La personalità psicopatica


dal film "Il cavaliere oscuro"

"Il crimine non è un effetto puro e semplice della paranoia, ma è la risultante di un processo che può essere ricostruito e in cui la vittima può magari aver svolto anche una parte attiva" (De Leo, 2002).   

L'analisi processuale è importante per esaminare la situazione, per vedere come si sono formate e organizzate nel soggetto le rappresentazioni e le idee deliranti di persecuzione. Secondo alcuni autori si tratta di una costruzione che nel tempo si alimenta anche attraverso segni ben radicati nella realtà.

"Il contenuto dell'idea delirante è, specialmente nella schizofrenia, la descrizione metaforica della situazione psicologica del delirante e dei suoi rapporti interpersonali. Ad esempio non è raro che il delirio di persecuzione indichi, in termini di rappresentazione drammatica, una sottile, reale, persecuzione psicologica da parte dei familiari" (Jervis, 1975).

Questi deliri, anche se non hanno un'evidenza e non contengono una minaccia precisa come quella che il soggetto si rappresenta, esprimono però molto spesso tendenze all'esclusione, all'emarginazione, forme di aggressività simboliche che, nelle interazioni, soggetti di questo genere ricevono in maniera crescente, in funzione dell'essere percepiti come malati, psicotici, schizofrenici, paranoici. 
Oltre l'aspetto psichiatrico è importante svolgere un'analisi processuale a più livelli che tenga conto di come la malattia mentale si inserisce nel rapporto tra soggetto  e comportamento, e tra soggetto, comportamento e risposta degli altri nelle interazioni sociali, in modo da avere una spiegazione e una comprensione maggiore e più completa sia della malattia mentale che del comportamento deviante.

In ambito peritale si dà sempre minore importanza al legame tra devianza e nevrosi.
La difficoltà che si incontra nel trattare questo rapporto è quello relativo alla definizione dello stesso termine di nevrosi. Si tratta infatti di una categoria molto vasta, vaga, troppo spesso generalizzata e confusa. E' difficile individuare le componenti nevrotiche che possono caratterizzare la personalità di un delinquente in quanto i disturbi nevrotici (ansie, insicurezze, fobie, rituali ecc.) fanno parte della realtà quotidiana di tutti e possono diventare particolarmente evidenti nei periodi di maggiore stress. Vi sono peraltro particolari situazioni che potrebbero avere un qualche nesso con meccanismi nevrotici, per esempio la cleptomania, l'acting-out nevrotico, la delinquenza per senso di colpa, la piromania, ecc.; si tratta comunque di comportamenti in qualche caso sostenibili, ma non generalizzabili.

La questione di fondo è che la nevrosi non agisce in termini diretti, deterministici sul comportamento criminale. Si tratta di una difficoltà personale che produce una tensione cognitiva del soggetto, produce ansia, insicurezza; questi problemi si ripercuotono nell'ambiente circostante, nella famiglia, nel lavoro creando disagi nei rapporti che possono aggravare e accentuare le difficoltà del soggetto. La nevrosi influisce quindi, in termini indiretti, nelle relazioni e queste influiscono, a loro volta, sulla nevrosi, per cui sono di nuovo questi i livelli che vanno soprattutto considerati in una prospettiva criminologica e che ci fanno vedere come il comportamento deviante sia il risultato di processi di interazione.

dal film "Dottor Jekyll e Mr. Hyde"
Uno dei concetti più tradizionali e frequentemente usati nel campo della psicologia della devianza, è quello di personalità psicopatica. Si tratta di una categoria con una lunga storia alquanto travagliata, molto discussa e discutibile sia da un punto di vista criminologico che psichiatrico. E' stata definita una “pattumiera psichiatrica” (Jervis, 1975) in quanto consente di assorbire carenze della teoria e della ricerca, cioè i luoghi oscuri, le zone comportamentali, caratteriali che non hanno spiegazione né all'interno della categoria delle psicosi, né delle nevrosi e che non trovano neanche una definizione razionale in termini di normalità; si tratta quindi di un concetto assolutamente residuale.

Per personalità psicopatica si intende una sindrome che presenta una serie di caratteristiche psicologiche comunemente non accettate come normali (mancanza di senso morale, incapacità di apprendere dall'esperienza e dalle punizioni, assenza di sensi di colpa, anaffettività, impulsività, labilità emotiva, ecc.) che la rendono quindi costantemente fonte di sofferenza per sé e per gli altri. Lo psicopatico, conservando lucidità intellettiva e cognitiva, sarebbe incapace di stabilire relazioni approfondite, di prevedere gli effetti dei propri comportamenti, di mettersi nei panni degli altri; tutte queste caratteristiche farebbero di lui un soggetto portato al comportamento deviante e criminale. Si tratta di un'evidente semplificazione tautologica in quanto la psicopatia è stata inventata come categoria per designare comportamenti anomali, i quali vengono spiegati con la stessa categoria; è un processo di pensiero circolare che non permette di approfondire la storia della persona, né i rapporti tra storia e processo in azione, è quindi un concetto che, in realtà, non ha nessuna validità esplicativa. 

"Ci sono alcuni casi, in età evolutiva, anche se rari di personalità psicopatica; il problema consiste nel fatto che queste situazioni particolari vanno ri-concettualizzate, non serve utilizzare una categoria così inquinata sul piano storico e teorico, possono essere definiti casi difficili, possono essere definiti in vario modo, ma è bene non includerli in un ambito concettuale che orienterebbe in maniera deformata l'analisi, le ipotesi esplicative e l'atteggiamento dello studioso" (De Leo, 2002).

E' stata spesso sottolineata una caratteristica dello psicopatico riguardante la ripetitività degli atteggiamenti e comportamenti, una ripetitività che può anche coinvolgere atti dannosi per gli altri. La domanda da porsi è perché questi comportamenti tendono a ripetersi, che cosa stabilizza questa ripetitività, ricostruendo la storia del soggetto, le sue relazioni, collegare i processi di interazione con le rappresentazioni mentali e le elaborazioni cognitive. Tenendo conto che la rigidità e le ripetitività del soggetto non sono mai totali, ma riguardano solo alcune aree comportamentali, per il resto egli può mantenere livelli significativi di disponibilità al rapporto e al cambiamento.

Un tema che in altri momenti storici ha avuto una certa importanza è quello del rapporto tra intelligenza, criminalità e devianza; si riteneva cioè che la maggior parte dei criminali fossero anche persone con deficit intellettivi, con un'intelligenza scarsa, debole e perfino subnormali. Molte sono state le critiche rivolte a questo tipo di ricerche, soprattutto per l'inadeguatezza metodologica. Gli studi più recenti hanno anche dimostrato il contrario; per alcuni tipi di reato, infatti, come frodi, truffe, falsificazioni, sono stati trovati indici di intelligenza superiori alla media.
Certamente esiste il problema del debole di mente, esistono persone che presentano carenze nell'esprimere le proprie potenzialità intellettive, che hanno una debole capacità di simbolizzazione e concettualizzazione, tutti aspetti che possono causare difficoltà, momenti di irrigidimento e di conflitto nelle relazioni con gli altri, in quanto queste persone, non avendo sviluppato le più astratte competenze cognitive, simboliche, concettuali, possono usare più direttamente il passaggio all'atto con modalità di difesa e risoluzione dei problemi; ciò però non significa che il debole di mente sia più portato a commettere reati. Ancora una volta il discorso ci rimanda a dinamiche processuali, interattive e situazionali.

Questo tipo di tematica attualmente ha una pura rilevanza clinica, casistica, cioè in qualche caso, particolari situazioni di deficit intellettivo possono essere collegate con la dinamica interattiva che ha portato al comportamento criminale, ma il deficit non è una causa rilevante e significativa.
Per quanto riguarda l'età evolutiva e l'adolescenza il riferimento alla dimensione psichiatrica e psicopatologica è molto meno frequente e meno rilevante, sia perché si preferisce considerare gli aspetti evolutivi piuttosto che quelli psicopatologici, sia perché l'esperienza clinica e gli studi in questo campo ci mostrano che, in questa fase evolutiva, le problematiche psicopatologiche, quando sono presenti, hanno comunque un carattere meno strutturato e meno definito; sia infine perché le grandi malattie mentali, come la psicosi, si affacciano generalmente nella vita dell'individuo in età più avanzata.

Nell'adolescenza la correlazione tra condotta sintomatica e problemi psichiatrici è limitata; più che in qualsiasi altra età, molto raramente, in questo periodo si manifestano quadri patologici ben definiti. Potrebbero insorgere dei disturbi psicotici, ma che conservano comunque una notevole potenzialità di reversibilità e di evolutività.

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