sessualità infantile, nei primi scritti di Freud, appare come sessualità positiva: sessualità autentica, non soggetta alle esigenze più raffinate dell’amore per l’altro e per la responsabilità riproduttiva.


Freud scriveva che la nevrosi è una perversione inconscia – o rimossa – indicando che essa è la maschera oggettiva di una malattia morale. Descrivendo il nevrotico come un perverso fallito, Freud lo denuncia come soggetto morale. La psicoanalisi corrente, invece, è andata nella direzione opposta: ha affrontato gli stessi drammi morali come se fossero nevrosi, finendo per nevrotizzare l’etica, anziché eticizzare le nevrosi” (Benvenuto S., Perversioni, 2005)

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