Parlo per non sentire


In seduta, provo una sgradevole sensazione quando ascolto racconti noiosi su episodi insensati. Sento che il mio tempo trascorre inutilmente, così come la vita del cliente che mi fa questi racconti. Ad una prima analisi sembra proprio che in quei momenti non stia accadendo nulla di significativo. 

Vengo assalito da sbadigli e cambio continuamente posizione sulla sedia, per non addormentarmi. Questa condizione di torpore la trovo così fastidiosa, che me la prendo con il cliente, dandogli la colpa di volermi far addormentare per affievolire la mia attenzione ed evitare un reale confronto. Può darsi che qualche volta le cose stiano davvero così. Altre volte penso che, un’analisi più dettagliata degli eventi, possa mettere in evidenza che il torpore sia dovuto a movimenti controtransferali in me. In questo caso i segnali dell’addormentamento potrebbero essere dei tentativi di controllare qualcosa che si sta svegliando nella mia coscienza. Un ultimo e disperato tentativo di operare una difesa da sentimenti dolorosi.

Questo sistema di difesa era particolarmente frequente con un mio giovane cliente, che mi portava in seduta le problematiche di un adolescente: autonomia, sviluppo sessuale, definizione e affermazione dell’identità. La particolarità della sua condizione era data dal fatto che, i suoi genitori non erano mai stati sposati e il padre si era allontanato presto dal figlio e dalla compagna, formando un altro nucleo familiare, anche questo senza matrimonio. Il mio cliente aveva sempre vissuto in casa con la madre e la nonna materna. La sua vita era agiata e protetta, apparentemente senza problemi, se non per una particolare precisione e puntiglio che il mio cliente aveva nel compiere alcune operazioni domestiche: se era l’ultimo a uscire di casa, poteva rientrare anche fino a tre volte per controllare se aveva chiuso bene la valvola del gas. Ma questa era solo la più evidente e fastidiosa di una serie di operazioni di controllo che riguardavano la pulizia della casa, l’abbigliamento e la scelta nelle amicizie.

In seduta compariva raramente la sua sofferenza rispetto a questi episodi di controllo maniacale e molto più spesso i nostri incontri erano centrati sulla gestione della sua immagine, all’interno del folto numero di amicizie che intratteneva quotidianamente con i suoi coetanei. Durante i lunghi elenchi di fatti e di persone, che riempivano il nostro tempo, le mie reazioni andavano dal fastidio alla noia, passando per dei blandi tentativi di ragionare insieme sul significato di quello che mi stava raccontando. Ad una prima analisi, i racconti che il cliente mi faceva potevano essere dei tentativi di ipnotizzarmi o distogliere la mia attenzione dal problema del controllo compulsivo. Immaginando che, se avessimo dovuto parlare di questo argomento, per lui la seduta sarebbe stata più penosa. E devo dire che per un po’ di tempo questo tipo di riflessione mi permise di non affrontare il significato controtransferale dei miei sbadigli, che tenevo accuratamente a riparo dalla sua vista. La situazione cambiò quando il cliente cominciò a sbadigliare, apertamente e ripetutamente, mentre parlavo. Il fastidio che provavo nel vedergli fare questo gesto, fu un suggerimento nell’approfondire le spiegazioni che mi ero dato fino ad allora sul significato degli sbadigli in seduta e nella valutazione dei miei vissuti a contatto col cliente.

Ascoltando i segnali corporei del controtransfert, sentii che la mia stanchezza era legata ad un’identificazione col padre del mio cliente, che riconosceva nelle parole del figlio l’influenza del pensiero della madre. Io, come padre del mio cliente, avvertivo i tentativi di manipolazione che la mia ex-compagna cercava di fare su di me attraverso nostro figlio. Giudicavo lui come un giovane maschio “senza palle” che si era lasciato comandare da una donna (la madre) e io mi sentivo in pericolo, perché la mia ex-compagna, con questi tentativi, cercava di occultare il potere che io sentivo di mia madre. Il conflitto controtransferale che vivevo, attraverso l’identificazione col padre del mio cliente, riguardava proprio il paradosso di giudicare male un uomo che aveva ceduto potere a una donna e il trovarmi esattamente nella stessa condizione. Questo grado di scissione si manifestava con sonnolenza e ritiro dell’attenzione dall’ambiente della seduta, in favore di una regressione a bisogni primari come il riposo o il pensare a come avrei potuto prendermi cura di me alla fine della seduta (cibo, divertimento, sesso).

Ho lavorato sul mio controtransfert, dentro e fuori dalle sedute. E’ stato un percorso doloroso e sento che ancora non è concluso. Anche se qualcosa è cambiato. Il lavoro col mio cliente prosegue ormai da anni e penso che insieme siamo cresciuti. Le nostre madri sono diventate persone meno spaventose e i nostri padri persone meno spaventate. Durante le nostre sedute ci guardiamo in faccia e qualche volta sbadigliamo, ma possiamo farlo senza averne paura, adesso sappiamo qualcosa in più di noi che ci permette di affrontare con le parole quello che prima era indicibile.                

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