Teorie della violenza



Cesare Lombroso assorbendo e sintetizzando, in modo eclettico, disordinato e spesso confuso (Villa, 1985) importanti stimoli culturali del suo tempo, come il materialismo, il darwinismo biologico e sociologico, l'antropologia fisica e culturale, ha tentato di dare una prima risposta “positiva”, empirica, a quell'antica ideologia.

Effettuando misure antropometriche su centinaia di detenuti, soprattutto nelle carceri venete, e coadiuvato dai suoi allievi Ferri e Garofalo, nel 1876, nella sua opera più nota, L'uomo delinquente, formulò la sua ipotesi del “delinquente nato” come tipo antropologico distinto, con tendenza coattiva a commettere crimini, caratterizzato da anomalie, malformazioni e asimmetrie dello scheletro, del cranio, della faccia, con altri segni fisici indicativi di degenerazione, come la dimensione del cervello (troppo grande o troppo piccolo) gli zigomi sporgenti, gli occhi strabici, le sopracciglia folte e prominenti, naso storto, grandi orecchie, ecc. 

Lombroso osservò, all'interno di questa sua tipologia, anche altre caratteristiche non fisiche, come la mancanza di senso morale, vanità, crudeltà, pigrizia, l'uso di un gergo delinquenziale, insensibilità al dolore, disprezzo della morte e della sofferenza, tendenza al tatuaggio, epilessia. Si tratterebbe di un tipo “atavico”, un esempio di regressione verso tipi umani primitivi, pre-umani, più prossimi agli animali inferiori (Lombroso, 1876). 

Nel corso degli anni, confrontandosi con molte critiche che già allora erano state sollevate alla sua tesi, Lombroso delimitò – con criteri approssimativi – al 35% di tutti i criminali la quota dei delinquenti nati, sostenendo che questi dovevano possedere, per essere considerati tali, almeno cinque delle caratteristiche proposte; aggiunse a tale categoria il delinquente folle e il delinquente occasionale, e concluse il suo itinerario scientifico affermando che ogni delitto ha la sua origine in una molteplicità di cause.

La tesi dell'uomo delinquente non sopravvisse al suo autore, mentre il modello di ricerca bio-antropologica inaugurata da Lombroso ebbe enorme fortuna e venne ripreso e riproposto in varie direzioni da medici, psichiatri, genetisti, endocrinologi, neurologi, antropologi criminali in tutto il mondo. 

dalle pagine di "L'Uomo Delinquente"
di Cesare Lombroso


La questione dell'ereditarietà nell'eziologia della devianza, in particolare quella minorile, è uno degli aspetti centrali di questo approccio, poiché evidentemente avrebbe risolto alla radice il quesito relativo alla predestinazione, alla predisposizione al crimine, e avrebbe messo fuori campo il ruolo dell'ambiente sociale, le condizioni di disuguaglianza e le responsabilità istituzionali dal punto di vista degli interventi preventivi generali e speciali.

Oggi gli studiosi non fanno più riferimento a questa ipotesi per spiegare il comportamento criminale e deviante, ma anche durante il XX secolo molti illustri ricercatori hanno sostanzialmente accettato la tesi dell'ereditarietà del delitto, anche se è sempre mancato il consenso su ciò che viene ereditato e su come avviene la trasmissione. Prima le ricerche si sono orientate su quelle che venivano chiamate le “famiglie criminali”, che sembravano mostrare una particolare concentrazione di delinquenti e devianti in genere (prostituzione, alcolismo, malattia mentale, ecc.).

Agli studiosi di allora, queste famiglie apparivano come esempi evidenti di una necessaria, inevitabile trasmissione della devianza dai genitori ai figli, per generazioni, su base ereditaria innata. Gli innumerevoli studi successivi non hanno confermato questa ipotesi, poiché non rappresentativa dei campioni di famiglie e le notevoli incompletezze metodologiche non hanno mai consentito di affermare se viene trasmessa, nell'ambito di quelle famiglie, un'eredità criminale biologica, oppure un'eredità deviante ambientale, culturale, di stili comportamentali, psicologica; tutti aspetti che sono trasmessi  o sono suscettibili di essere trasmessi nell'ambito della stessa famiglia.

Alla fine degli anni quaranta, Norwood East (1949) sembrava archiviare la questione affermando che le sue ricerche sugli adolescenti criminali e tutte le sue esperienze di studioso non gli avevano mai fornito prove che la criminalità in quanto tale fosse trasmissibile.
La questione dell'ereditarietà del crimine trasse nuovo impulso dalle ricerche sui gemelli delinquenti inaugurate dallo psichiatra J. Lange. L'obiettivo era proprio quello di cercare di separare le influenze biologiche da quelle ambientali, confrontando i destini sociali e criminali dei gemelli identici (omozigoti) con quelli dei gemelli fraterni (dizigoti). Se, nonostante le inevitabili differenziazioni degli influenzamenti ambientali, i gemelli identici dovessero mostrare una maggiore frequenza di “comportamenti concordanti” rispetto ai gemelli fraterni, risulterebbe in quei casi evidente uno specifico ruolo della base ereditaria innata.

dal film "Shining" di Stanley Kubrick


Lange lavorò su gemelli istituzionalizzati nelle carceri bavaresi. Trovò dati per ricostruire la storia di 30 coppie di gemelli: 13 coppie monozigote e 17 dizigote. Nel primo gruppo, in 10 casi entrambi i gemelli avevano conosciuto l'esperienza del carcere; nel secondo (dizigoti) solo in due casi c'era tale concordanza. Le conclusioni tratte, da questi dati, sia da Lange che da molti contemporanei, sono state ampiamente dibattute e criticate (Schafer, 1976; Mannheim, 1975), sia per il piccolo numero di casi presi in esame, sia perché Lange aveva assunto come dato concordante o discordante fra i gemelli la semplice incarcerazione, che evidentemente non è un comportamento del soggetto, ma può avere alla base tipi anche molto diversi di comportamento criminale, e perfino nessun tipo di azione deviante.

Anche rispetto ai tentativi successivi orientati su questa prospettiva, è stata messa in evidenza la strutturale, basilare ambiguità in cui essi si dibattono, posto che non è possibile risolvere il problema in termini di alternativa fra eredità e ambiente, considerata l'ormai ben dimostrata complessità dei processi interattivi e combinatori fin dal momento del concepimento.
All'interno di questo approccio biologico-antropologico notevole fortuna ha riscosso la scuola del “tipo corporeo”, secondo cui la conoscenza dell'organismo somatico umano permette di comprendere i suoi processi psicologici. Venivano infatti ipotizzate delle connessioni tra determinati tipi corporei e determinate caratteristiche psicologiche. Il problema della criminalità trovava così una spiegazione all'interno di questo stretto legame tra struttura corporea e funzione costituzionale.

Il più noto sostenitore di questo orientamento fu Ernest Kretschmer, uno psichiatra tedesco che mise in relazione tre tipi costituzionali principali (l'astenico, l'atletico e il picnico) con forme specifiche di malattia mentale (la schizofrenia e la psicosi maniaco-depressiva). Un lavoro analogo in campo criminologico venne effettuato da W.H. Sheldon, il quale si interessò della relazione tra la forma del corpo e la tendenza alla delinquenza. La sua tipologia distingueva tre componenti costituzionali fondamentali: l'endomorfia che produce rotondità, la mesomorfia caratteristica dei soggetti muscolosi, e l'ectomorfia a cui corrisponderebbe la magrezza e la fragilità; a queste componenti venivano poi associati determinati tipi di temperamento. In seguito a uno studio su 200 ragazzi di una casa di riabilitazione, effettuato attraverso un'analisi dei loro dati biografici e fisici, Sheldon affermò che la costituzione dei mesomorfi, cioè dei soggetti muscolosi, si prestava più favorevolmente come base per la delinquenza (Sheldon, 1949).

Emerge immediatamente l'ingenuità di tali tipologie e la carenza della logica dimostrativa sottostante, inoltre manca una definizione sufficientemente chiara e precisa del concetto di delinquenza così come viene usato dall'autore (Cohen, 1969).

I coniugi Glueck, riprendendo la tipologia di Sheldon, misero in relazione questi tipi somatici con una lista di tratti di personalità e di fattori socio-culturali. Dai risultati non emersero comunque prove sufficienti di una relazione particolare e specifica tra aspetti fisici, caratteriali e ambientali, tale da sostenere e giustificare l'ipotesi di una personalità predisposta alla delinquenza (Mannheim, 1975).

Le critiche effettuate nei confronti di queste ricerche riguardano essenzialmente la carenza delle metodologie adottate (Mannheim, 1975); inoltre il campione preso in considerazione era spesso viziato in partenza, in quanto la popolazione criminale veniva identificata con la popolazione istituzionalizzata (Schafer, 1976). Spesso poi l'impostazione della ricerca era tale da autoconfermare i suoi presupposti di base, escludendo così, già in partenza, altre possibili interpretazioni dei risultati (Cohen, 1969).

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