Arrendersi al dolore


Nelle antiche comunità tribali, l'attraversamento della “crisi formativa” non era un atto volontario, ma fortemente indotto da volontà esterne al soggetto e costituiva un momento di scelta, se proseguire nella conoscenza di se stesso e diventare sciamano o rinunciare e perdersi in un folle girovagare. 
Le motivazioni che potevano andare a sostegno dell'una o dell'altra scelta, le conosciamo tutt'oggi: paura, rabbia, conflitti. Come allora, come altrove, anche nei processi formativi e di conoscenza della nostra società, la decisione da prendere nei momenti di crisi è se continuare a combattere o arrendersi. La differenza sta, quando questa scelta implica il corpo e un ambito terapeutico, nel significato nuovo della parola resa

“L'idea della ‘resa’ è impopolare per l'individuo moderno, il cui orientamento si basa sull'idea che la vita sia una lotta, un combattimento, o quantomeno una contesa [...] L'identità della persona è più legata all'attività della persona che al suo essere [...] In questo clima, la parola “resa” è equiparata a sconfitta, ma in realtà è solamente la sconfitta dell'Io narcisistico” (Lowen A., Arrendersi al corpo).

Nella crisi indotta da eventi esterni (si può affermare che una crisi è tale quando determinata da eventi che il soggetto non controlla), la resa diventa il riconoscimento della limitata volontà personale verso il corpo e la possibilità di contattare la propria realtà di base. Ciò avviene normalmente nella vita e nelle relazioni comuni e prende un significato particolarmente importante nella relazione transfert-controtransfert della relazione col paziente in psicoterapia.
L'involontarietà del processo di contatto e di “sentire” se stessi e il proprio vissuto corporeo, è una “vera” crisi, cioè una separazione dei vissuti, un contatto con ciascun vissuto e "la scelta".

Nell'involontaria crisi controtransferale si possono separare i vissuti, nell'attraversamento del dolore che questo stato comporta, si può conoscere  qualcosa di nuovo e fare una prima scelta tra rifiuto o accettazione, combattimento o resa.

La radicalità dell'esperienza del dolore è dovuta al fatto che essa dispone in una diversa circolarità l'esperienza e la conoscenza, in modo da far acquisire una visione e un modo del tutto diversi di considerare il mondo e l'accadere. Ogni conoscenza è contenuto dell'esperienza e il dolore inaugura un'esperienza cruciale, poiché sottopone a una tensione che quando non diventa distruzione, accresce la percezione. Il dolore, qualunque sia la sua origine ed in qualunque modo sia vissuto, interrompe il ritmo abituale dell'esistenza e produce un maggior avvicinamento a se stessi. E' veicolo di conoscenza per immedesimazione e non per astrazione, evento che permette l'incontro e il dialogo

“Il dolore è fatto personale, ma è anche evento cosmico: questo intreccio di singolare e di universale permette, all'esperienza del dolore, di farsi linguaggio” (Natoli S., L’esperienza del dolore)

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