Diagnosi di rabbia



E' fuorviante usare le categorie della personalità psicopatica per la delinquenza minorile. Definire un minorenne come psicopatico significa trascurare le sue potenzialità evolutive, anche quando siano presenti grosse rigidità di personalità e di carattere; significa inoltre favorire un atteggiamento dello studioso e del clinico di grave semplificazione e di elusione dell'approfondimento del caso, ignorando una ricostruzione della storia del ragazzo, della situazione e dell'azione (De Leo, 2002).

Nell'ambito della classificazione nosografica proposta dal DSM-IV dell'American Psychiatric Association, gli interrogativi di maggior rilievo sull'adolescenza, accanto alla questione dell'oggettivizzazione dei dati raccolti, riguardano il tipo di continuità esistente fra le condotte problematiche insorte in questa o in precedenti fasi evolutive e il successivo adattamento sociale. La questione è posta in termini strettamente statistico-probabilistici, riducendo la complessità del concetto di età evolutiva, a quello di decorso e previsione degli esiti del disturbo (De Leo, Leone, Termini, 2002).

La trattazione in questo senso non è intesa a suggerire l'esistenza di alcuna chiara distinzione tra i disturbi della fanciullezza e dell'età adulta. Nel valutare un bambino piccolo, un fanciullo o un adolescente, il clinico dovrebbe prendere in considerazione le diagnosi incluse in questa sezione ma fare anche riferimento ai disturbi descritti altrove nel DSM-IV. Anche agli adulti può essere diagnosticato un disturbo incluso  nella sezione per i Disturbi Solitamente Diagnosticati per la Prima Volta nell'Infanzia, nella Fanciullezza o nell'Adolescenza se il loro quadro soddisfa criteri diagnostici degni di rilievo. Si tratta di una scelta strettamente coerente con il presupposto epistemologico di ateoreticità del DSM, che taglia fuori qualsiasi possibilità, tanto sul piano clinico-applicativo quanto su quello teorico, di dar luogo e significato alla specificità propria della condizione di “soggetto in età evolutiva”.

La classificazione delle condotte socialmente inadeguate ad esordio infantile e adolescenziale rientra all'interno della categoria di “Disturbi da Deficit di Attenzione e da Comportamento Dirompente” che fa riferimento a quei quadri caratterizzati da una persistente interazione disturbata tra il giovane e il contesto sociale. Vi rientrano in particolare: il “Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività”, il “Disturbo della Condotta”, il “Disturbo Oppositivo-Provocatorio”. La prima di queste condizioni (da/di) conosciuta anche come “ipercinetica” include una serie di manifestazioni che esordiscono in genere prima dei 7 anni e si presentano nelle situazioni di gruppo più frequentemente rispetto alla maggioranza dei coetanei: irrequietezza vissuta o agita, volubilità attentiva, inadeguata finalizzazione del comportamento, invasione nell'attività altrui, difficoltà a rispettare il proprio turno nella relazione o nel gioco strutturato. Diverse ricerche hanno cercato di mettere a fuoco la correlazione tra le osservazioni relative al comportamento iperattivo e a quello antisociale, al fine di precisare la possibilità di un'evoluzione a distanza dell'instabilità verso un vero e proprio disturbo di personalità antisociale.

Le controversie sorte sembrano aver suggerito al DSM-IV una cautela maggiore rispetto alla precedente edizione (DSM-III-R) secondo cui il decorso della sindrome era destinato a complicarsi in un numero di casi ritenuto significativo. Come rilevato da uno studio longitudinale (Mannuzza, G. Klein, H. Konig, Giampino, 1989), su una popolazione di bambini diagnosticati come iperattivi, solo un quarto del campione prescelto ha mostrato una relativa stabilità e coerenza delle manifestazioni dissociali nel corso del successivo sviluppo. 



Per il DSM-IV, nel caso dell'adolescente, l'iperattività motoria precocemente diagnosticata tenderebbe in genere ad attenuarsi o a scomparire, lasciando il posto ad una irrequietezza spesso confinata alla sfera del vissuto e a una difficoltà nel controllo degli impulsi che possono sfociare in una “infrazione delle regole familiari, interpersonali e scolastiche”. Nel tentativo di indicare un esito possibile del disturbo, tale descrizione situa su uno stesso livello di analisi fenomeni di ordine diverso, sovrapponendo il complesso processo di interazioni simboliche, sociali e normative all'instabilità iniziale.

La costante preoccupazione prognostica che il disturbo costituisca una condizione “a rischio” e tenda a persistere o a complicarsi con l'età, affrontata dagli autori del DSM in termini di frequenza casistica, porta come inevitabile conseguenza quella di eludere di prendere in considerazione il rapporto tra contesti (affettivi, normativi, sociali) e processi di sviluppo all'interno del quale la condotta si definisce e acquista significato interpersonale. Solo attraverso un mutamento di prospettiva che dia maggior rilievo a quegli aspetti di apertura evolutiva che rimangono trascurati nella metodologia di indagine del DSM-IV è possibile spostare l'accento sui processi e sugli scambi comunicativi del disturbo mettendo tra parentesi il problema eziologico, e considerando che i comportamenti irruenti si alimentino piuttosto all'interno di un ambiente con scarse competenze comunicative il più delle volte poco tollerante o rifiutante per l'instabile.

L'idea di una limitazione di base dello sviluppo e delle possibilità adattive che l'instabilità sembra aver prodotto acquista ulteriore evidenza e consistenza nella categoria diagnostica di “Disturbi della Condotta”. Vi rientrano quadri comportamentali che trovano la loro specificità nel conflitto sociale: ripetute e persistenti aggressioni, menzogne, disobbedienze, furti che si accompagnano a fenomeni di vandalismo, drop-out scolastico o professionale, fughe da casa, precocità sessuale, abuso di alcolici e droghe. 

Il significato della cattiva condotta può variare in realtà sensibilmente sia in relazione agli ambiti sociali entro cui insorge, che alle diverse età nelle quali cambia la cognizione degli effetti prodotti. Tuttavia il suo mostrarsi attraverso forme riconosciute di aggressione o violazione è sufficiente a configurare la diagnosi: un comportamento simile a quelli già descritti, che duri per un periodo di almeno sei mesi, legittima l'American Psychiatric Association ad utilizzare la categoria di Disturbo della Condotta. 

Non si tratta dunque di atti isolati o di intemperanze banali ma di forme strutturate di comportamento, diventate problema sociale, prima ancora che clinico. Tali problematiche infatti tendono ad emergere e vengono di solito segnalate più frequentemente in epoca scolare, nella fase, cioè, di sperimentazione delle appartenenze extra-familiari. L'assunto nosografico, che assimila tali forme ad una patologia specifica dell'età evolutiva, traduce in questo modo il conflitto sociale in problema individuale, legittimando spesso valutazioni e interventi centrati sul soggetto portatore del disturbo: modi caratteristici di problematizzare le situazioni sociali, insieme alla loro eventuale rilevanza criminosa, suggerirebbero l'esistenza di un processo psicopatologico sottostante in questi soggetti, tale da giustificare la trattazione comune in una tipologia. La gravità sociale e l'abitualità della violazione sono così tradotti in categorie diagnostiche, confondendo livelli di analisi diversi: giuridico-normativo da un lato, clinico dall'altro.

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