Sguardi & Emozioni



Quando lo sguardo di un altro si dirige verso di noi, l’attivazione cerebrale aumenta nell’amigdala così come nell’insula, nelle cortecce cingolata, frontale e temporale (Calder, 2002; Kawashima, 1999; Pelphrey, 2004).

L’analisi di questo sguardo diretto è rapidissima a causa dell’importanza che il contatto “occhio a occhio” ha per la sicurezza fisica e il successo riproduttivo (Von Grunau, Anston, 1995).

Se le persone mantengono il contatto oculare per più di pochi secondi è possibile che si azzuffino, facciano sesso o entrambe le cose.

Il rapporto della pupilla con la sclera visibile per gli altri offre una misura immediata, automatica e inconscia della sicurezza e del pericolo.

L’attivazione del sistema nervoso simpatico stimola i muscoli radiali dilatatori della pupilla provocando l’aumento del loro diametro; l’inibizione del sistema nervoso parasimpatico può avere lo stesso risultato. 

L’attivazione del parasimpatico stimola il muscolo sfintere dell’iride a restringere la pupilla in risposta alla luce viva (Granholm, Steinhauer, 2004; Thompson, 2004). 



Benché la dilatazione della pupilla si verifichi in risposta a situazioni sociali sia positive che negative, le emozioni positive e l’attrazione sessuale sembrano provocare una maggiore e più costante dilatazione della pupilla (O’Neill, Hinton, 1977).

La grandezza della pupilla sembra segnalare agli altri che stiamo sperimentando delle sensazioni positive e che siano interessati a loro.

I bambini hanno di solito pupille più grandi, il che può contribuire alla nostra spinta a prenderci cura di loro. Anticamente le donne si mettevano negli occhi la belladonna perché l’atropina (l’ingrediente attivo della belladonna) provoca una dilatazione pupillare.

Le pupille dilatate sono un irresistibile segnale di avvicinamento per caretaker, amici  e potenziali compagni perché indicano che vederli ci fa sentire eccitati, che la loro presenza ci fa piacere e che accettiamo le loro proposte.

(Tratto da Il cervello sociale, Louis Cozolino, 2008)

Patologia dei legami istituzionali



Ogni legame istituzionale ha in sé un atto di fondazione e un desiderio di differenziazione. 

Perché si istituisca un movimento creativo, perché il desiderio dietro la fondazione abbia forma e realtà, è necessario che la differenziazione si affermi in modo radicale, ossia che la separazione si enunci come una frattura.

Tale rottura si afferma come un rigetto dei vecchi legami istituzionali, che prendono lo statuto di cattivo oggetto ripudiato. La fondazione si accompagna spesso a un rigetto o a una scissione associata a una negazione originaria. 

L'ideologia fondatrice si edifica sull'espulsione di una parte della realtà. 

La parte rigettata, che fa da contro-modello, può essere oggetto di una rimozione collettiva e riapparire successivamente sotto forma critica ma trattabile dall'insieme a prezzo di alcuni riaggiustamenti.

Oppure, può essere oggetto di una reclusione e diventare l'analogo di una cripta (Abraham, 1978) incistata nelle fondamenta del legame istituzionale. In questo caso, la violenza distruttiva o la perversione costituiranno gli indizi elettivi del ritorno degli elementi reclusi. 

Lo slegamento patologico dei legami istituzionali è sigillato alla base dell'istituzione e la ricomparsa del fantasma, cioè il contro-modello, tornano in primo piano durante l'incontro con gli assistiti. L'atto di fondazione sottostà alla legge di non-permanenza dell'oggetto, permanenza d'identità.

Quindi non solo nella storia dell'istituzione, ma anche nel suo procedere, il legame è soggetto a trasformazioni. L'incapacità di tollerare ciò può prendere le forme perverse del pensiero concreto (es. contenimento farmacologico dei pazienti psichiatrici in momento dinamicamente valido).  

Senza la creazione di dispositivi che permettano il contenimento e la ripresa degli elementi trasmessi dalle esperienze istituzionali, il rapporto con l'istituzione appare come una forma di intossicazione dell'apparato psichico degli operatori che immobilizza le loro capacità di elaborazione.

dal film "Fantozzi" di Luciano Salce


La problematica istituzionale tende a ripetersi nel dispositivo e gli elementi emersi a questo livello possono essere trattati. La dinamica riappare sotto forma di una relazione transferale/controtransferale, di registro istituzionale, rispetto alla quale l'intervento formativo può essere il messaggero e il rivelatore. 

Ristabilire dei legami istituzionali più vivi dipende dall'accesso degli operatori alla depressione, al dubbio e al pensiero critico. Questo passa per un lavoro gruppale di elaborazione della negatività che permette un certo superamento delle scissioni, dei meccanismi anti-pensiero e l'accettazione dei limiti del desiderio di cura.

Con la ricostruzione di una trama comune che sopporta gli antagonismi, le opposizioni e i conflitti, si può vedere che gli elementi perversi, rinnegati e reclusi, non interrompono più il processo istituzionale. 

Il lavoro psichico gruppale suppone dei lutti, delle rinunce, ma anche l'innesco di potenzialità professionali la cui economia non trova appoggio nel funzionamento istituzionale. L'intervento può essere l'occasione per dissigillare certe formazioni psichiche e permettere la liberazione di energie individuali immobilizzate nel funzionamento istituzionale. Ciò passa per un'attenzione costante nel qui e ora della nuova istituzione costituita dalla formazione.

I dispositivi innescati come il gruppo o l'assetto d'aula, quindi due setting per due modalità di gestire la relazione gruppale, permettono la diversificazione dell'esperienza di formazione, riproducendo in un presente analizzabile e trattabile le forme attuali dell'esperienza istituzionale. 

Obiettivo di questa modalità di formazione è verificare la quota di pensabilità della propria esperienza professionale. Ritengo superfluo un passaggio di competenze, una ulteriore razionalizzazione del legame istituito.

Non penso che, a questo punto vi possa essere utile continuare a rimandare la dimensione fenomenologica e analitica dell'esperienza lavorativa ad un momento successivo. Quando ho pensato a questi incontri ho immaginato una costellazione emotiva dell'esperienza che cercava la propria forma.    

(Tratto da Sofferenza e psicopatologia del legami istituzionali, Kaes R., Pinel J. P., Kerneberg O., Correale A., Diet E., Duez B., 1996 )

Struttura_Patologia_Istituzione



"L'economia dell'istituzione si caratterizza per un sistema di tensione tra la struttura, dandole un aspetto di continuità rassicurante e una circolazione di affetti e di investimenti che le conferisce energia che partecipa alle sue trasformazioni" (Pinel, 1996). 

Questo sistema di tensione, sempre precario, è stato assimilato (Freud, 1921) all'oscillazione tra la mania e la depressione

Le istituzioni sono attraversate da movimenti di oscillazione che si traducono in congiunzioni e disgiunzioni, associazioni e dissociazioni (Kaes, 1994). 

L'istituzione realizza un assemblaggio di registri (psichici, emotivi, sociali, gruppali) e di logiche (emotiva, individuale, gruppale, sociale) di livelli differenti. 

   I registri dell'istituzione sono: 

- intra-psichico, il contenitore istituito è istituente la relazione tra il sè che esperisce e l'Io che processa l'esperienza e gli dà significato; 

inter-psichico, l'istituzione è il significante della relazione tra due Io che processano l'esperienza, partecipa al significato dell'esperienza dei sè, può essere bi-personale e gruppale; 

- sociale, la collocazione della forma ultima dell'inter-psichico nell'inter-istituzionale, riguarda spesso i profili del modello d'intervento; 

- emotivo, di due ordini: 

1. il Sé soggetto dell'esperienza; 

2. il Sé oggetto del processo dell'Io, nel primo si può parlare di emozione, nel secondo di sentimento, in quanto procedura del sentire. Modificazione di uno stato che arriva alla soglia della percezione. 

    Collocandosi all'incrocio tra il dentro e il fuori, segnalando i rapporti del singolare con il plurale, dell'intra e dell'intersoggettivo, l'istituzione è un'istanza particolarmente sensibile agli effetti dello slegamento dei legami

Che si manifesti attraverso una deregolazione parziale, un disinvestimento globale e una messa in crisi catastrofica, la deregolazione dei legami istituzionali si accompagna a una sofferenza psichica che affligge le persone e i gruppi che compongono l'insieme istituito. 

Pinel tenta di sostenere un'ipotesi: i fenomeni di slegamento patologico dei legami istituzionali vengono rivelati da una deregolazione economica gruppale. 

Che si manifestino per l'eccesso o la mancanza d'investimenti, essi procedono dalla negatività (il negativo è inteso come volontà a non procedere e preservare un pensiero concreto invalidante). 

Diagnosi di rabbia



E' fuorviante usare le categorie della personalità psicopatica per la delinquenza minorile. Definire un minorenne come psicopatico significa trascurare le sue potenzialità evolutive, anche quando siano presenti grosse rigidità di personalità e di carattere; significa inoltre favorire un atteggiamento dello studioso e del clinico di grave semplificazione e di elusione dell'approfondimento del caso, ignorando una ricostruzione della storia del ragazzo, della situazione e dell'azione (De Leo, 2002).

Nell'ambito della classificazione nosografica proposta dal DSM-IV dell'American Psychiatric Association, gli interrogativi di maggior rilievo sull'adolescenza, accanto alla questione dell'oggettivizzazione dei dati raccolti, riguardano il tipo di continuità esistente fra le condotte problematiche insorte in questa o in precedenti fasi evolutive e il successivo adattamento sociale. La questione è posta in termini strettamente statistico-probabilistici, riducendo la complessità del concetto di età evolutiva, a quello di decorso e previsione degli esiti del disturbo (De Leo, Leone, Termini, 2002).

La trattazione in questo senso non è intesa a suggerire l'esistenza di alcuna chiara distinzione tra i disturbi della fanciullezza e dell'età adulta. Nel valutare un bambino piccolo, un fanciullo o un adolescente, il clinico dovrebbe prendere in considerazione le diagnosi incluse in questa sezione ma fare anche riferimento ai disturbi descritti altrove nel DSM-IV. Anche agli adulti può essere diagnosticato un disturbo incluso  nella sezione per i Disturbi Solitamente Diagnosticati per la Prima Volta nell'Infanzia, nella Fanciullezza o nell'Adolescenza se il loro quadro soddisfa criteri diagnostici degni di rilievo. Si tratta di una scelta strettamente coerente con il presupposto epistemologico di ateoreticità del DSM, che taglia fuori qualsiasi possibilità, tanto sul piano clinico-applicativo quanto su quello teorico, di dar luogo e significato alla specificità propria della condizione di “soggetto in età evolutiva”.

La classificazione delle condotte socialmente inadeguate ad esordio infantile e adolescenziale rientra all'interno della categoria di “Disturbi da Deficit di Attenzione e da Comportamento Dirompente” che fa riferimento a quei quadri caratterizzati da una persistente interazione disturbata tra il giovane e il contesto sociale. Vi rientrano in particolare: il “Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività”, il “Disturbo della Condotta”, il “Disturbo Oppositivo-Provocatorio”. La prima di queste condizioni (da/di) conosciuta anche come “ipercinetica” include una serie di manifestazioni che esordiscono in genere prima dei 7 anni e si presentano nelle situazioni di gruppo più frequentemente rispetto alla maggioranza dei coetanei: irrequietezza vissuta o agita, volubilità attentiva, inadeguata finalizzazione del comportamento, invasione nell'attività altrui, difficoltà a rispettare il proprio turno nella relazione o nel gioco strutturato. Diverse ricerche hanno cercato di mettere a fuoco la correlazione tra le osservazioni relative al comportamento iperattivo e a quello antisociale, al fine di precisare la possibilità di un'evoluzione a distanza dell'instabilità verso un vero e proprio disturbo di personalità antisociale.

Le controversie sorte sembrano aver suggerito al DSM-IV una cautela maggiore rispetto alla precedente edizione (DSM-III-R) secondo cui il decorso della sindrome era destinato a complicarsi in un numero di casi ritenuto significativo. Come rilevato da uno studio longitudinale (Mannuzza, G. Klein, H. Konig, Giampino, 1989), su una popolazione di bambini diagnosticati come iperattivi, solo un quarto del campione prescelto ha mostrato una relativa stabilità e coerenza delle manifestazioni dissociali nel corso del successivo sviluppo. 



Per il DSM-IV, nel caso dell'adolescente, l'iperattività motoria precocemente diagnosticata tenderebbe in genere ad attenuarsi o a scomparire, lasciando il posto ad una irrequietezza spesso confinata alla sfera del vissuto e a una difficoltà nel controllo degli impulsi che possono sfociare in una “infrazione delle regole familiari, interpersonali e scolastiche”. Nel tentativo di indicare un esito possibile del disturbo, tale descrizione situa su uno stesso livello di analisi fenomeni di ordine diverso, sovrapponendo il complesso processo di interazioni simboliche, sociali e normative all'instabilità iniziale.

La costante preoccupazione prognostica che il disturbo costituisca una condizione “a rischio” e tenda a persistere o a complicarsi con l'età, affrontata dagli autori del DSM in termini di frequenza casistica, porta come inevitabile conseguenza quella di eludere di prendere in considerazione il rapporto tra contesti (affettivi, normativi, sociali) e processi di sviluppo all'interno del quale la condotta si definisce e acquista significato interpersonale. Solo attraverso un mutamento di prospettiva che dia maggior rilievo a quegli aspetti di apertura evolutiva che rimangono trascurati nella metodologia di indagine del DSM-IV è possibile spostare l'accento sui processi e sugli scambi comunicativi del disturbo mettendo tra parentesi il problema eziologico, e considerando che i comportamenti irruenti si alimentino piuttosto all'interno di un ambiente con scarse competenze comunicative il più delle volte poco tollerante o rifiutante per l'instabile.

L'idea di una limitazione di base dello sviluppo e delle possibilità adattive che l'instabilità sembra aver prodotto acquista ulteriore evidenza e consistenza nella categoria diagnostica di “Disturbi della Condotta”. Vi rientrano quadri comportamentali che trovano la loro specificità nel conflitto sociale: ripetute e persistenti aggressioni, menzogne, disobbedienze, furti che si accompagnano a fenomeni di vandalismo, drop-out scolastico o professionale, fughe da casa, precocità sessuale, abuso di alcolici e droghe. 

Il significato della cattiva condotta può variare in realtà sensibilmente sia in relazione agli ambiti sociali entro cui insorge, che alle diverse età nelle quali cambia la cognizione degli effetti prodotti. Tuttavia il suo mostrarsi attraverso forme riconosciute di aggressione o violazione è sufficiente a configurare la diagnosi: un comportamento simile a quelli già descritti, che duri per un periodo di almeno sei mesi, legittima l'American Psychiatric Association ad utilizzare la categoria di Disturbo della Condotta. 

Non si tratta dunque di atti isolati o di intemperanze banali ma di forme strutturate di comportamento, diventate problema sociale, prima ancora che clinico. Tali problematiche infatti tendono ad emergere e vengono di solito segnalate più frequentemente in epoca scolare, nella fase, cioè, di sperimentazione delle appartenenze extra-familiari. L'assunto nosografico, che assimila tali forme ad una patologia specifica dell'età evolutiva, traduce in questo modo il conflitto sociale in problema individuale, legittimando spesso valutazioni e interventi centrati sul soggetto portatore del disturbo: modi caratteristici di problematizzare le situazioni sociali, insieme alla loro eventuale rilevanza criminosa, suggerirebbero l'esistenza di un processo psicopatologico sottostante in questi soggetti, tale da giustificare la trattazione comune in una tipologia. La gravità sociale e l'abitualità della violazione sono così tradotti in categorie diagnostiche, confondendo livelli di analisi diversi: giuridico-normativo da un lato, clinico dall'altro.

La personalità psicopatica


dal film "Il cavaliere oscuro"

"Il crimine non è un effetto puro e semplice della paranoia, ma è la risultante di un processo che può essere ricostruito e in cui la vittima può magari aver svolto anche una parte attiva" (De Leo, 2002).   

L'analisi processuale è importante per esaminare la situazione, per vedere come si sono formate e organizzate nel soggetto le rappresentazioni e le idee deliranti di persecuzione. Secondo alcuni autori si tratta di una costruzione che nel tempo si alimenta anche attraverso segni ben radicati nella realtà.

"Il contenuto dell'idea delirante è, specialmente nella schizofrenia, la descrizione metaforica della situazione psicologica del delirante e dei suoi rapporti interpersonali. Ad esempio non è raro che il delirio di persecuzione indichi, in termini di rappresentazione drammatica, una sottile, reale, persecuzione psicologica da parte dei familiari" (Jervis, 1975).

Questi deliri, anche se non hanno un'evidenza e non contengono una minaccia precisa come quella che il soggetto si rappresenta, esprimono però molto spesso tendenze all'esclusione, all'emarginazione, forme di aggressività simboliche che, nelle interazioni, soggetti di questo genere ricevono in maniera crescente, in funzione dell'essere percepiti come malati, psicotici, schizofrenici, paranoici. 
Oltre l'aspetto psichiatrico è importante svolgere un'analisi processuale a più livelli che tenga conto di come la malattia mentale si inserisce nel rapporto tra soggetto  e comportamento, e tra soggetto, comportamento e risposta degli altri nelle interazioni sociali, in modo da avere una spiegazione e una comprensione maggiore e più completa sia della malattia mentale che del comportamento deviante.

In ambito peritale si dà sempre minore importanza al legame tra devianza e nevrosi.
La difficoltà che si incontra nel trattare questo rapporto è quello relativo alla definizione dello stesso termine di nevrosi. Si tratta infatti di una categoria molto vasta, vaga, troppo spesso generalizzata e confusa. E' difficile individuare le componenti nevrotiche che possono caratterizzare la personalità di un delinquente in quanto i disturbi nevrotici (ansie, insicurezze, fobie, rituali ecc.) fanno parte della realtà quotidiana di tutti e possono diventare particolarmente evidenti nei periodi di maggiore stress. Vi sono peraltro particolari situazioni che potrebbero avere un qualche nesso con meccanismi nevrotici, per esempio la cleptomania, l'acting-out nevrotico, la delinquenza per senso di colpa, la piromania, ecc.; si tratta comunque di comportamenti in qualche caso sostenibili, ma non generalizzabili.

La questione di fondo è che la nevrosi non agisce in termini diretti, deterministici sul comportamento criminale. Si tratta di una difficoltà personale che produce una tensione cognitiva del soggetto, produce ansia, insicurezza; questi problemi si ripercuotono nell'ambiente circostante, nella famiglia, nel lavoro creando disagi nei rapporti che possono aggravare e accentuare le difficoltà del soggetto. La nevrosi influisce quindi, in termini indiretti, nelle relazioni e queste influiscono, a loro volta, sulla nevrosi, per cui sono di nuovo questi i livelli che vanno soprattutto considerati in una prospettiva criminologica e che ci fanno vedere come il comportamento deviante sia il risultato di processi di interazione.

dal film "Dottor Jekyll e Mr. Hyde"
Uno dei concetti più tradizionali e frequentemente usati nel campo della psicologia della devianza, è quello di personalità psicopatica. Si tratta di una categoria con una lunga storia alquanto travagliata, molto discussa e discutibile sia da un punto di vista criminologico che psichiatrico. E' stata definita una “pattumiera psichiatrica” (Jervis, 1975) in quanto consente di assorbire carenze della teoria e della ricerca, cioè i luoghi oscuri, le zone comportamentali, caratteriali che non hanno spiegazione né all'interno della categoria delle psicosi, né delle nevrosi e che non trovano neanche una definizione razionale in termini di normalità; si tratta quindi di un concetto assolutamente residuale.

Per personalità psicopatica si intende una sindrome che presenta una serie di caratteristiche psicologiche comunemente non accettate come normali (mancanza di senso morale, incapacità di apprendere dall'esperienza e dalle punizioni, assenza di sensi di colpa, anaffettività, impulsività, labilità emotiva, ecc.) che la rendono quindi costantemente fonte di sofferenza per sé e per gli altri. Lo psicopatico, conservando lucidità intellettiva e cognitiva, sarebbe incapace di stabilire relazioni approfondite, di prevedere gli effetti dei propri comportamenti, di mettersi nei panni degli altri; tutte queste caratteristiche farebbero di lui un soggetto portato al comportamento deviante e criminale. Si tratta di un'evidente semplificazione tautologica in quanto la psicopatia è stata inventata come categoria per designare comportamenti anomali, i quali vengono spiegati con la stessa categoria; è un processo di pensiero circolare che non permette di approfondire la storia della persona, né i rapporti tra storia e processo in azione, è quindi un concetto che, in realtà, non ha nessuna validità esplicativa. 

"Ci sono alcuni casi, in età evolutiva, anche se rari di personalità psicopatica; il problema consiste nel fatto che queste situazioni particolari vanno ri-concettualizzate, non serve utilizzare una categoria così inquinata sul piano storico e teorico, possono essere definiti casi difficili, possono essere definiti in vario modo, ma è bene non includerli in un ambito concettuale che orienterebbe in maniera deformata l'analisi, le ipotesi esplicative e l'atteggiamento dello studioso" (De Leo, 2002).

E' stata spesso sottolineata una caratteristica dello psicopatico riguardante la ripetitività degli atteggiamenti e comportamenti, una ripetitività che può anche coinvolgere atti dannosi per gli altri. La domanda da porsi è perché questi comportamenti tendono a ripetersi, che cosa stabilizza questa ripetitività, ricostruendo la storia del soggetto, le sue relazioni, collegare i processi di interazione con le rappresentazioni mentali e le elaborazioni cognitive. Tenendo conto che la rigidità e le ripetitività del soggetto non sono mai totali, ma riguardano solo alcune aree comportamentali, per il resto egli può mantenere livelli significativi di disponibilità al rapporto e al cambiamento.

Un tema che in altri momenti storici ha avuto una certa importanza è quello del rapporto tra intelligenza, criminalità e devianza; si riteneva cioè che la maggior parte dei criminali fossero anche persone con deficit intellettivi, con un'intelligenza scarsa, debole e perfino subnormali. Molte sono state le critiche rivolte a questo tipo di ricerche, soprattutto per l'inadeguatezza metodologica. Gli studi più recenti hanno anche dimostrato il contrario; per alcuni tipi di reato, infatti, come frodi, truffe, falsificazioni, sono stati trovati indici di intelligenza superiori alla media.
Certamente esiste il problema del debole di mente, esistono persone che presentano carenze nell'esprimere le proprie potenzialità intellettive, che hanno una debole capacità di simbolizzazione e concettualizzazione, tutti aspetti che possono causare difficoltà, momenti di irrigidimento e di conflitto nelle relazioni con gli altri, in quanto queste persone, non avendo sviluppato le più astratte competenze cognitive, simboliche, concettuali, possono usare più direttamente il passaggio all'atto con modalità di difesa e risoluzione dei problemi; ciò però non significa che il debole di mente sia più portato a commettere reati. Ancora una volta il discorso ci rimanda a dinamiche processuali, interattive e situazionali.

Questo tipo di tematica attualmente ha una pura rilevanza clinica, casistica, cioè in qualche caso, particolari situazioni di deficit intellettivo possono essere collegate con la dinamica interattiva che ha portato al comportamento criminale, ma il deficit non è una causa rilevante e significativa.
Per quanto riguarda l'età evolutiva e l'adolescenza il riferimento alla dimensione psichiatrica e psicopatologica è molto meno frequente e meno rilevante, sia perché si preferisce considerare gli aspetti evolutivi piuttosto che quelli psicopatologici, sia perché l'esperienza clinica e gli studi in questo campo ci mostrano che, in questa fase evolutiva, le problematiche psicopatologiche, quando sono presenti, hanno comunque un carattere meno strutturato e meno definito; sia infine perché le grandi malattie mentali, come la psicosi, si affacciano generalmente nella vita dell'individuo in età più avanzata.

Nell'adolescenza la correlazione tra condotta sintomatica e problemi psichiatrici è limitata; più che in qualsiasi altra età, molto raramente, in questo periodo si manifestano quadri patologici ben definiti. Potrebbero insorgere dei disturbi psicotici, ma che conservano comunque una notevole potenzialità di reversibilità e di evolutività.

Teorie della violenza



Cesare Lombroso assorbendo e sintetizzando, in modo eclettico, disordinato e spesso confuso (Villa, 1985) importanti stimoli culturali del suo tempo, come il materialismo, il darwinismo biologico e sociologico, l'antropologia fisica e culturale, ha tentato di dare una prima risposta “positiva”, empirica, a quell'antica ideologia.

Effettuando misure antropometriche su centinaia di detenuti, soprattutto nelle carceri venete, e coadiuvato dai suoi allievi Ferri e Garofalo, nel 1876, nella sua opera più nota, L'uomo delinquente, formulò la sua ipotesi del “delinquente nato” come tipo antropologico distinto, con tendenza coattiva a commettere crimini, caratterizzato da anomalie, malformazioni e asimmetrie dello scheletro, del cranio, della faccia, con altri segni fisici indicativi di degenerazione, come la dimensione del cervello (troppo grande o troppo piccolo) gli zigomi sporgenti, gli occhi strabici, le sopracciglia folte e prominenti, naso storto, grandi orecchie, ecc. 

Lombroso osservò, all'interno di questa sua tipologia, anche altre caratteristiche non fisiche, come la mancanza di senso morale, vanità, crudeltà, pigrizia, l'uso di un gergo delinquenziale, insensibilità al dolore, disprezzo della morte e della sofferenza, tendenza al tatuaggio, epilessia. Si tratterebbe di un tipo “atavico”, un esempio di regressione verso tipi umani primitivi, pre-umani, più prossimi agli animali inferiori (Lombroso, 1876). 

Nel corso degli anni, confrontandosi con molte critiche che già allora erano state sollevate alla sua tesi, Lombroso delimitò – con criteri approssimativi – al 35% di tutti i criminali la quota dei delinquenti nati, sostenendo che questi dovevano possedere, per essere considerati tali, almeno cinque delle caratteristiche proposte; aggiunse a tale categoria il delinquente folle e il delinquente occasionale, e concluse il suo itinerario scientifico affermando che ogni delitto ha la sua origine in una molteplicità di cause.

La tesi dell'uomo delinquente non sopravvisse al suo autore, mentre il modello di ricerca bio-antropologica inaugurata da Lombroso ebbe enorme fortuna e venne ripreso e riproposto in varie direzioni da medici, psichiatri, genetisti, endocrinologi, neurologi, antropologi criminali in tutto il mondo. 

dalle pagine di "L'Uomo Delinquente"
di Cesare Lombroso


La questione dell'ereditarietà nell'eziologia della devianza, in particolare quella minorile, è uno degli aspetti centrali di questo approccio, poiché evidentemente avrebbe risolto alla radice il quesito relativo alla predestinazione, alla predisposizione al crimine, e avrebbe messo fuori campo il ruolo dell'ambiente sociale, le condizioni di disuguaglianza e le responsabilità istituzionali dal punto di vista degli interventi preventivi generali e speciali.

Oggi gli studiosi non fanno più riferimento a questa ipotesi per spiegare il comportamento criminale e deviante, ma anche durante il XX secolo molti illustri ricercatori hanno sostanzialmente accettato la tesi dell'ereditarietà del delitto, anche se è sempre mancato il consenso su ciò che viene ereditato e su come avviene la trasmissione. Prima le ricerche si sono orientate su quelle che venivano chiamate le “famiglie criminali”, che sembravano mostrare una particolare concentrazione di delinquenti e devianti in genere (prostituzione, alcolismo, malattia mentale, ecc.).

Agli studiosi di allora, queste famiglie apparivano come esempi evidenti di una necessaria, inevitabile trasmissione della devianza dai genitori ai figli, per generazioni, su base ereditaria innata. Gli innumerevoli studi successivi non hanno confermato questa ipotesi, poiché non rappresentativa dei campioni di famiglie e le notevoli incompletezze metodologiche non hanno mai consentito di affermare se viene trasmessa, nell'ambito di quelle famiglie, un'eredità criminale biologica, oppure un'eredità deviante ambientale, culturale, di stili comportamentali, psicologica; tutti aspetti che sono trasmessi  o sono suscettibili di essere trasmessi nell'ambito della stessa famiglia.

Alla fine degli anni quaranta, Norwood East (1949) sembrava archiviare la questione affermando che le sue ricerche sugli adolescenti criminali e tutte le sue esperienze di studioso non gli avevano mai fornito prove che la criminalità in quanto tale fosse trasmissibile.
La questione dell'ereditarietà del crimine trasse nuovo impulso dalle ricerche sui gemelli delinquenti inaugurate dallo psichiatra J. Lange. L'obiettivo era proprio quello di cercare di separare le influenze biologiche da quelle ambientali, confrontando i destini sociali e criminali dei gemelli identici (omozigoti) con quelli dei gemelli fraterni (dizigoti). Se, nonostante le inevitabili differenziazioni degli influenzamenti ambientali, i gemelli identici dovessero mostrare una maggiore frequenza di “comportamenti concordanti” rispetto ai gemelli fraterni, risulterebbe in quei casi evidente uno specifico ruolo della base ereditaria innata.

dal film "Shining" di Stanley Kubrick


Lange lavorò su gemelli istituzionalizzati nelle carceri bavaresi. Trovò dati per ricostruire la storia di 30 coppie di gemelli: 13 coppie monozigote e 17 dizigote. Nel primo gruppo, in 10 casi entrambi i gemelli avevano conosciuto l'esperienza del carcere; nel secondo (dizigoti) solo in due casi c'era tale concordanza. Le conclusioni tratte, da questi dati, sia da Lange che da molti contemporanei, sono state ampiamente dibattute e criticate (Schafer, 1976; Mannheim, 1975), sia per il piccolo numero di casi presi in esame, sia perché Lange aveva assunto come dato concordante o discordante fra i gemelli la semplice incarcerazione, che evidentemente non è un comportamento del soggetto, ma può avere alla base tipi anche molto diversi di comportamento criminale, e perfino nessun tipo di azione deviante.

Anche rispetto ai tentativi successivi orientati su questa prospettiva, è stata messa in evidenza la strutturale, basilare ambiguità in cui essi si dibattono, posto che non è possibile risolvere il problema in termini di alternativa fra eredità e ambiente, considerata l'ormai ben dimostrata complessità dei processi interattivi e combinatori fin dal momento del concepimento.
All'interno di questo approccio biologico-antropologico notevole fortuna ha riscosso la scuola del “tipo corporeo”, secondo cui la conoscenza dell'organismo somatico umano permette di comprendere i suoi processi psicologici. Venivano infatti ipotizzate delle connessioni tra determinati tipi corporei e determinate caratteristiche psicologiche. Il problema della criminalità trovava così una spiegazione all'interno di questo stretto legame tra struttura corporea e funzione costituzionale.

Il più noto sostenitore di questo orientamento fu Ernest Kretschmer, uno psichiatra tedesco che mise in relazione tre tipi costituzionali principali (l'astenico, l'atletico e il picnico) con forme specifiche di malattia mentale (la schizofrenia e la psicosi maniaco-depressiva). Un lavoro analogo in campo criminologico venne effettuato da W.H. Sheldon, il quale si interessò della relazione tra la forma del corpo e la tendenza alla delinquenza. La sua tipologia distingueva tre componenti costituzionali fondamentali: l'endomorfia che produce rotondità, la mesomorfia caratteristica dei soggetti muscolosi, e l'ectomorfia a cui corrisponderebbe la magrezza e la fragilità; a queste componenti venivano poi associati determinati tipi di temperamento. In seguito a uno studio su 200 ragazzi di una casa di riabilitazione, effettuato attraverso un'analisi dei loro dati biografici e fisici, Sheldon affermò che la costituzione dei mesomorfi, cioè dei soggetti muscolosi, si prestava più favorevolmente come base per la delinquenza (Sheldon, 1949).

Emerge immediatamente l'ingenuità di tali tipologie e la carenza della logica dimostrativa sottostante, inoltre manca una definizione sufficientemente chiara e precisa del concetto di delinquenza così come viene usato dall'autore (Cohen, 1969).

I coniugi Glueck, riprendendo la tipologia di Sheldon, misero in relazione questi tipi somatici con una lista di tratti di personalità e di fattori socio-culturali. Dai risultati non emersero comunque prove sufficienti di una relazione particolare e specifica tra aspetti fisici, caratteriali e ambientali, tale da sostenere e giustificare l'ipotesi di una personalità predisposta alla delinquenza (Mannheim, 1975).

Le critiche effettuate nei confronti di queste ricerche riguardano essenzialmente la carenza delle metodologie adottate (Mannheim, 1975); inoltre il campione preso in considerazione era spesso viziato in partenza, in quanto la popolazione criminale veniva identificata con la popolazione istituzionalizzata (Schafer, 1976). Spesso poi l'impostazione della ricerca era tale da autoconfermare i suoi presupposti di base, escludendo così, già in partenza, altre possibili interpretazioni dei risultati (Cohen, 1969).

Disagio & Violenza



dal film "Qualcuno volò sul nido del cuculo" di Milos Forman

La malattia mentale non può essere considerata una causa diretta di comportamento criminale di tipo deterministico, per la ragione di carattere generale, per cui esso è un comportamento finalizzato che presuppone una dimensione esperienziale organizzata. 

Il malato mentale, con tutta la varietà delle situazioni che la psichiatria include in tale concetto, può mettere in atto comportamenti aggressivi, violenti, che possono costituire anche reato dal punto di vista penale, ma tali reati non possono essere riferiti esclusivamente e linearmente alla malattia mentale e devono essere invece analizzati in termini di dinamica interattiva, situazionale con la vittima, con gli altri partecipanti, con il contesto. 

Ricostruendo questo tipo di dinamica si può evidenziare quale ruolo, quale funzione la malattia mentale abbia avuto non solo all'interno dell'individuo, ma anche nella situazione, nelle interazioni, permettendo di enucleare un significato esplicativo profondamente diverso dall'affermare che la malattia mentale ha prodotto, determinato quel comportamento. La malattia mentale in sé non produce dei comportamenti sociali di alcun genere e quindi neppure quelli violenti, aggressivi.

La grande importanza attuale del discorso sulle interazioni tra problematiche psicopatologiche, psichiatriche e criminalità è data anche dalla rilevanza che esso ha in campo giuridico e giudiziario in rapporto alla categoria della capacità di intendere e volere e della pericolosità sociale. 

Nel nostro sistema legislativo il motivo principale che può inficiare l'imputabilità è, come in molti altri paesi, la malattia mentale. Questo problema è venuto ad assumere in campo giudiziario una rilevanza esplicativa di tipo eziologico, ossia la malattia mentale viene in tale contesto a essere considerata una determinante rispetto al comportamento deviante, mentre sotto il profilo scientifico, come accennato, la funzione esplicativa delle varie forme di disagio mentale è decisamente diversa. 

Accertare se un malato mentale è capace di intendere e di volere è una questione che va comunque affrontata caso per caso, e non può essere generalizzata ai fini della spiegazione e della comprensione del comportamento criminale. 

Se un soggetto che ha commesso un crimine viene dichiarato incapace di intendere e volere in quanto malato mentale, ciò non equivale a dire da un punto di vista scientifico, né che la malattia mentale, anche limitatamente a quel caso, sia stata la causa lineare, diretta ed esclusiva in relazione a quel tipo di comportamento, né che i malati mentali in genere siano incapaci di intendere e di volere e che il loro disagio influisca in modo meccanicistico sui loro comportamenti problematici.





Le tipologie psichiatriche e psicopatologiche come la nevrosi, le psicosi, la personalità psicopatica, sono state considerate dalle letterature che hanno trattato queste questioni, come cause o indicatori di predisposizione e orientamento a comportamenti criminali. 

Queste categorie, pur non avendo una rilevanza criminologica in sé, hanno un certo peso nella letteratura, nella teoria e possono essere utili per il lavoro critico e di chiarificazione concettuale di cui c'è bisogno.

Tra le principali difficoltà che si incontrano nell'affrontare queste tematiche, troviamo la mancanza di una terminologia universalmente accettata e le innumerevoli controversie della letteratura psichiatrica (Mannheim, 1975); si tratta di tipologie e categorie molto discusse, anche se tutt'ora presenti. 

Inoltre, gli studi svolti sono inficiati da un vizio metodologico di base legato al fatto che queste ricerche partono da errati presupposti di rappresentatività e generalizzabilità. Vengono infatti scelti dei casi o gruppi di soggetti che si trovano in carcere o in manicomio criminale, che hanno commesso dei reati e nel momento della commissione del reato, o prima o dopo, presentano una sintomatologia psicopatologica evidenziata, definita, diagnosticata dagli psichiatri.

"Per quanto riguarda la psicosi, le varie forme di questa sindrome sono state messe in rapporto con tendenze criminali, con comportamenti violenti, aggressivi, con atteggiamenti antisociali. Alcuni sintomi come deliri, allucinazioni, disorganizzazione, distacco dalla realtà, assenza di controllo interiore ecc., hanno indotto a credere che l'imprevedibilità della condotta degli psicotici avrebbe potuto sfociare in comportamenti criminali" (Schafer, 1976).

Tra le varie forme di psicosi sono state prese in considerazione soprattutto la schizofrenia e la paranoia. L'esperienza schizofrenica, caratterizzata da profonde alterazioni della struttura della personalità e da una conseguente compromissione e rottura del rapporto con la realtà, può provocare atteggiamenti bizzarri, disordinati, incongrui, abnormi e fra questi possono emergere azioni definite devianti. Ciò però non vuol dire che lo schizofrenico è un soggetto sempre e comunque pericoloso e che la sua pericolosità è una conseguenza diretta e necessaria di quei disturbi. 

Bisogna considerare anche un altro ordine di problemi legato alla difficoltà e ai disagi personali che derivano dalle alterazioni della percezione e delle rappresentazioni mentali, molto frequenti in queste sindromi; i vari aspetti significativi della realtà non vengono più colti con certezza e ugualmente risulta difficile capire il senso dei rapporti sociali in cui il soggetto si trova coinvolto.

"L'aggressività dello schizofrenico potrebbe essere la conseguenza dell'aspetto minaccioso che, per lui, assume la realtà mutata, i suoi reati potrebbero essere coerenti con questa sua visione erronea, inoltre nella sua pericolosità si potrebbe vedere una forma di risposta all'alienazione, all'emarginazione, a un atteggiamento eccessivamente ostile dell'ambiente circostante" (Ponti, 1980). 

Appunti generazionali



Molte ricerche nel corso degli anni '70-'80 hanno tentato di definire i confini dell'immaginario giovanile, in quanto insieme coerente di rappresentazioni e di simboli atto a descrivere e a presentare la figura del giovane, per come essa viene elaborata culturalmente nell'ambito della società. 

L'ipotesi di base di gran parte di queste ricerche è che, al di là e oltre le forme di appartenenza sociale, individualmente costituite secondo modalità specifiche di aggregazione, sia possibile – in una società mediatica, come la nostra – individuare delle forme generalizzate e condivise di fruizione di un immaginario giovanile orientato e diffuso dalle agenzie di produzione culturale (De Leo, 2002).

L'obiettivo è di verificare se rappresenti una percezione sociale generalizzata tra i giovani, l'idea del giovane come problema e come tematica specifica e quali siano le sue caratteristiche. Le aree analizzate riguardano: l'immaginario corporeo e il “look”; l'immaginario sessuale; l'immaginario del futuro. Un primo dato interessante è costituito dall'età che secondo gli intervistati segna la fine della giovinezza: 30 anni, fra i 30 e i 45, oltre i 45, con una media di 43 anni (!). Mentre l'età di ingresso alla vita adulta viene collocata oltre i 30 anni (43% degli intervistati) e oltre i 35 anni (10% degli intervistati), con una media di 28 anni. 

Questo dato implica due considerazioni:

1. Che l'età giovanile non sia legata a condizioni biologiche-evolutive di tipo specifico;

2. Che esistano degli spazi di sovrapposizione fra condizione giovanile e appartenenza al mondo degli adulti.

Ciò lascerebbe presupporre, anche nella percezione dei diretti interessati, un'ipotesi:

La“dissolvenza” della condizione giovanile, per l'allentamento e la permeabilizzazione dei confini con il mondo adulto, che spesso esprime richieste, potenzialità, disagi non più specifici esclusivamente dell'universo giovanile (Nicoli, Martino, 1986). 



Emerge, d'altra parte, una “cultura della differenza” (Montesperelli, 1984), in cui l'esperienza personale dell'essere giovani sembra prendere le distanze dalle rappresentazioni sociali, disegnando un universo giovanile differenziato e poliedrico, alla ricerca di appartenenze raramente identificabili con le reali offerte di identità e ruoli sociali. 

Essere giovani rappresenta una grave metafora sociale, attraverso cui vengono offerte occasioni e risorse di identificazione sempre più difficilmente rintracciabili nei consueti luoghi della vita sociale, come la famiglia, la scuola, la parrocchia (Ranci, De Ambrogio, Pasquinelli, 1989).

La “sfiducia nella dimensione pubblica” (Gasparini, 1987) ha prodotto nei giovani degli anni '80 un ritorno al privato, con una rivalutazione dell'informale, del quotidiano, dell'espressività individuale, attraverso cui ricomporre nuovi e alternativi equilibri con gli ambiti istituzionali. Un ritorno al privato come emergenza di “nuovi bisogni e nuovi valori”: cultura, espressione, contemplazione, pace (Calvi, 1980; Gasparini, 1987), nella costruzione di appartenenze sociali non massificate. 

Il “pendolarismo” e la “pluriappartenenza” sociale, spesso letti come espressione dell'instabilità e dell'incoerenza giovanile, vengono così ad assumere significati di mediazione fra esigenze di identificazione/appartenenza e non rinuncia alle differenze individuali e all'esperienza del vissuto soggettivo (Nicoli, Martino, 1986). 

Nella lotta contro la marginalità e la negazione del privato, negli anni '90 emerge una nuova cultura giovanile, multidimensionale e policentrica. Un cultura ad alta entropia che elabora e propone un progetto non contenibile entro i canali ufficiali della legittimazione, che richiede e sollecita nuove, differenziate risorse, più pertinenti alle emergenti complessità sociali di cui i giovani sono prodotto ed espressione. Una cultura delle differenze e della frammentazione che relativizza il rapporto con le istituzioni secondo un criterio di reversibilità delle scelte, privilegiando i rapporti primari (familiari, amicali) e la dimensione della soggettività (Durden, 1993).

Codice_Linguaggio_Pensiero


La teoria di Bernstein dei codici ristretti ed elaborati (Bernstein, 1971), sostiene che i bambini della classe lavoratrice risentono di uno svantaggio linguistico e cognitivo, rispetto alla controparte della media borghesia. Secondo Bernstein sono le condizioni stesse della loro educazione che rendono questi bambini svantaggiati sotto il profilo linguistico. Poiché il loro linguaggio consiste in un codice ristretto, essi non sono in grado di formulare, e a maggior ragione di capire, molte cose che i ragazzi della media borghesia possono invece esprimere e comprendere senza alcuna difficoltà. Gli orizzonti mentali saranno dunque limitati in quanto lo sono le risorse linguistiche.

La distinzione tra un codice elaborato ed uno ristretto è basato sugli studi linguistici effettuati da ricercatori di estrazione borghese, che si sono avvicinati dall'esterno al mondo sociale dei bambini della classe lavoratrice senza avere competenze per capire quel mondo. Com'è prevedibile, la comunicazione è risultata semplificata e le interazioni regolate da forme rudimentali, come quelle a cui ci si deve attenere quando si adotta la vecchia tattica che consiste nel simulare incapacità di esprimersi per nascondere quel che succede nel proprio mondo. Questa tattica sociale implica l'idea che esista una carenza linguistica rilevabile empiricamente. La teoria è stata inoltre perfezionata dall'idea secondo cui la struttura e i concetti dei corsi di studio, siano essi di tipo tradizionale o liberale, favoriscano sempre le persone capaci di elaborazioni concettuali e linguistiche illimitate. 

Gli studi successivi non sostengono questa teoria, in quanto non vi sono prove di questa carenza linguistica. Tutto dipende dalla situazione in cui si svolgono discussioni e teorizzazioni, da chi sono i protagonisti e dall'argomento di cui trattano. 
Dobbiamo concludere che ogni micro-società possiede un proprio codice elaborato, capace di estensioni illimitate, ma presenta anche un suo fronte di opacità rispetto alle possibilità di penetrazione da parte di altre micro-società.

La forza e il carattere stravagante dei giudizi espressi su studenti ribelli o su tifosi turbolenti non possono essere spiegati né dall'utilizzazione di sistemi retorici diversi, né dall'insorgere dell'impenetrabilità reciproca. Per comprenderli possiamo ricorrere al concetto di “panico morale” introdotto da Sten Cohen.

Sembra che di tanto in tanto, le società siano affette da periodi di panico morale. Una condizione, una persona, un gruppo di persone o un episodio vengono considerati come un'improvvisa minaccia agli interessi e ai valori della società; i mass-media li descrivono in modo semplicistico e stereotipato; le barriere morali vengono manovrate dai redattori, dai vescovi, dagli uomini politici e da altri benpensanti; i sociologi accreditati pronunciano le loro diagnosi e propongono soluzioni; si elaborano strumenti per far fronte alla situazione. La condizione può allora sparire, sprofondare nel nulla o degenerare e apparire quindi più evidente. Talvolta l'oggetto del panico è una novità, altre volte è qualcosa che esiste da tempo e che, improvvisamente, appare alla ribalta. A volte il panico è lasciato in disparte ed è dimenticato da tutti tranne che dalla memoria collettiva e dal folklore. Talora esso ha delle ripercussioni più durature e più gravi che possono portare a modificazioni della politica sociale e legale, se non addirittura a cambiamenti nell'idea che la società si è fatta di sé stessa (Cohen, 1972).

Psicocibo



Il desiderio di dolce sta a indicare un malessere della milza e dello stomaco. Le persone molto apprensive e che si preoccupano sempre per gli altri, poco sicuri e con scarsa autostima, sono particolarmente soggetti a tale sintomatologia. Sembrerebbe che il sapore del dolce possa rafforzare questi organi e alimentarli: errore.

Il corpo, con il suo desiderio di dolce, è nella condizione di avvertirci di una mancanza di energia, ma con la cioccolata e altri prodotti dolci la situazione viene solamente ulteriormente peggiorata. Di contro lo zucchero termicamente freddo, raffredda ulteriormente una debole milza e ne danneggia le funzioni.
Il bisogno di dolce dovrebbe essere soddisfatto con patate, castagne, zucche, con cibi cioè che danno energia.

Questo desiderio di sapore vuole essere soddisfatto immediatamente con cibi in grande quantità, con i quali si tenta di restituire equilibrio al corpo, mentre inconsapevolmente si produce di fatto l’effetto contrario. Ecco che dopo aver mangiato patatine fritte, si mangia cioccolata, mentre per chiudere un ricco pasto condito con la giusta dose di sale sembra ben adatto dell’alcol.

Il sale, se assunto in quantità ridotta, è consigliabile, ma assunto in quantità maggiori è dannoso e determina disequilibrio nell’elemento acqueo, in quanto assorbe Yin (medicina alimentare cinese). Il che determina spesso infiammazione dei nervi e dell’apparato urinario, oltre che del fegato, della bile e del cuore. Ne conseguono eccitazione e nervosismo, situazioni emotive che a loro volta fanno sentire il bisogno di assumere tanto sale. Ecco come si persevera in un errore che accresce lo stato di malessere.

Lo stesso vale per alcuni cibi acidi, che indicano un disturbo dell’elemento ligneo (medicina alimentare cinese), ossia negli organi corrispondenti a questo elemento, il fegato e la bile. Il desiderio di mangiare cibi sottaceto è un segnale di allarme per il fegato e indica lo stato di malessere. Se si vuole reagire correttamente all’eccesso di calore alimentare si può assumere frutta acida che cura il fegato e allevia stati di rabbia e ira, sempre collegati a disturbi epatici.

(fonte: Dahlke-Ehrenberger, La purificazione del corpo)

Romanzo personale



Lévi-Strauss, in Mito e significato, afferma che non esiste un Sé che possiamo esplicitare o descrivere. Egli riesce a definirlo solo come un senso di movimento, di qualcosa che succede:

Ognuno di noi è una sorta di crocicchio ove le cose accadono”.

La descrizione di Lévi-Strauss evoca una certa fragilità del Sé. Il senso del Sé dipende dal succedere delle cose. Questo accadere potrebbe dunque arrestarsi. 

Cosa rimarrebbe?  

Il Sé, da questa prospettiva, non è niente di concreto o solido, non è una parte di noi come lo sono le ossa o i muscoli. Semplicemente è un cantiere di esperienze interiori in perenne cambiamento, una sorta di “attività continua”, che può interrompersi e lasciarci nel nulla. 

La continuità del senso di esistere si rivela sull’orlo di un vuoto potenziale.
Questa minaccia è evidente in quelle persone il cui sviluppo psichico è stato compromesso da circostanze ambientali particolarmente traumatiche. L’attività mentale che è alla base del flusso di coscienza sembra essersi solo minimamente sviluppata. 

Il Sé è stentato e fragile; a volte può scomparire e lasciare una sensazione dolorosa, a volte persino terrificante, di vuoto.

William James


William James racchiude in una frase l’idea di un Sé, inteso come attività costante del pensiero:

“I pensieri connessi tra loro, così come noi li avvertiamo in connessione, sono ciò che intendiamo per Sé individuali” (James W., Psychology: briefer corse)

Qui il termine pensieri, riferito al flusso di coscienza, sintetizza il movimento di immagini, ricordi, idee, fantasie che vengono avvertiti in quei momenti in cui la nostra attenzione scivola via da ciò che ci circonda. Ciò che è fondamentale in questa esperienza è la sua forma non lineare, che ricorda quella del gioco.

Il gioco poggia su un sentimento tipicamente caratterizzato da calore e intimità. Alla base del flusso di vita interiore, e mescolato a esso, c’è il sentimento del corpo, che ci accompagna di continuo. 

Spesso non ce ne accorgiamo neppure, sebbene esso sia in fluttuazione con lo stato del Sé, che a sua volta è influenzato dalle varie forme delle nostre relazioni interpersonali. 

Il tipo di Sé suggerito da James è vitale. Esso comporta cambiamenti e possibilità, libertà e varietà. Non è statico e non è una struttura nel senso del gergo tecnico psicoanalitico. E’ piuttosto un processo, come lo intende Perls. 

Il Sé, nella sua continuità, non è mai uguale a se stesso. La sua natura progressiva e sequenziale ricorda la forma della narrazione o, meglio ancora, la forma di un dialogo.

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...