Appunti generazionali



Molte ricerche nel corso degli anni '70-'80 hanno tentato di definire i confini dell'immaginario giovanile, in quanto insieme coerente di rappresentazioni e di simboli atto a descrivere e a presentare la figura del giovane, per come essa viene elaborata culturalmente nell'ambito della società. 

L'ipotesi di base di gran parte di queste ricerche è che, al di là e oltre le forme di appartenenza sociale, individualmente costituite secondo modalità specifiche di aggregazione, sia possibile – in una società mediatica, come la nostra – individuare delle forme generalizzate e condivise di fruizione di un immaginario giovanile orientato e diffuso dalle agenzie di produzione culturale (De Leo, 2002).

L'obiettivo è di verificare se rappresenti una percezione sociale generalizzata tra i giovani, l'idea del giovane come problema e come tematica specifica e quali siano le sue caratteristiche. Le aree analizzate riguardano: l'immaginario corporeo e il “look”; l'immaginario sessuale; l'immaginario del futuro. Un primo dato interessante è costituito dall'età che secondo gli intervistati segna la fine della giovinezza: 30 anni, fra i 30 e i 45, oltre i 45, con una media di 43 anni (!). Mentre l'età di ingresso alla vita adulta viene collocata oltre i 30 anni (43% degli intervistati) e oltre i 35 anni (10% degli intervistati), con una media di 28 anni. 

Questo dato implica due considerazioni:

1. Che l'età giovanile non sia legata a condizioni biologiche-evolutive di tipo specifico;

2. Che esistano degli spazi di sovrapposizione fra condizione giovanile e appartenenza al mondo degli adulti.

Ciò lascerebbe presupporre, anche nella percezione dei diretti interessati, un'ipotesi:

La“dissolvenza” della condizione giovanile, per l'allentamento e la permeabilizzazione dei confini con il mondo adulto, che spesso esprime richieste, potenzialità, disagi non più specifici esclusivamente dell'universo giovanile (Nicoli, Martino, 1986). 



Emerge, d'altra parte, una “cultura della differenza” (Montesperelli, 1984), in cui l'esperienza personale dell'essere giovani sembra prendere le distanze dalle rappresentazioni sociali, disegnando un universo giovanile differenziato e poliedrico, alla ricerca di appartenenze raramente identificabili con le reali offerte di identità e ruoli sociali. 

Essere giovani rappresenta una grave metafora sociale, attraverso cui vengono offerte occasioni e risorse di identificazione sempre più difficilmente rintracciabili nei consueti luoghi della vita sociale, come la famiglia, la scuola, la parrocchia (Ranci, De Ambrogio, Pasquinelli, 1989).

La “sfiducia nella dimensione pubblica” (Gasparini, 1987) ha prodotto nei giovani degli anni '80 un ritorno al privato, con una rivalutazione dell'informale, del quotidiano, dell'espressività individuale, attraverso cui ricomporre nuovi e alternativi equilibri con gli ambiti istituzionali. Un ritorno al privato come emergenza di “nuovi bisogni e nuovi valori”: cultura, espressione, contemplazione, pace (Calvi, 1980; Gasparini, 1987), nella costruzione di appartenenze sociali non massificate. 

Il “pendolarismo” e la “pluriappartenenza” sociale, spesso letti come espressione dell'instabilità e dell'incoerenza giovanile, vengono così ad assumere significati di mediazione fra esigenze di identificazione/appartenenza e non rinuncia alle differenze individuali e all'esperienza del vissuto soggettivo (Nicoli, Martino, 1986). 

Nella lotta contro la marginalità e la negazione del privato, negli anni '90 emerge una nuova cultura giovanile, multidimensionale e policentrica. Un cultura ad alta entropia che elabora e propone un progetto non contenibile entro i canali ufficiali della legittimazione, che richiede e sollecita nuove, differenziate risorse, più pertinenti alle emergenti complessità sociali di cui i giovani sono prodotto ed espressione. Una cultura delle differenze e della frammentazione che relativizza il rapporto con le istituzioni secondo un criterio di reversibilità delle scelte, privilegiando i rapporti primari (familiari, amicali) e la dimensione della soggettività (Durden, 1993).

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