Disagio & Violenza



dal film "Qualcuno volò sul nido del cuculo" di Milos Forman

La malattia mentale non può essere considerata una causa diretta di comportamento criminale di tipo deterministico, per la ragione di carattere generale, per cui esso è un comportamento finalizzato che presuppone una dimensione esperienziale organizzata. 

Il malato mentale, con tutta la varietà delle situazioni che la psichiatria include in tale concetto, può mettere in atto comportamenti aggressivi, violenti, che possono costituire anche reato dal punto di vista penale, ma tali reati non possono essere riferiti esclusivamente e linearmente alla malattia mentale e devono essere invece analizzati in termini di dinamica interattiva, situazionale con la vittima, con gli altri partecipanti, con il contesto. 

Ricostruendo questo tipo di dinamica si può evidenziare quale ruolo, quale funzione la malattia mentale abbia avuto non solo all'interno dell'individuo, ma anche nella situazione, nelle interazioni, permettendo di enucleare un significato esplicativo profondamente diverso dall'affermare che la malattia mentale ha prodotto, determinato quel comportamento. La malattia mentale in sé non produce dei comportamenti sociali di alcun genere e quindi neppure quelli violenti, aggressivi.

La grande importanza attuale del discorso sulle interazioni tra problematiche psicopatologiche, psichiatriche e criminalità è data anche dalla rilevanza che esso ha in campo giuridico e giudiziario in rapporto alla categoria della capacità di intendere e volere e della pericolosità sociale. 

Nel nostro sistema legislativo il motivo principale che può inficiare l'imputabilità è, come in molti altri paesi, la malattia mentale. Questo problema è venuto ad assumere in campo giudiziario una rilevanza esplicativa di tipo eziologico, ossia la malattia mentale viene in tale contesto a essere considerata una determinante rispetto al comportamento deviante, mentre sotto il profilo scientifico, come accennato, la funzione esplicativa delle varie forme di disagio mentale è decisamente diversa. 

Accertare se un malato mentale è capace di intendere e di volere è una questione che va comunque affrontata caso per caso, e non può essere generalizzata ai fini della spiegazione e della comprensione del comportamento criminale. 

Se un soggetto che ha commesso un crimine viene dichiarato incapace di intendere e volere in quanto malato mentale, ciò non equivale a dire da un punto di vista scientifico, né che la malattia mentale, anche limitatamente a quel caso, sia stata la causa lineare, diretta ed esclusiva in relazione a quel tipo di comportamento, né che i malati mentali in genere siano incapaci di intendere e di volere e che il loro disagio influisca in modo meccanicistico sui loro comportamenti problematici.





Le tipologie psichiatriche e psicopatologiche come la nevrosi, le psicosi, la personalità psicopatica, sono state considerate dalle letterature che hanno trattato queste questioni, come cause o indicatori di predisposizione e orientamento a comportamenti criminali. 

Queste categorie, pur non avendo una rilevanza criminologica in sé, hanno un certo peso nella letteratura, nella teoria e possono essere utili per il lavoro critico e di chiarificazione concettuale di cui c'è bisogno.

Tra le principali difficoltà che si incontrano nell'affrontare queste tematiche, troviamo la mancanza di una terminologia universalmente accettata e le innumerevoli controversie della letteratura psichiatrica (Mannheim, 1975); si tratta di tipologie e categorie molto discusse, anche se tutt'ora presenti. 

Inoltre, gli studi svolti sono inficiati da un vizio metodologico di base legato al fatto che queste ricerche partono da errati presupposti di rappresentatività e generalizzabilità. Vengono infatti scelti dei casi o gruppi di soggetti che si trovano in carcere o in manicomio criminale, che hanno commesso dei reati e nel momento della commissione del reato, o prima o dopo, presentano una sintomatologia psicopatologica evidenziata, definita, diagnosticata dagli psichiatri.

"Per quanto riguarda la psicosi, le varie forme di questa sindrome sono state messe in rapporto con tendenze criminali, con comportamenti violenti, aggressivi, con atteggiamenti antisociali. Alcuni sintomi come deliri, allucinazioni, disorganizzazione, distacco dalla realtà, assenza di controllo interiore ecc., hanno indotto a credere che l'imprevedibilità della condotta degli psicotici avrebbe potuto sfociare in comportamenti criminali" (Schafer, 1976).

Tra le varie forme di psicosi sono state prese in considerazione soprattutto la schizofrenia e la paranoia. L'esperienza schizofrenica, caratterizzata da profonde alterazioni della struttura della personalità e da una conseguente compromissione e rottura del rapporto con la realtà, può provocare atteggiamenti bizzarri, disordinati, incongrui, abnormi e fra questi possono emergere azioni definite devianti. Ciò però non vuol dire che lo schizofrenico è un soggetto sempre e comunque pericoloso e che la sua pericolosità è una conseguenza diretta e necessaria di quei disturbi. 

Bisogna considerare anche un altro ordine di problemi legato alla difficoltà e ai disagi personali che derivano dalle alterazioni della percezione e delle rappresentazioni mentali, molto frequenti in queste sindromi; i vari aspetti significativi della realtà non vengono più colti con certezza e ugualmente risulta difficile capire il senso dei rapporti sociali in cui il soggetto si trova coinvolto.

"L'aggressività dello schizofrenico potrebbe essere la conseguenza dell'aspetto minaccioso che, per lui, assume la realtà mutata, i suoi reati potrebbero essere coerenti con questa sua visione erronea, inoltre nella sua pericolosità si potrebbe vedere una forma di risposta all'alienazione, all'emarginazione, a un atteggiamento eccessivamente ostile dell'ambiente circostante" (Ponti, 1980). 

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