Matti da legare (al cuore)




Uno dei concetti più tradizionali e frequentemente usati nel campo della psicologia della devianza, è quello di personalità psicopatica. Si tratta di una categoria con una lunga storia alquanto travagliata, molto discussa e discutibile sia da un punto di vista criminologico che psichiatrico. 

E' stata definita una “pattumiera psichiatrica” (Jervis, 1975) in quanto consente di assorbire carenze della teoria e della ricerca, cioè i luoghi oscuri, le zone comportamentali, caratteriali che non hanno spiegazione né all'interno della categoria delle psicosi, né delle nevrosi e che non trovano neanche una definizione razionale in termini di normalità; si tratta quindi di un concetto assolutamente residuale.

Per personalità psicopatica si intende una sindrome che presenta una serie di caratteristiche psicologiche comunemente non accettate come normali (mancanza di senso morale, incapacità di apprendere dall'esperienza e dalle punizioni, assenza di sensi di colpa, anaffettività, impulsività, labilità emotiva, ecc.) che la rendono quindi costantemente fonte di sofferenza per sé e per gli altri. 

Lo psicopatico, conservando lucidità intellettiva e cognitiva, sarebbe incapace di stabilire relazioni approfondite, di prevedere gli effetti dei propri comportamenti, di mettersi nei panni degli altri; tutte queste caratteristiche farebbero di lui un soggetto portato al comportamento deviante e criminale. Si tratta di un'evidente semplificazione tautologica in quanto la psicopatia è stata inventata come categoria per designare comportamenti anomali, i quali vengono spiegati con la stessa categoria; è un processo di pensiero circolare che non permette di approfondire la storia della persona, né i rapporti tra storia e processo in azione, è quindi un concetto che, in realtà, non ha nessuna validità esplicativa. 

Ci sono alcuni casi, in età evolutiva, anche se rari di personalità psicopatica; il problema consiste nel fatto che queste situazioni particolari vanno riconcettualizzate, non serve utilizzare una categoria così inquinata sul piano storico e teorico, possono essere definiti casi difficili, possono essere definiti in vario modo, ma è bene non includerli in un ambito concettuale che orienterebbe in maniera deformata l'analisi, le ipotesi esplicative e l'atteggiamento dello studioso (De Leo, 2002).

dal film "Romanzo criminale" di Michele Placido

E' stata spesso sottolineata una caratteristica dello psicopatico riguardante la ripetitività degli atteggiamenti e comportamenti, una ripetitività che può anche coinvolgere atti dannosi per gli altri. La domanda da porsi è perché questi comportamenti tendono a ripetersi, che cosa stabilizza questa ripetitività, ricostruendo la storia del soggetto, le sue relazioni, collegare i processi di interazione con le rappresentazioni mentali e le elaborazioni cognitive. 

Tenendo conto che la rigidità e le ripetitività del soggetto non sono mai totali, ma riguardano solo alcune aree comportamentali, per il resto egli può mantenere livelli significativi di disponibilità al rapporto e al cambiamento.

Un tema che in altri momenti storici ha avuto una certa importanza è quello del rapporto tra intelligenza e criminalità e devianza; si riteneva cioè che la maggior parte dei criminali fossero anche persone con deficit intellettivi, con un'intelligenza scarsa, debole e perfino subnormali. Molte sono state le critiche rivolte a questo tipo di ricerche, soprattutto per l'inadeguatezza metodologica. Gli studi più recenti hanno anche dimostrato il contrario; per alcuni tipi di reato, infatti, come frodi, truffe, falsificazioni, sono stati trovati indici di intelligenza superiori alla media.

Certamente esiste il problema del debole di mente, esistono persone che presentano carenze nell'esprimere le proprie potenzialità intellettive, che hanno una debole capacità di simbolizzazione e concettualizzazione, tutti aspetti che possono causare difficoltà, momenti di irrigidimento e di conflitto nelle relazioni con gli altri, in quanto queste persone, non avendo sviluppato le più astratte competenze cognitive, simboliche, concettuali, possono usare più direttamente il passaggio all'atto con modalità di difesa e risoluzione dei problemi; ciò però non significa che il debole di mente sia più portato a commettere reati. Ancora una volta il discorso ci rimanda a dinamiche processuali, interattive e situazionali.



Questo tipo di tematica attualmente ha una pura rilevanza clinica, casistica, cioè in qualche caso, particolari situazioni di deficit intellettivo possono essere collegate con la dinamica interattiva che ha portato al comportamento criminale, ma il deficit non è una causa rilevante e significativa.


Per quanto riguarda l'età evolutiva e l'adolescenza il riferimento alla dimensione psichiatrica e psicopatologica è molto meno frequente e meno rilevante, sia perché si preferisce considerare gli aspetti evolutivi piuttosto che quelli psicopatologici, sia perché l'esperienza clinica e gli studi in questo campo ci mostrano che, in questa fase evolutiva, le problematiche psicopatologiche, quando sono presenti, hanno comunque un carattere meno strutturato e meno definito; sia infine perché le grandi malattie mentali, come la psicosi, si affacciano generalmente nella vita dell'individuo in età più avanzata.

Nell'adolescenza la correlazione tra condotta sintomatica e problemi psichiatrici è limitata; più che in qualsiasi altra età, molto raramente, in questo periodo si manifestano quadri patologici ben definiti. Potrebbero insorgere dei disturbi psicotici, ma che conservano comunque una notevole potenzialità di reversibilità e di evolutività.

Riguardo la nevrosi è difficile fare una diagnosi ben precisa di questo di tipo in adolescenza, si preferisce invece parlare di modalità nevrotiche che hanno un carattere temporaneo e che frequentemente tendono a sfumare e a scomparire nell'adulto (Bracconier, Marcelli, 1985).

La prima impressione è quella che conta



La differenza fra ritmo sessuale naturale e sexappeal artificioso, fra dignità naturale e spontanea e dignità simulata, fra pudore autentico e pudore finto, fra espressione vitale e diretta ed espressione vitale voluta, fra vivente ritmo muscolare vegetativo e ondeggiamento sostitutivo dei fianchi e irrigidimento delle spalle, fra fedeltà perché si è soddisfatti sessualmente e fedeltà per paura e per scrupolo – si potrebbe continuare all’infinito – è insieme la differenza fra struttura psichica rivoluzionaria in continua evoluzione e struttura psichica conservatrice e statica, fra vita autentica e arido surrogato di vita. 

Qui sono ancorate direttamente le basi materiali, psichico-strutturali delle Weltanschauungen (visioni del mondo) e sono accessibili alla pratica umana.

Il fatto che gli stati bio-fisiologici si riflettono o si manifestano nei modi psichici di comportamento è un fenomeno perfettamente in linea con la nostra conoscenza dei nessi psicofisici. 

Invece è molto singolare, e non è ancora compreso del tutto, il fatto che, sia l’uso del linguaggio che le sensazioni che ispirano il comportamento di un altro individuo, riflettono in un modo evidentemente regolare e in modo assolutamente inconscio il relativo stato fisiologico, non solo in maniera figurata ma anche in maniera diretta. 

Wilhelm Reich

Alcuni esempi:

Quando si dice che qualcuno è “inaccessibile”, “duro”, l’esperienza analitica insegna che questi tipi sono anche fisicamente ipertonici. 
Quando molti pazienti definiscono il loro modo di essere “viscido” o “sordido”, l’analisi rivela che le energie costruttive del loro carattere sono prevalentemente di origine anale. 

Quando, nel linguaggio comune, si definiscono i caratteri genitali con le parole “liberi”, fluidi”, “diretti”, “distesi”, “naturali”, ecc., la cosa corrisponde perfettamente alla struttura biofisica dell’apparato vegetativo degli individui in questione. 

Chi ha un modo di fare “artificioso”, durante l’analisi rivela una perfetta formazione di meccanismi di contatti sostitutivi e solo una minima parte della libido genitale che scorre liberamente.

Varrebbe la pena di studiare dettagliatamente questi singolari rapporti fra percezione della caratteristica vegetativa di un altro individuo e formulazione linguistica.

(Brano tratto da “Analisi del carattere” di Wilhelm Reich, 1933)

Massicce, imponenti fragilità


dal film "Paranoid Park" di Gus Van Sant

"Ciò che è di importanza fondamentale è sapere quale tipo di tumulto adolescenziale sia meglio adatto a introdurre il tipo più soddisfacente di vita adulta" (A. Freud, 1966)

Anna Freud distingue due tipi di difese nell'adolescente:

a) difese contro i legami oggettuali infantili;

b) difese contro gli impulsi.

Per Anna Freud e con alcune differenze, anche per altri autori come la Kestemberg, Winnicott, Meltzer, l'investimento sul gruppo adolescenziale appare in un certo senso l'aspetto più normale di questa età, come modalità di passaggio dalle relazioni dell'infanzia con i familiari a quelle intime, di coppia, della vita adulta; le altre modalità difensive contro i legami oggettuali infantili vanno nella direzione di una crescente patologia.

Tra le difese contro i legami oggettuali infantili ci sono:

1. Difesa per spostamento della libido. Molti adolescenti affrontano l'angoscia provocata dall'attaccamento ai loro oggetti infantili con la fuga, cioè anziché permettere un processo di graduale distacco dai genitori, ritirano da essi la loro libido improvvisamente e rapidamente. Ciò lascia in loro un appassionato desiderio di compagnia che può essere trasferito sull'ambiente circostante al di fuori della famiglia. In questa luce può essere letto l'attaccamento a figure diametralmente opposte a quelle dei genitori, sia i cosiddetti “capi”, generalmente persone di età compresa fra quella della generazione dell'adolescente e quella dei genitori, spesso assunti a ideali, sia gli appassionati nuovi legami con coetanei dello stesso sesso o opposto, sia la partecipazione a bande giovanili.

2. Difesa mediante inversione dell'affetto. Anche questa difesa viene innescata contro il timore degli attaccamenti infantili, ma è considerata da Anna Freud “più infausta internamente”. L'adolescente infatti, forse proprio perché non è riuscito a spostare la libido dai genitori, volge tali emozioni nel loro opposto: l'amore in odio, la dipendenza in ribellione, il rispetto e l'ammirazione in disprezzo e derisione. Tali atteggiamenti segnalano tuttavia che il distanziamento non è ancora avvenuto e “la messa in atto rimane all'interno della famiglia” (A. Freud, 1957). Il rischio è che i sentimenti di ostilità e aggressività siano sentiti intollerabili e siano respinti o tramite la proiezione, attribuendo il ruolo di persecutori e oppressori ai genitori, o siano rivolti verso di sé, generando depressione, tendenze all'autodenigrazione e autolesionismo o anche tentativi di suicidio.

3. Difese mediante ritiro della libido verso di sé. Si incomincia in questo caso ad andare verso una crescente patologia; se infatti le angosce e le inibizioni bloccano la strada verso nuovi oggetti al di fuori della famiglia, la libido rimane all'interno del sé e può essere impiegata per investire l'Io e il Super-Io, provocando così una loro inflazione. Sul piano clinico, a tale dinamica può essere ricondotta una sintomatologia in cui compaiono idee di grandezza, fantasie di potere illimitato sugli altri, o fantasie messianiche e di salvazione del mondo.

4. Difese mediante regressione. Nel caso che l'angoscia sia ancora più forte, le relazioni con il mondo oggettuale possono essere ricondotte allo stato emotivo noto come “identificazione primaria” con gli oggetti, implicando dei cambiamenti regressivi in tutte le parti della personalità. In tal caso, i confini dell'Io si possono allargare fino ad abbracciare l'oggetto insieme con il Sé con conseguente diminuzione dell'esame della realtà e un quadro clinico caratterizzato da un aumento dello stato di confusione e rischio di perdita di identità.

Tra le difese contro gli impulsi, vanno segnalati invece dei meccanismi che devono essere anche essi all'interno di un grado di maggiore gravità, se massicciamente innescati, o di minore gravità come tamponamento di situazioni poco controllabili:

1. L'ascetismo. Come modalità di lotta per un miglior controllo al livello del corpo, tuttavia non solo rispetto alla sessualità, ma anche rispetto all'appagamento dei bisogni fisiologici di cibo, sonno o, in senso generale, benessere del corpo: “Una guerra totale è condotta contro il perseguimento del piacere in quanto tale. Coerentemente, la maggior parte dei normali processi di soddisfacimento pulsionale e dei bisogni subisce interferenze ed è paralizzata” (A. Freud, 1957). In un quadro tale vanno letti quei comportamenti adolescenziali in cui appaiono compiti o restrizioni fisiche più o meno drastiche, talora al di là della necessità, come imporsi lunghe corse, astenersi da un certo alimento, sfidare le intemperie o un rigido controllo della masturbazione.

2. L'intellettualizzazione. In questo caso la strategia difensiva è volta al controllo delle emozioni e pulsioni al livello del pensiero. Il riferimento può essere a quegli adolescenti che passano ore interminabili in discussioni sui massimi sistemi o aderiscono in modo totalizzante e acritico a teorie filosofiche o politiche.

3. Assenza di compromessi. Cioè quei ragazzi che sostengono a spada tratta le proprie idee rifiutando qualsiasi concessione ad atteggiamenti più pratici e realistici orgogliosamente attaccati ai propri principi morali ed estetici.

dal film "Paranoid Park" di Gus Van Sant

Sebbene Sigmund Freud non abbia mai utilizzato il termine “Sé” (Selbst) in maniera diversa da quanto può capitare nel linguaggio comune, un tentativo di ripercorrere l'evoluzione del concetto di Sé si fonda innanzitutto sulle formulazioni teoriche freudiane in tema di narcisismo, a partire dal lavoro Sul narcisismo: un'introduzione del 1914. 

In altre opere come Il disagio della civiltà (1930) e L'Io e l'Es (1923), l'autore offre al lettore l'occasione di rendersi conto che il termine “Ich” (Io) implica, oltre al significato di istanza psichica, costitutiva (insieme all'Es e al Super-Io) della struttura mentale, anche significati relativi alla soggettività della propria esperienza, al sentirsi se stessi, alla stima di sé.

Poiché nella traduzione delle opere di Freud in inglese il termine “Ich”, designante l'Io come istanza psichica, fu inizialmente tradotto con “Ego”, i suddetti significati, relativi alla soggettività e all'identità non sembravano trovare adeguata espressione. L'esigenza di colmare questa lacuna fu raccolta da Hartmann. 

Nei 35 anni trascorsi  tra la pubblicazione di Sul narcisismo e l'introduzione del termine “Self” da parte di Hartmann (1950) la letteratura psicoanalitica inglese si servì esclusivamente del termine “Ego”. L'aspetto controverso della vicenda si apre nel 1934 a Chicago, quando vengono pubblicate con il titolo La mente, il sé, la società le lezioni universitarie di uno psicologo sociale comportamentista seguace di Dewey, George H. Mead.

Quasi cento pagine di questa opera sono dedicate alla concezione del Sé e influenzarono ambienti culturali e di ricerca non solo in ambito sociale. L'invenzione del Sé nasce quindi in un territorio lontano dalla psicoanalisi. Territorio che si alimentò dei contributi di Federn, che nel 1929 aveva pubblicato L'Ego come soggetto e oggetto nel narcisismo, e introdusse i concetti di “sentimento dell'Io” (Ego feeling) e di “esperienza dell'Io” (Ego experience). Anche Fenichel nel suo trattato (1945) cominciò a delineare le fonti ontogenetiche dell'immagine di se stessi.

Fu però Hartmann ad abbordare più decisamente l'argomento, nel quadro della sistematizzazione della psicologia psicoanalitica dell'Io. In sostanza Hartmann introdusse il termine di “rappresentazioni dell'Io” (contrapposte alle rappresentazioni degli oggetti) per designare le rappresentazioni endopsichiche inconsce, preconsce e coscienti del Sé fisico e mentale contenute nel sistema Io.

Questa distinzione strutturale descrittiva sembrava consentire una maggiore chiarezza terminologica e teorica anche ai fini dell'aspetto dinamico-economico, perché le vicende degli investimenti istintuali narcisistici venivano meglio distinte, a seconda che fossero dirette alle singole istanze costitutive della mente, oppure al corpo fisico del soggetto, oppure infine alla sua personalità globale (mente e corpo). In tal modo sembrava colmata quella lacuna semantica del termine inglese “Ego”. 

Eppure i problemi erano tutt'altro che risolti, anzi ad Hartmann è stata addossata la responsabilità di aver impoverito il concetto di Io, nel tentativo di depurarlo della sua ambiguità. E' però un fatto che, senza l'iniziativa di Hartmann, non si sarebbero forse create le condizioni teoriche che indussero la Jacobson a sistematizzare le sue esperienze con i pazienti psicotici nel suo Il Sé e il mondo oggettuale (in stesure successive dal 1954 al 1964).

L'autrice dichiara di considerare il termine Sé come:

"Un termine descrittivo ausiliario che si riferisce alla persona come soggetto, per contraddistinguerla dal circostante mondo degli oggetti”, e aggiunge che “per chiarire ciò che intendo”, impiega termini come Sé corporeo, Sé fisico, psicofisiologico, mentale, psichico" (Jacobson, 1954).


Quel che resta (della coscienza) del giorno



“I pensieri connessi tra loro, così come noi li avvertiamo in connessione, sono ciò che intendiamo per Sé individuali” (William James, Psychology: briefer corse, 1892)

Qui il termine “pensieri”, riferito al flusso di coscienza, sintetizza il movimento di immagini, ricordi, idee, fantasie che vengono avvertiti in quei momenti in cui la nostra attenzione scivola via da ciò che ci circonda. Ciò che è fondamentale in questa esperienza è la sua forma non lineare, che ricorda quella del gioco.

Il gioco poggia su un sentimento tipicamente caratterizzato da calore e intimità. Alla base del flusso di vita interiore, e mescolato a esso, c’è il sentimento del corpo, che ci accompagna di continuo. Spesso non ce ne accorgiamo neppure, sebbene esso sia in fluttuazione con lo stato del Sé, che a sua volta è influenzato dalle varie forme delle nostre relazioni interpersonali. 

Il tipo di Sé suggerito da James è vitale. Esso comporta cambiamenti e possibilità, libertà e varietà. Non è statico e non è una struttura nel senso del gergo tecnico psicoanalitico. E’ piuttosto un processo, come lo intende Fritz Perls (gestalt psychology). Il Sé, nella sua continuità, non è mai uguale a se stesso. 
La sua natura progressiva e sequenziale ricorda la forma della narrazione o, meglio ancora, la forma di un dialogo.

William James identifica il flusso di coscienza con il me e questo fa sorgere un problema circa la mutevolezza dell’esperienza nel flusso di vita interiore.
Le fluttuazioni a carico del Sé come flusso di coscienza sono notevoli. Quando l’individuo è da solo, in un momento di riflessione, assorto, il flusso di coscienza è in primo piano. Molto più spesso, in realtà, esso fa da sottofondo ai dialoghi della vita quotidiana. Questo sottofondo costituisce una sorgente per il flusso colloquiale. 

La molteplicità dei rapporti colloquiali amplifica la varietà dei Sé. Come affermava James, noi siamo una comunità di vari Sé. E questo tutto sommato è un aspetto problematico; presuppone che l’esistenza personale sia potenzialmente frammentata, discontinua, multipla. E’ un’ipotesi che contraddice la comune credenza che la persona sia qualcosa di coeso e unitario.


Il problema è risolto in parte dall’Io. Il termine “Io” definisce una posizione, una prospettiva da cui viene diretta l’attenzione, dando forma in questo modo a una realtà individuale, che è in uno stato di incessante cambiamento. L’Io è una costante, ed è il mezzo attraverso il quale l’esistenza personale può essere unificata. In questo modo, l’individualità di ciascuno può essere concepita come una “varietà unificata”.

Questa soluzione alla questione della potenziale molteplicità del Sé non elimina la difficoltà di equiparare il flusso di coscienza al me. Il flusso di coscienza non solo è variabile, può anche essere assente, come accennato prima. Questa esperienza può essere vissuta quando siamo terrorizzati. Siamo consapevoli della sorgente della minaccia, dell’affetto intenso e delle sensazioni corporee, come il battito cardiaco e la contrazione delle viscere. In situazioni di questo genere possiamo dire che siamo privi del Sé. Ma il me rimane. C’è ancora qualcosa che possiamo riconoscere come nostro, anche fosse soltanto la sgradevole sensazione di avere paura.

James affrontò la questione ipotizzando l’esistenza di diversi tipi di me:

“Nel più ampio senso possibile, il me di un uomo è la somma totale di tutto ciò che egli può definire suo” (James W.)

Ciò comprende non solo esperienze della vita interiore, ma anche tutti quegli aspetti della persona che appaiono al mondo esterno e che costituiscono la sua identità. Fatto ancora più importante il me ha una corporeità. E’ proprio tramite il corpo che i diversi aspetti del me vengono unificati.

James Mark Baldwin (1906) considerava il corpo capace di guardare in due direzioni contemporaneamente. Esso è esterno nella forma riconosciuta dagli altri; ma è anche il luogo dove viene avvertito lo svolgersi di una vita interiore, ciò che Wilfred Bion (1957) riconosceva come la capacità simultanea di essere contenitore e contenuto.

I due aspetti dell’essenza del me sono integrati, i due contenuti parziali, interno ed esterno, si integrano in un tutto più ampio di esperienza. Possiamo distinguere tre aspetti dell’individuo che chiamiamo Io, me, Sé. L’ultimo viene vissuto come interiore, anche se non completamente. Questo tipo di distinzione è naturalmente un’astrazione, dato che questi aspetti differenziabili dell’essenza individuale non possono essere disgiunti l’uno dall’altro. 

Tenendo inoltre a mente che, nonostante in questo schema il sia distinto dal me, il flusso di coscienza è avvolto da un senso del me, dal suo essere avvertito come mio che è la più importante delle sue caratteristiche. Questo me che interessa la vita interiore è avvertito come uno strato profondo, un nucleo di esistenza personale. E’ “il Sé di tutti gli altri Sé” (James W., 1890) e si accompagna a un sentimento che gli dà valore. 

Questo me è comunque un'esperienza fragile, che può subire dei danni. Chi ha subìto dei traumi, ha un ridotto senso del valore personale e dell’essenza del me che è al centro della propria persona, egli è un individuo che può arrivare a dire “non sono nessuno, in nessun luogo”.  

Tempo indeterminato



"Il 'pendolarismo' e la 'pluriappartenenza' sociale, spesso letti come espressione dell'instabilità e dell'incoerenza giovanile, vengono così ad assumere significati di mediazione fra esigenze di identificazione/appartenenza e non rinuncia alle differenze individuali e all'esperienza del vissuto soggettivo" (Nicoli, Martino, 1986). 

Nella lotta contro la marginalità e la negazione del privato, negli anni '90 emerge una nuova cultura giovanile, multidimensionale e policentrica. Un cultura ad alta entropia che elabora e propone un progetto non contenibile entro i canali ufficiali della legittimazione, che richiede e sollecita nuove, differenziate risorse, più pertinenti alle emergenti complessità sociali di cui i giovani sono prodotto ed espressione. Una cultura delle differenze e della frammentazione che relativizza il rapporto con le istituzioni secondo un criterio di reversibilità delle scelte, privilegiando i rapporti primari (familiari, amicali) e la dimensione della soggettività (Durden, 1993).

La famiglia rappresenta un valore condiviso, ma anche il luogo dove si esprimono divergenze e conflittualità, amplificate dal progressivo allargamento dello stato di dipendenza dai genitori. La disoccupazione, la crisi degli alloggi, l'aleatorietà delle forme di impegno sociale non permettono ai giovani di elaborare e sperimentare, in maniera complessa, il senso di autonomia, peraltro riconosciuto anche istituzionalmente.

La famiglia può così riempire un vuoto sociale, fornendo un sostegno non solo economico, ma simbolico, in quanto referente del suo quotidiano (Bobba, Nicoli, 1988) e contesto per certi versi di “formazione” allo status di adulto (Ministero degli Interni, 1990). L'istituzione famiglia sembra svolgere una funzione altrimenti non garantita dal nostro sistema sociale, in termini di orientamento socio-culturale e scelta dell'inserimento professionale; supporto economico a chi sta frequentando una formazione universitaria ed una specializzazione professionale, oppure sta cercando il proprio inserimento lavorativo. 

Il progetto di costruire una famiglia propria è presente in molti giovani, secondo anticipazioni che valorizzano modelli innovativi, distanti dall'autoritarismo  e dall'etica del sacrificio conosciuti nella famiglia d'origine (Lutte, 1989). I dati sembrano confermare che il ritorno al privato si configura come atteggiamento riflessivo che dialoga con l'istituzione, con i suoi aspetti simbolici, valorizzando modalità soggettive e personalistiche di rapporto con la tradizione. 
Il lavoro occupa il secondo posto nella gerarchia dei valori indicati dai giovani delle ricerche Iard (1987, 1990), seguito da amore, amicizia, tempo libero, studio/cultura.

Alla diffusa immagine del giovane disimpegnato e distaccato dal mondo del lavoro, si contrappone il dato che ben il 60% degli intervistati dichiara di avere avuto qualche esperienza lavorativa. Il giovane del nord d'Italia, istruito e appartenente a un ceto sociale elevato, ha una posizione lavorativa migliore di quello del giovane del sud. Il lavoro conta molto in quanto strumento economico (Montesperelli, 1988), ma raramente, e solo nei soggetti provenienti da famiglie ad istruzione elevata, rappresenta un mezzo di autorealizzazione. La caratteristica di necessità sociale attribuita al lavoro emerge anche dalle risposte relative all'occupazione preferita, generalmente realistiche, quasi mai fantasmatiche. 

Anche nella valutazione dell'esperienza scolastica emergono l'aspetto della differenziazione e la valorizzazione delle dimensioni soggettive e relazionali come momenti di soddisfazione nel percorso formativo, mentre insoddisfacente viene considerata l'acquisizione di competenze professionali. Va rilevato che tra i significati attribuiti all'istruzione diminuiscono, con il crescere dell'età, quelli di: mezzo per raggiungere il successo personale, mezzo di soddisfazione nella vita, mezzo per guadagnarsi la vita. Queste valutazioni non sembrano però configurare un'ipotesi di allontanamento simbolico né pragmatico dall'istituzione scolastica. 


Il 30% di giovani tra i 21 e i 24 anni, intervistati alla fine degli anni '80 (la percentuale era in aumento nei primi anni '90) sui progetti futuri, esclude di abbandonare gli studi nei cinque anni successivi. Ciò fa pensare a un addensamento in questa fascia d'età di una massa di giovani che, pur avvicinandosi episodicamente al mondo del lavoro, preferisce mantenere attiva una condizione di studente, ritardando il passaggio alla vita adulta. La permanenza del giovane in un'area, da più parti definita come “parcheggio”, se da una parte garantisce dal vuoto sociale della disoccupazione, dall'altra ne dilata i contorni, incrementando il divario tra popolazione “specializzata” e la reale accessibilità a posti di lavoro qualificati.

La famiglia d'origine, come luogo primario di riferimento, può rappresentare, sia per il giovane studente che per il giovane disoccupato, una garanzia di sostegno, uno spazio dove soddisfare le esigenze economiche e di vita quotidiana (Ministero Interni, 1990). Ciò ha prodotto, negli ultimi decenni, un progressivo slittamento del passaggio alla vita adulta, intesa come condizione di relativa autonomia privata e pubblica. La previsione che alcuni autori (Alberoni, Ferrarotti, Calvaruso) facevano nella seconda metà degli anni '80 è andata progressivamente confermandosi, in relazione al crescente costo della vita e alla precarietà dell'occupazione.

La famiglia d'origine viene così a configurarsi come risorsa garantita, luogo del prolungamento a “tempo indeterminato” dello stato di dipendenza. Se sotto il profilo occupazionale ciò può rappresentare un'opportunità di una preparazione più adeguata alle richieste di mercato e quindi di maggior potere di scelta, è evidente d'altra parte come la famiglia-rifugio vincoli l'assunzione di responsabilità psicologica e sociale dei figli, costituendosi come ambito protetto dove sperimentare un'autonomia parziale e poco distribuita. 

In una fase storica in cui al giovane vengono richieste crescenti responsabilità e comportamenti maturi sul piano pubblico, la sfera del privato sembra ancora caratterizzata da una richiesta-offerta di appoggio evolutivo poco o non pienamente pertinente alle esigenze di passaggio all'età adulta, producendo, sia nella rappresentazione sociale che nel vissuto individuale, immagini incerte e confuse dell'essere giovani.

Su questo sfondo la collocazione psicologica e sociale dell'età giovanile tende a scollarsi progressivamente da quella anagrafica, rendendone fluidi e sfumati i confini.
Il giovane è un “quasi” o un “pre” adulto o un “post” adolescente.

Si proietta in appartenenze future socialmente definite – coniuge, padre, lavoratore – ma se ne rappresenta l'incertezza, le difficoltà, la probabile distanza. E' d'altra parte continua spesso a vivere le problematiche adolescenziali, non più connotate da una condizione biologica evolutiva, ma riferibili a un vissuto di deprivazione e marginalità sociale.

La letteratura degli ultimi quindici anni sottolinea la difficoltà di delineare i confini tra adolescenza e gioventù, dal momento che entrambe si caratterizzano in quanto fasi di passaggio, non definibili ontologicamente e al di fuori di connotazioni socio-culturali. I termini adolescenza e gioventù sembrano rinviare ad un'unica fase, differenziata rispetto alla rilevanza dei problemi emergenti dopo la fanciullezza (adolescenza) o di quelli che precedono la vita adulta (gioventù). Emerge del resto un uso, se non differenziato, tendenzialmente sovrapponibile dei due termini, con una più marcata attenzione alle dimensioni psicosociali, caratterizzanti in maniera simile l'adolescenza e la gioventù rispetto alla dimensione biologica che segna una corrispondenza specifica fra pubertà e adolescenza.

In questo caso è possibile parlare di “adolescenza allargata”, in riferimento a quella fase del ciclo vitale che, a partire dalla tarda adolescenza, definisce il percorso di socializzazione alla vita adulta, in termini di variabilità soggettiva, relazionale, socio-culturale. Una variabilità anche anagrafica, che sembra avere come limite superiore un'età che può superare abbondantemente i trent'anni. Sembra che si stia verificando una intersezione fra ingresso alla vita adulta e appartenenza alla fase adolescenziale, con un'estensione di caratteristiche e problematiche proprie dell'adolescenza nell'assunzione dell'identità e ruoli più stabili da parte dei giovani.

"In quanto ruolo di passaggio fra due fasi tradizionalmente più definite, il giovane adulto può essere considerato contemporaneamente post-adolescente e pre-adulto, esprimendo, in termini complessi, sia la contraddizione, le sfide, le potenzialità innovative dell'adolescente, sia la tensione alla stabilizzazione psicologica  e relazionale presente nell'adulto" (Scanagatta, 1988).

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...