Psicoanalisi e adolescenza


Con lo scritto Frammenti di un'analisi di isteria (caso clinico di Dora) e successivamente con i Tre saggi sulla teoria sessuale (1901, 1905) Sigmund Freud individuò alcune tematiche che aprirono la strada alla comprensione dell'adolescenza e dei conflitti di questa età. In particolare, sotto l'egida del modello pulsionale, veniva sottolineato il valore della pubertà e il ruolo svolto dall'accesso alla sessualità che coronava il cammino evolutivo verso la riorganizzazione delle pulsioni parziali.
Freud infatti dedica il terzo dei tre saggi proprio alle trasformazioni della pubertà, descrivendo l'adolescenza come l'epoca in cui “subentrano i cambiamenti che debbono condurre la vita sessuale infantile alla sua definitiva strutturazione normale. Finora la pulsione sessuale era prevalentemente autoerotica, ora trova l'oggetto sessuale” (Freud, 1905).

Gli avvenimenti principali individuati da Freud erano appunto la subordinazione delle zone erogene al primato della zona genitale, l'istituzione di nuove mete sessuali diverse per maschi e per femmine e il ritrovamento di nuovi oggetti sessuali al di fuori della famiglia. Tale ottica deve essere ovviamente inquadrata in un modello che fa dell'Es e della vita istintuale il nucleo propulsore dell'essere umano senza particolari concessioni all'”ambiente”. 

Vi era inoltre il rischio che, se da un lato questa esposizione poteva dar ragione di molte caratteristiche del comportamento adolescenziale, la particolare sottolineatura dell'esistenza di una vita sessuale infantile, l'aspetto nuovo e dirompente messo in luce dal fondatore della psicoanalisi, non poteva non ridurre il significato dell'adolescenza all'essere in un certo senso solo un periodo di mera ratifica di trasformazioni definitive, una transizione e un ponte tra la sessualità infantile diffusa e la sessualità adulta centrata sulla genitalità.

Al pericolo di una così limitata prospettiva si può ricondurre quello che ormai è diventato come un aforisma citato nei vari saggi su questo tema: “Sentiamo dire frequentemente che l'adolescenza è un periodo trascurato, un figliastro per quanto riguarda il pensiero analitico” (Anna Freud, 1957).
E' ben noto come il brutto anatroccolo, per così dire, non sia rimasto tale: l'adolescenza non è infatti più vista come un semplice capolinea e numerosissimi sono gli studi che, seppure da prospettive diverse, ne hanno indagato la specificità e peculiarità come periodo evolutivo.

I vari contributi psicoanalitici sull'adolescenza, è opportuno precisarlo ulteriormente, pur tenendo conto della tematica da cui è partito Freud con il metodo pulsionale, hanno messo in luce aspetti differenziati tra cui può esserci una integrazione, ma talora rimangono divergenze anche sostanziali.
Rispetto agli studi iniziali che hanno fatto riferimento all'integrazione nella personalità delle mutate caratteristiche fisiche (come l'altezza, peso, caratteri sessuali primari e secondari), oggi si è molto più consapevoli che questo processo è assai più complesso perché le caratteristiche suddette, ben lungi dal poter essere prese in considerazione come dati obiettivi, sono soggette non solo a situazioni storiche e culturali (Callari-Galli, 1989; Montemayor, Flannery, 1990), ma devono essere ricollegate al tema della processualità del ciclo vitale (Scabini, Gilli, 1988), in particolare all'integrazione e individuazione dell'identità, di cui l'adolescenza è indubbiamente una tappa importante, ma non l'unica. 

In questa prospettiva, l'adolescente deve riconnettere l'immagine del Sé che vigeva dall'infanzia e dal periodo di latenza – e a ciò concorrono indubbiamente i temi legati alla pubertà – alla rappresentazione del corpo, all'eccitazione sessuale come è stato messo in evidenza da molti autori (Marcelli, Bracconier, 1988), ma essi appaiono solo un aspetto accanto al compito della riorganizzazione delle varie interiorizzazioni e identificazioni proiettive (vedi in questo blog, marzo 2012, l'articolo Meccanismi di difesa, sull'identificazione proiettiva).

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