Codice_Linguaggio_Pensiero


La teoria di Bernstein dei codici ristretti ed elaborati (Bernstein, 1971), sostiene che i bambini della classe lavoratrice risentono di uno svantaggio linguistico e cognitivo, rispetto alla controparte della media borghesia. Secondo Bernstein sono le condizioni stesse della loro educazione che rendono questi bambini svantaggiati sotto il profilo linguistico. Poiché il loro linguaggio consiste in un codice ristretto, essi non sono in grado di formulare, e a maggior ragione di capire, molte cose che i ragazzi della media borghesia possono invece esprimere e comprendere senza alcuna difficoltà. Gli orizzonti mentali saranno dunque limitati in quanto lo sono le risorse linguistiche.

La distinzione tra un codice elaborato ed uno ristretto è basato sugli studi linguistici effettuati da ricercatori di estrazione borghese, che si sono avvicinati dall'esterno al mondo sociale dei bambini della classe lavoratrice senza avere competenze per capire quel mondo. Com'è prevedibile, la comunicazione è risultata semplificata e le interazioni regolate da forme rudimentali, come quelle a cui ci si deve attenere quando si adotta la vecchia tattica che consiste nel simulare incapacità di esprimersi per nascondere quel che succede nel proprio mondo. Questa tattica sociale implica l'idea che esista una carenza linguistica rilevabile empiricamente. La teoria è stata inoltre perfezionata dall'idea secondo cui la struttura e i concetti dei corsi di studio, siano essi di tipo tradizionale o liberale, favoriscano sempre le persone capaci di elaborazioni concettuali e linguistiche illimitate. 

Gli studi successivi non sostengono questa teoria, in quanto non vi sono prove di questa carenza linguistica. Tutto dipende dalla situazione in cui si svolgono discussioni e teorizzazioni, da chi sono i protagonisti e dall'argomento di cui trattano. 
Dobbiamo concludere che ogni micro-società possiede un proprio codice elaborato, capace di estensioni illimitate, ma presenta anche un suo fronte di opacità rispetto alle possibilità di penetrazione da parte di altre micro-società.

La forza e il carattere stravagante dei giudizi espressi su studenti ribelli o su tifosi turbolenti non possono essere spiegati né dall'utilizzazione di sistemi retorici diversi, né dall'insorgere dell'impenetrabilità reciproca. Per comprenderli possiamo ricorrere al concetto di “panico morale” introdotto da Sten Cohen.

Sembra che di tanto in tanto, le società siano affette da periodi di panico morale. Una condizione, una persona, un gruppo di persone o un episodio vengono considerati come un'improvvisa minaccia agli interessi e ai valori della società; i mass-media li descrivono in modo semplicistico e stereotipato; le barriere morali vengono manovrate dai redattori, dai vescovi, dagli uomini politici e da altri benpensanti; i sociologi accreditati pronunciano le loro diagnosi e propongono soluzioni; si elaborano strumenti per far fronte alla situazione. La condizione può allora sparire, sprofondare nel nulla o degenerare e apparire quindi più evidente. Talvolta l'oggetto del panico è una novità, altre volte è qualcosa che esiste da tempo e che, improvvisamente, appare alla ribalta. A volte il panico è lasciato in disparte ed è dimenticato da tutti tranne che dalla memoria collettiva e dal folklore. Talora esso ha delle ripercussioni più durature e più gravi che possono portare a modificazioni della politica sociale e legale, se non addirittura a cambiamenti nell'idea che la società si è fatta di sé stessa (Cohen, 1972).

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