La rabbia che guarisce

Tim Roth


La rabbia è un’emozione che serve a conservare e proteggere l’integrità fisica e psicologica dell’organismo. 

Senza rabbia si è indifesi contro gli assalti a cui la nostra vita è soggetta. Il bambino risponderà con rabbia a ogni violazione della sua integrità o del suo spazio, che comprende anche i suoi possessi personali. Se la rabbia non riesce a proteggere la sua integrità, il bambino piangerà, dato che si sente indifeso contro il trauma. 

L’emozione della rabbia fa parte della funziona più ampia dell’aggressività, che letteralmente significa “andare verso”. 

L’aggressività è l’opposto della regressione, che significa “retrocedere”. In psicologia l'aggressività è l’opposto della passività, che denota un atteggiamento immobile e di attesa. 

Noi possiamo andare verso un’altra persona per amore o per rabbia. Entrambe le azioni sono aggressive ed entrambi sono positive per l’individuo. Generalmente non ci arrabbiamo con persone che non significano niente per noi e che non ci hanno fatto del male. Se sono semplicemente negative, le evitiamo. 

dal film "Qualcuno volò sul nido del cuculo" di Milos Forman


Tutti abbiamo sperimentato il fatto che dopo un litigio con una persona che amiamo, generalmente vengono recuperati i sentimenti positivi.

In un seminario del 1945, Wilhelm Reich affermò che la personalità nevrotica si sviluppa solo quando è bloccata la capacità del bambino di esprimere rabbia nel momento in cui la personalità subisce un attacco. Egli sottolineò che la frustrazione di un movimento teso al piacere porta al ritiro dell’impulso, e ciò crea una perdita di integrità del corpo. 


Questa integrità può essere restaurata solo attraverso la mobilitazione dell’energia aggressiva e della sua espressione in forma di rabbia. Ciò ristabilisce i confini naturali dell’organismo e la sua capacità di proiettarsi nuovamente verso l’esterno.


Nel mio lavoro con Reich, ero consapevole che la mia capacità di esprimere la rabbia era limitata. Avevo la tendenza a evitare ogni confronto e ritirarmi dalla lotta, a meno che fossi messo con le spalle al muro. Sentivo che in me c’era una grande paura, dalla quale potevo liberarmi solo imparando a combattere. La presenza di questa paura era responsabile della mia incapacità di conservare il sentimento di gioia che avevo sentito nella terapia con Reich. Quando studiavo medicina all’Università di Ginevra, colpivo regolarmente il letto ogni mattina. Attribuisco a questo esercizio il merito di aver notevolmente ridotto la paura che avrei sicuramente provato affrontando lo studio e gli esami in una lingua straniera. L’esercizio ebbe anche un effetto positivo globale sulla mia salute e sul mio umore e rese piacevole la mia permanenza a Ginevra.” (Lowen A., Arrendersi al corpo, 1994)

Sorrisi pieni di odio


Al primo incontro in psicoterapia, compaiono nel suo comportamento gentilezza e delicatezza, perché il paziente masochista non può sopportare una forte scarica. Il suo stile garbato rivela immediatamente una funzione di trattenimento e controllo di impulsi violenti sottostanti.

Wilhelm Reich rilevò che il masochista trasferisce alla funzione genitale una liberazione di tipo anale che forma una curva piatta di eccitazione e di scarica energetica.
Dietro questi comportamenti c’è il timore che una forte scarica energetica laceri le gravi tensioni causando un grande dolore.

Anche ad un’analisi superficiale il paziente masochista rivela una certa confusione nell’espressione delle sue emozioni, di cui egli stesso si lamenta. Questo tipo di paziente soffre di un blocco nella capacità di esprimere un’idea o un sentimento e a dispetto di questa apparente goffaggine nell’espressione, il masochista è molto intelligente e sensibile, la sua percezione  e comprensione del comportamento altrui è penetrante e accurata; per contro ignora le forze che determinano la sua condotta.

La sua intelligenza è al servizio della sua sfiducia e svolge quindi un ruolo diabolico nella sua vita personale.

Il masochista è consapevole dell’ambivalenza di amore e odio che determina la sua condizione e ciò determina uno schiacciante senso di colpa e un Super-Io terrificante che lo tormenta.
Ogni impulso aggressivo, ogni movimento o gesto mostrano l’ambivalenza, l’irrisolutezza e l’incertezza di questo tipo di carattere. Prima che un impulso si possa esprimere completamente, il paziente è raggiunto dal dubbio e dall’incertezza e sarà represso oppure trattenuto o spinto alla resistenza.

Solo un’analisi approfondita rivela la collera e il furore bloccati.


Nel carattere masochista c’è un senso di tensione interna e di angoscia e un forte bisogno di approvazione che limita i gesti di autonomia. L’analisi non potrebbe avere paziente più volenteroso ma anche quello che produce i più scarsi risultati. Il paziente tende a riprodurre nel lavoro analitico quella “palude stagnante” che sente in se stesso.

L’analisi dei tratti comportamentali del masochista rivela che ha una tipica espressione di innocenza e di ingenuità; la forma degli occhi può assumere l’espressione di ingenua sorpresa, il sorriso è buono e gentile e nasconde un ghigno stupido o sprezzante, paura, disprezzo o un’espressione di disgusto.


Il carattere masochista presenta una muscolatura ipertrofizzata e una spiritualità ridotta, quasi che il sistema muscolare sopraffacesse il lato spirituale dell’organismo e lo stroncasse. Il masochista è legato alla terra e la sua aggressività è ridotta, perché la muscolatura sviluppata non ha funzione di movimento ma funzione di presa. Il masochista si aggrappa, cerca approvazione e reprime l’aggressività per paura che possa emergere la collera  e il disgusto che si nascondono in profondità.

Un dolore che spezza


Quando osservo il corpo delle persone, vedo il loro dolore nelle tensioni che li legano e li restringono. 

La bocca tirata, le mascelle serrate, le spalle sollevate, il collo rigido, il torace gonfio, il ventre rientrato, il bacino immobile, le gambe pesanti e i piedi contratti sono tutti segni della paura di lasciarsi andare, di una condizione dolorosa. 

Generalmente le persone non lamentano dolori, anche se alcuni a volte provano dolori in diverse parti del corpo, come nella parte bassa della schiena. Il dolore fisico spaventa molte persone. Reagiscono come quando erano bambini, vogliono che scompaia. L’Io del bambino non è in grado di affrontare il dolore come un adulto. 

Se il dolore non scompare, è il bambino a scomparire, ossia si dissocia dal corpo e si ritira nella testa, dove non c’è dolore. Il ritiro avviene nel momento in cui il bambino non sopportare il dolore corporeo. Distaccandosi dal corpo, riesce a tollerare la sofferenza penosa, perché non fa più male. Il bambino è diventato insensibile. 

Normalmente gli adulti sani non si ritirano o distaccano dal corpo nelle situazioni dolorose. Il loro Io è sufficientemente forte per non spezzarsi, eccetto che in situazioni particolarmente insolite, come nella tortura. 


Quando gli adulti si spezzano o si scindono, ossia si dissociano da se stessi, ciò accade perché la connessione tra l’Io e il corpo è stata indebolita da esperienze penose nel periodo infantile.

Ritornare al corpo è un processo doloroso, ma attraverso l’esperienza del dolore l’individuo ritrova il contatto con la vitalità e i sentimenti che sono stati repressi e fini di sopravvivenza. Quando non si è più bambini, dipendenti e indifesi, si può accettare ed esprimere quei sentimenti nella sicurezza della situazione terapeutica. Ma, anche in questa situazione, i pazienti all’inizio sono troppo spaventati per cedere quel controllo dell’Io che ha assicurato la loro sopravvivenza.


“Se la resa al corpo implica l’abbandono del controllo dell’Io sul sentimento, non implica invece una perdita di controllo sulle azioni o sul comportamento. Tuttavia, ciò può accadere se i sentimenti sono molto intensi e l’Io è troppo debole. Quando la mente conscia di un individuo è sopraffatta da un’eccitazione che non è in gradi di gestire, è possibile che vada perduta la capacità di controllare il comportamento” (Lowen A., Arrendersi al corpo, 1994)

Il corpo sul lettino d'analisi


Le illusioni sono difese dell’Io contro la realtà e, se possono risparmiare a qualcuno la sofferenza di una realtà spaventosa, tuttavia ci rendono prigionieri. 
La salute emotiva è la capacità di accettare la realtà e non sottrarsi a essa. 

La nostra realtà di base è il nostro corpo. 

Il nostro sé non è un’immagine prodotta dal cervello, ma un organismo reale, vivo e pulsante. Per conoscere noi stessi dobbiamo conoscere il nostro corpo. La perdita della sensibilità in una parte del corpo è la perdita di una parte di sé. La consapevolezza del sé, il primo passo nel processo terapeutico di scoperta di sé, è la percezione del corpo, l’intero corpo dalla testa ai piedi. 

Molti individui perdono la percezione del corpo sotto stress, si dissociano dal corpo per sfuggire alla realtà: questa è una reazione di tipo schizofrenico e costituisce un grave disturbo emotivo. Ma quasi tutti nella nostra cultura si dissociano da qualche parte del loro corpo. Alcuni non hanno percezione della propria schiena. Ciò è vero particolarmente per quegli individui che possono essere descritti come “privi di spina dorsale”. Altri mancano di sensibilità nelle viscere. Questi individui manifesteranno una mancanza di coraggio, sono “senza fegato”

Ogni parte del corpo contribuisce al nostro senso del sé, se siamo in contatto con essa. E possiamo avere questo contatto solo se è viva e mobile. Quando ogni parte del corpo è carica e vibrante, ci sentiamo vivi in modo vibrante e felici. 

Ma perché ciò accada dobbiamo arrenderci al corpo e ai suoi sentimenti.

Questa resa significa lasciare che il corpo diventi pienamente vivo e libero. Significa non tradirlo e non controllarlo. Il corpo non è una macchina che noi dobbiamo avviare o fermare. Possiede una sua mente e sa cosa deve fare. In realtà, ciò a cui rinunciamo è l’illusione del potere della mente.


Il punto migliore per cominciare è la respirazione, quest’attività possiede la caratteristica di essere naturale e involontaria, ma anche soggetta al controllo cosciente. In circostanze ordinarie non abbiamo coscienza della nostra respirazione. Tuttavia, quando si ha difficoltà ad assorbire aria sufficiente, come accade nelle elevate altitudini, si diventa coscienti di fare fatica. 

Per i pazienti affetti da enfisema la respirazione è una dolorosa lotta per conquistare abbastanza aria. Gli stati emotivi influiscono direttamente sulla respirazione. Quando una persona è molto arrabbiata, il respiro diventa più rapido, per aiutarla a mobilitare una maggiore quantità di energia per l’azione aggressiva. La paura ha l’effetto contrario: spinge la persona a trattenere il respiro perché nello stato di paura l’azione è sospesa. Se la paura diventa panico, come quando una persona cerca disperatamente di fuggire a una situazione minacciosa, il respiro si fa rapido e poco profondo. 

Nel terrore si respira a fatica, in quanto questa emozione ha un effetto paralizzante sul corpo. In uno stato di piacere, la respirazione è lenta e profonda. Tuttavia se l’eccitazione piacevole diventa godimento ed estasi, come nell’orgasmo sessuale, la respirazione diventa molto rapida, ma anche molto profonda, in risposta all’intensificata eccitazione piacevole della scarica sessuale.


“Lo studio della respirazione di un individuo permette al terapeuta di comprendere il suo stato emotivo” (Lowen A., Arrendersi al corpo, 1994)

Paura di fall_ire


La paura di morire è una paura acquisita culturalmente e mantenuta a un livello mentale, mentre la paura di cadere è ontogenetica, corporea, vivibile e non ha bisogno di essere acquisita per agire sul nostro comportamento. 
Ciascuno di noi sa che cosa significa cadere ma non sa cosa significa morire. 

Come alcuni sogni raccontano, stare per morire viene descritto con una caduta, e anche nel vocabolario la caduta di qualcosa equivale alla sua fine (caduta di un impero, caduta di un soldato in battaglia). 

E’ quindi possibile affermare che nel corpo vivo, che non conosce la morte, la paura fondamentale che organizza i comportamenti di difesa sia la paura di cadere, vissuta come stare per morire.

Per inciso, cadere è un passaggio brusco, repentino e involontario, da uno stato, allo stato successivo. Da un’altezza ad una inferiore, da un livello a un livello differente. Alcune delle reazioni corporee tipiche della caduta, appartengono anche ad altri tipi di passaggio, anche se meno pericolosi e repentini, come un cambiamento veloce di stato d’animo, un cambiamento nella propria vita, un cambiamento emotivo interiore. 

Lo schema di difesa che viene attivato, anche se in modo proporzionale, a tutte quelle condizioni nelle quali il soggetto si trova a sostenere un passaggio/transfert da una condizione a una condizione successiva. Alcune condizioni dello stato di controtransfert possono appartenere a questa classe di eventi.

La reazione che l'individuo interpreta come paura di cadere è ereditata, innata, e non richiede alcuna esperienza personale per attivarsi: ogni improvviso, brusco movimento verso il basso scatena nel neonato l'intera serie di riflessi che sono la reazione del corpo alla caduta. La prima esperienza d'ansia è perciò connessa con una stimolazione del ramo vestibolare dell'ottavo nervo cranico. La topologia dell'orecchio è responsabile della rapida associazione dei rumori forti alla paura. 

La ricerca etologica ha osservato che i primate arboricoli, quando cadono da un albero, hanno una possibilità di salvarsi se la gabbia toracica è resa elastica da una violenta contrazione, con arresto del respiro e con il capo abbassato in avanti nella contrazione dei flessori. Ciò non solo impedisce che il capo si schianti nell'urto con il terreno, ma assicura anche che il punto d'impatto del corpo col suolo sia approssimativamente nella zona delle vertebre toraciche basse o nella regione ancora più bassa, e precisamente là dove la contrazione dei flessori della regione addominale forma il culmine dell'arco. Perciò l'urto si trasformerà in una spinta lungo la struttura spinale, ai due lati del punto di contatto, e verrà assorbita dalle ossa, dai legamenti e dai muscoli invece di essere trasmesso direttamente agli organi interni, ciò che danneggerebbe fatalmente il corpo.

Anche nell'uomo cadere sulla schiena con il capo raccolto e i flessori addominali contratti permette al corpo di resistere indenne a una caduta da un'altezza considerevole. Questa reazione generalizzata d'ansia (di cadere) abbiamo detto è provocata dalla stimolazione del ramo vestibolare dell'ottavo nervo cranico. Tutte le altre paure e sensazioni della sindrome d'ansia ne sono condizionate.

“Il modello di base di ogni paura e ansia è l'irritazione dell'ottavo nervo cranico in almeno uno dei suoi rami” (Feldenkrais M., Il corpo e il comportamento maturo sul sesso, l’ansia e la forza di gravità, 1996)

La disfunzione dell'apparato vestibolare è molto spesso l'espressione di due tendenze psichiche in conflitto tra loro; perciò le vertigini ricorrono in quasi tutte le nevrosi. La nevrosi può produrre cambiamenti organici nella sfera vestibolare. Le vertigini sono un segnale di pericolo nella sfera dell'Io, e si presentano quando l'Io non riesce a esercitare la sua funzione sintetica nei sensi, ma anche quando impulsi motori e posturali conflittuali connessi con desideri e pulsioni istintive non riescono a stare uniti. Feldenkrais riprende alcune idee che già Paul Schilder (1950) aveva esposto in Immagine di sé e schema corporeo:


“Da un punto di vista psicoanalitico le vertigini sono altrettanto importanti quanto l'ansia. L'apparato vestibolare è un organo la cui funzione si oppone all'isolamento e alla separazione delle distinte funzioni del corpo. C'è da aspettarsi che un tale organo sensorio, che riceve impressioni solo semiconsce e che conduce a una motilità di tipo istintuale e primitivo, debba essere molto sensibile alle emozioni,  e debba perciò svolgere una parte importante nelle nevrosi e nelle psicosi. Esso reagisce fortemente, e si può perfino prevedere che cambiamenti nella psiche si esprimano immediatamente nelle sensazioni vestibolari e nel tono. Cambiamenti organici nell'apparato vestibolare si rifletteranno sulle strutture psichiche: non solo influenzeranno il tono, il sistema vegetativo e gli atteggiamenti del corpo, ma debbono anche cambiare tutto il nostro apparato percettivo, e perfino la nostra coscienza” (Feldenkrais, 1996)

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...