Prenderò dal tuo corpo


“Diciamo che il nerbo del factum è dato dalla massima che propone la sua regola al godimento, insolita nel suo porsi in termini di diritto alla moda di Kant, dato che si pone come regola universale. Enunciamo la massima:
Ho il diritto di godere del tuo corpo e questo diritto lo eserciterò, senza che nessun limite possa arrestarmi nel capriccio delle esazioni che io possa avere il gusto di appagare”. 
Ecco la regola cui si pretende di sottomettere la volontà di tutti, per poco che una società la renda effettiva con le sue costrizioni” (Lacan J., Kant con Sade, in Scritti, 1974)

La radice etimologica (excactus, esatto) di esazione contiene sia il termine riscuotere, quanto i termini imporre e gravare.
Le tendenze sadiche in alcune personalità patologiche suggeriscono che, un possibile  sviluppo della sovrapposizione tra nutrimento e sessualità, è rappresentato dall’esperienza piacevole dell’imposizione della propria volontà sul corpo altrui. Il comportamento sadico permetterebbe all’individuo di vivere l’esperienza concreta del prendere realmente qualcosa dall’altro e nutrirsene. In questo caso il prendere ha valore di nutrimento ed è primario per il soggetto.

Le ricerche criminologiche su spree killer (assassini compulsivi) e serial killer (assassini seriali), indicano la misura estrema alla quale si può attenere un individuo, la cui sopravvivenza emotiva è legata ad un contatto sadico col corpo altrui. In genere questi individui hanno avuto delle separazioni precoci o genitori violenti o sadici affettivi. La normale esperienza infantile, di credere che il nutrimento provenga dal corpo del genitore, è stata precocemente interrotta o non è mai avvenuta. L’individuo può aver conservato una fame mai soddisfatta e delle fantasie cannibalesche, mai placate da soddisfacenti allucinazioni infantili, legate alla vicinanza corporea del genitore. Nella realtà psichica incompleta del bambino molto piccolo, alcune scene di divorazioni non sono mai avvenute o non si sono compiute. La lontananza dal corpo dei genitori non ha permesso il nutrimento e il soggetto non si è potuto rassicurare a tal punto da arrivare alla simbolizzazione di queste allucinazioni cannibalesche. Il bambino rimane nell’angoscia di doversi nutrire e la sessualità, che comincia a emergere, gli suggerisce nuovi modi per poterlo fare. 

Linguaggio onirico




Fare un bel sogno lascia gradevole sensazioni e può influenzare positivamente l'umore di un'intera giornata. Allo stesso modo un brutto sogno può avere un'influenza negativa e umorale molto lunga e intensa, fino ad alcuni stati d'ansia che si prolungano nel corso della giornata.

Qualche volta ricordiamo le immagini del sogno e riusciamo a collegare il nostro stato emotivo al sogno, altre volte non lo ricordiamo e addebitiamo il nostro stato d’animo ad altri eventi o pensieri. 

La scia piacevole di un bel sogno, se riusciamo a ricordarne le immagini, spesso è collegata a elementi onirici che hanno valore di ricordo, piacevole. 

Il linguaggio che la nostra mente utilizza per selezionare e trasformare il contenuto latente in contenuto manifesto del sogno, viene preso dalla memoria. I ricordi o i desideri che sono appartenuti a tempi passati hanno una carica emotiva così intensa e una valenza positiva così chiara da renderli il materiale migliore per esprimere ciò che l’inconscio sta premendo affinché arrivi alla coscienza del soggetto attraverso il sogno.

Anche nei brutti sogni o negli incubi le immagini sono lo specchio di antiche paure e angosce infantili, particolarmente adatte a trasmettere i contenuti angoscianti latenti. L’inconscio è senza tempo e a quanto pare anche quella parte della nostra mente che seleziona le immagini per farle diventare sogni, che ha funzioni di dogana e che sembra essere rimasta sempre un po’ indietro rispetto all’attualità conscia della persona.

Per questo un sogno proporrà, per trasmettere sensazioni positive, immagini confortanti che appartengono a ricordi o desideri infantili o adolescenziali. 



Il nostro preconscio, selezionatore delle immagini dei sogni, è come un genitore distratto e attaccato al passato, che ci regala all’età di trent’anni e oltre quell’oggetto che magari desideravamo desideravamo a 8 anni, dicendoci: “Ma ti piaceva tanto...

Questo indica quanto le parti della nostra mente, che si occupano di morale ed etica, rimangano sempre un po’ indietro rispetto a tutto il resto e parlino linguaggi rassicuranti che però appartengono a epoche passate.

L’effetto è rassicurante perché si tratta del già conosciuto. Un sogno piacevole può trasmettere una certa malinconia che non ci deve però ingannare: la malinconia c’è, non perché vorremo tornare indietro a quei momenti passati che il sogno ci ha ricordato, ma è piuttosto legata alla dogana onirica (il genitore distratto) che utilizza vecchie informazioni per comunicare nuovi contenuti e crea un effetto retrò dal sapore malinconico. 

Quindi continua a essere vera la frase tratta da una canzone: “I sogni son desideri, di felicità”, ma desideri di molti anni fa.

Arrendersi al dolore


Nelle antiche comunità tribali, l'attraversamento della “crisi formativa” non era un atto volontario, ma fortemente indotto da volontà esterne al soggetto e costituiva un momento di scelta, se proseguire nella conoscenza di se stesso e diventare sciamano o rinunciare e perdersi in un folle girovagare. 
Le motivazioni che potevano andare a sostegno dell'una o dell'altra scelta, le conosciamo tutt'oggi: paura, rabbia, conflitti. Come allora, come altrove, anche nei processi formativi e di conoscenza della nostra società, la decisione da prendere nei momenti di crisi è se continuare a combattere o arrendersi. La differenza sta, quando questa scelta implica il corpo e un ambito terapeutico, nel significato nuovo della parola resa

“L'idea della ‘resa’ è impopolare per l'individuo moderno, il cui orientamento si basa sull'idea che la vita sia una lotta, un combattimento, o quantomeno una contesa [...] L'identità della persona è più legata all'attività della persona che al suo essere [...] In questo clima, la parola “resa” è equiparata a sconfitta, ma in realtà è solamente la sconfitta dell'Io narcisistico” (Lowen A., Arrendersi al corpo).

Nella crisi indotta da eventi esterni (si può affermare che una crisi è tale quando determinata da eventi che il soggetto non controlla), la resa diventa il riconoscimento della limitata volontà personale verso il corpo e la possibilità di contattare la propria realtà di base. Ciò avviene normalmente nella vita e nelle relazioni comuni e prende un significato particolarmente importante nella relazione transfert-controtransfert della relazione col paziente in psicoterapia.
L'involontarietà del processo di contatto e di “sentire” se stessi e il proprio vissuto corporeo, è una “vera” crisi, cioè una separazione dei vissuti, un contatto con ciascun vissuto e "la scelta".

Nell'involontaria crisi controtransferale si possono separare i vissuti, nell'attraversamento del dolore che questo stato comporta, si può conoscere  qualcosa di nuovo e fare una prima scelta tra rifiuto o accettazione, combattimento o resa.

La radicalità dell'esperienza del dolore è dovuta al fatto che essa dispone in una diversa circolarità l'esperienza e la conoscenza, in modo da far acquisire una visione e un modo del tutto diversi di considerare il mondo e l'accadere. Ogni conoscenza è contenuto dell'esperienza e il dolore inaugura un'esperienza cruciale, poiché sottopone a una tensione che quando non diventa distruzione, accresce la percezione. Il dolore, qualunque sia la sua origine ed in qualunque modo sia vissuto, interrompe il ritmo abituale dell'esistenza e produce un maggior avvicinamento a se stessi. E' veicolo di conoscenza per immedesimazione e non per astrazione, evento che permette l'incontro e il dialogo

“Il dolore è fatto personale, ma è anche evento cosmico: questo intreccio di singolare e di universale permette, all'esperienza del dolore, di farsi linguaggio” (Natoli S., L’esperienza del dolore)

Pensiero integrato e disintegrato


Melanie Klein indicava con i termini posizione schizo-paranoide e depressiva delle tappe evolutive dell'individuo nel conseguimento della maturità, Bion indica con Ps-D una modalità di funzionamento generale della mente. Nella formulazione bioniana Ps perde quel carattere sostanzialmente negativo che aveva nel pensiero kleiniano. Bion indica che nei processi psichici anche le operazioni di scissione (Ps) possono mettere in discussione le integrazioni e i collegamenti già effettuati, per ricercarne altri e scoprire diversi significati. In questo modo si apre la strada a nuovi processi mentali, rompendo la convenzione implicita nell'accettazione passiva di schemi e di simboli già dati. 
Melanie Klein affermava che nel passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva, l'individuo opera una riorganizzazione profonda del suo rapporto con gli oggetti e una loro diversa ricomposizione all'interno del Sè. Nella posizione schizo-paranoide l'individuo vive una realtà esterna e interna costituita da oggetti parziali, ognuno investito di una particolare coloritura affettiva, in quella depressiva invece sperimenta l'integrità dell'oggetto e la corrispondente ambivalenza affettiva. 

In Bion il passaggio da una posizione all'altra si sposta dal piano della integrazione-disintegrazione degli oggetti al piano più generale della formazione del pensiero. Da un insieme di fatti percettivi ed emotivi slegati e frammentati, la mente individua un fattore ordinatore che agisce come congiunzione costante che permette una rappresentazione integrata dei fatti. 
Un aspetto particolarmente importante delle formulazioni bioniane riguarda l'aspetto emotivo di Ps-D. Nel passaggio da Ps a D, l'individuo è impegnato in un profondo cambiamento affettivo, che l'autore indica come passaggio dalla pazienza (Ps) alla sicurezza (D). In Ps prevale un senso di frustrazione e persecuzione legato all'assenza di un quadro ben definito. L'individuo si sente angosciato dalla mancanza di chiarezza e vive sentimenti di confusione e di dubbio. Il passaggio in D comporta l'illuminazione, un senso di scoperta e l'immediato sollievo dalla tensione. 
Dalla formulazione bioniana emerge che il fattore Ps-D è uno strumento conoscitivo importante sia del bambino nel primo anno di vita che del paziente in analisi, il quale permette di tracciare un profilo efficace dello stile cognitivo del soggetto, della sua struttura generale di pensiero e delle condizioni affettive connesse. 
Il secondo elemento emergente è quello della reversibilità. Il passaggio dalla frammentazione alla sintesi avviene non solo nella direzione della sintesi tramite un fattore ordinatore, ma anche nella direzione opposta. E' necessario cioè che in alcuni casi la mente non introduca troppo precocemente una sintesi, ma tolleri l'ansia di una situazione frammentata. Bion indaga sul fattore -K (meno K), i processi mentali che conducono a una conoscenza fittizia. Egli dice che un fatto prescelto troppo rapidamente può agire come elemento di copertura di materiale complesso, dando al soggetto la sensazione di avere trovato una spiegazione. Questi fattori unificanti prematuri possono funzionare come i nuclei aggreganti dei deliri.

Queste formulazioni si presentano di particolare utilità nel lavoro con i pazienti gravi, perché spiegano come le pseudo-sintesi conoscitive nate dalla frustrazione dell'assenza dell'oggetto, sono riconoscibili per la loro rigidità e la collocazione in uno spazio comune incapace di accogliere operazioni mentali. 
Bion (Elementi della psicoanalisi, 1963) scrive che l'oscillazione tra posizione schizo-paranoide e depressiva permette la genesi di una congiunzione costante nella mente dell'individuo e attribuisce alla relazione dinamica contenitore-contenuto la ricerca del suo significato. Le congiunzioni costanti nate da una configurazione (Ps-D), per continuare ad esistere nel mondo mentale e poter subire ulteriori trasformazioni, hanno bisogno di essere fissate; in caso contrario sparirebbero insieme alla configurazione emotiva che le ha generate. 
Affinché la congiunzione possa essere conosciuta e fissata ad essa và attribuito un segno. Bion chiama questa operazione legare una congiunzione costante. Al termine della trasformazione che l'ha generata, una congiunzione costante deve essere legata e nominata. All'interno dell'individuo può anche formarsi una congiunzione costante di emozioni di cui egli non ha consapevolezza, la quale può consolidarsi e avere vita autonoma. 

Bion (Trasformazioni, 1965) utilizza in questo caso espressioni del tipo "congiunzione costante in cerca di un nome", o "congiunzione costante in cerca di una qualche esistenza". Al posto di qualcosa che è assente o "al posto di qualcosa che era solito stare", si viene a formare una congiunzione costante di elementi emotivi, sensazioni, sentimenti che si coagulano ed assumono una loro esistenza autonoma, indipendente dalle attività elaborative del soggetto. Se l'individuo non riesce a legare la congiunzione e darle un nome, questa con "la sua rabbiosa mancanza di significato" può collocarsi distruttivamente in un punto chiave dell'attività mentale del soggetto, provocando la patologia. 
Attribuire significato è un'operazione necessaria per la psiche

Attribuire significato è un costante aggiustamento di qualcosa che si sviluppa da un flusso di interazioni fra l'individuo e le proprie emozioni e con ciò che è altro da sè. Il percorso e l'esito di questa ricerca dipendono dalla situazione emotiva e dallo stato di salute dell'individuo: "Il significato è una funzione di amore di Sè, odio di Sè, conoscenza di Sè. Una volta raggiunto il significato psicologicamente necessario, la ragione, in quanto schiava delle passioni, trasforma il significato psicologicamente necessario in significato logicamente necessario" (Bion, 1965).

Psicoterapia e dinamiche simbiotiche


Il narcisismo onnipotente distruttivo, descritto da John Steiner (1993) come una gang mafiosa, aggrega elementi per la soddisfazione dei bisogni rimasti insoddisfatti dopo la separazione che il bambino ha dovuto fare dalla simbiosi con la madre. 
Chiuso nella sua eccentricità, il narcisismo può solo assemblare immagini che già conosce e non può proporre nulla di realmente nuovo. Tenderà a soddisfare i bisogni con immagini distorte di cose passate che il soggetto già conosce e gli oggetti del piacere saranno riedizioni molto simili a ciò che già partecipava alla simbiosi con la madre, prima della separazione. 

L’intero assetto del piacere dell’individuo, visto in questa ottica, acquisisce un carattere tendenzialmente incestuoso, perverso, sadico e pervaso dalla rabbia. L’individuo, dopo la separazione dall’unità simbiotica, ha provato e trattenuto in sé, paura e frustrazione. Per liberarsene tenderà a restituirle agli oggetti che utilizzerà per il suo piacere. Il rapporto con questi oggetti sarà aggressivo e la relazione, nel suo complesso, perseguirà un progetto vendicativo, inteso come opera di risarcimento per la sofferenza che la “prima separazione” ha comportato.
Questa condizione narcisistica onnipotente distruttiva, nella situazione ella psicoterapia, può appartenere al cliente e al terapeuta. Quest’ultimo può non aver sufficientemente elaborato il suo narcisismo e il rapporto con le separazioni, tanto che un cliente che gli porta questi temi, risveglia in lui una reazione difensiva narcisistica. Steiner la descrive come una condizione analitica molto frequente, quando si lavora con pazienti psicotici che presentano un’organizzazione onnipotente del proprio narcisismo:

“Importante è il modo in cui l’analista è trascinato a far parte dell’organizzazione. Anche lui non è in grado di prendere le distanze e di non lasciarsi corrompere da una seduzione e da un’intimidazione perverse. Spesso la situazione corrisponde al conflitto in cui si trova un bambino in una famiglia perversa; ne fanno parte sia l’analista che il paziente, e la struttura di base è resa rigida dai ruoli che ciascuno è costretto a recitare. Pur in questa rigidità, i ruoli sono talvolta intercambiabili, e il paziente si vede come una vittima o come un persecutore, con l’analista nel ruolo opposto” (Steiner J., I rifugi della mente)  

Introduzione a un sintomo nevrotico

L’angoscia è un sintomo nevrotico. Quando è rimossa si manifesterà sotto forma di irrequietezza, tachicardia o respirazione affann...